CAP. LXXXI.

_Cavalcate fatte per gl’Inghilesi nel pieno del verno._

Poichè gl’Inghilesi si viddono ricondotti, come uomini vaghi di preda e

vogliosi di zuffa, a dì 2 di febbraio in numero di mille lance, i quali

si facevano tre per lancia di gente a cavallo (ed eglino furono i primi

che recarono in Italia il conducere la gente di cavallo sotto nome di

lance, che in prima si conduceano sotto nome di barbute e a bandiere) e

in numero di duemila a piè, essendo il freddo fuori di misura, e venute

più nevi sopra nevi, si partirono dalle frontiere dove pochi dì dinanzi

s’erano ridotti, e passando la notte per Valdinievole se ne vennono

a Vinci e Lampolecchio, luoghi fertili e abbondevoli di vittuaglia

per gli uomini e per i cavalli, e trovarono il paese non sgombro per

la pertinacia de’ nostri contadini, che non vogliono per bando o per

minacce a’ loro signori ubbidire. Giugnendo nel pieno della notte molti

paesani presono nelle letta, e posono il campo fermo nelle villate di

Vinci stendendosi in più di mille case, e il seguente dì cavalcarono

infino a Signa e Carmignano. Il tempo disusato e sconcio a cavalcare

gente d’arme, e massimamente di notte, ne presta materia di scrivere

de’ modi e reggimenti de’ detti Inghilesi nel presente capitolo senza

farne altra distinzione: e in prima, essi aveano in consuetudine di

guerreggiare così il verno come di state, che a’ Romani, di cui è

scritto, Fortia agere, et pati, Romanum, che in volgare suona, forti

cose fare, e patire, romana cosa è, non fu in uso, e sempre il verno

faceano feria dando alla guerra riposo, se per forza non fussono

tratti a battaglia. E come si trova ne’ veraci storiografi, Annibale

uomo di ferro nel mezzo del verno passò gli altissimi gioghi delle

montagne che surgono per lo mezzo d’Italia, e passano da monte Veso

infino sopra il faro di Messina, le quali alpi poi per la detta cagione

sempre nominate furono le Alpi pennine, perocchè gli Affricani sono

chiamati Penni, e sceso il verno si combattè a Pavia con Scipione e

lo vinse, poi dirizzandosi verso Roma con un solo elefante che rimaso

gli era, per lo freddo perdè un occhio, e procedendo sopra il Lago di

Perugia tra Montegeti e Passignano si combattè con Flaminio consolo

e lo vinse, usando astuzia, perocchè essendo per lo gran freddo le

membra de’ cavalieri arrudate e spossate, avanti che venisse alla

battaglia Annibale fè fare gran fuochi, e scaldare i suoi cavalieri,

e ugnere con olio. Tornando a nostra materia, per antico ricordo non

era che fosse stato il freddo sì aspro e pungente, che quasi per tutto

dicembre fino al marzo non erano cessate le nevi, e il ghiaccio per i

venti freddi fu grosso, e a passare per i cavalli quasi impossibile,

e massimamente in certi pendenti di vie che non si poteano schifare.

Costoro tutti giovani, e per la maggior parte nati e accresciuti

nelle lunghe guerre tra’ Franceschi e Inghilesi, caldi e vogliosi,

usi agli omicidii e alle rapine, erano correnti al ferro, poco avendo

loro persone in calere, ma nell’ordine della guerra erano presti, e

ubbidienti ai loro maestri, tutto che nell’alloggiarsi a campo per

la disordinata baldanza e ardire poco cauti si ponessono sparti e

male ordinati, e in forma da lievemente ricevere da gente coraggiosa

dannaggio e vergogna. Loro armadura quasi di tutti erano panzeroni,

e davanti al petto un’anima d’acciaio, bracciali di ferro, cosciali

e gamberuoli, daghe e spade sode, tutti con lance da posta, le quali

scesi a piè volentieri usavano, e ciascuno di loro avea uno o due

paggetti, e tali più secondo ch’era possente, e come s’aveano cavate

l’armi di dosso i detti paggetti di presente intendeano a tenerle

pulite, sicchè quando compariano a zuffe loro armi pareano specchi, e

per tanto erano più spaventevoli. Altri di loro erano arcieri, e loro

archi erano di nasso, e lunghi, e con essi erano presti e ubbidienti, e

faceano buona prova. Il modo del loro combattere in campo quasi sempre

era a piede, assegnando i cavalli a’ paggi loro, legandosi in schiera

quasi tonda, e i due prendeano una lancia, a quello modo che con li

spiedi s’aspetta il cinghiaro, e così legati e stretti, colle lance

basse a lenti passi si faceano contro a’ nemici con terribili strida: a

duro era il poterli snodare, e per quello se ne vidde per la sperienza,

gente più atta a cavalcare di notte e furare terre ch’a tenere campo

felici, più per la codardia della nostra gente che per loro virtù.

Scale aveano artificiose, che il maggiore pezzo era di tre scaglioni,

e l’uno pezzo prendea l’altro a modo della tromba, e con esse sarebbono

montati in su ogni alta torre. I detti Inghilesi, tornando alla nostra

materia, combatterono il castello di Vinci, fidandosi ne’ tardi e lenti

provvedimenti di quelli ch’allora guardavano la nostra repubblica,

e pensando che fossono poco atti alla difesa, ma furono con franco

animo e fronte senza paura ricevuti, e assai di loro di soperchio

baldanzosi furono morti e assai fediti, senza altro acquistare che onta

e vergogna; e per simile modo per due volte tornarono a Carmignano,

dove con più sicuro volto e loro dannaggio furono veduti, il perchè

si partirono di quindi, e andarsene al Montale sopra Montemurlo, con

intenzione di passare per lo stretto di Valdimarina nel Mugello, ma

sentendo che per quella volta da mille cinquecento pedoni de’ paesani e

del Mugello s’erano a passi recati, e loro con allegrezza aspettavano,

pensando con loro più tosto guadagnare che perdere, perchè tutto era

sgombro e ridotto alle fortezze si tornarono per lo passo di Seravalle

verso Pistoia nel contado di Pisa con loro gran danno, perocchè di

loro tra morti e presi nella detta cavalcata si trovarono assai più di

trecento, che da’ nostri contadini che da soldati che li tramezzarono

a Seravalle, e sì da’ Pistoiesi che vi trassono al grido. I prigioni

ch’aveano avuti a Vinci su le letta non passarono i quindici, nè i

morti i cinque: la preda che feciono a pena gli potè nutricare: ne’

giorni che stettono non arsono case, molti de’ loro cavalli perderono

per lo gran disagio e freddo soffersono, nevicando loro addosso il dì e

la notte; il perchè tornati a loro stallo molti uomini se ne morirono;

e così a poco a poco si logoravano gl’Inghilesi.

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 190 / 217 题