CAP. LXXXV.

_Come messer Pandolfo passò nel Mugello colla gente da cavallo per

tenere stretti gl’Inghilesi._

Essendo gl’Inghilesi passati nel Mugello per mala provvedenza di

chi potea riparare, messer Pandolfo fu fermo nell’usato pensiero di

farsi signore, e disse di volere cavalcare nel Mugello con la gente

dell’arme che era nella città, ch’era nel torno di dodici centinaia

di barbute; gli otto della guerra gliele interdiceano facendogliene

espressa proibizione, e non senza cagione, avendo rispetto a’ modi per

lui altra volta tenuti, e veggendo la città in grave pericolo: egli per

pertinacia seguendo sua intenzione disse, o che cavalcherebbe, o che

rifiuterebbe l’uficio del capitanato. Gli otto stando pur fermi, per

la città ne surse mormorio e sollevamento di scandalo; onde stando il

popolo insollito sotto ombra di cittadinesca riotta, gli otto temendo

gli concedettono l’andata, e cavalcò con circa a mille barbute, e

in compagnia del conte Arrigo di Monforte, a cui imposto fu per gli

otto che cura all’operazioni di messer Pandolfo poco fidato al comune

avesse; giunti nel Mugello, il conte s’alloggiò nella Scarperia, e

messer Pandolfo nel borgo a san Lorenzo. Occorse in quei giorni, che

circa a trenta della brigata del conte per avventura si scontrarono in

cento o più Inghilesi, e per spazio di due ore insieme si combatterono:

un gentiluomo della brigata del conte nome Arrigo veggendo il soperchio

degl’Inghilesi discese a piede, e con una lancia in mano di sua persona

fè maraviglie, perocchè, secondo che avemmo da persona degna di fede

che si trovò al fatto, con la detta lancia spuose da cavallo da dieci

Inghilesi de’ quali due morirono, e per lo detto atto e per li compagni

che francamente lo seguirono gl’Inghilesi inviliti dierono le reni, e

di loro, massimamente di quelli ch’erano rimasi a piede, alquanti ne

furono presi, alquanti ne rimasono morti nella battaglia. Avemo con

piacere per tanto di ciò fatto ricordo, perchè ne’ nostri dì tanta

prodezza di rado è stata veduta, e per mostrare quanto di valore e di

cuore a un esercito presta non solo il valente capitano, ma eziandio

il valente cavaliere, e così il vile viltà. L’opere d’arme per tenere

gl’Inghilesi stretti erano del conte Arrigo e del conte Ridolfo, ch’era

chiamato il conte Menno, e di loro brigate, ch’altri poco se ne dava

travaglio.

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 194 / 217 题