_Come si fece pace tra’ Fiorentini e’ Pisani._
Parendo a messer Piero di messer Albizzo ambasciadore de’ Pisani,
in cui giacea il tutto della pace per la parte loro, che lo stato
di Pisa intorno alle condizioni di sua libertà vacillasse, forte
sollecitava la conclusione della pace, e per Carlo degli Strozzi, uno
dell’uficio de’ signori priori di Firenze, a cui per lo volgo ignorante
del segreto posto era carico di volere che la pace si facesse al
tempo dell’uficio suo, e per i suoi compagni, sentendosi il segreto
del trattato che Giovanni dell’Agnello tenea con messer Bernabò
Visconti, il quale in effetto era che i Pisani fossono accomandati del
tiranno, e ch’egli avesse di loro terre, e ch’egli li difendesse, e
prendesse la guerra contro a’ Fiorentini, ed era già tanto innanzi,
che avendo messer Bernabò addomandato Lucca e Pietrasanta, i Pisani
già gli aveano consentito Pietrasanta, e per loro disperazione si
temea non passassono più oltre; per la libertà di Toscana in segreto
consiglio fu preso, che si venisse alla pace per lo migliore modo
e più onorevole che si potesse, e scritto fu agli ambasciadori del
comune ch’erano a Pescia, che il più tosto che potessono onestamente
ne venissono al fine. Onde seguì, che a dì 28 del mese d’agosto, non
sapendo l’una parte dell’altra che ciascuna voglia n’avesse, si fermò
la pace con pubblichi e solenni stromenti, la quale in Firenze si
pubblicò e bandì il primo dì di settembre, nell’ora ch’entrarono i
nuovi priori, la quale dall’ignorante popolo de’ segreti del comune mal
conosciuta forte fu biasimata, pensando che Carlo per troppa baldanza
e della famiglia e dello stato fosse stato l’autore. Onde il popolo
vittorioso, a cui parea essere al di sopra della guerra, incominciò in
piazza non solamente a mormorare, ma con altere parole e atti forte a
sparlare contro a Carlo. Onde i priori e i vecchi e i novi temettono
di commozione, e che Carlo nel tornare a casa o alla casa in su quel
furore non ricevesse villania, e pertanto dai loro mazzieri e da’
fanti lo feciono accompagnare, e tanto stare loro famiglia con lui
che l’ira fosse passata. La pace fu onorevole, e da’ savi e buoni
cittadini assai commendata, e nelle parlanze per la città sostenuta
per le sue condizioni e circostanze laudabili, che furono di questa
maniera: la prima, perchè fatta fu essendo messer Galeotto capitano de’
Fiorentini con loro gente sopra il terreno de’ nemici: la seconda, che
tanto si dichinarono i nemici che la vennono a conchiudere nelle terre
del comune di Firenze: la terza, perchè Pietrabuona, la quale era del
contado di Pisa, origine in grido e cagione della guerra, in premio
di vittoria per patto rimase al comune di Firenze, confessando per
questo essere ricreduti e vinti: la quarta, perchè Castel del Bosco,
e certe altre loro tenute e fortezze per patto si vennono a disfare:
la quinta, perchè confermarono tutte le franchigie che il comune di
Firenze o suoi mercatanti mai avessono avuto in Pisa: la sesta, perchè
per dieci anni si feciono tributari del comune di Firenze, dando ogni
anno nella vigilia di san Giovanni Battista pubblicamente diecimila
fiorini d’oro. Gli stromenti della pace in sustanza contennono prima la
remissione delle offese, e promettere di non offendere per l’avvenire,
come è di costume in somiglianti atti e contratti; appresso confermate
e di nuovo per patto concesse furono tutte le franchigie che avesse
per l’addietro avute il comune di Firenze o suoi mercatanti in Pisa o
nelle terre loro. Obbligossi il comune di Pisa per ammenda di danni
a dare ai comune di Firenze centomila fiorini d’oro in dieci anni
seguenti, diecimila ogni anno in Firenze nella vigilia della natività
di san Giovanni Battista: e più a dare al comune Pietrabuona, che era
stata cagione della guerra, e tutte altre terre del comune di Firenze,
o a esso comune accomandate, che ’l comune di Pisa o nella guerra o
innanzi la guerra per eccitarla, o direttamente o per indiretto avesse
prese, ed e converso facesse così il comune di Firenze, e così si fè.
Spianare Castel del Bosco, e certe altre tenute de’ Pisani, che per i
patti si disfeciono. La detta pace fu confermata in nome di papa Urbano
quinto, colle solennità della Chiesa e colle pene ecclesiastiche,
per messer Piero Cini arcivescovo di Ravenna, e per frate Marco di
Viterbo generale de’ frati minori, il quale poco appresso fu fatto
cardinale. Il popolo di Firenze a giornate conoscendo il frutto e il
bene della pace riconobbe suo errore, e rimase per contento, e il
comune dolcemente si levò da dosso la spesa di messer Anichino di
Bongardo e degl’Inghilesi. Messer Anichino co’ suoi Tedeschi e con
molti mascalzoni che non sapeano nè poteano vivere se non di rapina,
nel mese di novembre in forma di compagnia cavalcò in terra di Roma,
e presono prima Sabina e poi Sutri, e quivi vernarono. La compagnia
degl’Inghilesi arso e predato in parte il contado di Siena se n’andò
all’Aquila, e quindi passò in Puglia a vernare. E per non avere più a
capitolare giugnerò a questa gente famosa la morte di messer Malatesta
il vecchio, il quale lungo tempo fece gran segno in Italia di savio
guerriere, di uomo e d’alto consiglio e pratico in tutte cose, il quale
passò di questa vita del mese d’agosto 1364. E gli Aretini presono e
disfeciono la Serra.
FINE DELLA CRONICA DI MATTEO
E FILIPPO VILLANI.