_Come si scoperse il trattato che era in Firenze, e certi ne furono
puniti._
Mentre le dette cose si cercavano per Bernarduolo, parendo ai detti
tre Bartolommeo, Niccolò e Domenico, che ogni piccolo indugio loro
fosse pericoloso, poichè incominciato aveano, e temendo che lunghezza
di tempo non impedisse, e scoprisse quello che intendeano di fare,
sollecitavano continovamente, e un’ora non si lasciavano fuggire di
mano, pensando dì e notte de’ modi come loro proponimento potessono
fornire, intra i quali uno loro ne cadde nell’animo, il quale poi si
conobbe sufficiente a muovere scandalo grande e pericoloso, ma non
a terminare secondo il concetto dell’animo loro; e per mandarlo ad
esecuzione. I detti caporali con inventivi modi e argomenti sottili
e sagaci trassono in loro congiura e trattato messer Pino di messer
Giovanni de’ Rossi, Niccolò di Guido da Sanmontana de’ Frescobaldi,
Pelliccia di Bindo Sassi de’ Gherardini, Beltramo di Bartolommeo
de’ Pazzi, Pazzino di messer Apardo Donati, Andrea di Pacchio degli
Adimari, Luca Fei, Andrea di Tello dell’Ischia (questi ultimi due
per molti si tenne che senza colpa fossono messi nel ballo) e frate
Cristofano di Nuccio de’ monaci di Settimo, il quale era stato
lungo tempo alla guardia della camera dell’arme, e quindi per alcuno
procaccio d’altrui era stato rimosso: di molti altri si disse, ma non
si trovò esser vero, e se fu, si tacque, e ammorzò per lo migliore, e
per fuggire disordinato fascio, ma agl’intendenti parve, non essendo
matti i detti nominati di sopra, sì grande tentamento dovesse avere
maggiore appoggio e sequela e nel numero. La motiva loro fu più per
odio e nimistà speziale che vogliosamente portavano a certa famiglia
di popolari grandi e in comune, e per levarli di stato e cacciarli,
che per zelo che avessono alla repubblica o ad altri loro cittadini.
L’ordine per i detti dato a fornire loro impresa fu di questa maniera,
che l’ultimo dì di dicembre frate Cristofano, che per le reliquie
del vecchio uficio che gli era stato levato ancora liberamente usava
l’entrata e l’uscita del palagio de’ priori, ed era signore delle
chiavi, dovea segretamente mettere quattro fanti in sulla torre del
palagio de’ signori, e rinchiuderli in una camera che v’è, e non
s’usava, e poi di notte dovea aprire lo sportello della porta del
palagio di verso tramontana, che non s’usava, e mettere quetamente
per quella ottanta fanti, e riporli ivi di presso nella camera dove si
riducono gli uficiali delle castella, ch’allora non vi stava persona,
e la seguente mattina, quando escono i signori vecchi ed entrano i
nuovi, rimanendo dentro un fante solo che serra la porta, mentre che
le dicerie e solennità a tali atti usati si fanno, i detti ottanta
fanti doveano uscire della detta camera, e uccidere o prendere il detto
portiere, e serrare la porta, e salire sul corridoio del palagio, e
con le pietre percuotere chiunque fosse sulla ringhiera, e i fanti
della torre doveano sonare le campane a stormo, e in quell’ora si
doveano muovere i detti congiurati col seguito loro, stimando che molti
cittadini offesi e malcontenti, e quelli che stavano indubbio dello
stato loro traessono a loro, e gli dovessono seguire; con volere che
per altro ordine si governasse la terra, della quale s’immaginavano
essere principali e maestri, com’erano principali della matta impresa,
con mostrare di volere che a neuno fosse fatto oltraggio o torto. Il
pensiere loro fu riputato da molti folle, perchè non avendo altro
braccio, rimaneano in podestà del furore del popolo, se non avesse
consentito al loro movimento. Altri stimavano, che essendo il popolo
confastidiato come detto avemo, e per natura mobile e vago di novità,
e che scorrere si lascia quando è scommosso là dove non possono i savi
stimare, che loro pensiero potesse avere effetto: ma Dio che è guardia
de’ semplici e innocenti, e che talora per rispetto loro tempera
l’ira sua contra i rei, perchè il caso parea come suole fare, o per
fortuna o per privati odii contra loro straboccare, volle si scoprisse
il trattato, e fu in questo modo. Detto avemo come il legato sotto
parole generali avea fatto sentire come nella città era trattato, ma
d’esso non avea dato indizio veruno; e stando per questo i governatori
e i cittadini di Firenze nel tenebroso sospetto, Bernarduolo Rozzo,
che vedea suo ragionamento tornato in fummo, pensò di fare civanza,
e trarre vantaggio delle fatiche che avea ordinato in male operare,
e venuto a Santa Gonda, mandò per uno suo amico della casa degli
Antellesi, e a lui disse, che quando il comune di Firenze gli volesse
dare venticinque migliaia di fiorini, ch’egli manifesterebbe il
trattato, e chi lo conducea. Ciò sentito per i signori, e tenuto
segreto consiglio, per trarre il popolo di periglio, e di sospezione
e paura, diliberarono gli fosse dati danari, e alla promessa d’essi
s’obbligarono i signori, e’ collegi, e’ richiesti, e se ne fè scrittura
obbligatoria con saramento, e il pagamento se ne dovea fare in Siena,
manifestato ch’avesse in forma bastevole la verità del fatto. Anzi che
fosse il detto ragionamento fornito, o fattone esecuzione, fu noto
a Bartolommeo che ’l fatto si venia a scoprire, non perchè il detto
Bernarduolo il sopraddetto processo e ordine sapesse, ma che per quello
che tenuto avea con Uberto Infangati sapea i nomi di coloro che sapea
che teneano al suo, si manifestò e aprì a Salvestro suo fratello, e
quello che occultato avea, e a lui e a’ suoi consorti palesò. Salvestro
udito il voglioso e poco savio movimento del fratello, per ricoverare
l’onore suo e della casa sua, che per la detta impresa potea cadere
in sospicione, e per trarre il fratello di pericolo e d’abominio, con
certi dello stato discreti e fidati, e alla famiglia sua, di presente
ne fu a’ signori, e da loro prese sicurtà per Bartolommeo, dicendo,
che da lui avrebbono tanto, che potrebbono trarre di sospetto e di
paura il comune, il quale quasi per lusinghe tirato nel trattato, con
infingere di non sapere se non la corteccia, dissono a’ signori, che
se avessono Niccolò e Domenico di Donato Bandini che ne saprebbono
il tutto, come da’ caporali e guide del trattato; di che i signori di
subito mandarono per loro in forma e in modo, che se si fossono voluti
cessare non aveano il podere, e quelli per loro prima esaminati li
dierono al podestà. Gli altri congiurati sentito questo si cessarono
subitamente; e i detti presi confessato il loro eccesso furono
dicapitati: gli altri nomati, eccetto il detto Bartolommeo, furono
per lo potestà senza vituperevole titolo condannati nella persona. Il
detto Bernarduolo Rozzo, avendo per la detta sua operazione certificato
il comune che ’l suo palesare il trattato era per vendere la vita di
molti cittadini, e non per palesare il suddetto trattato, del quale
niente sapea, fu di tanta presunzione e ardire, che sotto la promessa
di dare al comune scritta di mano propria de’ congiurati, alla quale
erano sottoscritti molti cittadini di loro propria mano, e suggellato
di loro proprio suggello, domandò ed ebbe fidanza di venire a Firenze,
e a’ signori la detta scritta diede, la quale si trovò essere di mano
d’Uberto Infangati, fittamente e coloratamente composta, secondo che
fuori n’uscì la boce, se vera fu, o no. Ragunato il consiglio, _coram
omnibus_ la scritta fu arsa senza altrimenti farne dimostrazione. A
Bernarduolo Rozzo furono donati cinquecento fiorini d’oro, e tratto
del nostro contado dato gli fu il congio. La legge, ch’era stata in
gran parte cagione e materia di tanto male, e peggio per l’avvenire
promettea, per tutto ciò ammendata non fu, nè regolata nè aggiustata in
niuna sua parte.