CAP. LXV.

_Dello stato della città di Firenze in que’ giorni._

E’ ne pare necessario dire in questo luogo, per quello che seguirà di

messer Pandolfo de’ Malatesti, il reggimento e governo della città di

Firenze in que’ tempi, il quale era venuto in parte e non piccola in

uomini novellamente venuti del contado e distretto di Firenze, poco

pratichi delle bisogne civili, e di gente venuta assai più da lunga, i

quali nella città s’erano alloggiati, e colle ricchezze fatte d’arti,

e di mercatanzie e usure in dilazione di tempo trovandosi grassi di

danari, ogni parentado faceano che a loro fosse di piacere, e con

doni, mangiari e preghiere occulte e palesi tanto si metteano innanzi,

ch’erano tirati agli ufici e messi allo squittino. Le grandi case

de’ popolari aveano i divieti; molti antichi e cari cittadini saggi

e intendenti erano schiusi dagli ufici, e quello che ne risultava

di peggio di loro governo era, che temendo di non essere ingannati e

consigliati per lo contradio da’ savi e pratichi cittadini che con loro

si trovavano agli ufici, essendo bene e utilmente consigliati, e con

amore e fede alla repubblica, sovente prendeano il contrario in danno

e vituperio del comune. Molti gioventù che non passava l’adolescenza,

si trovarono negli ufici per procuro de’ padri loro ch’erano nel

reggimento; e occorse, che facendosi lo squittino in que’ tempi si

trovò che de’ quattro i tre non passavano i venti anni, e per tali

furono portati allo squittino che giaceano nelle fascie. Le ammonizioni

sboglientavano, e gli odii pertanto e occulti e pregni teneano l’animo

de’ cittadini. Più, l’avarizia tanto tenea occupato l’animo di molti,

che con novi modi e ufici non necessari, e per altre coperte vie,

faceano al comune spendere i suoi danari. Le sette non quietavano, e

l’una all’altra per paura tenea l’occhio addosso: e così la repubblica

si trovava nelle mani del giovanile consiglio, negli occulti odii,

e ne’ desiderii delle private ricchezze. Se queste controversie e

confusioni non avessono allettato e sollevato l’animo del tiranno a

speranza di signoria assai sarebbe più da maravigliare, che tenendolo

in ciò occupato. Quelli che conduceano la guerra cassarono i soldati,

pensando a primo tempo riconducere a sofficienza, e cercavano d’avere

la Compagnia della stella, che di numero si ragionava passasse le

seimila barbute. Della Magna speravano trarre duemila barbute, delle

quali non n’ebbono che cinquecento, sotto il capitanato del conte

Arrigo di Monforte, e del conte Giovanni, e del conte Ridolfo suo

fratello, il quale era sfoggiato di grandezza, e menno, e però era

chiamato il conte Menno, e questi due si diceano stratti della casa

di Soavia. Non pensando trarre dalla Magna più gente, nè avere la

Compagnia della stella, e correndovi giorni, condussono messer Ugo

Tedesco valente uomo con mille uomini di cavallo, i quali, erano

giovani e prod’uomini, ma male armati e peggio a cavallo; fu a ciascuno

quando entrarono per lo comune donato una lancia nuova, perchè non

entrassono così brulli. Appresso condussono il conte Artimanno con

mille ragazzi, verificando il proverbio, a tempo di guerra ogni cavallo

ha soldo: vennono a mezzo il mese di febbraio in Firenze a rifarsi.

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 174 / 217 题