Il danaro, sai, è la gran piovra delle coscienze. Ti allaccierà nelle
sue mille spire, ti succhierà colle sue mille bocche ogni idea di
dignità e di onestà! Ricordati, non buttarti in mare se non vuoi essere
presa! E ricordati che la virtù ha dei limiti, e che la colpa non ne ha!
--Oh zio, zio mio, come mi giudichi male! Come male mi
conosci!--balbettò la Mary fra i singhiozzi mentre la marchesa Angelica
faceva cenno all'Alamanni di calmarsi.
Ma l'altro non sentiva più freno.
--No, no, adesso ti conosco; adesso ti conosco bene! Dovevi dire
invece che prima... prima non ti conoscevo affatto! Ti credevo della
nostra tempra, del nostro sangue! Ti credevo capace di morire, ma non
di transigere, di abbassarti, d'infangarti! Invece sei anche tu come
quella matta di tua zia, senza forza, senza orgoglio, senza cuore...
ossia, come tutte le donne, non hai cuore altro che per il tuo amante!
--No, zio, non sei giusto.
--Non hai memoria altro che per lui! Per lui calpesti i più sacri
ricordi della tua casa, le leggi più sante del tuo dovere! Non è
rimasto più nulla del tuo rispetto, della tua gratitudine, della tua
tenerezza per me; non è rimasto più nulla dei diciotto anni della tua
vita altro che il momento in cui ti sei imbattuta con quel maledetto
che ti ha stregata! Maledetto lui! Maledetta te!
--No! No!--gridò spaventata la Mary singhiozzando fra le braccia di
Angelica.
--Non si lasci trasportare così,--esclamava inquieta la marchesa,--è
cosa indegna di lei!
--Lasciatemi sfogare!... Ho bisogno di sfogo! Costei, mia nipote, la
figliuola di mio fratello, la figliuola di quei povero morto che è la
mia religione e il mio orgoglio, costei mi ha strappato il cuore; mi ha
reso insopportabile la casa, la famiglia, la patria; mi ha fatto odiare
tutto ciò che prima amavo, lei compresa!
--Signor Francesco!... Signor Francesco! Non sa più come parla! Ha
perduto affatto la testa!--gli continuava a dire inutilmente la
marchesa.
--Che! Che! Ragiono sempre, e ragiono bene! Donna Lucrezia, in fine,
non è altro che una vecchia scema; ma costei ha la testa con sè! Costei
doveva capire, doveva vedere da che parte venivano i danari.
--No, non è vero. Lo giuro, non è vero, non sapevo nulla!
--Già, è naturale. Tu non avevi occhi altro che per fare all'amore col
figlio del serpente; col degno erede di casa Barbetta!
--Se amo Giulio non è una bassezza, non è una viltà!--esclamò la
fanciulla sciogliendosi a un tratto dalle braccia della cugina, e
guardando ben fissa lo zio.--Se lo amo, se mi sento orgogliosa di
amarlo, è perchè lo so degno di me, lo so degno di noi.
--Non bestemmiare! Degno di te.--Soltanto di te!
--Tu stesso, zio, mi hai fatto dire che il cuore come la coscienza ha i
suoi doveri.
--Allora non sapevo che tu avessi ricevuto l'elemosina dal boia di tuo
padre.
--E lo sapeva Giulio? Che colpa ne ha?--Da che siamo venuti a
cognizione di questo fatto doloroso, ma al quale è possibile rimediare,
egli si è forse mutato? Non è più lo stesso? E il mio cuore dovrebbe
abbandonarlo perchè è uno sventurato?... E dovrei amarlo, dovrei
stimarlo meno, perchè tu lo offendi?
Francesco Alamanni, a questo punto guardò alla sua volta la nipote
fissamente, e sembrò scosso da quella fermezza.--Ebbene,--le disse con
un altro tono di voce,--dal momento che in te c'è tanta forza... su,
coraggio... per tutte le nostre memorie, per il nostro onore.... So
che ti domando forse più della vita, ma non importa. Ricordati che sei
figliuola di Giulio Alamanni. Tronca tutto con quell'altro e vieni via
con me!
--È impossibile, zio. Il cuore, come la coscienza, ha il suo dovere.
--Ah, ah, ah! Un dovere ben facile per te!--esclamò l'Alamanni con
un amaro scroscio di risa, e ritornando quel di prima.--Sta bene;
così vuoi, e così sia. Noi due non ci vedremo mai più, e nemmeno io
non voglio più saper nulla di te. E bada, non mi devi più nemmeno
ricordare. Non voglio il tuo affetto, non voglio il tuo dolore. Sei
la nuora del Barbarò: rifiuto anche le tue lacrime! Andrò lontano,
a vivere di stenti, a lavorare per _pagarvi_ il mio debito fino
all'ultimo soldo, poi mi ammazzerò; ma tu non devi piangere. No, no,
anzi... sei la nuora del signor Pompeo... devi ridere. Voglio che tu
rida!
Angelica, vedendo pur troppo che l'esaltazione del vecchio invece di
calmarsi si faceva sempre maggiore, trascinò via la Mary che avea
ricominciato a singhiozzare.
L'Alamanni, rimasto solo, se ne andò subito, e la mattina dopo partì da
Genova per New-York.
Partì cupo e tristo, senza più un affetto nell'anima, senza più
voler credere nemmeno al cuore, nemmeno al dolore. Ma il vecchio
soldato s'ingannava: ben presto il cuore e il dolore ebbero ancora
il sopravvento. Quando il battello salpò da Genova era l'ora del
crepuscolo, e la verdeggiante letizia della riviera italica appariva
benedetta dal raggio ultimo del sole, mentre le campane dell'_Ave
Maria_ lontanissime e confuse ripercotevano un'eco sul mare. Francesco
Alamanni, da prima accigliato, era diventato mesto e pensieroso: lo
vinceva inconsapevolmente la seduzione dei ricordi. Il battello si
allontanava sempre... la riviera avvolta dai vapori della nebbia
scompariva quasi, assottigliandosi, fra l'ultima striscia purpurea del
cielo, e la distesa plumbea del mare.... L'Alamanni alzò il capo...
guardò... guardò fissamente... e ricordò che da quel golfo incantato,
dove il mite ulivo si ammoglia alla fragranza degli aranci e alla calda
vegetazione delle palme avea spiccato il volo, nella serena notte
di Quarto, l'Aquila della libertà.... A poco a poco la solitudine
del mare si era popolata di fantasmi. Le spade alte, le baionette in
selva, i cavalli che s'impennavano e nitrivano fiutando l'odore della
battaglia, e le barricate, fumanti di sangue, al primo sorgere della
patria.... Poi, dopo le ebbrezze della vittoria le più care giocondità
dei ritorni, e la Mary, la piccola Mary, che gli correva incontro
esultante e gli saltava al collo coprendolo di baci. A tanti ricordi,
a tante memorie il cuore gli ritornò a battere violentemente. A un
tratto si appoggiò alla ringhiera della nave... protese il capo...
puntò l'occhio... cercò... cercò fra le nebbie addensate all'estremo
confine terrestre, ma la bella riva era scomparsa. Sulle onde larghe e
rincorrentisi, calava vasta, silenziosa la notte.... La bella riva non
l'avrebbe riveduta mai più! Allora fu preso da un impeto di amore, di
dolore, di sgomento, e proruppe singhiozzando in un pianto dirotto.
II.
Il giorno stesso in cui era successo l'incontro coll'Alamanni, Angelica
avea condotta la Mary con sè al _Villino delle Grazie_... come lo zio
Diego, sempre galante, avea battezzata la sua casa di campagna presso
le brughiere lombarde, tra Somma e Gallarate, dopo che era stata
abitata dalla bella marchesa. E appena giunta al _Villino delle Grazie_
la Mary si trovò subito bene, e si consolò presto. Il cugino Alberto la
riconobbe, l'accolse dimenandosi vivamente e gridando di gioia. Ormai
il marchese non era più altro che mi ammasso informe di carne gonfia
e torpida che riempiva tutta la carrozzetta, e in cui non era quasi
rimasto di vivo altro che lo stomaco.
--_Tata! Tata!... Tata bellinetta!... Bellinetta Tata!_--e per un
pezzo continuò a gridare e a ridere scrollando il faccione tondo,
paonazzo, e salutando la Mary con tutte le smorfie dei bimbi. In fine,
quando la sua gioia chiassosa si fu un po' chetata, le mostrò tutte le
calzette a maglia fatte da lui medesimo, e che custodiva gelosamente in
un cestino che teneva sempre sulle ginocchia.
--_Belle bellesine!... Belle bellessine!_--Poi prese una calzetta già
incominciata e, stentatamente, infilati i ferri nelle dita gonfie e
rattrappite, volle insegnare alla Mary come si faceva a lavorare, il
che era, da parte del marchese Alberto, la maggior dimostrazione di
simpatia.
Per altro non furono le liete accoglienze del cugino che consolarono
così presto la buona fanciulla; fu la presenza di Giulietto Barbarò, il
quale si era recato a passare la convalescenza e ad aspettare il giorno
delle nozze a Nuvolenta, un paesello nelle vicinanze del _Villino delle
Grazie_. E anche Giulietto, invitato dall'Angelica, era venuto subito
in casa; ma con lui il marchese Alberto fu di ben altro umore.
--Appena l'ebbe veduto cominciò a strillare, imitando l'abbaiare dei
cani:--Via! Via! _Bouf! Bouf!_ e gli scagliò contro furiosamente
il cappellone di paglia e il _fez_ che portava sempre in capo, uno
sull'altro; poi vedendo che il giovanotto restava lì confuso, senza
risolversi ad andar via, si strinse al petto, pauroso che glielo
rubasse, il cestino delle calze, e mettendosi a piangere disperatamente
chiamò la moglie in aiuto.
Angelica accorse, e per farlo quietare lo minacciò alzando il dito
scherzosamente. Ma il povero scemo, che adesso con lei era sempre
docile e affettuoso anche quando faceva il diavolo a quattro con tutti
gli altri della casa, questa volta non le dette retta, e seguitò a
piangere e a strillare.
--Via!... via!... _bouf!... bouf!_...
Giulietto dovette scappare, e gli fu consigliato di non lasciarsi
più vedere. Ma era facile lo schivare la carrozzetta del marchese
continuando pure a frequentare il villino. Quando non dormiva, il
marchese ciangottava ad alta voce anche da solo, e si sapeva subito
dov'era. La sera era sempre a letto. A metà pranzo si addormentava, e
russava già mentre lo portavano in camera. Poi... poi i due fidanzati
s'incontravano spesso anche fuori del villino, nei folti viali di pini
che in quel punto circondavano la brughiera.
L'amore nasce dal sorriso, ma vive di lacrime, e i due giovani, dopo
tanto che avevano sofferto l'uno per l'altro, si amavano assai di più.
Giulio aspettava la Mary tutte le mattine nascosto fra i boschetti di
pino, un poco al di là del piccolo _ponte del Rio_, che metteva ad un
sentieruolo stretto e ombroso fiancheggiante il torrente, all'estremo
confine della brughiera. Prima di pranzo egli la incontrava ancora
allo stesso luogo; si vedevano di giorno e si vedevano di sera al
_Villino delle Grazie_. Insomma furono quelli giorni proprio beati
pei due giovani sposi. Era tutta pace, era tutto sereno la vita,
e se pur qualche nuvoletta compariva ancora in mezzo all'azzurro
placido del cielo, era tosto dileguata dal loro bel sole splendente
nella solitudine della campagna. Tutto il mondo, per essi, rimaneva
circoscritto dal _ponte del Rio_ al _Villino delle Grazie_, e
chiudeva il loro orizzonte il verde scialbo e arsiccio della brughiera
sterminata. Al di là c'era il nulla, il buio... non ricordavano più che
cosa c'era. Giulio Barbarò aveva quasi perdonato a suo padre; lo aveva
quasi dimenticato; e la Mary, alla sua volta, nell'egoismo del proprio
amore, non pensava quasi più allo zio povero e lontano. D'altra parte
le ore correvano tanto presto, e le giornate erano tanto brevi!...
Bastavano appena appena per loro due! Che! bastavano? Non bastavano
nemmeno! Non facevano mai a tempo a dirsi tutto quanto avevano in cuore.
Ogni volta guardavano l'orologio con un senso di terrore: era sempre
molto più tardi di quanto credevano. Che brutta invenzione quella degli
orologi! Col loro _tic tac_ non lasciavano un minuto per respirare.
La Mary, per ciò, si faceva aspettare tutti i giorni a colazione e a
pranzo, e arrivava in sala rossa e affannata, calmandosi appena quando
vedeva il sorriso indulgente di Angelica.
E così il giorno delle nozze si avvicinava a gran passi, quantunque
i fidanzati, pareva, non avessero fretta. Sentivano forse nel loro
cuore, che il momento più felice è appunto l'aspettativa della
felicità?... Pare giunse l'ora in cui le carte erano in regola, e tutte
le altre pratiche ultimate. Da Milano erano arrivate le licenze per
sottoscrivere il contratto al Municipio di Gallarate, e per celebrare
le nozze nella chiesetta del Villino. Allora, mostrandosi sempre
irresoluti, lasciarono alla marchesa di fissar l'ora, ed essa indicò
le sette del mattino per il contratto, e le otto per la cerimonia
religiosa.
In quegli ultimi giorni che precedevano il suo matrimonio anche
la Mary non si mostrava più tanto disinvolta. Era diventata timida
anch'essa, come il suo Giulio. Non lo guardava più negli occhi
coll'usata serenità; ma arrossiva subito, lo guardava appena alla
sfuggita, e nello scambiarsi il mazzolino di fiori che si preparavano a
vicenda nel recarsi ai convegni, tremavan loro le mani; nel salutarsi,
tremava loro la voce. La Mary invece di correre come prima ilare,
saltellando, ad attaccarsi al braccio dell'amico, gli camminava dinanzi
per il piccolo sentiero, silenziosa e a capo basso.
A un certo punto della passeggiata, dov'era più cupa l'ombra dei pini
e dove si fermavano sempre, si fermavano anche allora, ma la fanciulla
invece di buttarsi a sedere per terra si voltava sorridendo, e Giulio
notava con inquietudine che in quei giorni s'era fatta più pallida e
più abbattuta.
--Sei stanca?... Non ti senti bene?
--No, sto bene. Guarda che ore sono: dev'essere tardi, e non voglio
farmi aspettare.
--Sono le dieci.
--Son già le dieci?... Dio, Dio, com'è tardi! Giulio, nel ritornare
le offriva il braccio, e la Mary vi si appoggiava leggera leggera,
diventava di nuovo silenziosa mentre il suo petto si faceva anelante, e
gli accadeva spesso d'inciampare.
In quel silenzio quieto della tarda ora del mattino si sentivano i loro
cuori che battevano insieme.
Erano sempre le farfallette, le belle farfallette dalle ali smaglianti
che venivano in loro aiuto Quando ne vedevano due posarsi l'una dopo
l'altra sullo stesso fiore, la fanciulla si fermava e fermava Giulio,
perchè non voleva spaventarle; ma nel fermarsi gli si appoggiava al
braccio più fortemente.
--Anche noi, Nino, sempre così?
--Sì,--rispondeva appena il giovanotto.
--Sempre?
--Sempre, sempre.
Si guardavano, tutti e due fermi, a braccetto.... poi si guardavano
attorno.... La brughiera era deserta: fra i tronchi dritti e brulli dei
pini non si scorgeva anima viva. Allora tornavano a guardarsi negli
occhi e un bacio, un piccolo bacio, scappava dall'uno all'altra....
Scappavano insieme, impaurite anche le farfallette belle dalle ali
smaglianti, ma ormai Giulio e la Mary non pensavano più a loro.
Sebbene assorto nella felicità, Giulietto Barbarò non venne meno ai
propri proponimenti. I due fidanzati avevano dovuto abbandonare il
primo disegno di andare a stabilirsi in paese straniero, e ciò perchè
mancavano i quattrini. Alla Mary, dopo che lo zio Francesco volle
disporre di tutta la sua parte per pagare il debito verso Pompeo
Barbetta, non restava più se non una rendituccia di un migliaio di
lire, colla quale certo non si poteva vivere.... nemmeno d'amore; e
fuori d'Italia, anzi fuori di Milano soltanto, Giulio Barbarò, privo di
studi e nuovo agli affari, non avrebbe potuto procurarsi un conveniente
collocamento. Invece a Milano gli fu facile ottenere un posto di tre
mila lire, con diritto all'aumento dopo il primo anno di prova, presso
una nuova società industriale a cui dava credito l'avere il figlio del
Barbarò negli uffici della propria amministrazione. E intanto con tre
mila lire, si poteva campare; quando poi sarebbero stati... in tre,
avrebbero avuto diritto all'aumento.--Com'era facile la vita!
Giulietto, per un sentimento di dovere filiale a cui, in nessun modo,
non avrebbe mai potuto venir meno, volle dare partecipazione a suo
padre di questi nuovi avvenimenti con una lettera che gli scrisse
d'accordo colla Mary; una lettera piena di nobiltà e di fermezza, pur
nella sua forma più ossequente e rispettosa.
Pompeo Barbarò non gli rispose, ma corse subito a consigliarsi collo
Zodenigo, che ormai era il suo confidente generale, anche nei rapporti
di famiglia, e persino in materia di galanteria. E il professore
appunto, per mostrarsi degno di tutte le attribuzioni di cui era
stato investito, gli suggerì un colpo da maestro per il quale, mentre
sosteneva la propria dignità in faccia ai figliuoli, avrebbe forse
ottenuto pur anche di riavvicinarsi alla marchesa di Collalto, che il
Barbarò, in quegli ultimi tempi, incontrava spesso a Milano, e che più
di una volta avea tentato inutilmente di salutare.
Lo Zodenigo, insomma, consigliò al suo cliente di scrivere
_direttamente_ alla marchesa, di metterla intermediaria fra lui e gli
sposi. Se il passo era un po' ardito, si doveva perdonar molto a un
povero padre che avea perduto la testa, e poi la marchesa stessa non
era stata più di una volta in casa Barbarò insieme colla Mary, mentre
Giulietto era aggravato?... E Giulietto medesimo, non continuava a
frequentare i Collalto? Non era tutti i giorni al _Villino delle
Grazie_? A chi avrebbe potuto rivolgersi il cavalier Pompeo, per fare
intendere le proprie ragioni al figliuolo, se non alla marchesa?
E dopo di avergli suggerito l'idea della lettera, lo Zodenigo gliela
dettò anche in parte. In parte soltanto, perchè il deputato di
Borghignano ambiva a fare un po' da sè in punto di lettere, e non
voleva rinunciare all'efficacia delle proprie espressioni per andare
all'accatto di riboboli.
Pensarono insieme di cominciar la lettera facendo le scuse, "per
l'ardimento di quell'atto, al quale un povero padre era stato spinto
dalla disperazione. Un povero padre" volle aggiungere il Barbarò
"ricompensato dei molti ed onerosi suoi sacrifici, colla più ottusa
testardaggine e colla più nera ingratitudine." Poi, continuando, il
solito padre sentiva il bisogno di ringraziare l'illustrissima marchesa
per la degnazione avuta nel prendersi tanto a cuore la sorte del suo
signor figlio (più matto forse che cattivo) e per aver superato, con
un nobile impulso di pietà, ricordi spiacevoli, onorando colla sua
presenza la casa dell'ultimo dei suoi servitori.
"Del resto gli anni che maturavano il cuore," è inutile far notare
che questo periodetto era quasi tutto dello Zodenigo, "gli anni che
maturavano il cuore e calmavano le passioni, non gli avevano lasciato
nell'animo altro che un sentimento di devozione profonda, e confuso di
rossore invocava un perdono del quale lo rendeva degno il più sincero
pentimento.
"La signora marchesa doveva essere giusta: in quel doloroso frangente
a chi mai egli avrebbe potuto rivolgersi se non a lei?... A lei buona,
a lei gentile, a lei ospite graziosa della signorina Alamanni?... A
lei tanto addentro, per sola sua degnazione, nella confidenza di quel
_caparbio ingrato_? Non era in sua casa che si dovevano celebrare le
nozze? D'altra parte Giulio non frequentava altro che il _Villino delle
Grazie_. Giulio non vedeva più nessuno all'infuori della Mary e della
illustrissima signora marchesa."
Aggiungeva in oltre che la sua dignità paterna, non gli consentiva di
rivolgersi direttamente, per difendersi, a chi, contro tutte le leggi
del sangue gli si ribellava, schierandosi fra i suoi calunniatori.--"Oh
lui poteva ben mostrare la propria innocenza, ma non lo voleva fare
con suo figlio: lo avrebbe fatto, lo poteva fare invece colla signora
marchesa... "
E a questo punto difendeva coi soliti argomenti il proprio passato,
respingendo tutte le accuse, che per mene elettorali, gli eran state
scagliate addosso.
Qual era, infine, il suo gran torto? Quello di non essere stato
un eroe, o un matto che dir si voglia. Sì, non aveva vergogna di
confessarlo: in quella notte sciagurata, quando erano venuti i croati
per arrestare il signor Giulio Alamanni, trovandosi solo e inerme in
mezzo a una pattuglia di ubriachi, di belve feroci che lo minacciavano,
che lo punzecchiavano colle baionette, che gridavano di voler passare
parte a parte la sua povera moglie e il suo figliuolo, lui aveva avuto
paura, e si era lasciato strappar di mano le chiavi della casa, invece
di farsi ammazzare inutilmente.--Ecco tutto il suo gran delitto; ecco
in qual modo aveva fatto la spia! Poi tornava a lamentarsi dei _suoi
figli_, pure terminando col dire che si sapeva troppo _dolce di
pasta_, e che sempre si sarebbe sentito proclive al perdono. La porta
della sua casa sarebbe stata aperta ai suoi figli in ogni tempo e ad
ogni ora, ma ad una condizione...: "siccome lì sotto ci vedeva lo
zampino della signorina Alamanni, che invece di compiacersi di essere
il pegno soave della concordia, pareva godersi a seminare la zizzania,
così la porta sarebbe stata aperta soltanto quando ci fosse venuto a
battere lei stessa, la sua signora nuora. A lei avrebbe aperto; ad
altri no."
E qui la lunga lettera, dopo aver rifatto le scuse, finiva coi soliti
complimenti; ma nel copiarla, quando lo Zodenigo se n'era già andato,
il Barbarò pensò di aggiungervi ancora un poscritto.
PS. "_Intrattanto farò il riflesso alla Signoria Vostra Illustrissima
che se il mentovato mio figlio Giulio ha potuto buscarsi ancora un
bel impiego lo deve, insieme a tutto il restante, per il credito del
mio nome in cuanto è sempre un valore. Ma non mi dica grazie, che fa
l'istesso. È sempre il mio destino di essere pagato col ingratitudine
per corispettivo._"
Nel ricevere una tal lettera la marchesa Angelica ebbe un impeto di
sdegno:--"Il villano osava scriverle!..." E insieme allo sdegno,
paurosa e superstiziosa come tutti coloro che amano, sentì anche uno
stringimento al cuore. La lettera del signor Pompeo non gli era stata
portata sola, sul vassoio, dal servitore. Sotto la busta grossa e
usuale ne nascondeva un'altra elegantissima e profumata collo stesso
profumo che usava la marchesa; una letterina dalla forma inglese, col
bollo postale di Napoli.
Ma passato lo sdegno, superato il senso di timore sinistro, a mano a
mano che rifletteva su quanto le avea scritto il Barbarò, dovette pur
convenire che non volendo costui rispondere a suo figlio, e nemmeno
scrivere direttamente alla Mary, non gli rimaneva altro partito che
rivolgersi a lei.
Tuttavia, anche dovendo giustificare quell'atto, si trovava sempre
in un grande impiccio circa al modo di regolarsi. Essa, a sgravio di
coscienza, aveva subito fatto leggere la lettera tanto a Giulio, quanto
alla Mary, i quali erano andati d'accordo nel risponderle che la loro
risoluzione era immutabile. Come doveva dunque comportarsi rispetto a
quel... a... al signor Pompeo?
Bisognava fargli avere una risposta. Era il cuore di un padre, che si
era rivolto a lei.
--Gli doveva scrivere?--No, no. La ripugnanza era troppa!--D'altra
parte doveva pur fargli sapere qualche cosa, anche pensando
all'avvenire stesso di Giulio e della Mary.
Con questa idea volle farsi animo, e dominando a mala pena un senso
di ribrezzo, prese un suo biglietto di visita, e rimanendo in piedi,
presso il tavolino, vi scrisse sotto, in fretta, alcune parole,
lo cacciò colle dita tremanti nella busta, vi fece rapidamente
l'indirizzo, poi buttò via la penna, chiamò la cameriera, e dopo averle
indicato la lettera che non voleva più toccare, "alla posta subito,"
mormorò, e scese in giardino, ancora tutta rossa e agitata, per
respirare all'aperto.
Che fatica, che tormento era stato il suo!... E non supponeva nemmeno
come poi il signor Pompeo avrebbe accolto quel bigliettino. Altrimenti
non lo avrebbe di certo mandato.
Il Barbarò che già cominciava ad esser inquieto e ansioso, tornando a
casa vide subito la lettera, fra le altre, sul tavolino della porteria:
corse a prenderla, e la strinse con quel tremito nervoso della mano che
non poteva mai vincere quando apriva o intascava i grossi pacchi di
biglietti di banca. Poi montò le scale in un lampo. Voleva godersela
quella lettera: voleva leggerla solo solo nel suo studio, sicuro di non
essere seccato.
Era contento, allegro, trionfante.
--Ha proprio risposto!... S'è degnata di rispondere la
superbaccia!--Buon segno! Buon segno! Comincia a mettere giudizio....