_Dello stato della città di Firenze in que’ giorni._
E’ ne pare necessario dire in questo luogo, per quello che seguirà di
messer Pandolfo de’ Malatesti, il reggimento e governo della città di
Firenze in que’ tempi, il quale era venuto in parte e non piccola in
uomini novellamente venuti del contado e distretto di Firenze, poco
pratichi delle bisogne civili, e di gente venuta assai più da lunga, i
quali nella città s’erano alloggiati, e colle ricchezze fatte d’arti,
e di mercatanzie e usure in dilazione di tempo trovandosi grassi di
danari, ogni parentado faceano che a loro fosse di piacere, e con
doni, mangiari e preghiere occulte e palesi tanto si metteano innanzi,
ch’erano tirati agli ufici e messi allo squittino. Le grandi case
de’ popolari aveano i divieti; molti antichi e cari cittadini saggi
e intendenti erano schiusi dagli ufici, e quello che ne risultava
di peggio di loro governo era, che temendo di non essere ingannati e
consigliati per lo contradio da’ savi e pratichi cittadini che con loro
si trovavano agli ufici, essendo bene e utilmente consigliati, e con
amore e fede alla repubblica, sovente prendeano il contrario in danno
e vituperio del comune. Molti gioventù che non passava l’adolescenza,
si trovarono negli ufici per procuro de’ padri loro ch’erano nel
reggimento; e occorse, che facendosi lo squittino in que’ tempi si
trovò che de’ quattro i tre non passavano i venti anni, e per tali
furono portati allo squittino che giaceano nelle fascie. Le ammonizioni
sboglientavano, e gli odii pertanto e occulti e pregni teneano l’animo
de’ cittadini. Più, l’avarizia tanto tenea occupato l’animo di molti,
che con novi modi e ufici non necessari, e per altre coperte vie,
faceano al comune spendere i suoi danari. Le sette non quietavano, e
l’una all’altra per paura tenea l’occhio addosso: e così la repubblica
si trovava nelle mani del giovanile consiglio, negli occulti odii,
e ne’ desiderii delle private ricchezze. Se queste controversie e
confusioni non avessono allettato e sollevato l’animo del tiranno a
speranza di signoria assai sarebbe più da maravigliare, che tenendolo
in ciò occupato. Quelli che conduceano la guerra cassarono i soldati,
pensando a primo tempo riconducere a sofficienza, e cercavano d’avere
la Compagnia della stella, che di numero si ragionava passasse le
seimila barbute. Della Magna speravano trarre duemila barbute, delle
quali non n’ebbono che cinquecento, sotto il capitanato del conte
Arrigo di Monforte, e del conte Giovanni, e del conte Ridolfo suo
fratello, il quale era sfoggiato di grandezza, e menno, e però era
chiamato il conte Menno, e questi due si diceano stratti della casa
di Soavia. Non pensando trarre dalla Magna più gente, nè avere la
Compagnia della stella, e correndovi giorni, condussono messer Ugo
Tedesco valente uomo con mille uomini di cavallo, i quali, erano
giovani e prod’uomini, ma male armati e peggio a cavallo; fu a ciascuno
quando entrarono per lo comune donato una lancia nuova, perchè non
entrassono così brulli. Appresso condussono il conte Artimanno con
mille ragazzi, verificando il proverbio, a tempo di guerra ogni cavallo
ha soldo: vennono a mezzo il mese di febbraio in Firenze a rifarsi.