CAP. LXXXIV.

_Come rotto il trattato della pace i Pisani cavalcarono i Fiorentini._

Mentre che il venerabile frate Marco per commissione di papa Urbano

quinto cercava la pace tra’ Fiorentini e’ Pisani, i Genovesi, Perugini

e Sanesi mandarono loro ambasciadori per cercare la detta pace insieme

col detto frate Marco, il quale ricevuta la risposta dal comune di

Firenze, che voleva pace dove fosse sopportabile e onesta, si tornò

a Pisa, e trovando i Pisani per lo caldo della molta buona gente

d’arme ch’aveano montati in più altere domande con minacce, tutto

che la speranza della pace avessono gittata indietro alle spalle, non

di manco i detti ambasciadori seguiano la cerca innanzi che le cose

inzotichissino più, minacciando i Pisani che se la pace prestamente

non si prendesse nella forma che l’aveano domandata, che farebbono

la lor gente cavalcare a desolazione e distruzione del contado di

Firenze. A’ Fiorentini parea al di dietro avere ricevuto soperchio

oltraggio, e aspettavano in corti giorni l’avvenimento della Compagnia

della stella, la quale per sagacità e sollecitudine di messer Galeazzo

corrotta per danari ritardava sua venuta, dipoi levata ne fu, e le

duemila barbute soldate nella Magna, fidandosi in questa speranza, e

ne’ valenti uomini ch’aveano a provvisione, ch’erano messer Bonifazio

Lupo da Parma, messer Tommaso da Spuleto, messer Manno Donati, messer

Ricciardo Cancellieri, e Giovanni Malatacca da Reggio, i quali erano

pregiati maestri di guerra, e stato ciascuno di per sè capitano di

grande esercito e avutone onore, e già in Firenze era venuto il conte

Arrigo di Monforte, e in sua compagnia il conte Giovanni e il conte

Ridolfo stratti della casa di Soavia con cinquecento uomini di cavallo

tutti giovani, e per la maggior parte gentili uomini, grandi e belli

del corpo, e quanto per un fiotto di tanta gente a giudizio di tutti

non era ricordo che entrasse in Firenze più bella nè meglio in punto

d’arme e di cavalli, ed esso conte era di bello e gentile aspetto.

Per le dette cagioni i Fiorentini con più cuore rifiutarono la pace,

e le minacce misono a non calere; onde i Pisani posta giù la speranza

della pace, avendo seimilacinquecento uomini di cavallo tra Tedeschi

e Inghilesi capitanati da Anichino di Bongardo e Giovanni Aguto in

forma di compagnie, e giunti loro oltre a mille cittadini e contadini

i più guastatori, licenziarono che intendessono a fare aspra guerra,

il perchè a dì 13 del mese d’aprile si mossono e passarono per la

Valdinievole, e posarsi nel piano di Pistoia, e in due luoghi puosono

campo, e il seguente dì gl’Inghilesi a schiere fatte si dirizzarono

a Prato, e in su la porta di Prato combatterono i Pratesi, e con mano

presono il ponte levatoio con maravigliosa sicurtà vietando che non si

levasse, la quale audacia a’ nostri fu in grande terrore, e a dì 15

d’aprile circa a mille uomini a cavallo della brigata degl’Inghilesi

nel mezzo della notte si partirono del campo, e vennono infino alla

Porta al prato, onde la terra si scommosse tutta ad arme, e di loro

quattro gagliardi toccarono la porta, de’ quali l’uno ne rimase, e

senza arrestare si partirono con parecchi che trovarono nelle letta, e

con alquanti buoi, e tornarono al campo. E il seguente dì gl’Inghilesi

per lo stretto di Valdimarina passarono nel Mugello, non senza vergogna

de’ provveditori del nostro comune, a cui parea che per le civili

dissensioni Iddio avesse tolto il cuore e ’l senno; l’intenzione

degl’Inghilesi fu di passare per lo Mugello, e venirsene nel piano di

san Salvi, e ivi porre campo, e attenere a’ Fiorentini la promessa di

fare il prete novello: Anichino dovea tenere campo a Peretola. Passati

adunque la notte gl’Inghilesi la Valdimarina in sul fare del giorno

giunsono a Latera e a Barberino, e trovarono i villani non avvisati e

male provveduti, onde ebbono da cento prigioni, e da cento paia di buoi

e assai bestiame minuto, e trovarono pieno di biada e di vino e d’altra

roba da vivere, e la cagione fu per allora, che dove i governatori

della città doveano levare le gabelle acciocchè la roba venisse alla

terra, le raddoppiarono, il perchè niuno volea recare, volendo innanzi

stare a rischio del perderla: e ciò fu riputato a’ signori in singulare

fallo, levando l’abbondanza alla città e lasciando a’ nemici pastura.

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 193 / 217 题