_Come non essendo il castellano contento del patto messer Ridolfo fè
gittare una delle torri di Peccioli in terra._
Perseverando a Peccioli l’assedio, il castellano che tenea le due
forti torri che Castruccio v’avea fatte fare quando era signore di
Pisa, non contento al patto che fatto era co’ terrazzani, combattea i
nostri, e li villaneggiava di parole, stimando perduta la terra potere
tenere la fortezza lungamente. Il capitano veggendo suo proponimento
fece dirizzare alle torri, intra le quali era un ponte, una cava, e
l’una d’esse fè mettere in puntelli, e il decimo dì d’agosto, il dì
di san Lorenzo, ch’era l’ultimo del termine dato a’ Pecciolesi, il
capitano fè dire al castellano il suo pericolo pregandolo s’arrendesse,
e non volesse perire per soverchia baldanza. Il castellano e i fanti
che con lui erano se ne feciono beffe, moltiplicandole villanie, e
rimproverando al comune di Firenze la Ghiaia, il perchè il capitano fè
affocare i puntelli, onde il fumo e il crepare della torre fè segno al
castellano e a’ compagni che per lo ponte si rifuggissono nell’altra, e
così feciono, e appena aveano tratti i piè del ponte, che la torre e ’l
ponte cadde, onde cominciò a frenare la lingua: la torre cadde in sulle
mura della terra, e di quelle abbattè bene quaranta braccia. I briganti
dell’oste cupidi e vogliosi di preda ciò veduto s’apparecchiarono
quindi a entrare nella terra per rubare; i terrazzani uomini e
femmine senza arme corsono alla rottura, e gridarono, viva il comune
di Firenze, ricordando la fede loro data, e la promessa fatta per lo
comune; e il leale e buono cavaliere messer Bonifazio Lupo sotto la sua
insegna con la sua gente si mise alla guardia del luogo, e non lasciò
nè il dì nè la notte, che tutta era del termine, alcuno entrare dentro,
affermando che ’l comune di Firenze era e sempre era stato leale
osservatore di sue promesse. Il seguente dì, giovedì mattina a dì 11
d’agosto 1362, in su l’ora della terza, secondo i patti e le convenenze
che fatte erano, il conte Aldobrandino degli Orsini con la brigata sua,
appresso tre cittadini di Firenze con parte di gente fidata, presono
la tenuta della terra pacificamente senza offesa niuna o di fatti o di
parole, e nella terra con li stadichi insieme, che gli avea rimandati
il comune, furono ricevuti allegramente e a grande onore. Dell’acquisto
del detto castello e di giorno e di notte si fece gran festa, perocchè
tenendolo pensavano essere i sovrani della guerra, perocchè dal detto
castello ha sedici miglia di piano, rimiriglio alla città di Pisa. Il
castellano vedendo che la terra era venuta nelle mani de’ Fiorentini,
e considerando che la torre che gli era rimasa agevolmente si potea
mettere in puntelli, si rendè, ma per i suoi dispetti non fu ricevuto
se non alla misericordia del comune di Firenze, dove mandato fu per
lo capitano con i suoi compagni. Venuto, fu tenuto consiglio di farli
morire, che fu disonesta e abominevole cosa, e di malo esempio di
volere fare morire coloro che per lo comune francamente e fedelmente
s’erano portati: il parlarne, non che tenerne consiglio per i savi
e buoni cittadini, fu ripreso; assai loro fu la prigione. In questi
medesimi giorni i gentili uomini e signori del castello di Pava, il
quale è situato e posto in sul passo da ire di Valdera in Maremma, ed
è forte e bella tenuta, la dierono al comune di Firenze in prestanza
mentre la guerra durasse, e il comune di Firenze con la grazia de’
detti gentili uomini lo faceva guardare.