CAP. CII.

_Come si fece pace tra’ Fiorentini e’ Pisani._

Parendo a messer Piero di messer Albizzo ambasciadore de’ Pisani,

in cui giacea il tutto della pace per la parte loro, che lo stato

di Pisa intorno alle condizioni di sua libertà vacillasse, forte

sollecitava la conclusione della pace, e per Carlo degli Strozzi, uno

dell’uficio de’ signori priori di Firenze, a cui per lo volgo ignorante

del segreto posto era carico di volere che la pace si facesse al

tempo dell’uficio suo, e per i suoi compagni, sentendosi il segreto

del trattato che Giovanni dell’Agnello tenea con messer Bernabò

Visconti, il quale in effetto era che i Pisani fossono accomandati del

tiranno, e ch’egli avesse di loro terre, e ch’egli li difendesse, e

prendesse la guerra contro a’ Fiorentini, ed era già tanto innanzi,

che avendo messer Bernabò addomandato Lucca e Pietrasanta, i Pisani

già gli aveano consentito Pietrasanta, e per loro disperazione si

temea non passassono più oltre; per la libertà di Toscana in segreto

consiglio fu preso, che si venisse alla pace per lo migliore modo

e più onorevole che si potesse, e scritto fu agli ambasciadori del

comune ch’erano a Pescia, che il più tosto che potessono onestamente

ne venissono al fine. Onde seguì, che a dì 28 del mese d’agosto, non

sapendo l’una parte dell’altra che ciascuna voglia n’avesse, si fermò

la pace con pubblichi e solenni stromenti, la quale in Firenze si

pubblicò e bandì il primo dì di settembre, nell’ora ch’entrarono i

nuovi priori, la quale dall’ignorante popolo de’ segreti del comune mal

conosciuta forte fu biasimata, pensando che Carlo per troppa baldanza

e della famiglia e dello stato fosse stato l’autore. Onde il popolo

vittorioso, a cui parea essere al di sopra della guerra, incominciò in

piazza non solamente a mormorare, ma con altere parole e atti forte a

sparlare contro a Carlo. Onde i priori e i vecchi e i novi temettono

di commozione, e che Carlo nel tornare a casa o alla casa in su quel

furore non ricevesse villania, e pertanto dai loro mazzieri e da’

fanti lo feciono accompagnare, e tanto stare loro famiglia con lui

che l’ira fosse passata. La pace fu onorevole, e da’ savi e buoni

cittadini assai commendata, e nelle parlanze per la città sostenuta

per le sue condizioni e circostanze laudabili, che furono di questa

maniera: la prima, perchè fatta fu essendo messer Galeotto capitano de’

Fiorentini con loro gente sopra il terreno de’ nemici: la seconda, che

tanto si dichinarono i nemici che la vennono a conchiudere nelle terre

del comune di Firenze: la terza, perchè Pietrabuona, la quale era del

contado di Pisa, origine in grido e cagione della guerra, in premio

di vittoria per patto rimase al comune di Firenze, confessando per

questo essere ricreduti e vinti: la quarta, perchè Castel del Bosco,

e certe altre loro tenute e fortezze per patto si vennono a disfare:

la quinta, perchè confermarono tutte le franchigie che il comune di

Firenze o suoi mercatanti mai avessono avuto in Pisa: la sesta, perchè

per dieci anni si feciono tributari del comune di Firenze, dando ogni

anno nella vigilia di san Giovanni Battista pubblicamente diecimila

fiorini d’oro. Gli stromenti della pace in sustanza contennono prima la

remissione delle offese, e promettere di non offendere per l’avvenire,

come è di costume in somiglianti atti e contratti; appresso confermate

e di nuovo per patto concesse furono tutte le franchigie che avesse

per l’addietro avute il comune di Firenze o suoi mercatanti in Pisa o

nelle terre loro. Obbligossi il comune di Pisa per ammenda di danni

a dare ai comune di Firenze centomila fiorini d’oro in dieci anni

seguenti, diecimila ogni anno in Firenze nella vigilia della natività

di san Giovanni Battista: e più a dare al comune Pietrabuona, che era

stata cagione della guerra, e tutte altre terre del comune di Firenze,

o a esso comune accomandate, che ’l comune di Pisa o nella guerra o

innanzi la guerra per eccitarla, o direttamente o per indiretto avesse

prese, ed e converso facesse così il comune di Firenze, e così si fè.

Spianare Castel del Bosco, e certe altre tenute de’ Pisani, che per i

patti si disfeciono. La detta pace fu confermata in nome di papa Urbano

quinto, colle solennità della Chiesa e colle pene ecclesiastiche,

per messer Piero Cini arcivescovo di Ravenna, e per frate Marco di

Viterbo generale de’ frati minori, il quale poco appresso fu fatto

cardinale. Il popolo di Firenze a giornate conoscendo il frutto e il

bene della pace riconobbe suo errore, e rimase per contento, e il

comune dolcemente si levò da dosso la spesa di messer Anichino di

Bongardo e degl’Inghilesi. Messer Anichino co’ suoi Tedeschi e con

molti mascalzoni che non sapeano nè poteano vivere se non di rapina,

nel mese di novembre in forma di compagnia cavalcò in terra di Roma,

e presono prima Sabina e poi Sutri, e quivi vernarono. La compagnia

degl’Inghilesi arso e predato in parte il contado di Siena se n’andò

all’Aquila, e quindi passò in Puglia a vernare. E per non avere più a

capitolare giugnerò a questa gente famosa la morte di messer Malatesta

il vecchio, il quale lungo tempo fece gran segno in Italia di savio

guerriere, di uomo e d’alto consiglio e pratico in tutte cose, il quale

passò di questa vita del mese d’agosto 1364. E gli Aretini presono e

disfeciono la Serra.

FINE DELLA CRONICA DI MATTEO

E FILIPPO VILLANI.

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 211 / 217 题