_Come gl’Inghilesi e’ Tedeschi coi guastatori pisani presono il colle
di Montughi e di Fiesole, e combatterono i Fiorentini alla porta a san
Gallo, e fessi Anichino di Bongardo cavaliere._
L’ultimo dì d’aprile i nemici mutando campo presono il colle di
Montughi e di Fiesole, spargendosi per tutte le circostanze infino
a Rovezzano, e il primo dì di maggio per giorno nomato colle schiere
fatte se ne vennono sopra la costa della via di san Gallo di sotto al
podere d’Altopascio, dove erano fatti tre serragli, il primo sopra la
via che va a santo Antonio, l’altro sopra la via che va a san Gallo,
il terzo sopra le case poste sopra via che ne va lungo le mura, e
questo era di carri, dove era il conte Arrigo di Monforte con tutta
la gente da cavallo; a’ primi due serragli erano molti Fiorentini
usciti di volontà, i quali impedivano la buona gente dell’arme ch’erano
alla difesa, e ammoniti da messer Manno Donati, e da messer Bonifazio
Lupo, e da messer Giovanni Malatacca, e dagli altri valenti uomini,
che si tirassono addietro, e lasciassono fare la gente dell’arme, nol
vollono fare, il perchè furono cagione della perdita de’ serragli con
morte e presura di molti di loro. Nello scendere delle schiere un poco
davanti due notabili uomini e pregiati in arme, Averardo Tedesco e
Cocco Inghilese, a lento passo l’uno dall’un lato della via l’altro
dall’altra si calarono giù a’ serragli facendo rilevate prodezze;
seguendo appresso le schiere vinsono e gettarono in terra i detti
due serragli, con danni assai e di morti e di prigioni de’ vogliosi e
disordinati Fiorentini, che s’erano voluti mettere alla difesa contro
a’ buoni uomini d’arme, e contra loro volontà. Averardo passò in sulla
piazza di san Gallo, e con molti che appresso il seguivano infino al
piè delle case a fronte si fè al conte di Monforte, il quale stando
come una massa di ferro mai da’ nemici non fu tentato, tutto che le
frecce degli arcieri inghilesi che scendeano sopra l’altra brigata
sembrassono gragnuola. Dalla porta e antiporta e mura scoccavano le
balestra, e a tornio e a staffa, che il tuono del romore piuttosto
cresceano che facessono danno. Scese le schiere, fuoco fu messo in
sant’Antonio del vescovo, e per simile in molti altri casamenti. In
quel fuoco, in quel tumulto, in quelle grida Anichino di Bongardo
si fè cavaliere in sulla costa della via che vede la porta, con
tanti suoni, con tante grida, che parea che ’l cielo tonasse, ed
egli fè cavaliere messer Averardo e più altri, come se fatti fossero
in battaglia campale: e ciò fatto, fu sonato a ricolta, e tutti,
accortamente senza impaccio si ritrassono addietro chi a Montughi e
chi a Fiesole, e la notte con l’ordine dato tra loro feciono la festa
de’ cavalieri novelli, la quale fu in questa forma: che le brigate
a cento i più a venticinque i meno con fiaccole in mano si vedeano
danzare, e l’una brigata si scontrava con l’altra gittando talora le
fiaccole, e ricevendole in mano, e talora mettendole a giro, e a modo
d’armeggiatori seguendo l’un l’altro ordinatamente, e queste fiaccole
passavano le duemila, con gran gavazze di grida e stromenti; e per
quello che s’intese dalle brigate ch’erano nel piano vicino alle mura
dispettose parole usavano contra il comune di Firenze, e intra l’altre,
Guardia studia i collegi, manda pe’ richiesti, e simili parole usate
nel palagio de’ priori, le quali erano intese e da quelli che erano
in sulle mura e da quelli ch’erano da piè. E per dileggiare il popolo
di Firenze in sulle tre ore di notte quetamente mandarono un loro
trombettino e un tamburino in sul fosso delle mura della Porta alla
croce, i quali sonando come a stormo, il popolo di Firenze tutto si
commosse a romore, correndo boci per la terra che i nemici aveano prese
le mura dove le bertesche erano fatte, e che parte di loro n’erano
dentro discesi. La paura fu sopra modo, e i cittadini come smemoriati
correvano qua e là per la terra, e le femmine poneano le lucerne alle
finestre, e con lamenti l’armavano di pietre. La cosa nel suo aspetto
a vedere orribile era, ma saputo il vero, subitamente si racchetò il
bollore fatto in danno e vergogna come detto è. Il seguente dì 2 di
maggio schierati tutti passarono Arno di sotto alla Sardigna assai
presso alla città, e puosono campo a Verzaia stendendosi infino a
Giogoli e Pozzolatico e per Arcetri, ardendo tutto infino presso alle
mura; e sopra questo con le schiere fatte, e con le loro barbare strida
e suoni di stromenti da battaglia vennono verso la porta di san Friano
per combattere nella forma che fatto aveano a quella di san Gallo. I
nostri che ne’ giorni passati s’erano assaggiati con loro, e trovato
aveano ch’erano uomini e non leoni, aveano armato il casamento delle
monache da Verzaia, e quivi fatte le sbarre ricevettono francamente
il baldanzoso assalto, rispondendo loro co’ ferri in mano in modo e
forma che li ributtarono indietro con molti fediti e alcuni morti, il
perchè niente avanzando se non danno e vergogna si ritrassono al campo:
bene arsono allora sopra il ciglio della città Bellosguardo e molte
altre belle e ricche possessioni e palagi, e soprastati per alquanti
giorni, per dare agio ai fediti loro i quali passavano il numero di
duemila, veggendo che i Fiorentini s’ausavano all’arme, e andavano
a riguardo, sicchè poco con loro poteano avanzare, e che le brigate
che uscivano di notte sì de’ cittadini come de’ contadini, che erano
trafitti e aveano bisogno di ristorarsi, stando essi sparti baldanzosi,
e per dispetto quasi senza guardia veruna, e di prigioni e di cavalli
e d’uccisioni li danneggiavano forte, si partirono. Il lor viaggio fu
sopra san Miniato a monte, e sopra l’Ancisa passando per lo Valdarno,
e loro albergheria fu al Tartagliese, e il seguente dì feciono vista
di combattere la Terranuova, dove trovato la risposta, con alquanti
di loro morti e magagnati si partirono, e così mollemente tentarono
dell’altre terre del Valdarno, il perchè aperto s’intese che per
quella via gli avea volti il danaio: che usciti del contado di Firenze
in su quello d’Arezzo, e trovandolo sgombro, passarono su quello di
Cortona, e quindi in su quello di Siena facendo danno assai d’arsioni
prigioni e prede, infine voltisi per la Valdelsa e per la Valdinievole
si fermarono in su quello di Pisa a san Piero in campo. Quivi vollono
vedere la rassegna delle loro brigate, dal tempo ch’entrati erano in
sul Fiorentino, e trovarono che più di seicento buoni uomini d’arme
aveano perduti, e oltre a duemila n’erano fediti, de’ quali assai
poscia perirono.