CAP. LXXXII.

_Come Anichino di Bongardo con tremila barbute venne al servigio de’

Pisani, e come sagacemente cercarono avvantaggiosa pace._

Nel detto anno 1363, a dì 15 del mese di marzo, Anichino di Bongardo

Tedesco, il quale era stato in Lombardia al soldo di messer Galeazzo

Visconti nella guerra del marchese di Monferrato, con tremila barbute

venne in favore de’ Pisani mandato per lo detto messer Galeazzo sotto

colore e titolo di soldo, sicchè in quel tempo i Pisani si trovarono

avere più di seimilacinquecento buoni uomini di cavallo, il perchè loro

parendo, e così era il vero, loro avere il migliore, ed essere di loro

onta vendicati, con segreto e cauto modo cercarono d’avere pace onorata

e vantaggiosa per le mani di santa Chiesa, e ordinarono che papa Urbano

quinto mandò per suo legato in Toscana per cercare detta pace un frate

Marco da Viterbo generale de’ frati minori, il quale essendo stato in

Pisa venne a Firenze, e onoratamente fu ricevuto, e in fine dicendo,

che al santo padre era in calere che della guerra da’ Fiorentini

a’ Pisani la quale era il guasto di Toscana si venisse alla pace, e

che tanto era fatto quinci e quindi che bene vi cadea, ebbe questa

risposta: che i Fiorentini erano stati tirati a loro malgrado nella

guerra dalla soperchia astuzia de’ Pisani, e che avanti li facessono

risposta di pace e volessono udire domande de’ Pisani, considerato che

il fatto non era pur loro, ma dell’università, sopra ciò ne voleano

tenere consiglio; e licenziato il generale, il seguente dì feciono

un consiglio di richiesti dove furono oltre a mille cittadini; e ciò

fu fatto per richiudere la bocca a’ mormoratori della pace, e per

schifare la pace che parea vituperosa, presentendosi segretamente

le disoneste e sconce cose domandavano i Pisani. Adunque si tenne

quest’ordine, che anzi che volessono i signori e’ collegi udire le

domande, vollono che ’l detto generale le sponesse nel detto consiglio;

e prima che mandassono per lui, uno de’ signori si levò nel consiglio

e assai oscuramente disse, che ciò che nel consiglio venia non era

loro movimento, ma che i priori passati n’aveano di corte avuto alcuno

odore, e che gli otto della guerra di ciò niente sapeano, e che gli

otto gli avviserebbono degli ordini presi per loro nella prosecuzione

della guerra e di loro possanza, e appresso Spinello della Camera, il

quale era pienamente informato dell’entrata e uscita del comune e del

debito suo, loro farebbe chiaro di quanto il comune fosse possente a

danari. Posato quello de’ signori si levò uno di quelli della guerra,

e distesamente e apertamente disse, che l’ordine dato per loro era

questo, cioè, che per settantamila fiorini aveano condotto per sei mesi

quattromila barbute di quelli della Compagnia della stella, la quale

era in Provenza, intra i quali erano più di cinquecento gentili uomini,

e più nella Magna duemila barbute intra i quali era il conte Giovanni,

il conte Guido, il conte Ridolfo stratti della casa di Soavia, e che

al presente n’aveano scritte al soldo tremila, e che le dette brigate

si doveano rassegnare in Firenze innanzi l’uscita del mese, e altre

molte cose disse le quali poteano sollevare gli animi degli uditori

alla guerra, soggiugnendo, che tale spesa per la pace schifare non si

potea. Appresso si levò Spinello della Camera mostrando l’entrata e

l’uscita del comune, e che pagate le dette brigate per tutto il mese

d’ottobre il comune rimanea in debito di centossessantasei migliaia

di fiorini, di che udite le sopraddette cose gli animi degli uditori

accesi e sollevati inclinarono alla guerra; e ciò fatto, i signori

feciono chiamare il generale, e sporre le domande de’ Pisani, le quali

erano superbe troppo e fastidiose, e tali, che se avessono avuto il

comune di Firenze in prigione sarebbono state sconvenevoli, sconce e

disoneste, sopra le quali levati molti dicitori in fine di concordia

di tutti si prese, che dove pace avere si potesse ragionevole, e quale

comportare si potesse, col nome di Dio si prendesse, quanto che no, che

francamente si seguitasse la guerra, e avvenisse ciò che avvenire ne

potesse; vero che non si facesse pace s’avessono fatto lega con messer

Galeazzo, per la quale si dicea essere ito per ambasciadore de’ Pisani

in Lombardia Giovanni dell’Agnello.

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 191 / 217 题