CAP. XC.

_Come il conte Arrigo di Monforte capitano de’ Fiorentini prese e arse

Livorno._

Nel paesare e nel raggiramento che messer Anichino di Bongardo faceano

in su quello d’Arezzo insieme con gl’Inghilesi, come abbiamo detto,

il conte Arrigo di Monforte capitano de’ Fiorentini, e con lui il

conte Giovanni e il conte Ridolfo colle brigate loro de’ Tedeschi,

ch’erano con quelli del conte Arrigo millecinquecento barbute, e

con l’altra gente di cavallo de’ Fiorentini ch’erano per le castella

alle frontiere, la quale fè adunare in san Miniato del Tedesco, e con

cinquecento balestrieri scelti, e più con assai Fiorentini a cavallo

e a piè che di volontà l’aveano voluto seguire, e col consiglio di

messer Manno Donati, e di certi degli altri provvisionati, de’ quali

di sopra facemmo menzione, fatto fornimento da vivere per quindici

giorni, venerdì mattina a dì 21 di Maggio 1364 si partì di san Miniato

del Tedesco, e la sera prese albergo su l’Era vicino al castello di

Gello, e il sabato mattina passando vicino di Pisa, e facendo quel

danno che fare si potea s’accampò a san Piero in Grado. E in quel

giorno vennono a Pisa di Lombardia millequattrocento uomini di cavallo

sotto nome di compagnia, i quali veniano per pigliare inviamento di

loro mestiere in Toscana. I Pisani vedendosi improvviso giugnere questa

ventura loro donarono duemila fiorini d’oro, ed elli coll’altra gente

loro che rimasa era in Pisa, come soperchio a’ Tedeschi e Inghilesi che

cavalcati erano in sul Fiorentino, e con parte del popolo andassono

a combattere co’ Fiorentini ch’erano accampati a san Piero in Grado,

e così promisono di fare, e preso rinfrescamento, con la gente e col

popolo uscirono di Pisa schierati, e a pian passo contro i nemici. Il

conte di Monforte sollecitato era molto da messer Manno che passasse

il ponte allo Stagno contro Livorno, ed egli dubitando forte stava

sospeso, e per conforto che fatto gli fosse non si attentava a passare

quello lagume, e non sapere dove, se non quando vidde il gran polverio

della gente ch’usciva di Pisa, quindi mosse passo, e di presente

messer Manno chiamò Filippone di Giachinotto Tanaglia, che quivi

appresso di lui era, e prese due scuri in mano tagliarono due pali in

su che si posava il ponte, e lo feciono nello stagno cadere, e a pena

aveano fornito il servigio che i Pisani sopraggiunsono e per acqua e

per terra. Messer Manno conoscea tutti i soldati che praticavano in

Lombardia, e pertanto domandò di volere parlare con alcuno di loro

caporali, e tantosto vennono parecchi, e con lieta accoglienza lo

viddono, rallegrandosi ch’aveano cessato materia di zuffa, e a lui

dissono, che aveano ricevuto duemila fiorini d’oro perchè commettessono

battaglia con loro, e che credeano che i Pisani attenderebbono a loro

persecuzione, ma che essi per suo amore lentamente procederebbono, e

da lui preso congio, a passi scarsi si tornarono verso Pisa. E in ciò

cadde perdimento di tempo a’ Pisani, utile e necessario alla gente de’

Fiorentini, come può qualunque intendente udendo il fatto comprendere,

perocchè deliberarono i Pisani che la detta gente cavalcasse a

Montescudaio, e togliesse il passo a’ Fiorentini, e se ciò fosse per

mala fortuna avvenuto, senza dubbio tutta la gente ch’era in quella

cavalcata era perduta. La detta gente la sera soprastette in Pisa,

e la mattina seguente persono tempo tra nell’armarsi e mettersi in

ordine. I Fiorentini in quel giorno che passarono il ponte allo Stagno

presono Porto pisano e Livorno, e trovaronlo sgombro, perocchè quelli

che dentro v’erano diffidandosi di poterlo tenere da tanto sforzo,

prestamente si diedono allo sgombrare fuggendo loro famiglie e cose,

e così le mercatanzie in mare in su le navi, che solo una balla di

panni e una ricca cortina nel fondaco trovato non fu, or non di manco

messo in preda quello che trovato vi fu, il conte fece ardere la terra.

Messer Manno udito il generale avviso della gente dell’arme che s’era

data a servire a’ Pisani, come uomo avvisato e pratico de’ casi che

sogliono ne’ fatti dell’arme avvenire, subito gli corse in pensiero,

che i Pisani non rivolgessono quella gente in Maremma a tor loro il

passo di Montescudaio, e cominciò forte a dubitare, e avvisonne il

capitano, e vennono presto a’ rimedi, perocchè messasi innanzi la gente

da piè, perchè del camminare avessono più agio, e rinfrescato alquanto

i loro cavalli, alle tre ore di notte presono viaggio, e dirizzaronsi

verso Montescudaio per vie montuose e aspre e malagevoli, e tutta

quella notte senza arresto cavalcarono, e il seguente dì con dare poco

d’agio alle bestie e a loro misono in cavalcare come fossono in fuga, e

alle tre ore di notte uscirono del passo di Montescudaio, e ridussonsi

in su quello di Volterra in luogo sicuro, trovandosi avere camminato in

ventiquattro ore miglia trentotto di pessima via. E in quella medesima

notte circa alle sette ore la gente de’ Pisani giunse a Montescudaio

per torre il passo, e trovando che i Fiorentini erano passati, dello

scorno che loro parea avere ricevuto presono cordoglio. Emmi stato

piacere particolarmente narrare questa particella di storia per

dimostrare quello che può e fa la fortuna nelle maledette confusioni

delle guerre. Ben furono di quelli che vollono dire, che la cavalcata

era stata di coscienza de’ Pisani, perchè pace si potesse cercare, e

se vero fu, alla Pisanesca bel tratto faceano, avendo il caso fortuito

loro prestato la gente dell’arme, colla quale stimarono poterlo fare, e

assai presso vi furono.

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 199 / 217 题