_Come rotto il trattato della pace i Pisani cavalcarono i Fiorentini._
Mentre che il venerabile frate Marco per commissione di papa Urbano
quinto cercava la pace tra’ Fiorentini e’ Pisani, i Genovesi, Perugini
e Sanesi mandarono loro ambasciadori per cercare la detta pace insieme
col detto frate Marco, il quale ricevuta la risposta dal comune di
Firenze, che voleva pace dove fosse sopportabile e onesta, si tornò
a Pisa, e trovando i Pisani per lo caldo della molta buona gente
d’arme ch’aveano montati in più altere domande con minacce, tutto
che la speranza della pace avessono gittata indietro alle spalle, non
di manco i detti ambasciadori seguiano la cerca innanzi che le cose
inzotichissino più, minacciando i Pisani che se la pace prestamente
non si prendesse nella forma che l’aveano domandata, che farebbono
la lor gente cavalcare a desolazione e distruzione del contado di
Firenze. A’ Fiorentini parea al di dietro avere ricevuto soperchio
oltraggio, e aspettavano in corti giorni l’avvenimento della Compagnia
della stella, la quale per sagacità e sollecitudine di messer Galeazzo
corrotta per danari ritardava sua venuta, dipoi levata ne fu, e le
duemila barbute soldate nella Magna, fidandosi in questa speranza, e
ne’ valenti uomini ch’aveano a provvisione, ch’erano messer Bonifazio
Lupo da Parma, messer Tommaso da Spuleto, messer Manno Donati, messer
Ricciardo Cancellieri, e Giovanni Malatacca da Reggio, i quali erano
pregiati maestri di guerra, e stato ciascuno di per sè capitano di
grande esercito e avutone onore, e già in Firenze era venuto il conte
Arrigo di Monforte, e in sua compagnia il conte Giovanni e il conte
Ridolfo stratti della casa di Soavia con cinquecento uomini di cavallo
tutti giovani, e per la maggior parte gentili uomini, grandi e belli
del corpo, e quanto per un fiotto di tanta gente a giudizio di tutti
non era ricordo che entrasse in Firenze più bella nè meglio in punto
d’arme e di cavalli, ed esso conte era di bello e gentile aspetto.
Per le dette cagioni i Fiorentini con più cuore rifiutarono la pace,
e le minacce misono a non calere; onde i Pisani posta giù la speranza
della pace, avendo seimilacinquecento uomini di cavallo tra Tedeschi
e Inghilesi capitanati da Anichino di Bongardo e Giovanni Aguto in
forma di compagnie, e giunti loro oltre a mille cittadini e contadini
i più guastatori, licenziarono che intendessono a fare aspra guerra,
il perchè a dì 13 del mese d’aprile si mossono e passarono per la
Valdinievole, e posarsi nel piano di Pistoia, e in due luoghi puosono
campo, e il seguente dì gl’Inghilesi a schiere fatte si dirizzarono
a Prato, e in su la porta di Prato combatterono i Pratesi, e con mano
presono il ponte levatoio con maravigliosa sicurtà vietando che non si
levasse, la quale audacia a’ nostri fu in grande terrore, e a dì 15
d’aprile circa a mille uomini a cavallo della brigata degl’Inghilesi
nel mezzo della notte si partirono del campo, e vennono infino alla
Porta al prato, onde la terra si scommosse tutta ad arme, e di loro
quattro gagliardi toccarono la porta, de’ quali l’uno ne rimase, e
senza arrestare si partirono con parecchi che trovarono nelle letta, e
con alquanti buoi, e tornarono al campo. E il seguente dì gl’Inghilesi
per lo stretto di Valdimarina passarono nel Mugello, non senza vergogna
de’ provveditori del nostro comune, a cui parea che per le civili
dissensioni Iddio avesse tolto il cuore e ’l senno; l’intenzione
degl’Inghilesi fu di passare per lo Mugello, e venirsene nel piano di
san Salvi, e ivi porre campo, e attenere a’ Fiorentini la promessa di
fare il prete novello: Anichino dovea tenere campo a Peretola. Passati
adunque la notte gl’Inghilesi la Valdimarina in sul fare del giorno
giunsono a Latera e a Barberino, e trovarono i villani non avvisati e
male provveduti, onde ebbono da cento prigioni, e da cento paia di buoi
e assai bestiame minuto, e trovarono pieno di biada e di vino e d’altra
roba da vivere, e la cagione fu per allora, che dove i governatori
della città doveano levare le gabelle acciocchè la roba venisse alla
terra, le raddoppiarono, il perchè niuno volea recare, volendo innanzi
stare a rischio del perderla: e ciò fu riputato a’ signori in singulare
fallo, levando l’abbondanza alla città e lasciando a’ nemici pastura.