scuotere, a riconfortare Pompeo Barbarò. Pallido, stralunato, masticava
i bocconi senza poterli inghiottire, tanto si sentiva il petto
grosso, e la gola secca. Voleva mostrarsi disinvolto, ed era confuso,
impacciato; voleva sforzarsi di sorridere amabilmente, e faceva smorfie
come se avesse avuto il mal di denti. Voleva parlare, ma non trovava
le parole. Gli pareva che il favore, che avea prima dimostrato per lui
tutto quel mondo sussurrone, si fosse raffreddato; e per darsi animo
cercava spesso con gli occhi lo Zodenigo, che soffiava e faceva la
ruota, seduto in mezzo alla tavola fra il sindaco e il Presidente del
_Comitato elettorale_. Il professore mangiava assai, ma con un appetito
composto e silenzioso, sempre eguale per tutto il pranzo. Parlava
pochissimo, e sorrideva con benigno compatimento ai lazzi di Don
Rosario, tutto rosso e rilucente, nel faccione tondo.
Nessuno avea mai osato il benchè minimo accenno alle scenate successe
fuori del Teatro, nè alla birbonata da processo del padre Cammaroto.
Solamente quando fu l'ora dei brindisi, il solito Presidente del
comitato (anche costui era un grosso fittaiuolo del Barbarò) si alzò
pel primo, e col viso smorto dalla soggezione, e la cravattina che gli
scappava dal colletto, tuonò, con voce fessa e un tantino tremante,
"contro le male arti dei sovvertitori dell'ordine pubblico le quali...
le quali... non avrebbero fatto altro, del resto, che rendere più
imponente la spontanea manifestazione della coscienza popolare!"
Ma appena finito il brindisi, mentre gli applausi scoppiavano più
fragorosi, e il Barbarò colla bocca sorrideva ringraziando e col cuore
mandava all'inferno tutti quegli ubriaconi imprudenti che avrebbero
potuto provocare qualche rumore dalla strada... e qualche sassata,
entrò in sala Beppe Micotti, si avvicinò, non osservato, per la gran
confusione del momento, allo Zodenigo, e gli bisbigliò in fretta alcune
parole all'orecchio.
Lo Zodenigo fece un atto vivissimo, per quanto rapido, e guardò
involontariamente il Barbarò. Ma questi, tutto intento a sentire un
altro brindisi, non vide il professore che, detta una parola di scusa
a' suoi vicini di tavola, uscì subito dietro al Micotti.
--Dov'è?... Dov'è?...--domandò affannato a Beppe quando furono sulla
scala, guardandosi attorno come per cercare qualcuno.
--È qui... aspetta nella corte!...--rispose il Micotti scendendo in
fretta dinanzi allo Zodenigo.
Infatti, appena furono abbasso, venne loro incontro uno dei ragionieri
più vecchi e più fidati del Barbarò. Tutto sconvolto stava per parlare,
ma il Micotti gli chiuse la bocca con un cenno, e lo fece passare col
professore in una stanzetta appartata, dove non entrava mai nessuno.
--Per Dio!--esclamò il professore, rivolgendosi ansiosamente al
ragioniere, mentre il Micotti chiudeva l'uscio....--Quando è successo
il fatto?
--Stamattina... saranno state le dieci....
--E... come ha saputo?...
--Antonio, il servitore del signor cavaliere, che stava mettendo in
ordine l'appartamento, ha udito lo sparo... è entrato in camera... ha
veduto il signor Giulio lungo disteso per terra, privo di sensi...
Anzi al primo momento, credette fosse morto sul colpo ed è corso nello
studio spaventato, per chiamar gente....
--E chi c'era con lei nello studio?...
--Nessun altro... ero solo.
--Meno male!... E... come lo ha lasciato?
--Agitatissimo. Si temeva assai per la febbre.
--E il medico?... Che cosa dice il medico?...
--Ancora non vuol pronunciarsi.... Dice che sarà un affar grave in ogni
modo.... Che la palla gli deve aver perforato il polmone....
--Il fatto, per ora, non si è saputo, fuori?...
--Per ora, no.
--È _necessaaissimo_ che rimanga sepolto... almeno finchè possiamo aver
speranza di evitare una _catastoofe_!... In caso diverso il cavaliere è
spacciato!...
--Oh per questo--interruppe il Micotti con un'alzata di spalle--vede
bene quanto effetto hanno ottenuto anche le famose rivelazioni del
frate, coi dispacci telegrafici da Londra. Un fuoco di paglia.
--Non si può dir niente, ancora. In ogni modo furono pronti i nostri a
non lasciarsi prendere.... hanno subito indovinato che quel dispaccio
non poteva essere altro che un tranello _elettooale_!... Ma se invece
adesso si sparge la nuova del tentato suicidio, tutti crederanno, anche
i più increduli, che l'accusa sia vera... si dirà che Giulio _Babaaò_
voleva ammazzarsi per non poter sopravvivere al disonore del padre,
all'infamia del proprio nome... e, in tal caso, anch'io ci farei una
figura non _toopo_... non _toopo_...--Ma a questo punto si fermò, e
dopo aver masticato una bestemmia all'indirizzo degli esaltati, ordinò
al Micotti di recarsi subito dal signor cavaliere di trovar modo di
chiamarlo in disparte, e di farlo scendere un momento, con una scusa
qualsiasi. "...E badasse bene, senza destar sospetti!"
Lo Zodenigo, rimasto solo col ragioniere, continuò a borbottare
stizzito, a pestare i piedi, e a domandargli con molta ansia:
--Mi assicura proprio che, fuori di casa, non sia corsa voce del
fatto?...
--No... si può sperare almeno. Il medico medesimo ha raccomandato, per
il primo, la maggior segretezza. Antonio è muto come un pesce... Di
me... si possono fidare... Certo per altro, che se avesse ad accadere
una disgrazia, allora... non sarebbe più possibile tenerla nascosta.
--Già... già... _sicuaamente_... ma intanto facciamo quel che si deve,
poi sarà quel che _saà_!... Se guarisce, si potrà negare tutto... si
potrà dire che si è fatto male... per accidente! In somma qualche cosa
troveremo, per tener a bada i _cuiiosi_....
Ma in quel punto si precipitò nella stanza Pompeo Barbarò che, nel
frattempo, era già stato informato di tutto dal Micotti.
--Ah, per Dio!... Anche questa mi ci voleva!... Ma la
cagione?...--domandò, pallido, ansante.--La vera cagione, si è potuta
sapere?...
Il ragioniere riferì che la sera prima era stato pubblicato, pure
a Milano, in un supplemento della _Colonna di fuoco_, il dispaccio
telegrafico di Nicola Mazza; riferì che il signor Giulio lo aveva
veduto, che ne era rimasto molto colpito e che aveva subito mandato
Antonio in cerca del capitano Redaelli e del dottor Franchi.
--Ma Antonio--continuava il ragioniere--ritornò senza aver potuto
trovare nessuno dei due. Il signor Giulio, che pareva non avesse il
coraggio di uscir di casa, scrisse un biglietto, che mandò subito,
ancora per mezzo di Antonio, al capitano.... In quel biglietto, si
crede avesse pregato il capitano, e col capitano medesimamente anche il
dottor Franchi, di correre da lui questa mattina presto; infatti...
--Ma come ha potuto sapere tanti particolari?...--domandò il Micotti,
che stava attentissimo, interrompendo a bruciapelo il ragioniere.
--Antonio m'ha raccontato tutto il.... la cosa....
--Va bene; va bene! Avanti,--esclamò Pompeo vivamente.
--Infatti--continuò l'altro--i due signori capitavano stamattina, un
poco prima delle dieci, a cercare del signor Giulio. Il signor Giulio
che era già alzato, o che forse non era nemmanco andato a letto, corse
loro incontro, li fece entrare nella sua camera, chiudendosi dentro. Il
capitano Redaelli e il dottor Franchi uscirono poi quasi subito... con
una faccia molto scura... e dovevano essere appena giunti in istrada,
quando Antonio udì un colpo di revolver, in camera del signor Giulio.
Beppe Micotti, a questo punto, si strappò un'unghia, che stava
rosicchiando da un pezzo, vizio imparato dal padrino.... Lo Zodenigo,
invece, e il Barbarò si guardarono in viso l'un l'altro, muti,
costernati. Non ci poteva esser dubbio circa il motivo che avea spinto
Giulio alla disperazione: i suoi padrini, dopo il telegramma di Nicola
Mazza, dovevano aver rifiutato di fare qualche nuovo passo verso il
Cammaroto.
In fatti, come si venne a sapere molto dopo, il capitano Redaelli e il
dottor Franchi avevano dichiarato quella mattina a Giulio Barbarò, che
non solamente non potevano accettare di far nuove pratiche verso il
Cammaroto, ma che gli rimettevano anche il mandato avuto per regolare
la prima questione, finchè un giurì d'onore, scelto all'infuori di ogni
partito politico, non avesse dichiarato falso o infondato il dispaccio
del Mazza pubblicato dalla _Colonna di fuoco_.
--Maledetto frate!... Maledetto frate!...--borbottava intanto il
Barbarò fra i singhiozzi.--E maledetto voi,--gridò poscia, a un tratto
rivolgendosi col pugno chiuso contro lo Zodenigo.--Maledetto voi, che
mi avete rovinato, che mi avete dato in mano ai miei nemici, che siete
l'origine di tutte le mie disgrazie!... Maledetto!... Maledetto!...
Maledetto!...
--Finiamola!... State zitto!... Non è questo il momento dei lagni,
delle recriminazioni!--rispose lo Zodenigo senza indietreggiare,
senza scomporsi, ma guardando freddamente il Barbarò, con un'occhiata
molto espressiva.--Ve l'ho detto _ancooa_.... Non potevo mai preveder
tutto... tutto quello che ci capita. Pensate che, con voi, mi son messo
in serio _peeicolo_ anch'io!...
--Bisogna... bisognerà... ritornare a Milano immediatamente!--disse
allora Pompeo, nel quale l'ira furibonda avea subito dato luogo a un
grandissimo abbattimento.
--Siete matto? Volete proprio rovinarvi?--esclamò con molta vivacità
il professore.--E rovinarvi non soltanto come uomo politico, ma... in
tutti i modi!... Pensate al rumore, allo scandalo, che susciterebbe la
vostra partenza precipitosa da Panigale. Sarebbe un divulgare per tutto
il mondo, quanto più preme di tener nascosto!...
--Ma... e se non si riesce a questo?... La gente dirà allora che
invece di correre presso il letto di mio figlio, son rimasto qui a
banchettare, e mi lapideranno per un altro verso. Diranno che non ho
cuore, che non ho viscere di padre!... Io, che mi farei a pezzettini,
per quel figliuolo!... Io, che ho lavorato tutta la vita per lui, per
lui solo, per vederlo ricco, grande e felice! E in compenso non ha
voluto.... non ha saputo sacrificarmi nemmeno un momento d'orgoglio!...
Invece di aiutarmi e difendermi, proprio lui, mio figlio, mi ha dato
il colpo di grazia!... Ma--e incominciò a gemere e a singhiozzare--è
proprio stato sempre il mio destino quello di seminare benefizi per
raccogliere ingratitudine!...
Lo Zodenigo cercò di quietarlo, di rassicurarlo, e gli mostrò tutte le
ragioni per le quali non si doveva muovere da Panigale, e doveva invece
sforzarsi di dissimulare, in modo non solo da non destare sospetti, ma
anzi da dissiparli pienamente, caso mai ce ne fossero.
"Accadendo una _catastoofe_," soggiungeva poi "o rendendosi
impossibile, per qualunque altra circostanza, tener nascosta la
disgrazia, allora lui per il primo avrebbe dichiarato in pubblico di
non aver voluto che in quei primi momenti lo mettessero a parte di una
_taagedia_ così terribile, per non recare un troppo fiero colpo al
suo cuore di padre... per aver tempo e modo di poterlo preparare... e
confortare!..."
--Fate voi... fate voi, caro professore: sono nelle vostre
mani--rispondeva balbettando Pompeo, il quale quando non vedeva più
scampo, montava in furore, ma poi, se intravvedeva appena un barlume di
speranza, ritornava docile e rassegnato, a raccomandarsi.
Lo Zodenigo, prendendo il pretesto di dover fare il giornale, partì
subito per Milano senza rumore. Partì col ragioniere, il quale sarebbe
ritornato la sera stessa con le istruzioni per il Barbarò.... Se avesse
veduta o ritenuta imminente una disgrazia, allora, non giovando più a
nulla la prudenza, avrebbe subito telegrafato.
Durante il viaggio, il professore Eugenio si mantenne silenzioso e
meditabondo. La riflessione, succeduta allo sbalordimento del primo
colpo, aumentava la gravità del fatto, e a mano a mano gli faceva
giudicare sempre più difficili tutti gli espedienti per poterlo tener
nascosto, o almeno per mitigarne le conseguenze.
"_Pee_ Dio!..."
Senza quel colpo di testa, le cose sarebbero andate benone, e adesso,
invece, il Barbarò era quasi spacciato, e correva il rischio di
rimetterci assai del suo credito anche il _Moderatore_.
"Sì, sì, il cavalier Pompeo aveva ragione; quel ragazzaccio sventato
mostrava di non aver gratitudine, nè _cuoee_, per chi gli aveva dato
la vita e... la borsa piena!... Come mai non aveva pensato alla pazzia
che stava per commettere?--L'idea dell'onore.--Stupido!--Non capiva,
che ammazzandosi, non faceva altro che confermare tutte le accuse
messe in giro contro suo padre?... Chi sa per altro, in che stato di
esaltazione doveva trovarsi in quel momento!... Forse i padrini col
loro contegno--minchioni!--gli avevano fatto sembrare le cose anche più
disperate che non fossero in realtà!... Avrà veduto distrutti i suoi
disegni matrimoniali... la bella bimba perduta e allora _pamfete_, un
colpo di pistola!...
"L'amore!... È un gran guastamestieri!... maledetto l'_amoee_....
e maledetti i matti!... Ma... pure... " il viso del professore si
rischiarò, come illuminato da una nuova idea:
"Se, invece di essere un guastamestieri, questa volta l'amore
accomodasse ogni cosa?..."
"Sì, sì appunto; la signorina Alamanni è la sola che ci possa
salvare.... Tutto sta che quel babbuino possa guarire, o almeno
tirar avanti per un poco!... Ma... ma come potrò fare per vedere
la signorina Mary? Suo zio, certo, non sarà molto ben disposto, per
ricevermi...."
Il modo fu più spiccio di quanto non avesse creduto: arrivato appena
a Milano, trovò la Mary e la marchesa Angelica che assistevano Giulio
Barbarò.
Tutti i giorni, quando battevano le cinque in punto all'orologio di
San Carlo, Giulio Barbarò entrava dall'Hagy (il noto liquorista del
corso Vittorio Emanuele, in faccia all'Albergo Roma) per prendere il
vermouth; tutte le sere, quando battevano le nove, Giulio Barbarò
entrava dal tabaccaio (pure sul corso di faccia all'Albergo Roma)
a prendere un sigaro; e tutte le mattine, finalmente, egli non
mancava mai, alle nove, precise, di ripassare dall'Hagy per bere
un _centerbe_... e mentre, fattosi presso ai cristalli dell'uscio,
sorbiva l'amaro dalla tazza spumeggiante, pareva che dagli occhi, fissi
ad una finestra del secondo piano dell'Albergo Roma, gli entrasse,
misteriosamente, una gran dolcezza in cuore.
Orbene, la Mary, il giorno innanzi il tragico avvenimento, dopo aver
veduto Giulio la mattina, lo aveva poi aspettato invano, dietro la
finestra della sua camera, alle cinque e alle nove.
Inquieta, agitata, e trovandosi sola coll'Angelica all'Albergo, perchè
lo zio era uscito, scrisse in fretta un biglietto che mandò a donna
Lucrezia in cerca di notizie. Donna Lucrezia, invece di rispondere,
capitò al _Roma_ affannata, scusandosi di non aver avuto _cuor_ nè
testa di far la sua solita _toilette_; e soffiando e sbuffando, col
naso intasato "...non sapeva, dove diamine era andata a pescare quel
maledettissimo _sfredoron_!" accrebbe assai, colle sue chiacchiere,
il turbamento e le pene della buona figliuola. In ultimo, quantunque
Angelica le facesse segno cogli occhi, non potè tacere, e baciandola
prima di andarsene, le spifferò ogni cosa, e della _Colonna di fuoco_,
e del dispaccio di Nicola Mazza.
--_Tute matae_... tutte fandonie... ma, intanto, chi sa, _fia_
mia, come starà quel _pôro toso_!... _Me sento per lù_ l'anima
sanguinante!... Ma la colpa è del governo... De _sto_ governo
_taconà_.... Di questo governo di nani. Permette che si pubblichino in
piazza, le cose più segrete!... Permette che si stampi sulle gazzette
tutto quanto salta in testa ai _mati_... perchè quel frate _birbon,
l'è, come se dise adesso_, un mattoide fegatoso!
Appena la Mary sentì nominare la _Colonna di fuoco_, non pianse più,
non si mostrò più tanto inquieta. Pallida, gli occhi infossati,
esprimeva, nel viso bellissimo, tutta la calma che danno le forti
risoluzioni.
Andata via la Balladoro, e appena Angelica si fu ritirata nella sua
camera, essa mandò subito un fattorino dell'Albergo a prenderle una
copia della _Colonna di fuoco_.... Cercò.... lesse ansiosamente il
dispaccio di Nicola Mazza. Allora ebbe un tremito, ebbe un singulto, ma
insieme uno slancio di pietà e di amore per Giulio Barbarò. Subito si
buttò genuflessa accanto al lettino, pregò per il babbo suo, poveretto,
per la sua mamma; poi dopo avere pregato, sempre ginocchioni, col viso
nascosto fra le mani, rimase ancora con essi lungamente. Erano i suoi
timori, era l'affanno del suo cuore, l'effusione dell'anima sua che
ricorrevano al babbo e alla mamma in cerca di coraggio, di conforto,
di consiglio... ma non di perdono. Il suo dolore era intenso, la sua
angoscia amarissima, ma pure in lei non c'era lotta. Mai, nemmeno per
un istante, dubitò che le colpe del signor Pompeo dovessero ricadere
su Giulio. Per il suo retto sentire, per la fedele tenerezza del suo
cuore, egli non era, e non doveva essere in alcun modo responsabile
del delitto di suo padre, nè tocco dalla sua ignominia. Ed anzi sentì
imperioso l'obbligo di difenderlo, di proteggerlo colle leggi sante
dell'amore, contro tutte le ingiustizie degli stolti e dei cattivi;
sentì che la sua parte di donna, di sposa, di innamorata era di
consolarlo di quell'immenso dolore. Sì; essa sola gli poteva recare il
soave balsamo della pace, e colla tenera previdenza dell'augelletta
fedele, gli doveva preparare un altro nido, la consolazione della
famiglia, un piccolo mondo ricolmo di nuovi affetti.
Ma... e perchè poi non era passato dall'Albergo alle cinque?... Perchè
non vi era passato alle nove?
E se trovandosi solo, lontano "dalla sua Mary" non avesse più la
forza di sopportare quel colpo fierissimo? Ebbene, gli avrebbe subito
scritto, avrebbe saputo lei come consolarlo. Non gli voleva forse tanto
più bene, quanto più egli era infelice?
Ma... nemmeno alle otto!... Che cosa era successo?... Doveva essere
andato a Panigale da suo padre, per supplicarlo di ritirarsi dalla
lotta... Certo, certo non poteva essere altrimenti.
Dio, Dio!... Com'erano lunghe le ore!... non passavano mai!... E se con
tanti dispiaceri avesse finito per ammalarsi?...
Insomma lo voleva vedere; gli voleva parlare: lo avrebbe avvertito, e
il giorno dopo si sarebbero incontrati da Donna Lucrezia.
Si alzò, e baciò con affettuosa devozione la miniatura della mamma
(quella stessa che la fanciulla non sapeva di dovere al signor Pompeo);
baciò parimenti una ciocca di capelli che erano del suo babbo, poi,
invece di spogliarsi per andare a dormire, accese il caminetto, si
avvolse tutta in uno scialle e si sdraiò in una poltrona, vicino
al fuoco, rimanendo così per un pezzo, cogli occhi spalancati, a
riflettere, a pensare, a temere, a consolarsi, concludendo in fine, che
se Giulio non avesse potuto vedersi a Milano, per via di suo padre,
sarebbero andati a vivere lontano... soli e felici.
Nel molle abbandono della stanchezza la fanciulla pensava a quel
viaggio con un'estasi dolcissima.... Le pene, i timori erano spariti...
La felicità traboccava dal suo cuore, l'inondava di beatitudine... e
quella felicità era il suo dovere, era la sua missione. L'amore che le
prorompeva dal cuore, che le bolliva nel sangue, era benedetto dalla
sua mamma, era consacrato da Dio.... Com'era facile.... Com'era bella
la vita!...
La candela crepitò, poi si spense. La legna era tutta consumata, e solo
i carboni accesi rischiaravano la bocca del camino con un riflesso
rossastro. La fanciulla ebbe un brivido di freddo; si strinse tutta
nello scialle, ma non ebbe forza di muoversi. A poco a poco abbandonò
la testina che le ricadde sopra una spalla... chiuse gli occhi.... Vide
ancora il suo Giulio che la guardava mestissimo, supplichevole....
Allora dal seno gonfio uscì un sospiro... sorrise dolcemente... le
labbra si schiusero... si mossero per un bacio, e così sognando si
addormentò.
Ma la mattina si svegliò prestissimo, intirizzita, e cominciò prima
delle otto e mezzo a far la posta, dietro alla finestra, ai primi e
scarsi frequentatori dell'Hagy. Fino alle nove non ebbe nemmeno il
dubbio che il giovanotto non ci dovesse venire; ma poi quando le nove
furono battute e ribattute ed egli non si mostrò ancora, tutta la
sua sicurezza, la sua tranquillità svanirono a un tratto; scrisse a
Giulio due righe, tremante, colla testa in fiamme: "Che è successo,
mio Dio?... Devo parlarti; voglio vederti subito" e gliele mandò per
il fattorino dell'Albergo, coll'ordine di non consegnare il biglietto
altro che nelle mani sue proprie del signor Giulio Barbarò.
Il fattorino partì di corsa, ma, poco dopo, ritornò ancora col suo
biglietto.
--Non si trova a Milano, il signor Giulio?...--domandò la ragazza
stupefatta.
--Sì, è a Milano; ma mi fu risposto che non poteva ricevermi.
--Gli avete fatto dire che la lettera veniva dall'_Hôtel_ Roma?
--Si figuri!... Ho parlato io stesso col servitore.
--Con Antonio?--domandò vivamente la Mary.
--Appunto: ho sentito il portinaio che lo chiamava Antonio. Mi ha detto
che il suo padrone non voleva veder gente; che dormiva ancora; che avea
lasciato ordini precisi perchè nessuno gli entrasse in camera.
La Mary, accigliata, col cuore che le batteva forte, col seno anelante,
osservava fissa il buon uomo come per scrutare e pesarne ogni parola.
Costui indovinò subito che cosa passava in mente alla signorina, e
soggiunse più piano:
--Se devo dirle la verità... mi parevano tutti sossopra in quella
casa. Il portinaio non capiva un'acca; il servitore aveva la faccia
stralunata e una gran furia di mandarmi via.... A buon conto, come mi
aveva ordinato lei, la lettera non l'ho voluta lasciare.
--Avete fatto bene.--La Mary, prese il biglietto, lo stracciò senza
aprirlo, poi andò difilato in camera della marchesa Angelica, le disse
quanto le accadeva e la supplicò perchè volesse accompagnarla fino dal
portinaio di casa Barbarò:
--Antonio mi conosce; lo farò chiamare, e sentiremo che cosa c'è di
nuovo.
Angelica si mostrava poco disposta a secondare la cugina, e voleva
persuaderla di attendere ancora un poco, di provare a scrivere un'altra
lettera; ma la Mary tagliò corto a tutte le obiezioni:
--Se tu non mi vuoi accompagnare, prendo un _brum_ e ci vado sola.
--Quand'è così... piuttosto... verrò anch'io!...
E la marchesa, contro voglia, perchè reputava l'atto sconveniente
per la Mary, e perchè le ripugnava di mettere i piedi anche appena
sulla soglia di quella casa, si arrese, affidandosi al minor male per
impedirne uno maggiore.
La Mary intanto continuava a sentirsi sempre più agitata. Aveva la
febbre di sapere... era spaventata al punto che un nonnulla, il più
piccolo incidente, sarebbe bastato per spingerla ad ogni estremo.
Immaginava che Giulio dovesse battersi in duello: che forse si fosse
già battuto... che, Dio Dio, fosse rimasto ferito!... E lo vedeva in un
letto... fasciato... coperto di sangue... morente!...
Il suo cuore non l'aveva mai ingannata, e pensava rabbrividendo che non
dovesse ingannarla nemmeno allora.
Infatti, appena le due signore furono a vista della casa del Barbarò,
scorsero dinanzi alla porta una vettura chiusa, e quasi subito un
signore uscir dalla casa e montar lesto nella carrozza che partì. La
Mary doveva conoscere bene quel signore, perchè vedendolo si sentì come
dare un tuffo al cuore, e mormorando: "Ah, mio Dio, il dottor Rodolfi!"
affrettò tanto il passo da mettersi quasi a correre.
Angelica le teneva dietro, sforzandosi di calmarla:--Chetati,
chetati!--le diceva--non sarà successo nulla... di grave; speriamo!--ma
in cuor suo cominciava pure a temere.
La Mary correva senza darle retta. Essa non sentiva, non capiva più
altro che il suo Giulio doveva essere ammalato, o ferito; che una
disgrazia gli era successa.
--Chiamate Antonio, subito!--disse al portinaio sbattendo l'uscio dello
stanzino.
--Ma...--il portinaio guardava la Mary titubante. Egli non la
conosceva. Tuttavia avea subito capito trattarsi di persona cui stava
molto a cuore il signor Giulio, e che, forse, era al fatto di ogni cosa.
--Chiamatemi subito Antonio... ditegli che c'è la signorina Alamanni
che lo vuole.
A quel nome (il nome della fidanzata del padroncino era ben conosciuto
nella casa) il portinaio alzò, istintivamente, le braccia con un atto
di sorpresa, di sgomento, di pietà.
--Sta male? Ditemi, sta molto male?...--domandò la ragazza con voce
tremante.