_Come fu sconfitto l’oste di messer Bernabò al Ponte a san Ruffello._
Vedendo il capitano messer Giovanni da Bileggio avere recata la città
di Bologna a grandi stremi, che rimasa non l’era via d’aiuto altro
che la strada da Firenze, avendo animo di trarre quella guerra al suo
desiderato fine, sentendo che nella città non avea oltre a trecento
uomini d’arme a cavallo, e che ’l capitano che fu di Forlì era sopra
d’Arimini, e correa senza contasto con millecinquecento cavalieri
tutto il paese, pensò di porre una grossa e forte bastita al Ponte a
San Ruffello presso a Bologna in sulla strada da Pianoro, acciocchè
al tutto si levasse alla città ogni soccorso, e questo mise in opera,
e mossesi con tutta la sua oste, ch’erano più di millecinquecento
cavalieri, e duemila masnadieri, e molti altri fedeli degli Ubaldini,
e con lui nel vero era tutto il fiore della gente di messer Bernabò,
avendo mandati trecento altri cavalieri per scorta alla vittuaglia
che venia di verso Ferrara, con grande apparecchio di vittuaglia e
d’altro arnese, e a dì 16 di luglio del detto anno si misono per lo
fiume della Savena, e senza trovare contasto furono al Ponte a san
Ruffello, e quivi fermarono il campo per edificare la bastita, e con
grande sollecitudine attendeano a fare i fossi, e conducere il legname
d’ogni parte. In questo stante, come fu volontà di Dio, messer Galeotto
de’ Malatesti da Rimini, cavaliere di grande ardire e maestro di
guerra, avea ricolti in Faenza cinquecento barbute e trecento Ungari
per danneggiare la gente di messer Francesco degli Ordelaffi, ch’era
sopra Arimini, come detto è, il quale sentendo l’oste da Bologna messa
in mal passo, di presente cavalcò a Imola, e da Imola la sera a dì 19
di luglio improvviso a’ nemici cavalcò per modo, ch’alle cinque ore
di notte fu a Bologna, non sapendo i Bolognesi alcuna cosa. Messer
Malatesta Unghero suo nipote capitano in Bologna il ricevette la notte
sì contamente, che i nemici non lo sentirono, nè eziandio i Bolognesi
che erano a dormire, pensando fossono gente di guardia, e in quel resto
della notte agiarono le persone e’ cavalli come poterono il meglio:
la mattina per tempo serrate le porte della città fece assentire a’
cittadini, come volea assalire i nemici, i quali inanimati e confortati
dalla grazia la quale Dio mandava loro, tutti di volontà, con piena
speranza di vittoria presono l’arme, e gran parte i falcioni in mano,
e dato il segno d’uscire fuori al suono della campana della giustizia,
la domenica mattina a dì 20 di luglio, ordinate le battaglie, e dato
il nome, messer Galeotto col potestà di Bologna, ch’era pro’ e valente
cavaliere, e messer Malatesta Ungaro con settecento barbute, e con
trecento Ungari, e con quattromila Bolognesi i più bene armati, feciono
aprire le porti, e uscirono della terra, e non tennono per la diritta
strada, anzi si misono maestrevolmente per lo piano del fiume della
Savena onde erano entrati i nemici, acciocchè quindi non potessono
tornare, e alcuna parte del popolo misono per le ripe a traverso sopra
dove erano i nemici. Il cammino fu corto, sicchè si veddono prima
quelli del campo la gente addosso da due parti, che sapessono che gente
d’arme fosse venuta in Bologna, nondimeno come uomini esperti in arme
e di gran cuore, benché ’l subito caso gli smarrisse, presono ardire
e feciono testa, ordinandosi alla battaglia in fretta come poterono
il meglio, e di presente misono gente in su un colle sopra il ponte
per riparare a quelli che scendevano per la valle; ma vedendo venire
quelli della città baldanzosi e con gran cuore, abbandonarono il colle,
e tornarsi all’altra oste. Messer Galeotto e i suoi gli assalirono
molto arditamente innanzi alla venuta del popolo co’ falcioni, e i
nemici francamente gli ricevettono, combattendo con loro aspramente;
ma sopraggiugnendo il popolo, e cominciandosi a mescolare tra’ nemici
con loro falcioni, dopo lunga difesa gl’invilirono e ruppono, e molti
n’uccisono, e perchè erano in parte da non potere fuggire, quasi
tutti s’arrenderono a prigioni, che pochi ne camparono. Il podestà
di Bologna fu fedito a morte in quella battaglia, e poco appresso
morì in Bologna. Trovarsi morti in picciolo spazio di campo dove
porre si dovea la bastita quattrocentocinquantasei uomini, i quali
tutti furono sotterrati nel fosso che fatto aveano, e per l’altro
campo qua e là più d’altrettanti; in tutto numerati furono i morti
novecentosettanta, e quattrocento cavalli. I presi furono oltre a
milletrecento: a’ forestieri tolte furono l’armi e’ cavalli e lasciati
alla fede, che furono più d’ottocento; gl’Italiani furono ritenuti, sì
per lo scambiare, sì per porre loro la taglia. De’ caporali fu preso
messer Giovanni da Bileggio capitano generale dell’oste, e Guasparre
e Giovanni di Nanni da Susinana, e Andrea delle Piaggiuole tutti
degli Ubaldini, e più altri; costoro furono rassegnati al legato, e
imprigionati in Ancona. La vittuaglia che nell’oste trovarono fu grande
quantità, e gli arnesi che presono furono di gran valuta, perocchè
molto adorna era la cavalleria e i masnadieri d’arnesi d’argento,
d’armadure e robe, e aveano danari assai, e venticinque migliaia di
fiorini d’oro ch’erano giunti nel campo per fare la paga a’ soldati.
La vittoria fu grande e singolare, che essendo Bologna abbandonata
dall’aiuto della Chiesa, dall’imperadore, da’ signori di Lombardia
e da’ comuni di Toscana, e posta negli estremi, per occulta via fu
liberata, perocchè molti affermarono, e per intendimenti si tenne
essere il vero, che veggendo il legato di Spagna, il quale era in
Ancona tornato dal re d’Ungheria senza aiuto e senza consiglio, che
Bologna era in termine che senza riparo dovea venire nelle mani di
messer Bernabò, e per tanto temendo, e non osando di tornare a Bologna
per non venire nel cruccio del popolo, o nelle mani del tiranno,
che per le sue virtù e grande animo forte l’odiava, stando in forti
pensieri, mandò per il vecchio messer Malatesta da Rimini, col quale
più giorni stato in segreto sopra i fatti di Bologna, e per loro
tirato in considerazione, che la forza del tiranno era tale, alla
quale unita resistenza non era, e che messer Giovanni da Bileggio era
voglioso al terminare dell’impresa per riportarne l’onore, e gli parea
che il suo desiderio ritardasse la strada ch’era aperta a’ Bolognesi
di verso Firenze; da questi luoghi il savio messer Malatesta prese il
sottile avviso, che fatto gli venne, e con coscienza del legato mandò
suo segreto ambasciadore nel campo a messer Giovanni da Bileggio con
verisimili argomenti avvisandolo, che nel segreto amico non era del
legato per le terre che tolte gli avea, e che di lui fidare non si
potea, che venendo nel colmo di quello che appetia non gli togliesse
il resto, e che però volentieri attenderebbe ad abbassare il legato e
il suo orgoglio; ma perchè il legato gli avea sopra capo il castello
di sant’Arcangiolo, non osava levare il dito, nel quale fermava avere
trattato per torlo al legato se avesse spalle e forza di gente d’arme,
la quale dicea non potere essere meno di millecinquecento barbute:
giugnendo al fatto, che come messer Galeotto, ch’era in Bologna con
messer Malatesta vicario, fosse da lui avvisato, sotto colore di
soccorrere a Rimini, come verso là sentisse cavalcato la gente del
signore di Milano, trarrebbe di Bologna tutta la buona gente d’arme,
lasciando la trista sott’ombra di guardia della terra, e il simile
farebbe dell’altre terre della Chiesa, e che venendo il pensiere ad
effetto, come ragionevolmente dovea, esso messer Giovanni liberamente
e senza contasto veruno potea porre bastite e rompere la strada
fiorentina. A messer Giovanni piacque il trattato, e diede piena fede
all’ambasciadore, lettera, suggelli, e carte a lui presentate da parte
di messer Malatesta, e di presente elesse capitano di millecinquecento
barbute, come detto è di sopra, messer Francesco degli Ordelaffi, e
lo fè cavalcare sopra Rimini, come avvisò del tutto messer Galeotto
avvisato della baratta di messer Malatesta, onde fè gli atti e le
mostre dette di sopra, il perchè ne seguì la sconfitta al ponte a
san Ruffello. Non so se più sagace e malizioso trattato s’avesse
saputo ordinare Ulisse o il conte Guido da Montefeltro. Cesare non
lasciava ragunare la gente di Pompeo, temendo il numero e la bontà de’
cavalieri; costui con astuzia la raunata divise, e indusse il savio
capitano in folle impresa, della quale seguì la più notabile sconfitta
di morte d’uomini pregiati d’arme che fosse in Italia di nostro ricordo
di cento anni addietro.