CAP. LXIX.

_Come messer Pandolfo puose il campo all’Ancisa, e come il detto campo

fu preso dagl’Inghilesi con messer Rinuccio capitano, e appresso il

borgo all’Ancisa, e come messer Pandolfo fu fatto capitano di guerra._

Preso Figghine per i Pisani, col consiglio di messer Pandolfo tutta

la gente dell’arme de’ Fiorenti con molti pedoni che ’l comune avea

n’andò all’Ancisa, e di presente messer Pandolfo andò dietro loro, e

come giunse all’Ancisa ordinò di porre campo dirimpetto all’Ancisa, il

quale ad arte il prese di sfoggiata grandezza, prendendo dal poggio

infino all’Arno, contra il volere e consiglio di messer Rinuccio

capitano, e di messer Amerigone Tedesco e di tutti gli altri buoni

uomini d’arme che v’erano, eccetto il conte Artimanno, il quale si

scoperse traditore, i quali tutti diceano essere abbastanza e più

utile fare una bastita intorno alla torre Bandinelli, la quale diceano

potersi difendere insieme col borgo dell’Ancisa, e che tanta larghezza

di campo, traendo lui cinquecento cavalieri della migliore gente, nè

eziandio se vi fossono alla difesa, non era possibile da difendere

dalla forza de’ nemici, e che stolta cosa era commettersi a quella

fortuna. Messer Pandolfo fè orecchie di mercatante a lasciare dire chi

volle, e fè pure a suo senno, avendo dato a intendere prima a quelli

della guerra e al comune che la Compagnia del cappelletto la quale

era in Maremma condotta per i Fiorentini, e con cinquecento barbute

di quelli erano all’Ancisa cavalcherebbono i Pisani, i quali arebbono

necessità rivocare loro gente al soccorso, e sotto questo colore trasse

del campo messer Amerigone e altri caporali con cinquecento uomini di

cavallo della miglior gente fosse nel campo, lasciando al capitano il

forte ragazzaglia e vile gente, eccetto alquanti Italiani, e ciò fatto

se ne venne a Firenze. Gl’Inghilesi sentendolo partito, e che messer

Rinuccio era semplice, feciono ingaggiare di battaglia uno di loro

con uno di quelli d’entro, e molti saggi Inghilesi vennono nel campo

senza arme, dove si combatterono, e considerando il campo e chi v’era

alla difesa, il seguente dì 3 d’ottobre colle schiere fatte assalirono

il campo da molte parti, acciocchè la poca gente che v’era e debole

si spargesse in più parti alla difesa. Il capitano confortando i suoi

a ben fare, e della sua persona, con quelli pochi uomini che v’erano

buoni fè maraviglie, e per lungo spazio di tempo sostenne l’assalto con

danno assai de’ nemici; in fine non potendo resistere a tanta gente, nè

a tanti luoghi quant’erano combattuti, il capitano insieme col campo

fu preso, con assai degli altri che mostrarono il volto. Il conte

Artimanno traditore, possendo atare e soccorrere il campo, lasciando

parte della sua gente a guardia del borgo dell’Ancisa co’ terrazzani,

si stette a vedere. Molti de’ nostri ch’erano usciti di fuori, tale

per badaluccare tale per vedere, furono presi, più di disarmati

vogliosi troppo ch’erano corsi a vedere. Quelli valenti uomini che

erano usciti fuori virilmente a battaglia furono presi colle spade in

mano, intra’ quali fu messer Giovanni degli Obizzi e messer Giovanni

Mangiadori, alquanti se ne gittarono per l’Arno che vi annegarono,

intra i quali fu messer Bartolommeo de’ Portigiani da san Miniato.

La preda de’ cavalli, fornimenti da campo e armadura fu grande. Avuta

la vittoria gl’Inghilesi, con la preda e co’ prigioni si tornarono a

Figghine. Ricerchi i nostri, tra presi e morti si trovarono passati

i quattrocento. Conosciuto per gl’Inghilesi il male e viziato ordine

dato per messer Pandolfo, e la viltà di nostra gente, e il corrotto

animo del conte Artimanno, il dì seguente dì 4 d’ottobre ne vennono

all’Ancisa colle schiere fatte per combattere il borgo; il traditore

del conte Artimanno come li vidde venire, colla sua brigata se n’uscì

per la porta che viene verso Firenze e misesi a cammino, che se avesse

avute altrettante femmine come avea uomini d’arme arebbe difeso quel

luogo; i nemici senza contesa entrarono nel borgo e presonlo, rubaronlo

e arsonlo, per avere la via spedita volendo venire verso Firenze.

Messer Pandolfo sentendo la rotta del campo, con cinquecento uomini

ch’avea scelti e altra gente d’arme, in vista mostrava gran fretta

d’andare a soccorrere l’Ancisa, e già avea passato san Donato in

Collina, veggendo venire il conte Artimanno in fuga, possendosi allo

stretto di san Donato sostenere per non mostrare tanta viltà, subito si

volse e diessi alla fuga come uomo rotto. I nostri veggendo fuggire il

capitano seguitarono, il quale come spaventato, come giunse in Firenze

fè segno come fosse di necessità provvedere alla guardia della città

trista e lagrimosa, e che mal volentieri lo vedea, ma la necessità la

quale fa vecchia trottare strinse il nostro comune ad eleggerlo per

capitano di guerra in luogo di messer Rinuccio preso colla spada in

mano. Il quale essendo eletto nella forma che sogliono capitani di

guerra, volle ai governatori del nostro comune con belle e artificiose

parole e con sottili argomenti mostrare, che a perfezione del capitano,

pace e bene della città, necessario era che nella città e di fuori

avesse giurisdizione di sangue con pieno arbitrio, e fu sì sfacciato,

che la domandò agli uficiali della guerra, quasi dando intesa altamente

non accettare il capitanato, e più domandò, che i soldati da cavallo

e da piè giurassono nelle sue mani. Udendo i governatori della città

le sconce e le mal colorate domande vollono un grande consiglio di

richiesti, dove si proposono le domande di messer Pandolfo, e tanto

era il bisogno che aveano di lui, che niuno osava contradire, e il

concedere parea pericoloso, il perchè stavano sospesi e muti. Simone

di Rinieri Peruzzi si levò in consiglio, e disse francamente che

nulla di ciò gli si concedesse, che questo era un domandare d’essere

fatto signore, e che ciascuno si recasse alla mente il tempo del

duca d’Atene, e come da lui erano stati trattati, e che conoscessono

la dolcezza della libertà, e che volessono vivere e morire in essa.

Piacque a tutti il consiglio, e così s’ottenne; e i signori priori

mandarono di presente per tutti i soldati, e in loro mani feciono

giurare, e un Baldo dalla Città di Castello elessono per difensore del

popolo con larga e piena balía nella città. Messer Pandolfo veggendo

ciò s’infinse di non lo intendere, e accettò il capitanato al modo

usato a capitano di guerra, senza lasciare il pensiere di venire per

altra via al suo intento, come per effetto si vide. Presa la bacchetta

del capitanato fè cassare il conte Artimanno con ottocento uomini di

cavallo, perchè non rimase il comune se non con altri ottocento, e ciò

fatto, mostrando smisurata paura, fece sopra certa parte delle mura

della città levare bertesche e merlate armate di ventiere, armando la

nostra città d’eterna vergogna, più, che per le vie mastre non molto di

lungo alle porte fè fare serragli e antiserragli infino a Ricorboli.

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 178 / 217 题