_Come per sospetto nato nella città di Firenze di messer Niccola
indegnamente egli ne ricevette vergogna._
Anichino di Bongardo, com’è di sopra scritto, e con sua compagnia
era passato nel regno di Puglia, con animo d’offendere il re Luigi a
suo podere, il quale sollecitamente si dava a’ ripari, il perchè il
gran siniscalco n’era venuto a Firenze per avere aiuto, e promessa
avea avuta d’avere trecento cavalieri; or come piacque alla fortuna
occorse, ch’al nuovo priorato, che trar si dovea per legge di comune,
far si dovea lo squittino nuovo de’ priori e collegi, e fallare non
potea che stando messer Niccola a Firenze o vicino non fosse priore,
perocchè nelle borse vecchie niuno v’era rimaso se non egli, e delle
nuove trarre non si potea se non si votasse le vecchie, ed egli a
ogni nuovo priorato era tratto, e rimesso per assenza: il caso che
parea appensato, e l’uomo per la grandezza sua nella città per tema di
tirannia verisimilmente sospetto, con assai colorata credenza facendo
i governatori della città fortemente sospettare, e mormorio n’era tra
loro, il quale per lo procaccio si stendea nel volgo, e se ne parlava
e in piazza e a’ ridotti, ma per quello che veramente sentimmo l’animo
del nobile cavaliere della detta intenzione era tutto rimoto, e per
tanto per quetare il mormorio sollecitava d’avere la gente dell’arme
che il comune gli avea promessa, e proposto s’era al tutto nell’animo
che se necessario caso l’avesse ritenuto di renunziare l’uficio.
Occorse in quei giorni, che licenziandosi i nostri ambasciadori dal
legato di Spagna, il quale come di sopra è scritto presa avea la
signoria di Bologna, ed egli avendo l’uno di loro conosciuto per uomo
grave e intendente e d’autorità, e a cui molta fede era data nel suo
comune, avanti che a loro desse il congio, quel tale segretamente
chiamò nella camera sua, e datali la credenza, prima gli rivelò come
certamente sentia che in Firenze era trattato e congiura per sovvertere
lo stato loro. Il discreto e accorto ambasciadore gli rispuose,
che tale credenza tenendola a lui era pericoloso, e simile al suo
comune, e che per tanto a lui piacesse che a’ suoi signori il potesse
manifestare, non domandando come savio più oltre, per non avere materia
d’abominare i suoi cittadini, senza i quali non pensava ragionevolmente
potere essere trattato. Lo cardinale non glie n’aperse più, ma
gli concedette licenza che di quello che detto gli avea ne facesse
fede a’ signori suoi come gli avea domandato. Per la rivelazione di
costui generale e oscura il sospetto preso di messer Niccola crebbe a
maraviglia, e in tanto, che senza niuno intervallo di tempo provvisione
si fè, la quale in effetto contenne, che niuno ch’avesse giurisdizione
di sangue, o sotto sè città o castella non potesse essere all’uficio
del priorato: ma per non fare più vergogna al valente cavaliere
trovandosi egli alla tratta de’ nuovi priori, affrettarono di dare
la gente promessa perchè avesse onesta cagione di partirsi, il quale
avendo ricevuto la gente, al modo del buono Scipione Affricano per
liberare dal sospetto la patria e sè da vergogna, con la gente datagli
di presente prese viaggio, e giunto a Siena, e appresso a Perugia,
loro in nome del re Luigi richiese d’aiuto, e altro che belle parole
non ne potè riportare. In questo fortunoso ravviluppamento assai per
li savi non odiosi si comprese della magnanimità del gran siniscalco,
perocchè nè in atto nè in parole in lui veruno turbamento si vide o
sentì, ma piuttosto tranquillità d’animo, quasi come se ciò s’avesse
recato a onore che in tanta città fosse preso che tanto animo avesse: e
tutto che per lo trattato che poco appresso si scoperse si manifestasse
l’innocenza sua e purità d’animo, non di meno la legge rimase, e fu
riputata utile e buona, perchè si dirizzava a conservamento di libertà,
la quale in questo mondo certano è riputata la più cara cosa che sia.