_Come e perchè si creò la compagnia del Cappelletto._
La Presura di Peccioli fu materia di scandolo tra ’l comune di Firenze
e’ soldati, perocchè certi di loro, ciò fu il conte Niccolò da Urbino,
Ugolino de’ Sabatini di Bologna, e Marcolfo de’ Rossi da Rimini,
uomini di grande animo e seguito, con la maggior parte de’ conestabili
tedeschi, a instigamento de’ procuratori di loro paghe, a dì 30
d’agosto detto anno 1362 mossono lite al comune, dicendo, che per la
presura di Peccioli doveano avere paga doppia e mese compiuto, e che
avendola in mano contro a loro volere il capitano prese li stadichi,
dicendo, che se non avessono il debito loro non cavalcherebbono; e
sopra ciò stando pertinaci mandarono loro ambasciadore a Firenze, e ciò
feciono noto a’ priori il perchè avuto per i priori sopra ciò consiglio
da chi di ciò s’intendea, determinarono che loro domanda non era
ragionevole; onde tornato al campo l’ambasciadore con questa risposta,
furiosamente il detto conte Niccolò, Ugolino, e Marcolfo puosono un
cappello in su una lancia, dicendo, che chi voleva paga doppia e mese
compiuto si mettesse sotto il detto segno fatto, i quali in poca d’ora
si ricolsono il detto conte Niccolò, Ugolino, e Marcolfo con loro
brigate, e molti caporali tedeschi e borgognoni, tanto che passarono
il numero di mille uomini da cavallo, di che il capitano dubitò di
tradimento, non possendoli con parole rattemperare, richieggendoli
per loro saramento, e per la fede promessa al comune di Firenze, che
loro indebito proponimento dovessono lasciare, e tutto era niente,
che quanto più li pregava e richiedea più levavano il capo, e più
li trovava duri e pertinaci. Onde per più sano consiglio essendo con
tutta l’oste intra Marti e Castello del Bosco all’entrata del mese di
settembre, levò il campo, e tornossi a san Miniato lasciando le tenute
che prese avea fornite e di vittuaglia e di gente. Come ciò fu noto a
Firenze, il detto conte Niccolò, Ugolino, e Marcolfo, e’ conistabili
tedeschi di presente furono cassi, ed essi si radunarono all’Orsaia in
quello d’Arezzo, e crearono compagnia, la quale per lo caso detto di
sopra del cappello posto in sulla lancia titolarono la compagnia del
Cappelletto, e quivi fatto il capo a’ ladroni, in piccolo tempo molto
ingrossarono. I Pisani sentendo la dissensione della gente del comune
di Firenze, rassicurati non poco, con l’arte loro ritolsono Laiatico,
dove senza volere alcuno a prigione, uccisono venticinque fanti che
v’erano dentro alla guardia, intra i quali furono cinque di nome;
per la qual cagione i Fiorentini sdegnati trassono di Peccioli quasi
tutti i migliori terrazzani, de’ quali parte ne vennero a Firenze,
e per loro vita dal comune ebbono provvisione: gli altri terrazzani
veggendo la gelosia presa per i Fiorentini, tutti quelli ch’avessono
forma d’uomo se n’uscirono, onde la terra rimase a’ soldati. Il simile
feciono quelli di Ghiazzano, e di Toiano, e dell’altre tenute prese pe’
Fiorentini. Nei detti dì essendo il capitano venuto a Firenze, i Pisani
con seicento cavalieri e molti pedoni corsono in su quello di Volterra,
e levarono preda di trecento bestie grosse, e uccisono alquanti uomini,
e alquanti ne presono. La gente del comune ch’era in Peccioli non stava
oziosa, ma sovente cavalcavano, sino sulle porte di Pisa, mettendo
aguati, e prendendo prigioni, e facendo aspra e sollecita guerra, tanto
feciono che ’l contado di Pisa verso le parti dove poteano cavalcare
non s’abitava, nè si poneva a seme.