CAP. LIX.

_Come fu sconfitto l’oste di messer Bernabò al Ponte a san Ruffello._

Vedendo il capitano messer Giovanni da Bileggio avere recata la città

di Bologna a grandi stremi, che rimasa non l’era via d’aiuto altro

che la strada da Firenze, avendo animo di trarre quella guerra al suo

desiderato fine, sentendo che nella città non avea oltre a trecento

uomini d’arme a cavallo, e che ’l capitano che fu di Forlì era sopra

d’Arimini, e correa senza contasto con millecinquecento cavalieri

tutto il paese, pensò di porre una grossa e forte bastita al Ponte a

San Ruffello presso a Bologna in sulla strada da Pianoro, acciocchè

al tutto si levasse alla città ogni soccorso, e questo mise in opera,

e mossesi con tutta la sua oste, ch’erano più di millecinquecento

cavalieri, e duemila masnadieri, e molti altri fedeli degli Ubaldini,

e con lui nel vero era tutto il fiore della gente di messer Bernabò,

avendo mandati trecento altri cavalieri per scorta alla vittuaglia

che venia di verso Ferrara, con grande apparecchio di vittuaglia e

d’altro arnese, e a dì 16 di luglio del detto anno si misono per lo

fiume della Savena, e senza trovare contasto furono al Ponte a san

Ruffello, e quivi fermarono il campo per edificare la bastita, e con

grande sollecitudine attendeano a fare i fossi, e conducere il legname

d’ogni parte. In questo stante, come fu volontà di Dio, messer Galeotto

de’ Malatesti da Rimini, cavaliere di grande ardire e maestro di

guerra, avea ricolti in Faenza cinquecento barbute e trecento Ungari

per danneggiare la gente di messer Francesco degli Ordelaffi, ch’era

sopra Arimini, come detto è, il quale sentendo l’oste da Bologna messa

in mal passo, di presente cavalcò a Imola, e da Imola la sera a dì 19

di luglio improvviso a’ nemici cavalcò per modo, ch’alle cinque ore

di notte fu a Bologna, non sapendo i Bolognesi alcuna cosa. Messer

Malatesta Unghero suo nipote capitano in Bologna il ricevette la notte

sì contamente, che i nemici non lo sentirono, nè eziandio i Bolognesi

che erano a dormire, pensando fossono gente di guardia, e in quel resto

della notte agiarono le persone e’ cavalli come poterono il meglio:

la mattina per tempo serrate le porte della città fece assentire a’

cittadini, come volea assalire i nemici, i quali inanimati e confortati

dalla grazia la quale Dio mandava loro, tutti di volontà, con piena

speranza di vittoria presono l’arme, e gran parte i falcioni in mano,

e dato il segno d’uscire fuori al suono della campana della giustizia,

la domenica mattina a dì 20 di luglio, ordinate le battaglie, e dato

il nome, messer Galeotto col potestà di Bologna, ch’era pro’ e valente

cavaliere, e messer Malatesta Ungaro con settecento barbute, e con

trecento Ungari, e con quattromila Bolognesi i più bene armati, feciono

aprire le porti, e uscirono della terra, e non tennono per la diritta

strada, anzi si misono maestrevolmente per lo piano del fiume della

Savena onde erano entrati i nemici, acciocchè quindi non potessono

tornare, e alcuna parte del popolo misono per le ripe a traverso sopra

dove erano i nemici. Il cammino fu corto, sicchè si veddono prima

quelli del campo la gente addosso da due parti, che sapessono che gente

d’arme fosse venuta in Bologna, nondimeno come uomini esperti in arme

e di gran cuore, benché ’l subito caso gli smarrisse, presono ardire

e feciono testa, ordinandosi alla battaglia in fretta come poterono

il meglio, e di presente misono gente in su un colle sopra il ponte

per riparare a quelli che scendevano per la valle; ma vedendo venire

quelli della città baldanzosi e con gran cuore, abbandonarono il colle,

e tornarsi all’altra oste. Messer Galeotto e i suoi gli assalirono

molto arditamente innanzi alla venuta del popolo co’ falcioni, e i

nemici francamente gli ricevettono, combattendo con loro aspramente;

ma sopraggiugnendo il popolo, e cominciandosi a mescolare tra’ nemici

con loro falcioni, dopo lunga difesa gl’invilirono e ruppono, e molti

n’uccisono, e perchè erano in parte da non potere fuggire, quasi

tutti s’arrenderono a prigioni, che pochi ne camparono. Il podestà

di Bologna fu fedito a morte in quella battaglia, e poco appresso

morì in Bologna. Trovarsi morti in picciolo spazio di campo dove

porre si dovea la bastita quattrocentocinquantasei uomini, i quali

tutti furono sotterrati nel fosso che fatto aveano, e per l’altro

campo qua e là più d’altrettanti; in tutto numerati furono i morti

novecentosettanta, e quattrocento cavalli. I presi furono oltre a

milletrecento: a’ forestieri tolte furono l’armi e’ cavalli e lasciati

alla fede, che furono più d’ottocento; gl’Italiani furono ritenuti, sì

per lo scambiare, sì per porre loro la taglia. De’ caporali fu preso

messer Giovanni da Bileggio capitano generale dell’oste, e Guasparre

e Giovanni di Nanni da Susinana, e Andrea delle Piaggiuole tutti

degli Ubaldini, e più altri; costoro furono rassegnati al legato, e

imprigionati in Ancona. La vittuaglia che nell’oste trovarono fu grande

quantità, e gli arnesi che presono furono di gran valuta, perocchè

molto adorna era la cavalleria e i masnadieri d’arnesi d’argento,

d’armadure e robe, e aveano danari assai, e venticinque migliaia di

fiorini d’oro ch’erano giunti nel campo per fare la paga a’ soldati.

La vittoria fu grande e singolare, che essendo Bologna abbandonata

dall’aiuto della Chiesa, dall’imperadore, da’ signori di Lombardia

e da’ comuni di Toscana, e posta negli estremi, per occulta via fu

liberata, perocchè molti affermarono, e per intendimenti si tenne

essere il vero, che veggendo il legato di Spagna, il quale era in

Ancona tornato dal re d’Ungheria senza aiuto e senza consiglio, che

Bologna era in termine che senza riparo dovea venire nelle mani di

messer Bernabò, e per tanto temendo, e non osando di tornare a Bologna

per non venire nel cruccio del popolo, o nelle mani del tiranno,

che per le sue virtù e grande animo forte l’odiava, stando in forti

pensieri, mandò per il vecchio messer Malatesta da Rimini, col quale

più giorni stato in segreto sopra i fatti di Bologna, e per loro

tirato in considerazione, che la forza del tiranno era tale, alla

quale unita resistenza non era, e che messer Giovanni da Bileggio era

voglioso al terminare dell’impresa per riportarne l’onore, e gli parea

che il suo desiderio ritardasse la strada ch’era aperta a’ Bolognesi

di verso Firenze; da questi luoghi il savio messer Malatesta prese il

sottile avviso, che fatto gli venne, e con coscienza del legato mandò

suo segreto ambasciadore nel campo a messer Giovanni da Bileggio con

verisimili argomenti avvisandolo, che nel segreto amico non era del

legato per le terre che tolte gli avea, e che di lui fidare non si

potea, che venendo nel colmo di quello che appetia non gli togliesse

il resto, e che però volentieri attenderebbe ad abbassare il legato e

il suo orgoglio; ma perchè il legato gli avea sopra capo il castello

di sant’Arcangiolo, non osava levare il dito, nel quale fermava avere

trattato per torlo al legato se avesse spalle e forza di gente d’arme,

la quale dicea non potere essere meno di millecinquecento barbute:

giugnendo al fatto, che come messer Galeotto, ch’era in Bologna con

messer Malatesta vicario, fosse da lui avvisato, sotto colore di

soccorrere a Rimini, come verso là sentisse cavalcato la gente del

signore di Milano, trarrebbe di Bologna tutta la buona gente d’arme,

lasciando la trista sott’ombra di guardia della terra, e il simile

farebbe dell’altre terre della Chiesa, e che venendo il pensiere ad

effetto, come ragionevolmente dovea, esso messer Giovanni liberamente

e senza contasto veruno potea porre bastite e rompere la strada

fiorentina. A messer Giovanni piacque il trattato, e diede piena fede

all’ambasciadore, lettera, suggelli, e carte a lui presentate da parte

di messer Malatesta, e di presente elesse capitano di millecinquecento

barbute, come detto è di sopra, messer Francesco degli Ordelaffi, e

lo fè cavalcare sopra Rimini, come avvisò del tutto messer Galeotto

avvisato della baratta di messer Malatesta, onde fè gli atti e le

mostre dette di sopra, il perchè ne seguì la sconfitta al ponte a

san Ruffello. Non so se più sagace e malizioso trattato s’avesse

saputo ordinare Ulisse o il conte Guido da Montefeltro. Cesare non

lasciava ragunare la gente di Pompeo, temendo il numero e la bontà de’

cavalieri; costui con astuzia la raunata divise, e indusse il savio

capitano in folle impresa, della quale seguì la più notabile sconfitta

di morte d’uomini pregiati d’arme che fosse in Italia di nostro ricordo

di cento anni addietro.

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 63 / 217 题