CAP. CI.

_Come Giovanni dell’Agnello si fece signore di Pisa sotto titolo di

doge._

Giovanni dell’Agnello cittadino di Pisa di gesta popolare, per

antichità di sangue non chiaro e per ordine mercatante, piuttosto

scaltrito e astuto che saggio, presuntuoso a maraviglia e vago di cose

nuove, e sopra tutto sollecito, questi era in questi giorni tornato

da messer Bernabò dove ito era per ambasciadore del suo comune, e col

tiranno avea tenuto trattato che i Pisani fossono suoi accomandati,

ed egli gli atasse con darli delle terre loro, e per detta cagione da

lui ebbe in prestanza trentamila fiorini. Di questo trattato nacque il

baldanzoso parlare e pensiero di Giovanni dell’Agnello di farsi signore

di Pisa, immaginando che venendo Pisa e le membra sue a tiranno, i

Fiorentini fossono più contenti di lui che di messer Bernabò. Essendo

adunque Pisa sospesa, in tremore e spavento, e più volte abbandonati

dalla speranza della pace, feciono un gran consiglio di più gravi e

notabili cittadini della terra, nel quale fu messer Piero di messer

Albizzo da Vico, avanti che andasse per ambasciadore di Pisa alla terra

di Pescia per conchiudere la pace, e il consiglio fu di provvedere a

loro stato: e intra gli altri vi fu il detto Giovanni dell’Agnello, il

quale era reputato buono mercatante e fedele cittadino; costui levato

in consiglio osò dire, che necessario li parea che si venisse a signore

per un anno, dirizzando il suo parere che quel fosse messer Piero di

messer Albizzo da Vico dottore di legge, il quale con ogni istanza che

seppe quel carico rifiutò, e fulli cagione di affrettare sua gita a

Pescia ad accozzarsi con gli ambasciadori fiorentini. Veggendo Giovanni

contradire a messer Piero, come stimò, si rimise a consigliare che

pure convenia a uno degli altri pigliare quella sollecitudine, cura

e gravezza: e allora ser Vanni Botticella, anticamente per genia di

beccaio, s’offerse di prendere quel carico. Giovanni dell’Agnello

disse, che buono e sufficiente era, ma che gli bisognava d’avere

trentamila fiorini al presente per pagare la gente dell’arme: a

questo rispose ser Vanni non si sentire sofficiente, e per quel giorno

rimasono, che ogni uno si pensasse d’uno che a ciò fosse sofficiente,

e altra volta tornasse il consiglio. Di questo strano ragionamento

e spaventevole consiglio surse, che uno de’ seguenti dì in sul fare

della sera molti buoni e cari cittadini, avendo presa sospezione e

gelosia del dire del detto Giovanni così affettatamente in consiglio e

con fronte pertinace, e perchè nel mormorio del popolo voce correa che

esso facea ragunata di fanti, s’andarono ad armare, e armati insieme se

n’andarono al palagio degli anziani, e questo tantosto venne a notizia

di Giovanni dell’Agnello, che continovo stava in sentore, ed egli

pensando che farebbono quello che feciono, sagacemente e prestamente si

mise a’ ripari, e i fanti che egli avea stribuì per le case di certi

suoi fidati e singolarissimi amici, e alla moglie e alla famiglia

di casa ordinò tutto ciò che dovessono fare, ed egli con l’arme

celata ond’era vestito con una fonda cappellina in capo se n’andò nel

letto, e la moglie fece ire allato appresso di lui. Come fu venuta

la notte, i cittadini con la volontà degli anziani e con la famiglia

loro se n’andarono a casa Giovanni dell’Agnello, e come ordinato era

per lui, di presente fu aperta la porta, ed essi di subito presono

viaggio alla camera d’esso Giovanni, e l’udirono russare e sembrare

veramente dormire, come uomo che gran bisogno n’avesse. La donna,

come ammaestrata era, con tutto il petto nudo si levò in sul letto a

sedere, dicendo a’ cittadini che bisogno avea di posare, ma se voleano

lo svegliasse che lo farebbe; i cittadini preso vergogna della veduta

della donna, e fede della libera dimostrazione della camera e della

casa, togliendo il parlare della donna, per semplice, si partirono

della camera e della casa, e si tornarono agli anziani, e riferirono

loro tutto ciò che aveano trovato, onde posto giù il sospetto, ciascuno

si tornò a casa sua, e posta giù l’arme diede suo pensiere a dormire.

Giovanni dell’Agnello, che con Giovanni dell’Aguto avea temperato la

cetera, temendo che la dilazione del tempo nel quale il fatto si potea

palesare non li fosse nociva, pieno di sollecitudine, quella notte

medesima la quale avea assicurati e gli anziani e’ cittadini, con

Giovanni dell’Aguto e con gli amici e’ fanti che avea ragunati se ne

venne in piazza, e senza niuno romore ebbe l’entrata del palagio degli

anziani con quella brigata che a lui era abbastanza, l’altra lasciò a

guardia della piazza, ed entrato nel luogo dove sedeano gli anziani si

mise a sedere nel seggio del proposto, e ad uno ad uno fece destare gli

anziani, e venire dinanzi da sè, e per dire a che fine, così dicesse

in forma come disse egli, che è semplice detto, se non fosse congiunto

alla forza di Giovanni dell’Aguto, che la Vergine Maria gli avea

revelato, che per bene e riposo della città di Pisa dovesse prendere

sotto titolo e nome di doge la signoria e ’l governo della città di

Pisa per un anno, e così avea preso, e avea de’ trentamila fiorini

contenta la gente dell’arme che seco erano in palagio e in piazza, e

così si fè confermare agli anziani, e sotto lo splendore delle spade li

fece in sua mano giurare; e senza intervallo di tempo e per parte degli

anziani mandò per quelli cittadini pensò li potessono essere avversi,

e come ciascuno giugnea li significava come e perchè avea presa la

signoria, e accomandati cortesemente in forma non si sarebbono potuti

partire all’uno promettea il vicariato di Lucca, all’altro di Piombino,

e così agli altri secondo i gradi loro, o per amore o per paura tutti

l’indusse a giurare nelle sue mani, e in questo servigio consumò tutta

la notte. Alla dimane con gli anziani, con costoro e con la gente

dell’arme titolatosi doge, cavalcò per la terra, e a grido di popolo

fu fatto signore, nè vi fu chi ricevesse un buffetto, prese il palagio

in possessione, e tutta la gente dell’arme fè giurare nelle sue mani. E

per mostrare che mansuetamente veniva al governo, e preso avea il nome

e quello che il nome importava non come tiranno, quel medesimo giorno

elesse sedici famiglie di popolari di comune stato, e gli si fece a

consorti, e prese con tutti arme novella d’un leopardo d’oro rampante

nel campo rosso, con dare a intendere che d’anno in anno uno di loro,

qual più boce avesse, fosse fatto doge: e in fine, seguitando il

consiglio del conte Guido da Montefeltro a papa Bonifazio, le promesse

fur larghe e lunghe, ma lo attendere stretto e corto, che di cosa che

promettesse niente osservò, ma pigliando la signoria a giornate come

tiranno, lasciato il titolo del doge, si facea chiamare signore. E se

mai fu signoria fastidiosa piena di burbanza quella fu dessa, e negli

ornamenti e nel cavalcare con verga d’oro in mano; e quando tornato era

al palagio si mettea alle finestre a mostrarsi al popolo come fanno le

reliquie, con drappo a oro pendente tenendo le gomita sopra guanciali

di drappo ad oro, e patìa e volea che come al papa o all’imperadore

le cose che gli s’avessono a esporre innanzi gli si esponessono

ginocchione, e altre simili cose molto più vane.

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 210 / 217 题