CAP. XVIII.

_Come messer Ridolfo assediò Peccioli, e prese stadichi se non fosse

soccorso._

Poichè a messer Ridolfo parve avere fornito il dovere di suo onore,

potendo molto più fare, mercoledì a dì 20 di luglio ripassò il fosso,

e ritornossi a Ponte di Sacco; dove stando, casualmente fu preso un

fante che portava una lettera per parte del castellano di Peccioli

al capitano del fosso, la quale in sostanza diceva, che i soldati da

cavallo e da piè con molti terrazzani, sentendo che ’l capitano de’

Fiorentini era a Sansavino occupato in molte faccende, erano usciti di

Peccioli, e cavalcati in su quello di Volterra per guadagnare, e che

tornati non erano, e la cagione non sapea, e che la terra non era in

stato di potersi difendere se fossono combattuti o stretti per assedio,

e che a ciò riparasse, e gli mandasse presto soccorso; ed era vero, che

essendo la detta gente de’ Pisani cavalcata in su quello di Volterra,

certa gente da piè e da cavallo del comune di Firenze, la quale era

in Volterra, avendo boce della detta gente de’ Pisani loro si feciono

incontro, e colla forza de’ contadini volterrani gli incalciarono e

strinsono in forma, che non possendo fuggire nè ritornare per la via

ond’erano venuti, lasciata la preda che fatta aveano, in sul fare della

sera per loro scampo si ridussono in su un colle, e la notte si misono

per la Maremma. Il capitano vista la detta lettera mandò prestamente

gli Ungari e’ cavalieri innanzi per impedire la tornata della detta

gente in Peccioli, e senza dimoro con tutto l’oste seguì, e quella

medesima sera con l’oste attorneò tutta la terra, e il seguente dì la

cominciò a cignere di steccato facendo sollecita guardia, e la sera

in sul tramontare del sole, per conoscere se la lettera che egli avea

trovata gli dicea vero, fece dare alla terra una battaglia per scorgere

la gente che v’era alla difesa, e per quello comprendere si potè forse

sessanta uomini con femmine assai si vidono, che diedono a intendere

che vi mancava difesa; il procinto della terra era grande, ma forte

e di muro e di ripe. Il capitano scorto il fatto pigramente procedea

nell’assedio, dormendo la mattina insino a terza col letto fornito di

disonesta compagnia, e menando vita di corte quieta; il perchè messer

Bonifazio, uomo d’onesta vita e di vergogna pauroso, veggendo la

sciolta vita del capitano e suo mal reggimento, infignendosi d’essere

malato se ne venne a Firenze, e mostrando a’ signori che poco era loro

onore e necessario, chiese licenza di tornarsi in Lombardia; i signori

con loro consiglio considerando quanto era di bisogno al comune,

lo pregarono e lo gravarono, che a tanto bisogno non abbandonasse

il servigio per lui fedelmente cominciato, e che tornasse al campo

a perseguire le buone opere sue, le quali bene erano conosciute e

gradite da’ savi e buoni cittadini, e così conosciute quelle del suo

successore; il perchè vinto per servire il comune tornò al campo. Il

capitano corse in voce di poco leale per i suoi molti falli, e per non

volere seguire la volontà del comune, e di ciò mostrò segni, perocchè

la cavalcata che fatta avea sopra i Pisani non era stata volontaria

ma sforzata, riprendendo sua tardezza, e potendo con suo onore stare

dodici dì col fornimento che menò in su le porte di Pisa, e guastare

gran parte di loro contado, il terzo dì se ne partì, e potendo per

battaglia avere Peccioli, tanto soprastette, che le femmine armate

le mura presono cuore alla difesa veggendo la viltà del capitano:

ma infamato dalla partita di messer Bonifazio Lupo e da’ Fiorentini

ch’erano nel campo, tutto che i suoi protettori lo difendessono, ed

esso sè medesimo mostrando a molti le lettere ch’avea da Firenze, che

si portasse cortesemente, pur mosso dal grido strinse la terra prima

con battaglia tiepida e con poco ordine, e tanto debilmente si portò

in detto e in fatto, che con vergogna da pochi di quelli d’entro, che

pochi ve n’erano, vituperosamente fu ributtato, i quali intendendo loro

fortuna aveano smisurata paura, e mostravano gran cuore per invilire

quelli di fuori. Ritratto il capitano dalla poca favorata battaglia,

ne’ fossi rimasono scale e grilli che infino alle mura erano condotti,

di gran dispiacimento dei nostri cittadini che erano a vedere. Tra i

rettori del comune, tutto ch’e’ conoscano il difetto, per la forza di

medici radissime volte vi pongono rimedio obliando l’onore del comune.

La fama della viltà e disonesta vita del capitano, o calunniosa o

vera che fosse o falsa, pure lo stimolò alquanto; onde veggendo egli

che i Pecciolesi erano spigottiti, cominciò a cignere la terra di

steccato senza contasto, perocchè stracchi erano sotto le battaglie

e sotto la continova guardia quelli che rimasi erano nella terra per

più vili, perocchè tutti i gagliardi s’erano messi nella cavalcata

sopra Volterra. Alla fine quelli d’entro veggendosi stretti, e senza

speranza di soccorso, a dì 30 di luglio il vicario di Peccioli con

più compagni senza niuna arme a sicurtà dal capitano vennono a lui,

e patteggiarsi, che se per infino a dì 10 d’agosto non avessono da

Pisa soccorso li renderebbe la terra salve le persone e l’avere, e per

la fermezza di ciò dierono otto stadichi de’ più sufficienti uomini

della terra, e due Pisani, i quali il capitano ricevette, e li mandò

a Firenze. I Fiorentini ricevuti li stadichi, quasi certi d’avere

la terra, perchè loro speranza non cadesse in fallo rafforzarono

l’assedio, e mandaronvi mille balestrieri e dugento uomini da cavallo,

e fornimento assai necessario alla bisogna; e come l’intento de’

Pisani tutto si dirizzò ad avere Pietrabuona, così lasciando stare

ogni altra cosa, tutto quello de’ Fiorentini s’addirizzò ad avere

Peccioli. Come per gli ambasciadori del comune di Peccioli si sentì il

fatto in Pisa, subitamente nel Duomo radunarono il parlamento, dove per

molti apertamente fu detto, che per loro governatori erano traditi, i

quali affermavano che tanta gente avrebbono di Lombardia, che non che

fossono cavalcati, ma che si cavalcherebbono i Fiorentini, di che gran

borboglio si sparse per lo parlamento, e tale, che fè concitamento a

civile romore. Essendo in Pisa questo tremore e sospetto, e dovendo

succedere l’altro quartiere di Pisa a quello ch’era alla guardia

del fosso, non vi volle andare, onde quelli che v’erano lo arsono e

abbandonarono.

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 126 / 217 题