CAP. LXXXIX.

_Come gl’Inghilesi e’ Tedeschi coi guastatori pisani presono il colle

di Montughi e di Fiesole, e combatterono i Fiorentini alla porta a san

Gallo, e fessi Anichino di Bongardo cavaliere._

L’ultimo dì d’aprile i nemici mutando campo presono il colle di

Montughi e di Fiesole, spargendosi per tutte le circostanze infino

a Rovezzano, e il primo dì di maggio per giorno nomato colle schiere

fatte se ne vennono sopra la costa della via di san Gallo di sotto al

podere d’Altopascio, dove erano fatti tre serragli, il primo sopra la

via che va a santo Antonio, l’altro sopra la via che va a san Gallo,

il terzo sopra le case poste sopra via che ne va lungo le mura, e

questo era di carri, dove era il conte Arrigo di Monforte con tutta

la gente da cavallo; a’ primi due serragli erano molti Fiorentini

usciti di volontà, i quali impedivano la buona gente dell’arme ch’erano

alla difesa, e ammoniti da messer Manno Donati, e da messer Bonifazio

Lupo, e da messer Giovanni Malatacca, e dagli altri valenti uomini,

che si tirassono addietro, e lasciassono fare la gente dell’arme, nol

vollono fare, il perchè furono cagione della perdita de’ serragli con

morte e presura di molti di loro. Nello scendere delle schiere un poco

davanti due notabili uomini e pregiati in arme, Averardo Tedesco e

Cocco Inghilese, a lento passo l’uno dall’un lato della via l’altro

dall’altra si calarono giù a’ serragli facendo rilevate prodezze;

seguendo appresso le schiere vinsono e gettarono in terra i detti

due serragli, con danni assai e di morti e di prigioni de’ vogliosi e

disordinati Fiorentini, che s’erano voluti mettere alla difesa contro

a’ buoni uomini d’arme, e contra loro volontà. Averardo passò in sulla

piazza di san Gallo, e con molti che appresso il seguivano infino al

piè delle case a fronte si fè al conte di Monforte, il quale stando

come una massa di ferro mai da’ nemici non fu tentato, tutto che le

frecce degli arcieri inghilesi che scendeano sopra l’altra brigata

sembrassono gragnuola. Dalla porta e antiporta e mura scoccavano le

balestra, e a tornio e a staffa, che il tuono del romore piuttosto

cresceano che facessono danno. Scese le schiere, fuoco fu messo in

sant’Antonio del vescovo, e per simile in molti altri casamenti. In

quel fuoco, in quel tumulto, in quelle grida Anichino di Bongardo

si fè cavaliere in sulla costa della via che vede la porta, con

tanti suoni, con tante grida, che parea che ’l cielo tonasse, ed

egli fè cavaliere messer Averardo e più altri, come se fatti fossero

in battaglia campale: e ciò fatto, fu sonato a ricolta, e tutti,

accortamente senza impaccio si ritrassono addietro chi a Montughi e

chi a Fiesole, e la notte con l’ordine dato tra loro feciono la festa

de’ cavalieri novelli, la quale fu in questa forma: che le brigate

a cento i più a venticinque i meno con fiaccole in mano si vedeano

danzare, e l’una brigata si scontrava con l’altra gittando talora le

fiaccole, e ricevendole in mano, e talora mettendole a giro, e a modo

d’armeggiatori seguendo l’un l’altro ordinatamente, e queste fiaccole

passavano le duemila, con gran gavazze di grida e stromenti; e per

quello che s’intese dalle brigate ch’erano nel piano vicino alle mura

dispettose parole usavano contra il comune di Firenze, e intra l’altre,

Guardia studia i collegi, manda pe’ richiesti, e simili parole usate

nel palagio de’ priori, le quali erano intese e da quelli che erano

in sulle mura e da quelli ch’erano da piè. E per dileggiare il popolo

di Firenze in sulle tre ore di notte quetamente mandarono un loro

trombettino e un tamburino in sul fosso delle mura della Porta alla

croce, i quali sonando come a stormo, il popolo di Firenze tutto si

commosse a romore, correndo boci per la terra che i nemici aveano prese

le mura dove le bertesche erano fatte, e che parte di loro n’erano

dentro discesi. La paura fu sopra modo, e i cittadini come smemoriati

correvano qua e là per la terra, e le femmine poneano le lucerne alle

finestre, e con lamenti l’armavano di pietre. La cosa nel suo aspetto

a vedere orribile era, ma saputo il vero, subitamente si racchetò il

bollore fatto in danno e vergogna come detto è. Il seguente dì 2 di

maggio schierati tutti passarono Arno di sotto alla Sardigna assai

presso alla città, e puosono campo a Verzaia stendendosi infino a

Giogoli e Pozzolatico e per Arcetri, ardendo tutto infino presso alle

mura; e sopra questo con le schiere fatte, e con le loro barbare strida

e suoni di stromenti da battaglia vennono verso la porta di san Friano

per combattere nella forma che fatto aveano a quella di san Gallo. I

nostri che ne’ giorni passati s’erano assaggiati con loro, e trovato

aveano ch’erano uomini e non leoni, aveano armato il casamento delle

monache da Verzaia, e quivi fatte le sbarre ricevettono francamente

il baldanzoso assalto, rispondendo loro co’ ferri in mano in modo e

forma che li ributtarono indietro con molti fediti e alcuni morti, il

perchè niente avanzando se non danno e vergogna si ritrassono al campo:

bene arsono allora sopra il ciglio della città Bellosguardo e molte

altre belle e ricche possessioni e palagi, e soprastati per alquanti

giorni, per dare agio ai fediti loro i quali passavano il numero di

duemila, veggendo che i Fiorentini s’ausavano all’arme, e andavano

a riguardo, sicchè poco con loro poteano avanzare, e che le brigate

che uscivano di notte sì de’ cittadini come de’ contadini, che erano

trafitti e aveano bisogno di ristorarsi, stando essi sparti baldanzosi,

e per dispetto quasi senza guardia veruna, e di prigioni e di cavalli

e d’uccisioni li danneggiavano forte, si partirono. Il lor viaggio fu

sopra san Miniato a monte, e sopra l’Ancisa passando per lo Valdarno,

e loro albergheria fu al Tartagliese, e il seguente dì feciono vista

di combattere la Terranuova, dove trovato la risposta, con alquanti

di loro morti e magagnati si partirono, e così mollemente tentarono

dell’altre terre del Valdarno, il perchè aperto s’intese che per

quella via gli avea volti il danaio: che usciti del contado di Firenze

in su quello d’Arezzo, e trovandolo sgombro, passarono su quello di

Cortona, e quindi in su quello di Siena facendo danno assai d’arsioni

prigioni e prede, infine voltisi per la Valdelsa e per la Valdinievole

si fermarono in su quello di Pisa a san Piero in campo. Quivi vollono

vedere la rassegna delle loro brigate, dal tempo ch’entrati erano in

sul Fiorentino, e trovarono che più di seicento buoni uomini d’arme

aveano perduti, e oltre a duemila n’erano fediti, de’ quali assai

poscia perirono.

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 198 / 217 题