_Come messer Ridolfo assediò Peccioli, e prese stadichi se non fosse
soccorso._
Poichè a messer Ridolfo parve avere fornito il dovere di suo onore,
potendo molto più fare, mercoledì a dì 20 di luglio ripassò il fosso,
e ritornossi a Ponte di Sacco; dove stando, casualmente fu preso un
fante che portava una lettera per parte del castellano di Peccioli
al capitano del fosso, la quale in sostanza diceva, che i soldati da
cavallo e da piè con molti terrazzani, sentendo che ’l capitano de’
Fiorentini era a Sansavino occupato in molte faccende, erano usciti di
Peccioli, e cavalcati in su quello di Volterra per guadagnare, e che
tornati non erano, e la cagione non sapea, e che la terra non era in
stato di potersi difendere se fossono combattuti o stretti per assedio,
e che a ciò riparasse, e gli mandasse presto soccorso; ed era vero, che
essendo la detta gente de’ Pisani cavalcata in su quello di Volterra,
certa gente da piè e da cavallo del comune di Firenze, la quale era
in Volterra, avendo boce della detta gente de’ Pisani loro si feciono
incontro, e colla forza de’ contadini volterrani gli incalciarono e
strinsono in forma, che non possendo fuggire nè ritornare per la via
ond’erano venuti, lasciata la preda che fatta aveano, in sul fare della
sera per loro scampo si ridussono in su un colle, e la notte si misono
per la Maremma. Il capitano vista la detta lettera mandò prestamente
gli Ungari e’ cavalieri innanzi per impedire la tornata della detta
gente in Peccioli, e senza dimoro con tutto l’oste seguì, e quella
medesima sera con l’oste attorneò tutta la terra, e il seguente dì la
cominciò a cignere di steccato facendo sollecita guardia, e la sera
in sul tramontare del sole, per conoscere se la lettera che egli avea
trovata gli dicea vero, fece dare alla terra una battaglia per scorgere
la gente che v’era alla difesa, e per quello comprendere si potè forse
sessanta uomini con femmine assai si vidono, che diedono a intendere
che vi mancava difesa; il procinto della terra era grande, ma forte
e di muro e di ripe. Il capitano scorto il fatto pigramente procedea
nell’assedio, dormendo la mattina insino a terza col letto fornito di
disonesta compagnia, e menando vita di corte quieta; il perchè messer
Bonifazio, uomo d’onesta vita e di vergogna pauroso, veggendo la
sciolta vita del capitano e suo mal reggimento, infignendosi d’essere
malato se ne venne a Firenze, e mostrando a’ signori che poco era loro
onore e necessario, chiese licenza di tornarsi in Lombardia; i signori
con loro consiglio considerando quanto era di bisogno al comune,
lo pregarono e lo gravarono, che a tanto bisogno non abbandonasse
il servigio per lui fedelmente cominciato, e che tornasse al campo
a perseguire le buone opere sue, le quali bene erano conosciute e
gradite da’ savi e buoni cittadini, e così conosciute quelle del suo
successore; il perchè vinto per servire il comune tornò al campo. Il
capitano corse in voce di poco leale per i suoi molti falli, e per non
volere seguire la volontà del comune, e di ciò mostrò segni, perocchè
la cavalcata che fatta avea sopra i Pisani non era stata volontaria
ma sforzata, riprendendo sua tardezza, e potendo con suo onore stare
dodici dì col fornimento che menò in su le porte di Pisa, e guastare
gran parte di loro contado, il terzo dì se ne partì, e potendo per
battaglia avere Peccioli, tanto soprastette, che le femmine armate
le mura presono cuore alla difesa veggendo la viltà del capitano:
ma infamato dalla partita di messer Bonifazio Lupo e da’ Fiorentini
ch’erano nel campo, tutto che i suoi protettori lo difendessono, ed
esso sè medesimo mostrando a molti le lettere ch’avea da Firenze, che
si portasse cortesemente, pur mosso dal grido strinse la terra prima
con battaglia tiepida e con poco ordine, e tanto debilmente si portò
in detto e in fatto, che con vergogna da pochi di quelli d’entro, che
pochi ve n’erano, vituperosamente fu ributtato, i quali intendendo loro
fortuna aveano smisurata paura, e mostravano gran cuore per invilire
quelli di fuori. Ritratto il capitano dalla poca favorata battaglia,
ne’ fossi rimasono scale e grilli che infino alle mura erano condotti,
di gran dispiacimento dei nostri cittadini che erano a vedere. Tra i
rettori del comune, tutto ch’e’ conoscano il difetto, per la forza di
medici radissime volte vi pongono rimedio obliando l’onore del comune.
La fama della viltà e disonesta vita del capitano, o calunniosa o
vera che fosse o falsa, pure lo stimolò alquanto; onde veggendo egli
che i Pecciolesi erano spigottiti, cominciò a cignere la terra di
steccato senza contasto, perocchè stracchi erano sotto le battaglie
e sotto la continova guardia quelli che rimasi erano nella terra per
più vili, perocchè tutti i gagliardi s’erano messi nella cavalcata
sopra Volterra. Alla fine quelli d’entro veggendosi stretti, e senza
speranza di soccorso, a dì 30 di luglio il vicario di Peccioli con
più compagni senza niuna arme a sicurtà dal capitano vennono a lui,
e patteggiarsi, che se per infino a dì 10 d’agosto non avessono da
Pisa soccorso li renderebbe la terra salve le persone e l’avere, e per
la fermezza di ciò dierono otto stadichi de’ più sufficienti uomini
della terra, e due Pisani, i quali il capitano ricevette, e li mandò
a Firenze. I Fiorentini ricevuti li stadichi, quasi certi d’avere
la terra, perchè loro speranza non cadesse in fallo rafforzarono
l’assedio, e mandaronvi mille balestrieri e dugento uomini da cavallo,
e fornimento assai necessario alla bisogna; e come l’intento de’
Pisani tutto si dirizzò ad avere Pietrabuona, così lasciando stare
ogni altra cosa, tutto quello de’ Fiorentini s’addirizzò ad avere
Peccioli. Come per gli ambasciadori del comune di Peccioli si sentì il
fatto in Pisa, subitamente nel Duomo radunarono il parlamento, dove per
molti apertamente fu detto, che per loro governatori erano traditi, i
quali affermavano che tanta gente avrebbono di Lombardia, che non che
fossono cavalcati, ma che si cavalcherebbono i Fiorentini, di che gran
borboglio si sparse per lo parlamento, e tale, che fè concitamento a
civile romore. Essendo in Pisa questo tremore e sospetto, e dovendo
succedere l’altro quartiere di Pisa a quello ch’era alla guardia
del fosso, non vi volle andare, onde quelli che v’erano lo arsono e
abbandonarono.