CAP. XXV.

_Come si scoperse il trattato che era in Firenze, e certi ne furono

puniti._

Mentre le dette cose si cercavano per Bernarduolo, parendo ai detti

tre Bartolommeo, Niccolò e Domenico, che ogni piccolo indugio loro

fosse pericoloso, poichè incominciato aveano, e temendo che lunghezza

di tempo non impedisse, e scoprisse quello che intendeano di fare,

sollecitavano continovamente, e un’ora non si lasciavano fuggire di

mano, pensando dì e notte de’ modi come loro proponimento potessono

fornire, intra i quali uno loro ne cadde nell’animo, il quale poi si

conobbe sufficiente a muovere scandalo grande e pericoloso, ma non

a terminare secondo il concetto dell’animo loro; e per mandarlo ad

esecuzione. I detti caporali con inventivi modi e argomenti sottili

e sagaci trassono in loro congiura e trattato messer Pino di messer

Giovanni de’ Rossi, Niccolò di Guido da Sanmontana de’ Frescobaldi,

Pelliccia di Bindo Sassi de’ Gherardini, Beltramo di Bartolommeo

de’ Pazzi, Pazzino di messer Apardo Donati, Andrea di Pacchio degli

Adimari, Luca Fei, Andrea di Tello dell’Ischia (questi ultimi due

per molti si tenne che senza colpa fossono messi nel ballo) e frate

Cristofano di Nuccio de’ monaci di Settimo, il quale era stato

lungo tempo alla guardia della camera dell’arme, e quindi per alcuno

procaccio d’altrui era stato rimosso: di molti altri si disse, ma non

si trovò esser vero, e se fu, si tacque, e ammorzò per lo migliore, e

per fuggire disordinato fascio, ma agl’intendenti parve, non essendo

matti i detti nominati di sopra, sì grande tentamento dovesse avere

maggiore appoggio e sequela e nel numero. La motiva loro fu più per

odio e nimistà speziale che vogliosamente portavano a certa famiglia

di popolari grandi e in comune, e per levarli di stato e cacciarli,

che per zelo che avessono alla repubblica o ad altri loro cittadini.

L’ordine per i detti dato a fornire loro impresa fu di questa maniera,

che l’ultimo dì di dicembre frate Cristofano, che per le reliquie

del vecchio uficio che gli era stato levato ancora liberamente usava

l’entrata e l’uscita del palagio de’ priori, ed era signore delle

chiavi, dovea segretamente mettere quattro fanti in sulla torre del

palagio de’ signori, e rinchiuderli in una camera che v’è, e non

s’usava, e poi di notte dovea aprire lo sportello della porta del

palagio di verso tramontana, che non s’usava, e mettere quetamente

per quella ottanta fanti, e riporli ivi di presso nella camera dove si

riducono gli uficiali delle castella, ch’allora non vi stava persona,

e la seguente mattina, quando escono i signori vecchi ed entrano i

nuovi, rimanendo dentro un fante solo che serra la porta, mentre che

le dicerie e solennità a tali atti usati si fanno, i detti ottanta

fanti doveano uscire della detta camera, e uccidere o prendere il detto

portiere, e serrare la porta, e salire sul corridoio del palagio, e

con le pietre percuotere chiunque fosse sulla ringhiera, e i fanti

della torre doveano sonare le campane a stormo, e in quell’ora si

doveano muovere i detti congiurati col seguito loro, stimando che molti

cittadini offesi e malcontenti, e quelli che stavano indubbio dello

stato loro traessono a loro, e gli dovessono seguire; con volere che

per altro ordine si governasse la terra, della quale s’immaginavano

essere principali e maestri, com’erano principali della matta impresa,

con mostrare di volere che a neuno fosse fatto oltraggio o torto. Il

pensiere loro fu riputato da molti folle, perchè non avendo altro

braccio, rimaneano in podestà del furore del popolo, se non avesse

consentito al loro movimento. Altri stimavano, che essendo il popolo

confastidiato come detto avemo, e per natura mobile e vago di novità,

e che scorrere si lascia quando è scommosso là dove non possono i savi

stimare, che loro pensiero potesse avere effetto: ma Dio che è guardia

de’ semplici e innocenti, e che talora per rispetto loro tempera

l’ira sua contra i rei, perchè il caso parea come suole fare, o per

fortuna o per privati odii contra loro straboccare, volle si scoprisse

il trattato, e fu in questo modo. Detto avemo come il legato sotto

parole generali avea fatto sentire come nella città era trattato, ma

d’esso non avea dato indizio veruno; e stando per questo i governatori

e i cittadini di Firenze nel tenebroso sospetto, Bernarduolo Rozzo,

che vedea suo ragionamento tornato in fummo, pensò di fare civanza,

e trarre vantaggio delle fatiche che avea ordinato in male operare,

e venuto a Santa Gonda, mandò per uno suo amico della casa degli

Antellesi, e a lui disse, che quando il comune di Firenze gli volesse

dare venticinque migliaia di fiorini, ch’egli manifesterebbe il

trattato, e chi lo conducea. Ciò sentito per i signori, e tenuto

segreto consiglio, per trarre il popolo di periglio, e di sospezione

e paura, diliberarono gli fosse dati danari, e alla promessa d’essi

s’obbligarono i signori, e’ collegi, e’ richiesti, e se ne fè scrittura

obbligatoria con saramento, e il pagamento se ne dovea fare in Siena,

manifestato ch’avesse in forma bastevole la verità del fatto. Anzi che

fosse il detto ragionamento fornito, o fattone esecuzione, fu noto

a Bartolommeo che ’l fatto si venia a scoprire, non perchè il detto

Bernarduolo il sopraddetto processo e ordine sapesse, ma che per quello

che tenuto avea con Uberto Infangati sapea i nomi di coloro che sapea

che teneano al suo, si manifestò e aprì a Salvestro suo fratello, e

quello che occultato avea, e a lui e a’ suoi consorti palesò. Salvestro

udito il voglioso e poco savio movimento del fratello, per ricoverare

l’onore suo e della casa sua, che per la detta impresa potea cadere

in sospicione, e per trarre il fratello di pericolo e d’abominio, con

certi dello stato discreti e fidati, e alla famiglia sua, di presente

ne fu a’ signori, e da loro prese sicurtà per Bartolommeo, dicendo,

che da lui avrebbono tanto, che potrebbono trarre di sospetto e di

paura il comune, il quale quasi per lusinghe tirato nel trattato, con

infingere di non sapere se non la corteccia, dissono a’ signori, che

se avessono Niccolò e Domenico di Donato Bandini che ne saprebbono

il tutto, come da’ caporali e guide del trattato; di che i signori di

subito mandarono per loro in forma e in modo, che se si fossono voluti

cessare non aveano il podere, e quelli per loro prima esaminati li

dierono al podestà. Gli altri congiurati sentito questo si cessarono

subitamente; e i detti presi confessato il loro eccesso furono

dicapitati: gli altri nomati, eccetto il detto Bartolommeo, furono

per lo potestà senza vituperevole titolo condannati nella persona. Il

detto Bernarduolo Rozzo, avendo per la detta sua operazione certificato

il comune che ’l suo palesare il trattato era per vendere la vita di

molti cittadini, e non per palesare il suddetto trattato, del quale

niente sapea, fu di tanta presunzione e ardire, che sotto la promessa

di dare al comune scritta di mano propria de’ congiurati, alla quale

erano sottoscritti molti cittadini di loro propria mano, e suggellato

di loro proprio suggello, domandò ed ebbe fidanza di venire a Firenze,

e a’ signori la detta scritta diede, la quale si trovò essere di mano

d’Uberto Infangati, fittamente e coloratamente composta, secondo che

fuori n’uscì la boce, se vera fu, o no. Ragunato il consiglio, _coram

omnibus_ la scritta fu arsa senza altrimenti farne dimostrazione. A

Bernarduolo Rozzo furono donati cinquecento fiorini d’oro, e tratto

del nostro contado dato gli fu il congio. La legge, ch’era stata in

gran parte cagione e materia di tanto male, e peggio per l’avvenire

promettea, per tutto ciò ammendata non fu, nè regolata nè aggiustata in

niuna sua parte.

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 29 / 217 题