_Come messer Pandolfo puose il campo all’Ancisa, e come il detto campo
fu preso dagl’Inghilesi con messer Rinuccio capitano, e appresso il
borgo all’Ancisa, e come messer Pandolfo fu fatto capitano di guerra._
Preso Figghine per i Pisani, col consiglio di messer Pandolfo tutta
la gente dell’arme de’ Fiorenti con molti pedoni che ’l comune avea
n’andò all’Ancisa, e di presente messer Pandolfo andò dietro loro, e
come giunse all’Ancisa ordinò di porre campo dirimpetto all’Ancisa, il
quale ad arte il prese di sfoggiata grandezza, prendendo dal poggio
infino all’Arno, contra il volere e consiglio di messer Rinuccio
capitano, e di messer Amerigone Tedesco e di tutti gli altri buoni
uomini d’arme che v’erano, eccetto il conte Artimanno, il quale si
scoperse traditore, i quali tutti diceano essere abbastanza e più
utile fare una bastita intorno alla torre Bandinelli, la quale diceano
potersi difendere insieme col borgo dell’Ancisa, e che tanta larghezza
di campo, traendo lui cinquecento cavalieri della migliore gente, nè
eziandio se vi fossono alla difesa, non era possibile da difendere
dalla forza de’ nemici, e che stolta cosa era commettersi a quella
fortuna. Messer Pandolfo fè orecchie di mercatante a lasciare dire chi
volle, e fè pure a suo senno, avendo dato a intendere prima a quelli
della guerra e al comune che la Compagnia del cappelletto la quale
era in Maremma condotta per i Fiorentini, e con cinquecento barbute
di quelli erano all’Ancisa cavalcherebbono i Pisani, i quali arebbono
necessità rivocare loro gente al soccorso, e sotto questo colore trasse
del campo messer Amerigone e altri caporali con cinquecento uomini di
cavallo della miglior gente fosse nel campo, lasciando al capitano il
forte ragazzaglia e vile gente, eccetto alquanti Italiani, e ciò fatto
se ne venne a Firenze. Gl’Inghilesi sentendolo partito, e che messer
Rinuccio era semplice, feciono ingaggiare di battaglia uno di loro
con uno di quelli d’entro, e molti saggi Inghilesi vennono nel campo
senza arme, dove si combatterono, e considerando il campo e chi v’era
alla difesa, il seguente dì 3 d’ottobre colle schiere fatte assalirono
il campo da molte parti, acciocchè la poca gente che v’era e debole
si spargesse in più parti alla difesa. Il capitano confortando i suoi
a ben fare, e della sua persona, con quelli pochi uomini che v’erano
buoni fè maraviglie, e per lungo spazio di tempo sostenne l’assalto con
danno assai de’ nemici; in fine non potendo resistere a tanta gente, nè
a tanti luoghi quant’erano combattuti, il capitano insieme col campo
fu preso, con assai degli altri che mostrarono il volto. Il conte
Artimanno traditore, possendo atare e soccorrere il campo, lasciando
parte della sua gente a guardia del borgo dell’Ancisa co’ terrazzani,
si stette a vedere. Molti de’ nostri ch’erano usciti di fuori, tale
per badaluccare tale per vedere, furono presi, più di disarmati
vogliosi troppo ch’erano corsi a vedere. Quelli valenti uomini che
erano usciti fuori virilmente a battaglia furono presi colle spade in
mano, intra’ quali fu messer Giovanni degli Obizzi e messer Giovanni
Mangiadori, alquanti se ne gittarono per l’Arno che vi annegarono,
intra i quali fu messer Bartolommeo de’ Portigiani da san Miniato.
La preda de’ cavalli, fornimenti da campo e armadura fu grande. Avuta
la vittoria gl’Inghilesi, con la preda e co’ prigioni si tornarono a
Figghine. Ricerchi i nostri, tra presi e morti si trovarono passati
i quattrocento. Conosciuto per gl’Inghilesi il male e viziato ordine
dato per messer Pandolfo, e la viltà di nostra gente, e il corrotto
animo del conte Artimanno, il dì seguente dì 4 d’ottobre ne vennono
all’Ancisa colle schiere fatte per combattere il borgo; il traditore
del conte Artimanno come li vidde venire, colla sua brigata se n’uscì
per la porta che viene verso Firenze e misesi a cammino, che se avesse
avute altrettante femmine come avea uomini d’arme arebbe difeso quel
luogo; i nemici senza contesa entrarono nel borgo e presonlo, rubaronlo
e arsonlo, per avere la via spedita volendo venire verso Firenze.
Messer Pandolfo sentendo la rotta del campo, con cinquecento uomini
ch’avea scelti e altra gente d’arme, in vista mostrava gran fretta
d’andare a soccorrere l’Ancisa, e già avea passato san Donato in
Collina, veggendo venire il conte Artimanno in fuga, possendosi allo
stretto di san Donato sostenere per non mostrare tanta viltà, subito si
volse e diessi alla fuga come uomo rotto. I nostri veggendo fuggire il
capitano seguitarono, il quale come spaventato, come giunse in Firenze
fè segno come fosse di necessità provvedere alla guardia della città
trista e lagrimosa, e che mal volentieri lo vedea, ma la necessità la
quale fa vecchia trottare strinse il nostro comune ad eleggerlo per
capitano di guerra in luogo di messer Rinuccio preso colla spada in
mano. Il quale essendo eletto nella forma che sogliono capitani di
guerra, volle ai governatori del nostro comune con belle e artificiose
parole e con sottili argomenti mostrare, che a perfezione del capitano,
pace e bene della città, necessario era che nella città e di fuori
avesse giurisdizione di sangue con pieno arbitrio, e fu sì sfacciato,
che la domandò agli uficiali della guerra, quasi dando intesa altamente
non accettare il capitanato, e più domandò, che i soldati da cavallo
e da piè giurassono nelle sue mani. Udendo i governatori della città
le sconce e le mal colorate domande vollono un grande consiglio di
richiesti, dove si proposono le domande di messer Pandolfo, e tanto
era il bisogno che aveano di lui, che niuno osava contradire, e il
concedere parea pericoloso, il perchè stavano sospesi e muti. Simone
di Rinieri Peruzzi si levò in consiglio, e disse francamente che
nulla di ciò gli si concedesse, che questo era un domandare d’essere
fatto signore, e che ciascuno si recasse alla mente il tempo del
duca d’Atene, e come da lui erano stati trattati, e che conoscessono
la dolcezza della libertà, e che volessono vivere e morire in essa.
Piacque a tutti il consiglio, e così s’ottenne; e i signori priori
mandarono di presente per tutti i soldati, e in loro mani feciono
giurare, e un Baldo dalla Città di Castello elessono per difensore del
popolo con larga e piena balía nella città. Messer Pandolfo veggendo
ciò s’infinse di non lo intendere, e accettò il capitanato al modo
usato a capitano di guerra, senza lasciare il pensiere di venire per
altra via al suo intento, come per effetto si vide. Presa la bacchetta
del capitanato fè cassare il conte Artimanno con ottocento uomini di
cavallo, perchè non rimase il comune se non con altri ottocento, e ciò
fatto, mostrando smisurata paura, fece sopra certa parte delle mura
della città levare bertesche e merlate armate di ventiere, armando la
nostra città d’eterna vergogna, più, che per le vie mastre non molto di
lungo alle porte fè fare serragli e antiserragli infino a Ricorboli.