CAP. C.

_Come la gente dell’arme del comune di Firenze prese tira di non

cavalcare, e quello ne seguì._

Fatta la festa de’ prigioni, per contentamento del popolo, che non

si potea vedere sazio di vendetta dell’ingiuria in ultimo fatta per i

Pisani con la forza d’Anichino di Bongardo e degl’Inghilesi, tutta la

gente del comune col capitano uscì fuori per cavalcare in su quello

di Lucca, ma imbizzarrita sopra volere paga doppia e mese compiuto,

come da altrui erano nel segreto inzigati, si fermò fra Montetopoli

e Marti, e quivi stettono infino a dì 18 d’agosto assai in atti e

in parole turbata contro al nostro comune: in fine vinta la gara e

conseguito loro intento per meno male, cavalcarono i nemici afflitti

e tribolati oltre a modo, e a dì 28 del mese messer Galeotto fermò

l’oste a san Piero in campo. Bene avvenne infra il tempo, che essendo

condotti gl’Inghilesi dal comune di Firenze, andarono per ubbidire il

capitano, e puosono di per sè campo, e, o che i Tedeschi sollevati da

sagace ingegno per vedere peggio, o pur perchè la gloria dell’arme

non potessono patire di vedere gl’Inghilesi, il seguente dì vennono

a riotta con loro, e ordinati e provveduti gli assalirono al campo

di ciò niente pensati. La zuffa fu aspra e pericolosa assai, e quinci

e quindi ne morirono, e molti ne furono magagnati. Gl’Inghilesi loro

campo francamente difesono, tutto che predati e soperchiati fossono

da’ Tedeschi, come sprovveduti: e quel giorno il capitano con gli altri

caporali del campo loro feciono fare triegua per tre dì, e il seguente

dì poi per quindici. E in quello inviluppamento il capitano con tutta

la gente dell’arme, eccetto gl’Inghilesi che si rimasono al campo

loro, cavalcarono in su quello di Lucca, e feciono campo nel borgo

di Moriano, facendo danni e prede assai. I Fiorentini per dilungare

gl’Inghilesi da’ Tedeschi glie ne mandarono nel Valdarno di sopra. In

queste tenebre e confusioni i governatori del comune di Firenze per

fuggire la grande e incomportabile spesa dell’arme, e’ loro dangieri

e pericoli, come fu tocco in parte di sopra, e ne’ segreti e pubblici

consigli determinarono che a pace si venisse, e cura ne dierono a dieci

buoni e discreti cittadini; e infra il tempo l’ambasciadore del santo

padre col favore degli ambasciadori de’ comuni di Toscana duplicando

essa sollecitudine, perchè vedeano le cose de’ Pisani per ire in

fascio, e in mala parte e tosto, tanto sollecitarono, che i Pisani

mandarono loro solenni ambasciadori alla terra di Pescia con mandato

pieno a conchiudere la pace. Il comune di Firenze appresso vi mandò

messer Amerigo Cavalcanti, messer Pazzino degli Strozzi, messer Filippo

Corsini, messer Luigi Gianfigliazzi, e Gucciozzo de’ Ricci per simil

modo col mandato larghissimo, nè però tanto, che li quinci e li quindi

disposti alla pace tanto seppono e poterono onestamente avacciare, che

Giovanni dell’Agnello, tutto sollevato e disposto dal consiglio e caldo

di messer Bernabò a farsi signore di Pisa, più non avacciasse a farsi

signore, prevenendo la pace la quale gli tagliava ogni suo pensiero e

rendevalo vano.

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 209 / 217 题