_Come messer Pandolfo passò nel Mugello colla gente da cavallo per
tenere stretti gl’Inghilesi._
Essendo gl’Inghilesi passati nel Mugello per mala provvedenza di
chi potea riparare, messer Pandolfo fu fermo nell’usato pensiero di
farsi signore, e disse di volere cavalcare nel Mugello con la gente
dell’arme che era nella città, ch’era nel torno di dodici centinaia
di barbute; gli otto della guerra gliele interdiceano facendogliene
espressa proibizione, e non senza cagione, avendo rispetto a’ modi per
lui altra volta tenuti, e veggendo la città in grave pericolo: egli per
pertinacia seguendo sua intenzione disse, o che cavalcherebbe, o che
rifiuterebbe l’uficio del capitanato. Gli otto stando pur fermi, per
la città ne surse mormorio e sollevamento di scandalo; onde stando il
popolo insollito sotto ombra di cittadinesca riotta, gli otto temendo
gli concedettono l’andata, e cavalcò con circa a mille barbute, e
in compagnia del conte Arrigo di Monforte, a cui imposto fu per gli
otto che cura all’operazioni di messer Pandolfo poco fidato al comune
avesse; giunti nel Mugello, il conte s’alloggiò nella Scarperia, e
messer Pandolfo nel borgo a san Lorenzo. Occorse in quei giorni, che
circa a trenta della brigata del conte per avventura si scontrarono in
cento o più Inghilesi, e per spazio di due ore insieme si combatterono:
un gentiluomo della brigata del conte nome Arrigo veggendo il soperchio
degl’Inghilesi discese a piede, e con una lancia in mano di sua persona
fè maraviglie, perocchè, secondo che avemmo da persona degna di fede
che si trovò al fatto, con la detta lancia spuose da cavallo da dieci
Inghilesi de’ quali due morirono, e per lo detto atto e per li compagni
che francamente lo seguirono gl’Inghilesi inviliti dierono le reni, e
di loro, massimamente di quelli ch’erano rimasi a piede, alquanti ne
furono presi, alquanti ne rimasono morti nella battaglia. Avemo con
piacere per tanto di ciò fatto ricordo, perchè ne’ nostri dì tanta
prodezza di rado è stata veduta, e per mostrare quanto di valore e di
cuore a un esercito presta non solo il valente capitano, ma eziandio
il valente cavaliere, e così il vile viltà. L’opere d’arme per tenere
gl’Inghilesi stretti erano del conte Arrigo e del conte Ridolfo, ch’era
chiamato il conte Menno, e di loro brigate, ch’altri poco se ne dava
travaglio.