CAP. XXIV.

_Come si scoperse congiura di certi cittadini di Firenze, e trattato

per sovvertere lo stato che reggea._

Vedendosi manifesto per ogni qualunque intendente, che la legge fatta

in favore della parte, tutto ch’ad altro fine fosse principiata, era

in sè utile e buona ma male praticata, e che coloro che ne doveano

secondo il proponimento di coloro che l’aveano creata essere disfatti

n’erano sormontati e aggranditi, e che la città n’era in molte parti

stracciata e divisa, e di male talento piena ne stava in tremore e

sospesa, e’ rimedi sufficienti al male non si vedeano, e se si vedeano

erano posti a silenzio, il perchè quasi per una boce comune forte si

dubitava di cittadinesca commozione. Ed era per certo da dubitare,

come l’esperienza poco appresso ne fè manifesto, perocchè tale mala

disposizione conosciuta da certi cittadini mal sofferenti e d’animo

grande, e che mal contenti viveano, massimamente veggendo alzare

troppo i loro avversari, e da certi che per ammunizione erano a loro

parere contra ragione offesi, ed eranne poco pazienti, loro diede

audacia e materia di cercare novità, e gli mosse a congiura, e in una a

cercare de’ modi e delle vie da levare dello stato coloro i quali per

loro nemici teneano. Costoro loro capo feciono Bartolommeo di messer

Alamanno de’ Medici, uomo animoso troppo, e che si sarebbe messo a

ogni gran pericolo per abbattere gli avversari suoi; al quale parendo

che il tempo abile a ciò fare fosse venuto, riscaldato e sollecitato

da Niccolò di Bartolo del Buono, e da Domenico di Donato Bandini, i

quali erano stati ammuniti e levati dagli ufici e onori del comune come

sospetti della parte, non perchè fossono, ma per operazione di chi gli

avea con quel bastone voluti fare ricomperare, ristrettosi con loro,

cominciarono segretamente a cercare de’ modi e delle vie da pervenire

all’intento loro: e così cercando, trovarono che Uberto d’Ubaldino

di messer Uguccione Infangati, uomo cupido e vago di novitadi, e atto

assai a dovere e potere cercare, e avendo rispetto al male disposto e

intrigato stato della città, come per quella scritta avemo di sopra

comprendere si può, per suo proprio movimento, e senza averne con

alcuno conferito, sotto la speranza d’avere il seguito de’ malcontenti,

de’ quali allora il numero era grandissimo ogni ora che gli avesse

richiesti, avea tenuto trattato con uno Bernarduolo Rozzo Milanese,

il quale era cameriero di messer Giovanni da Oleggio de’ Visconti per

allora signore di Bologna, e stato era suo tesoriere, uomo sagace,

astuto e d’animo grande, il quale entrato n’era in ragionamento col

detto messer Giovanni, mostrandoli per assai belle e apparenti ragioni

come se volea il potea fare signore di Firenze. Il tiranno giusta

il costume de’ tiranni vi prestò l’orecchie, ma infra il tempo per

necessario caso occorse ch’esso tiranno per lo migliore suo s’accordò

con la Chiesa, e rendè Bologna a messer Egidio d’Albonazio di Spagna

cardinale e legato di santa Chiesa nelle parti d’Italia, il perchè il

trattato cominciato per messer Bernarduolo Rozzo si rimase. I predetti

Bartolommeo, Niccolò, e Domenico avendo segretamente odorato che per

Uberto si cercava rivoltura di stato, e che per tanto verificando

il titolo e nome della famiglia sua s’era Infangato, tutto che il

modo e le persone con cui trattava non sapessono, conoscendolo uomo

sufficiente e atto a fornire delle intenzioni loro, e di quello che

loro andava per l’animo, e stimando che per l’errore già commesso per

lui loro dovesse essere fedele, lo tirarono ne’ loro segreti consigli,

e intorno a loro impresa gli dierono faccenda e pensiero, con dirli

cercasse consiglio e aiuto pronto col quale loro intenzione potessono

fornire. Parendo a Uberto che i suoi vecchi pensieri fossono di nuovo

appoggiati e di consiglio e di forza, senza ai suddetti niuna coscienza

farne col detto Bernarduolo Rozzo ricominciò il vecchio trattato,

parendoli avere migliorato condizione, offerendoli al servigio

sufficiente seguito a fornire il cominciato trattato con lui, e diedeli

certe scritture di sua testa compilate, dove soscritto apparea non

piccolo numero di cittadini e grandi e popolani, e de’ maggiori e de’

mezzani e de’ minori, tutti persone e da nome e da fatti. Il detto

Bernarduolo, parendoli avere in mano la detta cosa per fornita, di

tanta audacia e presunzione fu, che avendo cercato questa faccenda

con messer Giovanni da Oleggio, e veggendo che sua intenzione gli era

faltata per lo dare che fatto avea di Bologna a santa Chiesa, fu di

tanta audacia e presunzione, che sentendo il cardinale di Spagna uomo

d’alto animo, fattivo e cupido di fama mondana, e desideroso oltre a

modo di temporali signorie, e per tanto quasi senza considerazione,

e per tanto di grandi imprese lo richiese, mostrandoli, che senza

niuno dubbio con poca spesa e fatica potea essere signore di Firenze.

Il legato, tutto fosse cupido e animoso, era savio e temperato, e

conoscea che fallandoli l’impresa potea essere il suo disfacimento,

e promessa credenza di tutto, il trasse fuori di pensiero de’ fatti

suoi; poi come detto è di sopra a uno degli ambasciadori fiorentini il

detto cardinale in genere revelò che trattato era in Firenze. Nè però

ristette Bernarduolo di cercare, e seguendo la via cominciata, portò il

trattato a messer Bernabò, il quale mostrò d’averlo caro e accetto, ma

come signore di grande sentimento e pratico delle baratte del mondo,

non parendoli che la cosa dovesse avere effetto, secondo l’offerte

che gli erano fatte dava e toglieva parole e tenea in tranquillo,

mettendo per lunga via la mena, e per simile il detto Uberto dicea

ai detti Bartolommeo e i compagni che cercava cose ch’anderebbono

a loro intenzione, ma che per ancora non avea tanto che loro niente

effettualmente ne potesse dire.

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 28 / 217 题