CAP. XXXIII.

_Contrario esempio d’incredibile crudeltà di madre._

Avvegnachè quello che segue appresso alla narrata pietà di padre e

figliuolo dopo i sei mesi occorresse, per collazione del bene col male,

volendo operare la sfrenata lussuria operatrice d’incredibile crudeltà

di madre contra figliuolo, contra la forma di nostro ordine giugneremo

i tempi lontani. All’entrata d’agosto detto anno, nella città di

Perugia, una donna di legnaggio non basso avendo avuto d’un onorevole

popolano suo marito un figliuolo di buono aspetto, morto il padre, dopo

certo tempo la donna giovane si rimaritò a un altro cittadino dabbene,

il quale amava il figliastro quanto che figliuolo, sì per l’ubbidienza,

sì per l’industria, sì per li buoni costumi vedea in lui, il quale era

d’età di dieci anni. La madre per disordinata concupiscenza fu presa

dell’amore d’un altro giovane perugino assai accorto e dabbene, e lui

pensò d’avere per marito, e godersi con lui e sua dote, ch’era grande,

e l’eredità del figliuolo, ch’era maggiore, e altro successore non

avea che lei. E con l’adultero tenuto trattato diedono certo ordine

alla morte del figliuolo, che lo dovea la notte strangolare, ed ella

dovea avvelenare il marito; e dato l’ordine, la madre empia mandò il

figliuolo a casa l’amico con certe cose, e gli comandò non si partisse

da lui se non lo spacciasse; giunto il fanciullo al buono uomo, e

datogli quello che gli mandava la madre, con molta purità con istanza

gli domandava d’essere spacciato: vedendo l’uomo la semplicità del

fanciullo, glie ne venne pietà e cordoglio, e gli disse: Vattene a tua

madre, che tempo non è a quello ch’ella vuole. Vedendo la madre tornato

il fanciullo si turbò forte, e lo domandò perchè non l’avea spacciato,

e il fanciullo le fè la risposta. La sfacciata meretrice rimandò il

figliuolo, e gli comandò, che non tornasse a lei, ma tanto stesse,

ch’egli fosse spacciato di ciò che ragionato avea con lui.

Il fanciullo ubbidiente alla madre tornò all’amico di lei, e con

molte preghiere lo richiedea, che fare dovesse quello che la madre

gli avea imposto; ed egli molto più intenerito, quasi lacrimando gli

disse: Di’ a tua madre, che non istia a mia fidanza, ch’io nol voglio

fare: e il figliuolo tornato alla crudelissima madre le disse quello

che gli era stato detto. La bestiale scellerata ciò udito, in esso

stante comandò al figliuolo ch’andasse nella cella, ed ella gli tenne

dietro, dicendo: Quello che non ha voluto fare egli farò io; e con le

diaboliche mani segò la gola al figliuolo, e quivi lo lasciò morto.

Poco il marito tornò in casa, e domandò la madre del figliuolo: la

donna presa l’astuzia del serpente con fronte audace gli rispose:

Ben lo sai tu, va’ nella cella e vedrailo. Il marito ignorante e puro

scese al luogo, e trovò il fanciullo morto, il perchè e’ venne meno, e

forte sbaì, e perdè la favella: la moglie lo serrò dentro, e levato il

pianto, traendo guai incominciò a gridare, e dire, che il traditore del

marito le avea morto il figliuolo per godere la sua eredità; e tratta

la vicinanza a romore, ella squarciandosi il viso e’ capelli mai non

lasciò aprire l’uscio della cella infino che la famiglia della signoria

non venne, la quale apersono l’uscio, e trovarono il malificio, e a

furore ne menarono il marito, il quale tormentato confessò sè aver

fatto il malificio, e la cagione per godere l’eredità del figliastro. E

apparecchiandosi la signoria a farne aspra giustizia, all’amico della

pessima donna venne compassione di tanto male, e del sangue innocente

sparto e che spargere si dovea, e del fallo suo presa sicurtà da’

signori manifestò la verità del fatto, e la donna venuta in giudicio,

senza alcuno tormento confessò la sua iniquitade, e condannata alla

tanaglia, e più a esserle levate le carni a pezzo con i rasoi, fece

terribile esempio all’altre. Questo peccato tanto enorme forse meritava

silenzio di penna, per l’orrore d’udire tra’ cristiani sì alto e sì

sfacciato male, conchiudendolo con un verso di Giovenale poeta, che

dice: Fortem animum praestant rebus quas turpiter audent, parlando

delle femmine che da sè hanno scacciata la pudicizia e la vergogna, il

quale in volgare suona: Forte animo prestano alle cose che sozzamente

ardiscono di fare.

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 37 / 217 题