CAP. LXXIII.

_Esempio e ammaestramento de’ popoli che vivono a libertà i quali

si conducono nella fortuna della guerra di non torre capitano uso a

tirannia._

Tornando al processo di nostra materia, gl’Inghilesi da Ricorboli

venuti a Figghine essendo ad abbondanza grassi e di prigioni e di

preda, nel consiglio de’ loro maggiori cominciarono ad entrare in

pensiero, come l’uno e l’altro potessono conducere in Pisa per li

stretti passi di Valdipesa: e per ciò potere fare, parendo loro come a

gente dotti di guerra del Chianti sentire l’intenza di messer Pandolfo,

e che pertanto era occupato intorno a’ fatti della città, poichè

alquanti giorni furono riposati feciono sentire al comune di Firenze,

che a dì undici del mese di novembre intendeano di fare consegrare un

prete novello nella badia di san Salvi, e che i signori di Firenze e

gli altri gentiluomini dovessono venire a fare onore al detto prete, e

a loro in persona di lui. Ciò indubitatamente credette messer Pandolfo,

e per le sue spie l’ebbe di certo, perocchè vidono il campo armare il

detto dì 11 la mattina per tempo, e per lo campo sentirono divolgare

come si dirizzavano verso Firenze; e certo a ciò avvisati cautamente

presono il viaggio verso Firenze, il perchè le spie non attendendo più

oltre vennono a Firenze ad informare messer Pandolfo. Stando la terra

sotto l’arme in gran tremore, scendendo all’Apparita pur un fante a piè

credeano fossono della brigata degl’Inghilesi, le campane sonavano a

stormo, il popolo sbalordito correa in qua e in là senza ordine e senza

capo, lasciando quasi ciascuno il suo gonfalone per ire a vedere, e di

largo avanti che messer Pandolfo giugnesse alla Porta alla croce usciti

erano della città ottomila uomini bene armati; quelli ch’erano più

gagliardi erano nel piano di san Salvi, e ordinatisi il meglio aveano

saputo, aspettando a ricevere i nemici, gli altri erano per le coste

sopra san Salvi. Il falso grido sonava per la terra che già parte di

loro n’era a Rovezzano: la gente da cavallo tutta era nella piazza de’

signori, e aspettava il capitano, il quale per la malizia soprastette

al mangiare tanto, ch’era quando se ne levò più vicino alla nona che

alla terza, e ciò fè perchè il popolo satollo uscisse fuori, e pensando

che a quell’ora ragionevolmente i nemici dovessono esser giunti a san

Salvi, e alle mani col popolo voglioso e con poco senno. Uscito il

capitano fuori coll’insegna di sua arme levata, seguendolo i soldati e

molti cittadini da bene a cavallo, come giunse alla Porta alla croce la

fece serrare, e così quella della giustizia, ed esso si stava dentro

a guardarla, lasciando il popolo di Firenze senza rifugio al taglio

delle spade e in preda de’ nemici, che bene conoscea chi era il popolo,

e chi gl’Inghilesi. Di fuori della porta era il tumulto grande delle

strida delle femmine che fuggivano co’ figliuoli in collo e a mano,

e voleano entrare dentro e non poteano, e quelle grida confermavano

nella testa a messer Pandolfo che i nemici fossono giunti, e a zuffa,

e ripreso da molti buoni cittadini che non lasciava entrare le femmine

e’ fanciulli, fatto per alquanto di tempo orecchie di mercatante, quasi

come temesse che per lo sportello entrassono i nemici e corressono la

terra, alla fine udendo il mormorio del popolo e de’ buoni uomini fece

aprire lo sportello: e io scrittore che era in quel luogo vidi molti

cittadini grandi e da bene, e a cui era cara la libertà della città,

piagnere e lagrimare vedendo il caso pericoloso, e ricordando il tempo

del duca d’Atene, e come si fece signore, e alquanti di loro n’andarono

a’ signori, e li consigliarono che provvedessono di vittuaglia il

palagio, e facessono mettere le balestra grosse e le bombarde in punto

sicchè il palagio avesse difesa, e tale, che di fatto, come al tempo

del duca d’Atene, occupato non fosse. E stando nel tumulto del fornire

e armare il palagio alla difesa, un messo giunse loro da Figghine,

e disse come i nemici aveano arso il campo e il borgo di Figghine, e

come s’erano partiti co’ prigioni e colla preda, e fatta la via per

lo Chianti; onde i signori mandarono a dire a messer Pandolfo che

facesse aprire le porte, e tornassesi allo stallo suo, il quale ciò

udito, caduto della speranza, con gli occhi bassi e mal volto di tutti

si tornò a casa sua. Quetato il popolo, e lasciata l’arme, i signori

ebbono gran consiglio di richiesti, e veduto il pessimo animo di messer

Pandolfo, e come pure intendea a volere essere signore di Firenze a

dispetto del popolo, determinarono li fosse tenuto mente alle mani

sicchè non li venisse fatto, e da quell’ora innanzi cominciò a essere

in dispetto di tutti: e perchè il popolo non traesse più mattamente,

feciono che ciascuno dovesse trarre al suo gonfalone alla pena di

lire sei, la quale pensando si dovesse risquotere ciascuno sarebbe

sollecito a seguire il suo gonfalone. Per messer Pandolfo mandarono, e

lo ripresono forte de’ modi tenuti per lui, e dicendoli che stesse dove

li paresse alle frontiere a guerreggiare i nemici, che il popolo di

Firenze ben saprebbe guardare la città. Se non fosse stato della casa

de’ Malatesti, per lo nome e titolo di parte guelfa amata e onorata dal

comune di Firenze, per certo si tenne n’arebbono preso altra via. Avemo

tritamente narrato questo caso per esempio, se potesse profittare,

a quelli che verranno, di non tor mai a capitano di guerra tiranno

di terra notabile, perocchè l’avvenimento della guerra è vario, e la

fortuna or quinci or quindi presta il favore suo, e sovente il tiranno

la fa essere ria per usurpare la sua libertà. E nullo ammiri perchè

io dissi se potesse profittare, perocché ’l governo allora del nostro

comune, avendo novellamente sì aspra ed evidente battitura ricevuta

da messer Pandolfo, e lui partito con disonore e vergogna, sotto

titolo e colore di ricoverare l’onore della casa de’ Malatesti, con la

forza degli amici loro fu chiamato capitano di guerra messer Galeotto

Malatesti; quello ne seguì nel seguente trattato a suo luogo e tempo si

potrà trovare.

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 182 / 217 题