CAP. XIX.

_Come non essendo il castellano contento del patto messer Ridolfo fè

gittare una delle torri di Peccioli in terra._

Perseverando a Peccioli l’assedio, il castellano che tenea le due

forti torri che Castruccio v’avea fatte fare quando era signore di

Pisa, non contento al patto che fatto era co’ terrazzani, combattea i

nostri, e li villaneggiava di parole, stimando perduta la terra potere

tenere la fortezza lungamente. Il capitano veggendo suo proponimento

fece dirizzare alle torri, intra le quali era un ponte, una cava, e

l’una d’esse fè mettere in puntelli, e il decimo dì d’agosto, il dì

di san Lorenzo, ch’era l’ultimo del termine dato a’ Pecciolesi, il

capitano fè dire al castellano il suo pericolo pregandolo s’arrendesse,

e non volesse perire per soverchia baldanza. Il castellano e i fanti

che con lui erano se ne feciono beffe, moltiplicandole villanie, e

rimproverando al comune di Firenze la Ghiaia, il perchè il capitano fè

affocare i puntelli, onde il fumo e il crepare della torre fè segno al

castellano e a’ compagni che per lo ponte si rifuggissono nell’altra, e

così feciono, e appena aveano tratti i piè del ponte, che la torre e ’l

ponte cadde, onde cominciò a frenare la lingua: la torre cadde in sulle

mura della terra, e di quelle abbattè bene quaranta braccia. I briganti

dell’oste cupidi e vogliosi di preda ciò veduto s’apparecchiarono

quindi a entrare nella terra per rubare; i terrazzani uomini e

femmine senza arme corsono alla rottura, e gridarono, viva il comune

di Firenze, ricordando la fede loro data, e la promessa fatta per lo

comune; e il leale e buono cavaliere messer Bonifazio Lupo sotto la sua

insegna con la sua gente si mise alla guardia del luogo, e non lasciò

nè il dì nè la notte, che tutta era del termine, alcuno entrare dentro,

affermando che ’l comune di Firenze era e sempre era stato leale

osservatore di sue promesse. Il seguente dì, giovedì mattina a dì 11

d’agosto 1362, in su l’ora della terza, secondo i patti e le convenenze

che fatte erano, il conte Aldobrandino degli Orsini con la brigata sua,

appresso tre cittadini di Firenze con parte di gente fidata, presono

la tenuta della terra pacificamente senza offesa niuna o di fatti o di

parole, e nella terra con li stadichi insieme, che gli avea rimandati

il comune, furono ricevuti allegramente e a grande onore. Dell’acquisto

del detto castello e di giorno e di notte si fece gran festa, perocchè

tenendolo pensavano essere i sovrani della guerra, perocchè dal detto

castello ha sedici miglia di piano, rimiriglio alla città di Pisa. Il

castellano vedendo che la terra era venuta nelle mani de’ Fiorentini,

e considerando che la torre che gli era rimasa agevolmente si potea

mettere in puntelli, si rendè, ma per i suoi dispetti non fu ricevuto

se non alla misericordia del comune di Firenze, dove mandato fu per

lo capitano con i suoi compagni. Venuto, fu tenuto consiglio di farli

morire, che fu disonesta e abominevole cosa, e di malo esempio di

volere fare morire coloro che per lo comune francamente e fedelmente

s’erano portati: il parlarne, non che tenerne consiglio per i savi

e buoni cittadini, fu ripreso; assai loro fu la prigione. In questi

medesimi giorni i gentili uomini e signori del castello di Pava, il

quale è situato e posto in sul passo da ire di Valdera in Maremma, ed

è forte e bella tenuta, la dierono al comune di Firenze in prestanza

mentre la guerra durasse, e il comune di Firenze con la grazia de’

detti gentili uomini lo faceva guardare.

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 127 / 217 题