CAP. XXIII.

_Come per sospetto nato nella città di Firenze di messer Niccola

indegnamente egli ne ricevette vergogna._

Anichino di Bongardo, com’è di sopra scritto, e con sua compagnia

era passato nel regno di Puglia, con animo d’offendere il re Luigi a

suo podere, il quale sollecitamente si dava a’ ripari, il perchè il

gran siniscalco n’era venuto a Firenze per avere aiuto, e promessa

avea avuta d’avere trecento cavalieri; or come piacque alla fortuna

occorse, ch’al nuovo priorato, che trar si dovea per legge di comune,

far si dovea lo squittino nuovo de’ priori e collegi, e fallare non

potea che stando messer Niccola a Firenze o vicino non fosse priore,

perocchè nelle borse vecchie niuno v’era rimaso se non egli, e delle

nuove trarre non si potea se non si votasse le vecchie, ed egli a

ogni nuovo priorato era tratto, e rimesso per assenza: il caso che

parea appensato, e l’uomo per la grandezza sua nella città per tema di

tirannia verisimilmente sospetto, con assai colorata credenza facendo

i governatori della città fortemente sospettare, e mormorio n’era tra

loro, il quale per lo procaccio si stendea nel volgo, e se ne parlava

e in piazza e a’ ridotti, ma per quello che veramente sentimmo l’animo

del nobile cavaliere della detta intenzione era tutto rimoto, e per

tanto per quetare il mormorio sollecitava d’avere la gente dell’arme

che il comune gli avea promessa, e proposto s’era al tutto nell’animo

che se necessario caso l’avesse ritenuto di renunziare l’uficio.

Occorse in quei giorni, che licenziandosi i nostri ambasciadori dal

legato di Spagna, il quale come di sopra è scritto presa avea la

signoria di Bologna, ed egli avendo l’uno di loro conosciuto per uomo

grave e intendente e d’autorità, e a cui molta fede era data nel suo

comune, avanti che a loro desse il congio, quel tale segretamente

chiamò nella camera sua, e datali la credenza, prima gli rivelò come

certamente sentia che in Firenze era trattato e congiura per sovvertere

lo stato loro. Il discreto e accorto ambasciadore gli rispuose,

che tale credenza tenendola a lui era pericoloso, e simile al suo

comune, e che per tanto a lui piacesse che a’ suoi signori il potesse

manifestare, non domandando come savio più oltre, per non avere materia

d’abominare i suoi cittadini, senza i quali non pensava ragionevolmente

potere essere trattato. Lo cardinale non glie n’aperse più, ma

gli concedette licenza che di quello che detto gli avea ne facesse

fede a’ signori suoi come gli avea domandato. Per la rivelazione di

costui generale e oscura il sospetto preso di messer Niccola crebbe a

maraviglia, e in tanto, che senza niuno intervallo di tempo provvisione

si fè, la quale in effetto contenne, che niuno ch’avesse giurisdizione

di sangue, o sotto sè città o castella non potesse essere all’uficio

del priorato: ma per non fare più vergogna al valente cavaliere

trovandosi egli alla tratta de’ nuovi priori, affrettarono di dare

la gente promessa perchè avesse onesta cagione di partirsi, il quale

avendo ricevuto la gente, al modo del buono Scipione Affricano per

liberare dal sospetto la patria e sè da vergogna, con la gente datagli

di presente prese viaggio, e giunto a Siena, e appresso a Perugia,

loro in nome del re Luigi richiese d’aiuto, e altro che belle parole

non ne potè riportare. In questo fortunoso ravviluppamento assai per

li savi non odiosi si comprese della magnanimità del gran siniscalco,

perocchè nè in atto nè in parole in lui veruno turbamento si vide o

sentì, ma piuttosto tranquillità d’animo, quasi come se ciò s’avesse

recato a onore che in tanta città fosse preso che tanto animo avesse: e

tutto che per lo trattato che poco appresso si scoperse si manifestasse

l’innocenza sua e purità d’animo, non di meno la legge rimase, e fu

riputata utile e buona, perchè si dirizzava a conservamento di libertà,

la quale in questo mondo certano è riputata la più cara cosa che sia.

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 27 / 217 题