_Battaglia tra’ Fiorentini e’ Pisani fatta nel borgo di Cascina, nella
quale i Fiorentini furono vincitori._
Domenica, a dì 29 di luglio anni 1364, rivolto l’anno che nel
medesimo giorno i Pisani aveano corso il palio al ponte a Rifredi,
fatti cavalieri, battuta moneta, impiccati asini, e fatte molte altre
derisioni e scherne a’ Fiorentini, messer Galeotto Malatesti capitano
de’ Fiorentini, movendo la notte dinanzi campo da Peccioli, la mattina
s’accampò ne’ borghi di Cascina presso di Pisa a sei grosse miglia,
ma di via piana e spedita, e infra il giorno per lo smisurato caldo
le tre parti e più dell’oste, che erano oltre di quattromila uomini
di cavallo che di soldo, che d’amistà, e che de’ Fiorentini, che per
onorare loro patria di volontà erano cavalcati, e di undicimila pedoni,
s’era disarmata, e quale si bagnava in Arno, quale si sciorinava al
meriggio, e chi disarmandosi in altro modo prendea rinfrescamento.
E il capitano, sì perchè molto era attempato, sì perchè del tutto
ancora libero non era della terzana, se n’era ito nel letto a riposare
senza avere considerazione quanto fosse vicino all’astuta volpe, e
al volpone vecchio Giovanni dell’Aguto, e tutto che al campo fossono
fatti serragli, deboli erano, e cura sufficiente non era data a chi
li guardasse; il perchè avvenne, che il valente cavaliere messer
Manno Donati, come colui a cui toccava la faccenda nell’onore, andando
provveggendo il campo e i modi che la gente dell’arme tenea, conosciuto
il gran pericolo in che il campo stava, e temendo che nel fatto non
giocasse malizia, e dove no, quello che ragionevolmente secondo uso
e costume di guerra ne dovea e potea avvenire, e tantosto n’avvenne,
mosso da fervente zelo incominciò a destare il campo, e dire, noi
siamo perduti, e con queste parole se n’andò al capitano, e lo mosse
a commettere in messer Bonifazio Lupo e in altri tre e in lui la cura
del campo; ciò fatto messer Manno di subito corse al più pericoloso
luogo, e donde l’offesa più grave e più pronta potea venire, cioè alla
bocca della strada che si dirizzava a san Savino e quindi a Pisa, e
il serraglio il quale era debole fece fortificare, e alloggiovvi alla
guardia i fanti aretini con alquanti pregiati Fiorentini, e con loro i
fanti de’ Conti di Casentino; e perchè nel capo li bolliva per diversi
e ragionevoli rispetti quello che di presente ne seguì, aggiunse
alla guardia messer Riccieri Grimaldi con quattrocento balestrieri
genovesi. I Pisani avendo per loro spie e dai luoghi vicini al campo,
e massimamente da san Savino, dello sciolto e traccurato reggimento
del campo, ma non della provvisione fatta per messer Manno, perchè al
fatto fu troppo vicino, conferito con Giovanni dell’Aguto sopra la
materia, infine in lui commisono il tutto dell’impresa, e il popolo
animoso e voglioso a furore presa l’arme nelle braccia sue si pose
con lieta speranza di vittoria, quasi siccome non dovesse potere
perdere. Giovanni Aguto preso il carico senza perdere punto di tempo
diede ordine a quanto fu di mestiere, e uscì col popolo di Pisa, e fè
capo a san Savino, e come mastro di guerra fè il campo de’ Fiorentini
per tre riprese assalire da gente che prima era fuggita che giunta,
affinchè i nemici attediati non conoscessono il vero assalto quando
venisse, e venneli fatto, che ’l campo fu tre volte mosso ad arme dal
campanaro indarno, e il capitano turbato di suo riposo fè comandare
al campanaro alla pena del piè, che che che si vedesse non sonasse
senza licenza sua. Appresso il detto Giovanni aspettò la volta del
sole, perchè i raggi fedissono nel volto de’ nemici, e a’ suoi nelle
spalle. Ancora per la pratica ch’avea del paese conobbe, che a tale
ora surgea un’aura che la polvere venia a portare negli occhi de’
nemici. Solo in uno per gl’intendenti giudicato fu che egli errasse,
che non misurando le miglia da san Savino a Cascina, che sono quattro
di polveroso e rincrescevole piano, nè avendo rispetto alla fiamma del
sole che divampava il mondo, nè al grave peso dell’arme, fidandosi
nella gioventù e prodezza de’ suoi Inghilesi nati e cresciuti nelle
guerre di Francia, a’ quali per animarli e soperchiare ogni fatica
e ogni paura avea messo che nel campo erano quattrocento Fiorentini,
tal buono prigione per mille, tale per duemila fiorini, e del tutto
ignoranti dell’arme, esso fè tutta gente scendere a piè, il perchè
lassi e mezzi stanchi giunsono al campo. Mosselo a ciò fare due
ragioni, l’una perchè la gente a piè più chetamente cavalca, l’altra
perchè leva meno polverio, immaginando, come avvenne, che prima fossono
al campo che sentiti, e così prendere il campo di furto prima che
si potesse ordinare: e tutte le dette cose fatte furono per Giovanni
Aguto, che niente ne sentì messer Galeotto, o per difetto di spie, o
perchè poco curasse ciò che potessono fare i nemici, e questo è più da
credere. Adunque messi nella prima fronte delle schiere quelli aspri
e duri Inghilesi cui tirava la voglia della preda, tutto l’esercito
fè muovere quando gli parve, e prima i suoi Inghilesi furono vicini
alle sbarre che da’ nostri fossono sentiti. Il romore e le strida del
subito assalto a’ nostri furono le spie. I fanti che posti erano alla
guardia del luogo, i quali per lo giorno furono assai più che uomini,
francamente presono l’arme non curando le spaventevoli strida, ma
ordinati di subito alla resistenza non si lasciarono torre una spanna
di terra. E il valente messer Riccieri Grimaldi compartiti i suoi
balestrieri dove necessario gli parve, e allogatine gran parte nelle
ruine delle case, le quali erano di mattoni, e pertugiate e di costa a’
nemici, confortandoli a ben fare, e sollecitandoli dolcemente e qui e
quivi a rinterzare colla forza de’ verrettoni rintuzzò la fiera rabbia
de’ baldanzosi nemici. Mentre che la battaglia era e quinci e quindi
animosamente attizzata alle sbarre, il vero grido del fatto come era
senza suono di campana o altro sollecitamento di capitano corse per lo
campo e lo strinse ad armare, e il primo che giunse al soccorso alle
sbarre, come quelli che temendo sempre stava in punto, fu messer Manno
Donati, il quale veggendo quivi soprabbondare gente da cavallo, per
non stare indarno uscì con tutta sua brigata del campo, e percosse i
nemici ne’ fianchi, conturbando gli ordini loro, e facendo loro danno
assai; e in poca d’ora vennono alle sbarre il conte Arrigo di Monforte
colla insegna de’ feditori, e con lui il conte Giovanni e il conte
Ridolfo chiamato dal volgo il conte Menno, e costui come giunse alle
sbarre le fè gettare in terra, e si avventò sopra i nemici facendo
colla spada cose da tacerle, perchè hanno faccia di menzogna. Per
simile il conte Arrigo co’ suoi Tedeschi sollecitando i cavalli colli
sproni senza averne riguardo contro a’ nemici gli ruppono, passando
tutte loro schiere infino alle carra che da Pisa recavano e veniano
con vino per rinfrescare loro brigata. Il sagace messer Giovanni
dell’Aguto, il quale era nell’ultima schiera co’ suoi caporali e altri
pregiati Inghilesi, avendo compreso che la testa delle sue schiere non
era di fatto entrata nel campo come si credette, e che la resistenza
era dura, si giudicò vinto, e senza aspettare colpo di spada di buon
passo co’ detti caporali si ricolse a san Savino, dove aveano lasciati
i loro cavalli, lasciando nelle peste il popolo de’ Pisani faticato, e
poco uso e accorto negli atti dell’arme. I Genovesi Aretini e’ fanti
dell’Alpe come vidono rotte le schiere de’ Pisani, e mettersi in
fuga, seguitando la caccia ne presono assai. Essendo adunque per gli
Aretini Fiorentini e’ fanti del Casentino alle sbarre ben sostenuta
la puntaglia de’ nemici, e mezza vinta loro pugna, per i balestrieri
genovesi e per i Tedeschi in poco tempo recati a fine, il capitano fè
muovere l’insegna reale, la quale per spazio d’un miglio o poco più si
dilungò dal campo, sotto il cui riguardo assai d’ogni maniera si misono
a perseguitare i nemici, e trovandoli sparti in qua e in là, lassi e
spaventati, ne presono assai. Stando la cosa in estrema confusione
per i Pisani, per alcuni valenti e pratichi d’arme, parendo loro
conoscere il vantaggio, consigliato fu messer Galeotto che seguitasse
la buona fortuna, la quale li promettea la città di Pisa: rispose,
che non intendea il giuoco vinto mettere a partito, e più fè, che
tantosto fè sonare alla ricolta, sotto il dire che temea degli aguati
de’ sottrattori e sagaci nemici; onde molti che sarebbono stati presi
ebbono la via libera a fuggirsi, e massimamente gl’Inghilesi ch’erano
fediti e rifuggiti in san Savino, nè osavano sferrarsi de’ verrettoni
che giunti in Pisa, dov’ebbono solenni medici, e in pochi giorni gran
numero ne perì. Tornato il capitano al campo, e cercato il luogo dove
fu la battaglia, assai vi si trovarono morti, ma molti più il seguente
dì per le fosse e per le vigne, quale per stracco, quale di ferite, e
molti colla sete in Arno mettendovisi dentro vi annegarono. Stimossi
che i morti per detta cagione passassono i mille: i presi furono
vicini a duemila, de’ quali tutti i forestieri furono lasciati, e i
Pisani presi da quelli ch’erano venuti al servigio del comune si furono
loro. Tutta gente di soldo fu per messer Galeotto in segreto istigata
e sollecitata a domandare a lui paga doppia e mese compiuto, ed egli
per la balìa presa dal comune la promesse loro, che montò a dannaggio
del comune circa a centosettantamila fiorini e più, perchè presa la
speranza della detta promessa gran quantità di ricchi e buoni prigioni
i soldati trabaldarono, e feciono con poca di cortesia riscuotere.
Forte e molto diè che pensare a quelli savi e valenti cittadini, che in
que’ giorni si trovarono nel numero de’ reggenti, messer Galeotto, il
più famoso uomo allora d’Italia in cose militari e in podere d’arme,
meritasse d’essere in tal forma assalito nel campo da uomo non meno
famoso nè meno saggio in simili atti di lui, e che esso fosse l’autore,
che i soldati per difendere il campo contro buono uso di gente d’arme
pertinacemente volessono eziandio e con minacce e atti disonesti paga
doppia e mese compiuto, le quali cose diligentemente ponderate furono
cagione d’affrettare il trattato della pace, dando di ciò pensiere ad
alquanti discreti e intendenti cittadini. Ma noi tornando al processo
della guerra, il dì seguente, che fu l’ultimo di luglio, messer
Galeotto, con tutto l’esercito e con i prigioni, girandosi pure vicino
a Pisa per tornarsene a san Miniato del Tedesco assai bene in ordine e
colle schiere fatte, in quello cavalcare fè cavaliere Lotto di Vanni da
Castello Altafronte, giovane di gentile aspetto, e degli accomandati al
comune di Firenze, Piero de’ Ciaccioni di san Miniato, e Bostolino de’
Bostoli d’Arezzo.