fidato di tutti!--gemette l'Alamanni con un singhiozzo.
A questo punto gli si parò dinanzi ad un tratto tutto l'abisso nel
quale era stato precipitato per la sua cecità, per la sua buona fede.
Si sentiva preso, stretto in una rete ordita da lunga mano, e dalla
quale non avrebbe più potuto liberarsi: era perduto per sempre e
disonorato.
--Maledetta!--urlò afferrando ancora il braccio della Balladoro,
stringendolo in modo da storpiarlo.--Maledetta! Maledetta!... Mi avete
tradito!... Mi avete venduto! Sì, voi avete venduto me, come Pompeo
Barbetta ha venduto mio fratello!... Lui venduto alla forca, io al
disonore; ma il danaro è sempre quello: danaro rubato!
--Misericordia!... Aiuto!... Filomena!...--si mise a strillare la
Balladoro come una disperata.--Filomena, _el me copa!_...
La vecchierella, udita la voce della padrona che chiamava aiuto, venne
subito sull'uscio tutta trafelata, e colla scopa alzata in mano, ma
vedendo il signor Francesco colla padrona, rimase interdetta. La
Balladoro approfittò del momento, riuscì a svincolarsi, e scappò in
camera sua dove si richiuse asserragliando la porta. E fece bene,
perchè la disperazione dell'Alamanni giungeva al parossismo.
--Gesù Maria!...--balbettava la Filomena,--Gesù Maria!
L'Alamanni urlava e imprecava fra i singhiozzi che pareva gli dovessero
schiantare il petto poderoso. Nel salotto metteva tutto sossopra,
rovesciava a calci le sedie, e con un pugno scaraventava all'aria
il ritratto del maestro Forapan, che troneggiava fra gli altri dei
nobili parenti. La Filomena, zoppicando, seguitava da presso il signor
Francesco, rimettendo tutto al posto pazientemente, e sospirando e
gemendo tentava invano di acquetarlo e di calmarlo un poco.
--Maledetta!... Maledetta!...--continuava a urlare l'Alamanni, che non
sentiva più altro che quel suo gran dolore.--Maledetta!... I danari del
Barbarò!--e alzava il pugno irrigidito, imprecando contro sè stesso, e
contro Dio, contro la patria, contro tutti, e più di tutti contro la
sua povertà che lo aveva fatto cadere in mano di una spia.
Dio?... Non aveva ascoltato la voce di suo fratello morente, e non
lo aveva vendicato:--Maledetto!--La patria?... Aveva preso il suo
sangue, ma glielo buttava in faccia per prostituirsi alla spia che
aveva i milioni:--Maledetta!...--La famiglia?... La Balladoro lo
aveva venduto.... La Mary, la sua figliuola, lo aveva abbandonato
e ingannato, maledetta!...--La povertà, della quale si compiaceva
come di una virtù, come dello specchio più limpido della sua vita
intemerata, lo rendeva impotente contro i suoi nemici, impotente nella
battaglia per l'onore, per la giustizia, per la verità: "maledetta!...
maledetta!..."
Dopo questo primo sfogo e terribile, Francesco Alamanni se ne andò
contraffatto in viso e barcollando come un ubriaco. Per la strada
borbottava sempre e tremava: gli tremavano le gambe, le mani; gli
tremavano le parole sulle labbra. Giunto all'albergo, rientrato appena
nella sua stanza, cadde come morto, disteso per terra.
Il cameriere, ch'era andato a cercarlo verso sera per portargli un
dispaccio, lo trovò ancora in quello stato. Cercò di sollevarlo: era
svenuto, e aveva una larga ferita in mezzo alla fronte. Il dispaccio
poi veniva da Panigale, ed era la risposta di Pompeo Barbarò, concepita
in poche parole:
"_Rivolgetevi Donna Lucrezia: avrete spiegazioni necessarie._"
Intanto, passato il primo sbalordimento, in tutto il collegio di
Panigale, la lotta politica pro e contro il cavalier Barbarò diventava
sempre più accanita.
Salvatore Cammaroto, forte delle rivelazioni di Nicola Mazza,
ripubblicava il famoso dispaccio nella _Colonna di fuoco_, facendolo
seguire da altre lettere di notissimi patriotti, piene di particolari
che si riferivano all'arresto, alla prigionia, alla morte di Giulio
Alamanni. Il Cammaroto medesimo raccontava e descriveva sulla gazzetta,
coi più vivaci colori, il momento solenne in cui l'Alamanni e il Mazza
erano stati graziati ai piedi della forca, dopo aver dovuto assistere
alla esecuzione dei loro compagni. Era una pagina terribile che faceva
piangere e fremere di pietà, di dolore e di orrore.
Ma, dall'altra parte, Eugenio Zodenigo, valendosi della macchina
celere ultimo modello, che gli era appena giunta dal Belgio, innondava
tutto il collegio con migliaia e migliaia di copie del _Moderatore_,
portante la dichiarazione di Donna Lucrezia Balladoro, e la conferma
del matrimonio concluso e assai prossimo della Mary Alamanni con Giulio
Barbarò.
"A chi credere dunque? Al padre Cammaroto o al professore Eugenio
Zodenigo?..."
E, come succede in tutte le lotte politiche, gli elettori di _Destra_
continuavano a credere e a giurare pel loro candidato e pel loro
giornale, mentre quei di _Sinistra_ s'infervoravano maggiormente per
l'Alamanni, tenendo come Vangelo tutto quanto stampava e pubblicava il
Cammaroto. E gli uni e gli altri s'inasprivano e si accendevano sempre
più.
Se non che, il _Moderatore_ aveva più quattrini del suo emulo, aveva
molti quattrini e una forza maggiore e straordinaria di espansione.
Un intiero reggimento di agenti, di fattori, di assistenti, di coloni,
un po' per timore, un po' per interesse, facevano pressione sugli
elettori dipendenti e imponevano le loro ragioni e il loro candidato.
I preti erano col Barbarò per amore del benefizio, e in odio al
Cammaroto; la Prefettura, per il voto sicuro; il grosso degli elettori
non ne capiva niente di tutti i discorsi di _partito_ e di _principî_:
votava pel signor padrone. Per essi il _partito_ era il podere o la
fattoria; il principio, il paiuolo, della polenta; la Nazione, il
signor cavaliere. Bisognava servirlo e sostenerlo anche esecrandolo!
Bisognava sopportare il male per la paura del peggio. E su quell'onda
di affamati il _Moderatore_ navigava sicuro, col vento in poppa,
seminando quattrini e promesse.
Mentre la _Colonna di fuoco_ tirava appena un migliaio di copie, lo
Zodenigo ne stampava del suo giornale sei o sette volte tanto; e colla
maggiore diffusione riusciva più dell'altro a riscaldare i tiepidi, ad
appassionare gli indifferenti, a scuotere i pigri, a riempire di rumore
le teste vuote.
All'ultimo momento il _Moderatore_ fu anche regalato ai rivenditori; e
questi, allora, non ne vollero più sapere della _Colonna di fuoco_. Per
parare il colpo gravissimo, parecchi amici dell'Alamanni noleggiarono
varie carrozze, e si misero a girare per il collegio, vendendo o
regalando alla lor volta, la _Gazzetta_ del Cammaroto, seguiti da
una turba di monelli che strillavano evviva all'Alamanni e morte al
Barbarò; ma la chiassata fece più fracasso che effetto.
Nel frattempo era trapelata anche a Panigale una qualche voce circa
il tentato suicidio di Giulio Barbarò; pure succedeva di questo fatto
come di tutto il resto. Non essendo cosa sicura, era creduto, o negato,
secondo il tornaconto.
Fu poi affissa su tutti i muri del collegio una lettera di Garibaldi
che raccomandava "agli elettori liberali di Panigale, e a tutti i
nemici dei preti e della tirannide" la elezione dell'eroico colonnello
Francesco Alamanni "il fratello del generoso martire dello Spielberg!"
Destò grande entusiasmo, ma pochi assai furono i voti guadagnati.
Invece Beppe Micotti, che non si curava di commuovere il sentimento
patrio, ma distribuiva i pezzi da cinque franchi; che non perorava
in nome della giustizia e della moralità, ma prometteva la minestra
dopo dato il voto al Barbarò, e noleggiava carrozze per gli elettori
più lontani del collegio, otteneva nella sua propaganda, un miglior
successo. E Don Rosario lo assecondava dal confessionale, spaventando
le donne e minacciando tutti i fulmini del cielo se i loro uomini
fossero andati a votare per quel framassone dell'Alamanni, sostenuto da
un frate rinnegato e scomunicato.
Tuttavia, giunti al sabato sera, alla vigilia cioè della votazione,
il Cammaroto e lo Zodenigo, e con essi i componenti i diversi partiti
erano certi del pari della vittoria. Anzi i democratici fecero un gran
pranzo per festeggiare anticipatamente il sicuro trionfo del loro
candidato, all'osteria di _San Michele_, mentre la banda civica suonava
l'inno di Garibaldi; e quegli altri, auspice Don Rosario, stapparono
allegramente in canonica una dozzina di bottiglie per la vittoria non
meno certa del cavaliere.
La mattina della domenica il capoluogo del collegio era in tumulto;
e dal Municipio fu telegrafato alle stazioni più vicine domandando
un rinforzo di carabinieri. Ma, cattivo segno per l'Alamanni, erano
i suoi fautori che si mostravano più accesi e che gridavano di più.
Gridavano in piazza, dinanzi al Municipio; nel caffè, nelle osterie,
accusando gli avversari di brogli e di corruzioni; protestando perchè
il seggio era stato preso d'assalto dagli agenti del Barbarò; perchè le
autorità e il Governo aveano fatta, sottomano, la guerra all'Alamanni;
e accoglievano a fischi le carrozze che conducevano a votare gli
elettori.... della _minestra_.
La piazza a poco a poco si era accalcata, stipata di gente: pareva
che da un momento all'altro dovesse scoppiare la rivoluzione, e al
Municipio erano in grande apprensione perchè i rinforzi domandati
tardavano ad arrivare.
Era solo il Barbarò a non saperne nulla del pericolo che correva. Il
sindaco di Panigale e il presidente del _Comitato degli agricoltori_,
non facevano altro che congratularsi con lui per il trionfo ormai
assicurato. Beppe Micotti e Don Rosario gli contavano i voti
accaparrati: lo Zodenigo gli aveva scritto da Milano una lettera
rassicurante in cui narrandogli per filo e per segno quanto era
successo, concludeva pronosticando che quella mattìa del buon ragazzo,
invece di rovinare ogni cosa, come si temeva sul principio, era in
procinto di accomodare tutte le faccende.
"Furba l'innocentina!..." pensava fra sè il Barbarò. "Non si è
lasciata, scappar l'occasione propizia per riagguantare il marito....
e i miei milioni!... D'altra parte è una ragazza che ha sempre avuto
buon senso, e ci vuol poco a capire come l'è stata gonfiata tutta
questa storiella del dispaccio. Io non ho mai fatto la spia, e lo posso
giurare sul capo del mio unico figliuolo. Calunniatori, mentitori
infami!... eccola la verità: sono stato costretto a parlare sotto la
minaccia della forca immediata. Volevano impiccar me, e con me anche la
mia povera moglie!... Altro che far la spia, buffoni!..." Poi, un altro
pensiero lo calmò, e lo fece sogghignare: quello della marchesa.
--Ah, ah, la superba, la schifiltosa, non ha sdegnato questa volta di
mettere i piedi in casa mia!... Che il capitano l'avesse piantata?..
Che le cambialette del marchese coll'avallo suo che ci sono alla _Banca
degli interessi lombardi_ abbiano finito per persuaderla a mettere
giudizio, e approfitti anch'essa della buona occasione per far la pace
col signor Pompeo?...
Gli occhietti loschi scintillarono: sulle guance verdognole gli corse
una vampa rossa di fuoco, e strappandosi coi denti guasti e aguzzi
i peli delle labbra, che si facevano sempre più grossi e più radi,
mormorò:
"Voglio averti ancora!... Voglio almeno vendicarmi!... Dovessi buttare
anche un monte di quattrini dalla finestra!..."
Ma poi, alla mattina della domenica, mentre contento e tranquillo,
ascoltava in chiesa la messa cantata, le mille miglia lontano da ciò
che l'aspettava, udì i primi fischi e le grida di _morte_ al suo
indirizzo. Allora in un sussulto di paura dimenticò nuovamente la
marchesa Angelica, la sua elezione e tutto il resto, per non pensare
più ad altro che a mettersi al sicuro, maledicendo al solito la
propria imprudenza e la perfidia del professore.
--Dio, Dio, mi vogliono ammazzare!... Aiuto! aiuto! un povero padre di
famiglia!... Sono innocente!... sono innocente!...
E non aveva tutti i torti di essere così spaventato, perchè
l'esaltazione della folla era giunta al colmo; gli si voleva far la
festa per davvero.
Beppe Micotti, Don Rosario, che non ufficiava, e lo scaccino lo
nascosero subito in sacristia, e poi dalla sacristia, per una porticina
che metteva sopra un vicolo senza uscita, lo fecero scappare in
canonica, e lo chiusero a chiave nella camera dell'arciprete. Ma
durante la fuga, per quanto precipitosa, il Barbarò avea potuto vedere
affissi ai muri delle case e della chiesa, tanto da coprirli per un
gran tratto, cartelloni e manifesti con su stampato a grossi caratteri:
"Non eleggete il fornitore ladro.--Non date il vostro voto al mercante
di pellagra.--Morte alla spia di Nicola Mazza.--Morte al carnefice di
Giulio Alamanni.--Abbasso l'usuraio." Tutta la sua vita insomma pareva
riassunta da quei mille fogli a colori, come in un terribile sommario.
Intanto la folla che aspettava il Barbarò fuor di chiesa, avvertita
della sua fuga si avviò, urlando e fischiando anche più forte, alla
casa dell'arciprete, dove cominciò a lanciare sassate contro la porta
e le finestre, e a minacciare di peggio; ma infine (era proprio
tempo, perchè le cose si mettevano assai male) giunse il rinforzo dei
carabinieri e della truppa, chiesto dal Municipio e allora, arrestati
dieci o dodici dei più sfegatati dimostranti, l'ordine fu presto
ristabilito per tutto Panigale, dove non si udirono più altre grida
all'infuori di quelle delle povere donne, a cui avevano preso il
marito, o l'amante.
Ma il povero Barbarò passava il quarto d'ora più terribile di tutta
la sua vita. Dalla piena fiducia era ricaduto a un tratto in un tale
abbattimento da non aver più nemmeno la forza di muoversi, da non
poter più, quasi, nemmeno respirare. Rannicchiato in un cantuccio
in fondo alla camera, fra il cassettone e il letto dell'arciprete,
tremava tutto, e batteva i denti per la paura. Quando dalla folla
scoppiava un urlo, un uragano di fischi e d'imprecazioni contro di
lui, si nascondeva il capo fra le braccia per non sentire e borbottava
orazioni, pregando Dio e i Santi di salvargli la vita; promettendo che
avrebbe espiato, che avrebbe speso tutti i suoi danari, per rimediare
al male che aveva fatto.
Come già gli era successo in quella notte di angosce, al tempo del
_Processo dei fornitori_, la verità nuda e terribile mentre lo
sbigottiva colla minacciata vendetta degli uomini, gli toglieva ogni
speranza nell'aiuto e nel perdono di Dio. Si turava le orecchie coi
pugni stretti per non sentire, ma le grida tumultuose di _morte alla
spia_ gli penetravano nel cervello e nell'anima e lo agghiacciavano di
terrore.
Chiudeva, affannato, gli occhi, ma gli apparivano lontani nel buio, e a
poco a poco si avvicinavano e ingrandivano in forme sferiche, roteanti,
i manifesti gialli, rossi, scarlatti, tutti colla parola _spia_, tutti
colla parola _morte_; e più serrava forte le palpebre e più li vedeva
grandi e gonfi, con cerchi di fuoco, che mutavansi a volte in immagini
spaventose nella faccia scarmigliata e boccheggiante dell'Alamanni,
nel viso smorto e contraffatto della povera Betta.
"Assassino!... Spia!... Morte alla spia!" si continuava a gridare dalla
strada.
"No! Non è vero!... Dio, Dio, non è vero!... Non ho fatto la spia!...
Mi han costretto a parlare colla minaccia della forca!" rispondeva
Pompeo con voce smorta.
Una sassata mandò in frantumi tutti i vetri della finestra... un freddo
mortale gli corse per la vita.
No.... Dio vedeva tutto, sapeva tutto!... Gli vedeva in fondo al cuore,
là dove c'era la Betta e Giulio Alamanni che lo fissavano con occhi
fiammeggianti. No, no! non poteva ingannare Dio come avea fatto coi
giudici: non lo poteva comperare come aveva fatto coi preti; non lo
poteva battere e dominare, come avea fatto collo Sbornia!...
Sì, era stato una spia! Sì, aveva venduto Giulio Alamanni, il suo
padrone, non per altro che per rubare le cinquantamila svanziche....
Sì.... aveva soffocata la Betta per paura di essere scoperto!...
Oh l'orefice del _Gobbo d'oro_!... L'orefice del _Gobbo d'oro_ era
più felice di lui!... Almeno era sicuro in mezzo alle guardie, e non
correva il pericolo di essere fatto a pezzi da una folla briaca di
vendetta.
Si buttò allora in ginocchio, colla faccia per terra,
balbettando:--"Perdono, perdono!... La vita!... Non domando altro che
la vita!... Farò penitenza di tutto!... Farò dir tante messe!... E
continuò così per un pezzo a tremare e a pregare."
Ma a poco a poco, in quel frattempo, gli urli e i fischi erano cessati.
Pompeo rialzò la testa, si guardò attorno.... si mosse adagio,
cominciando a respirare... quando udì a un tratto un frastuono di voci
e di passi che saliva per le scale.... che si fermava sull'uscio della
sua camera.... Tese l'orecchio: udì girare la chiave nella toppa....
--Oh Dio!... Vengono ad ammazzarmi!--e tremando più di prima, si rizzò
in piedi di scatto, cogli occhi sbarrati, coi capelli irti, colla
fronte grondante di sudore.
La porta si spalancò subito, e un gran mucchio di persone entrò
precipitosamente nella camera. C'erano fra gli altri Don Rosario e
Beppe Micotti, insieme col sindaco di Panigale e col presidente del
comitato, che rimasero lì per lì un po' sconcertati vedendo la faccia
livida del cavalier Barbarò.
--Che volete? Che cosa mi volete fare?... Lasciatemi in
pace!--balbettava Pompeo con voce fioca, e col petto ansante.
--Niente paura!--ghignò Beppe Micotti fissando il padrino con aria
beffarda.--Veniamo a portarle i voti: la somma è giusta e il conto
torna!
--Vittoria! signor cavaliere!--strillò Don Rosario.
--Vittoria!... Vittoria!...--gridarono tutti gli altri levando in alto
i cappelli.
--Tacete, fate piano, per amor di Dio!...--balbettò Pompeo tentando di
chiudere la bocca a Don Rosario.--E... l'Alamanni?...
--È rimasto nella tromba con trecento voti meno di noi,--esclamò il
presidente del comitato.--Evviva l'onorevole Barbarò!...
--Evviva! Evviva!--rispose in coro tutta la comitiva, meno Beppe
Micotti, che continuava a sogghignare.
--Grazie, grazie.... ma non gridate tanto forte,--raccomandò Pompeo,
sempre spaventato guardando verso la finestra.--E la dimostrazione?...
--Finito tutto!...--esclamò il sindaco con piglio marziale.
--Sono arrivati i gastigamatti!--tornò a strillare Don Rosario che
più rosso, più rubicondo saltava attorno per la stanza ridendo a
crepapelle.--Viva il signor cavaliere!
--Viva il nostro deputato!...
Pompeo si arrischiò a guardare dalla finestra: la strada era vuota.
Allora respirò più libero, e rispose con effusione ai saluti, alle
strette di mano.
"Che paura ho avuta!" pensava intanto fra sè. "Matto, matto!... come
mai avevo dimenticato i soldati, i carabinieri?!..."
I vetri tremarono un'altra volta al fragore degli evviva, che
rintronavano più fortemente perchè non venivano dalla strada, ma dal
cortile della casa.
--Evviva l'onorevole Barbarò!...
--Evviva il nostro deputato!...
Pompeo, ancora sbalordito, ringraziava tutti; raccomandava a tutti
la calma, la prudenza, per non inasprire _quegli_ altri; e infine,
sorridendo intontito, non sapendo che cosa si facesse, nè che cosa gli
facessero, si lasciò trascinare da' suoi elettori più esaltati sopra un
loggiato interno, che dava appunto sul cortile.
Da tutte le parti scoppiarono nuovi e più fragorosi applausi: e le
stesse trombe e gli stessi tromboni della banda civica, che la sera
innanzi avevano suonato l'_inno di Garibaldi_ in onore di Francesco
Alamanni, assoldati con doppia paga da Beppe Micotti, intignarono
allora, con un tempo _allegretto-vivace_ "_La bandiera dei tre
colori_", a tutta gloria dell'onorevole Barbarò.
PARTE QUARTA
L'AMORE.
I.
Dopo quasi un mese d'incertezze e di ansie per chi gli voleva bene,
Giulio Barbarò, superato ogni serio pericolo, entrava a gran passi
nella convalescenza, e i medici andavano superbi dell'ottimo risultato,
perchè oltre alla gravità della ferita avevano temuto assai anche per
la complessione troppo gracile del giovanotto. Ma pure anche la scienza
sarebbe stata inefficace se non fosse intervenuto un miracolo...
un miracolo compiuto da una santa, dagli occhi neri e profondi. In
fatti appena Giulietto Barbarò si riebbe un poco, vedendosi la Mary
vicina, si sentì subito consolato e, debole com'era e colla febbre,
aprì l'animo ai sogni rosei della speranza, ai vaneggiamenti più
appassionati dell'amore.
--Vivrò per te... solo per te... tutto per te. Vivremo lontani,
ignorati, sotto altro nome--furono queste le prime parole ch'egli le
rivolse balbettando, mentre la Mary gli sorrideva con quel sorriso
dolcissimo che le donne innamorate hanno imparato dagli angeli.
E da quel momento, Giulietto volle vivere per la sua cara... poi volle
guarire in fretta, per poterla ritrovare.
La Mary, appena avuta l'assicurazione dai medici che ogni pericolo
era scomparso, si era subito arresa ai buoni consigli della marchesa
Angelica e si era lasciata ricondurre presso lo zio Francesco. Ma
nel frattempo anche lo zio Francesco si era ammalato, e tanto più
gravemente, in quanto il suo male era un poco nella testa e molto nel
cuore. Gli ultimi avvenimenti gli avevano turbato lo spirito, la sua
tempra gagliarda aveva ceduto al colpo inaspettato. Dopo il colloquio
con Donna Lucrezia aveva la fissazione che "la vecchia matta" lo avesse
tradito, e che anche la Mary, acciecata da una passione indegna, non
fosse rimasta del tutto estranea al tranello. Per lui non c'era più
scampo, non c'era più riabilitazione possibile. Il turpe fango dei
danari avuti da un Barbarò, dalla spia di suo fratello, aveva macchiato
per sempre il loro nome intemerato. In quei giorni, mandato a chiamare
un uomo d'affari di sua piena fiducia, gli avea dato incarico di
liquidare subito quanto ancora gli rimaneva di beni, perchè voleva
pagare tutti i debiti contratti dalla Balladoro verso il Barbarò,
durante la minorità della Mary. Ma tutto il suo non era stato bastante
per coprire la somma. Egli certo, a poco a poco, vivendo fra, gli
stenti, mangiando appena per aver forza di lavorare, avrebbe restituito
tutto fino all'ultimo soldo... e poi si sarebbe ammazzato. Egli, certo,
avrebbe abbandonato subito l'Italia, per nascondere a tutti la propria
vergogna... Ma intanto non poteva nasconderla a sè stesso; intanto
rimaneva sempre debitore... debitore verso Pompeo Barbetta!... Questo
pensiero non gli lasciava pace un momento, aumentava il suo furore
contro Donna Lucrezia, la sua collera contro la Mary.
--Non è più mia nipote,--mormorava.--Non è più la figliuola di Giulio
Alamanni.... È la nuora della spia!--L'espressione di bontà che prima
spirava dal suo volto era scomparsa, come erano scomparse dal suo cuore
le belle illusioni. Il mondo era tutto pieno di canaglia. Tutti falsi,
tutti bugiardi; adoravano un Dio solo: il danaro. La patria?... Che
cos'era la patria? Era... gli elettori di Panigale!
Nel mettere a parte la marchesa di Collalto dei suoi nuovi disegni,
Francesco Alamanni le lasciò la Mary in custodia finchè il matrimonio
fosse stato compiuto. Egli non poteva assistervi: partiva. E partiva
apposta per nascondersi, per non vedere tanta vergogna. Poi... voleva
andare in America a fare anche il lustrascarpe per pagare tutti i suoi
debiti. Poi.... poi si voleva ammazzare!
Angelica lo assicurò che la rottura esistente fra Giulio e suo padre
era piena e irrevocabile, ma non ottenne nessun effetto. Allora ricorse
alla Mary, sperando che la vista della fanciulla riuscisse a calmarlo,
ma fu peggio che mai. In sulle prime egli accolse la nipote con forzata
indifferenza, ma poi alle sue lacrime, alle sue preghiere, invece
d'intenerirsi, proruppe in un impeto di collera:
--Che io non parta? Vuoi che resti con te?... Vuoi forse che anch'io
sieda a tavola coi Barbarò?... Che cerchi un impiego nella banca del
signor Pompeo?
--Noi faremo casa a parte, casa da noi, come ti ho sempre promesso:
mio marito mi darà da vivere col suo lavoro.--E la Mary alzò il capo
con fierezza, e un sorriso le balenò fra le lacrime a quelle magiche
parole, _mio marito_.