_Come certa parte degl’Inghilesi da Figghine cavalcarono a Ricorboli._
Gl’Inghilesi e gente de’ Pisani imbaldanzita sopra modo della rotta
del campo e della presa del borgo all’Ancisa, posati alcuni dì a
Figghine, avendo le spie dello spavento ch’era in Firenze, e de’ modi
del capitano, feciono sentire al comune con minaccevole superbia e
altre parlanze, come a dì 22 d’ottobre verrebbono in sulle porte,
e arderebbono il borgo di san Niccolò, e che a questo il comune
mettesse ogni suo sforzo a riparo, il perchè i governatori della
città perduto il cuore e il senno, e poco di concordia e rimprocciosi
gettando il carico l’uno all’altro con mormorio, parendo a loro
essere certi che quello che gl’Inghilesi prometteano l’atterrebbono,
feciono afforzare san Miniato a monte, e misonvi quattrocento fanti
pistoiesi e gli sbanditi, a’ quali promisono di ribandirli, poichè
certo tempo ivi e altrove avessono servito il comune, de’ quali fu
capitano messer Niccolò Buondelmonti, e Sinibaldo di messer Amerigo
Donati, i quali allora erano in bando della persona: il numero loro
passava i cinquecento. La città stava e quelli che di fuori erano
alle poste in tanta sollecitudine e tremore, che alcuna volta sentendo
pur un uomo dall’Apparita sonavano le campane del comune a martello,
e invano la guardia si faceva la notte co’ pennoni. Essendo per più
giorni stati grandi acquazzoni, a dì 22 del mese d’ottobre la detta
brigata degl’Inghilesi in numero di millecinquecento a cavallo e
cinquecento pedoni prima fu nel Piano di Ripoli, che per lo capitano
o per i governatori del comune niente se ne sentisse, e se niente
se ne sentì per lo capitano, che verisimile parea del sì, fece vista
di non saperne: molti cittadini in sulle letta furono presi, perchè
vennono di notte, e ucciso fu chi si contese. La preda che feciono fu
di quattrocento prigioni, e di più di mille tra asini e buoi: molti
fuggendo annegarono in Arno. La notte si stettono nel Piano di Ripoli
e nelle coste d’intorno: il loro segno levarono alla pieve a Ripoli
facendo gran trombata; la mattina, ardendo molti palagi, alberghi, e
case da lavoratori vicino alla strada circa d’un miglio, si partirono
senza trovare chi li andasse a vedere, e con la preda e’ prigioni
si tornarono a Figghine. Messer Pandolfo sapendo che erano partiti,
per vedere la tratta de’ Fiorentini, ch’era vogliosa e senza ordine
niuno, con ottocento uomini a cavallo ch’erano rimasi al comune
e con gran popolo si stette alle sbarre a Ricorboli; esso vedea i
nemici sparti, e girsene per le coste, e ne’ suoi occhi ardere molti
palagi di cittadini, e senza dubbio avendo le spalle del popolo e de’
contadini, ch’erano oltre a diecimila bene armati, e che volentieri
l’arebbono seguitato, per lo danno e vergogna che fare si vedeano, li
potea offendere, e nol volle fare, ma si ritenne al primo serraglio
lasciandosene tre innanzi, a’ quali era il popolo e la gente da piè.
Dissesi, e vero fu, che non sapendo l’aspro cammino gl’Inghilesi si
mossono, e non giunsono in Pian di Ripoli che a pochi loro cavalli non
crocchiassono i ferri, e se fossono stati assaggiati erano perduti,
come essi poi confessarono aperto, ma la viltà affettata del nostro
capitano, che traeva al fine che è detto di sopra, e de’ nostri
cittadini e contadini, che gl’Inghilesi fossono leoni fu la salvezza
loro. Speranza fu di messer Pandolfo, che rimaso messer Lomodaiesi
co’ soldati de’ Pisani alla guardia di Figghine, gl’Inghilesi fossono
tutti, e che s’alloggiassono nelle belle e ricche possessioni presso
alla terra, le quali erano piene d’ogni bene, e che ’l comune per
allora vario d’animo e povero di consiglio inclinasse a volerlo per suo
governatore e maestro; questa speranza li faltò per la subita partita
degl’Inghilesi, e fecelo entrare in altro pensiere.