CAP. LXX.

_Come certa parte degl’Inghilesi da Figghine cavalcarono a Ricorboli._

Gl’Inghilesi e gente de’ Pisani imbaldanzita sopra modo della rotta

del campo e della presa del borgo all’Ancisa, posati alcuni dì a

Figghine, avendo le spie dello spavento ch’era in Firenze, e de’ modi

del capitano, feciono sentire al comune con minaccevole superbia e

altre parlanze, come a dì 22 d’ottobre verrebbono in sulle porte,

e arderebbono il borgo di san Niccolò, e che a questo il comune

mettesse ogni suo sforzo a riparo, il perchè i governatori della

città perduto il cuore e il senno, e poco di concordia e rimprocciosi

gettando il carico l’uno all’altro con mormorio, parendo a loro

essere certi che quello che gl’Inghilesi prometteano l’atterrebbono,

feciono afforzare san Miniato a monte, e misonvi quattrocento fanti

pistoiesi e gli sbanditi, a’ quali promisono di ribandirli, poichè

certo tempo ivi e altrove avessono servito il comune, de’ quali fu

capitano messer Niccolò Buondelmonti, e Sinibaldo di messer Amerigo

Donati, i quali allora erano in bando della persona: il numero loro

passava i cinquecento. La città stava e quelli che di fuori erano

alle poste in tanta sollecitudine e tremore, che alcuna volta sentendo

pur un uomo dall’Apparita sonavano le campane del comune a martello,

e invano la guardia si faceva la notte co’ pennoni. Essendo per più

giorni stati grandi acquazzoni, a dì 22 del mese d’ottobre la detta

brigata degl’Inghilesi in numero di millecinquecento a cavallo e

cinquecento pedoni prima fu nel Piano di Ripoli, che per lo capitano

o per i governatori del comune niente se ne sentisse, e se niente

se ne sentì per lo capitano, che verisimile parea del sì, fece vista

di non saperne: molti cittadini in sulle letta furono presi, perchè

vennono di notte, e ucciso fu chi si contese. La preda che feciono fu

di quattrocento prigioni, e di più di mille tra asini e buoi: molti

fuggendo annegarono in Arno. La notte si stettono nel Piano di Ripoli

e nelle coste d’intorno: il loro segno levarono alla pieve a Ripoli

facendo gran trombata; la mattina, ardendo molti palagi, alberghi, e

case da lavoratori vicino alla strada circa d’un miglio, si partirono

senza trovare chi li andasse a vedere, e con la preda e’ prigioni

si tornarono a Figghine. Messer Pandolfo sapendo che erano partiti,

per vedere la tratta de’ Fiorentini, ch’era vogliosa e senza ordine

niuno, con ottocento uomini a cavallo ch’erano rimasi al comune

e con gran popolo si stette alle sbarre a Ricorboli; esso vedea i

nemici sparti, e girsene per le coste, e ne’ suoi occhi ardere molti

palagi di cittadini, e senza dubbio avendo le spalle del popolo e de’

contadini, ch’erano oltre a diecimila bene armati, e che volentieri

l’arebbono seguitato, per lo danno e vergogna che fare si vedeano, li

potea offendere, e nol volle fare, ma si ritenne al primo serraglio

lasciandosene tre innanzi, a’ quali era il popolo e la gente da piè.

Dissesi, e vero fu, che non sapendo l’aspro cammino gl’Inghilesi si

mossono, e non giunsono in Pian di Ripoli che a pochi loro cavalli non

crocchiassono i ferri, e se fossono stati assaggiati erano perduti,

come essi poi confessarono aperto, ma la viltà affettata del nostro

capitano, che traeva al fine che è detto di sopra, e de’ nostri

cittadini e contadini, che gl’Inghilesi fossono leoni fu la salvezza

loro. Speranza fu di messer Pandolfo, che rimaso messer Lomodaiesi

co’ soldati de’ Pisani alla guardia di Figghine, gl’Inghilesi fossono

tutti, e che s’alloggiassono nelle belle e ricche possessioni presso

alla terra, le quali erano piene d’ogni bene, e che ’l comune per

allora vario d’animo e povero di consiglio inclinasse a volerlo per suo

governatore e maestro; questa speranza li faltò per la subita partita

degl’Inghilesi, e fecelo entrare in altro pensiere.

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 179 / 217 题