Bisogna credere proprio che le impressioni che si subiscono da una donna
amata fanno un effetto opposto a quello prodotto da un creditore.
Prandino stesso avrebbe potuto notare questa verità sacrosanta, ma lui
non aveva tempo da perdere per fare il filosofo!
A mano a mano che si allontanava dall'Elisa, essa gli si faceva ancora
più cara e più necessaria; a mano a mano che si allontanava da Badoero,
le ottocentocinquanta lire perdevano di valore. È un fatto, del resto,
indiscutibile! quando non si vede il volto dell'innamorata, si sospira:
quando non si vede la faccia del creditore, si respira!...
Finchè rimaneva a Venezia l'Ariberti tremava tutto all'idea
d'incontrarsi al Lido o sotto le _Procuratie_ con il Badoero la domenica
del _pagherò_, senza avere in tasca la somma; ma da lontano questo
pericolo non lo correva più e avrebbe meglio trovata una scusa o
domandata una proroga, inviando intanto qualche piccolo acconto. Invece
di parlare, era il caso di scrivere; e, si sa bene, certe cose che a
dirle bruciano le labbra, si possono scrivere correntemente e senza
fatica.
Ma l'Elisa, invece? Dall'Elisa più si allontanava e più la sentiva viva,
possente nel cuore, nel sangue e nella testa. Durante quel viaggio del
ritorno, sbalottato così solo solo in _seconda classe_, ricordava, con
un desiderio amarissimo, l'altro viaggio fatto in _prima_, nell'andata,
e gli pareva allora d'aver goduto il suo paradiso, tanto è vero che
nella miseria si dimenticano i piccoli dolori che amareggiano i periodi
della felicità. Prandino si ricordava bene l'estasi amorosa goduta da
Vicenza a Padova, ma aveva dimenticato tutti i tormenti sofferti da
Padova a Venezia.
Adesso le spine, e non erano poche, delle sue rose d'amore non bucavano
più. L'Elisa non era più lunatica, non era più capricciosa, non era più
esigente; non aveva più la Cecilia sempre d'intorno, non aveva più Gegio
sempre fra i piedi; non lo tormentava più colle sue leggerezze, colle
sue civetterie, co' suoi sgarbi. Adesso ch'egli l'aveva perduta, l'Elisa
era ritornata la donna più buona, più bella, più cara, più amabile della
terra, e quando Prandino pensava all'avvenire e lo vedeva senza di lei,
sentiva nell'animo uno scoramento, un affanno che vi facevano strazio.
A Vicenza, tutte le strade gli avrebbero rammentato un incontro, un
saluto, una passeggiata fatta insieme. Al teatro, senza la contessa
Navaredo, senza i suoi occhioni che lo cercavano, senza la soddisfazione
di offrirle il braccio, finito lo spettacolo, per ricondurla presso
_lord Palmerston_, non avrebbe gustata nemmeno la musica. E in
chiesa?... Che cosa sarebbe andato a fare in chiesa, se, dopo messa, non
aveva più da aspettarla all'uscita?
Si ricordava che, in passato, se per una ragione qualunque egli doveva
rimanere un giorno senza andare da lei, il suo primo pensiero, alla
mattina, nello svegliarsi, era quello, e ne restava angustiato, e
smaniava per trovar modo di far correre veloce il tempo che camminava
per lui come una tartaruga. Ma adesso che avrebbe dovuto stare senza
l'Elisa tutte le ore, tutti i giorni, tutta intera la vita?... Tanto
valeva addormentarsi una volta, per non destarsi mai più.
Al primo momento, non avrebbe creduto di dover soffrir tanto per
quell'abbandono; ma le ferite dell'animo sono come quelle del corpo:
subito, appena capitano addosso, si prova uno sbalordimento e nulla più.
Il bruciore, lo spasimo cominciano dopo.
Quando Prandino smontò a Vicenza era come inebetito. Perchè poi si
trovasse ancor peggio, la prima persona che gli si parò dinanzi fu per
l'appunto il sotto-capo della stazione: il bel giovinotto dal berrettino
foderato d'arancio, che gli chiese subito come mai ritornava così presto
dai bagni e senza la contessa Navaredo.
— Ho fatto una corsa per affari; ma devo ritornare a Venezia fra un paio
di giorni.
Non aveva cuore di confessare la propria ignominia!... No, no: non
avrebbe potuto sopportare quella disgrazia, e adesso il proposito di
farla finita non era preso in un istante di febbre: era proprio il
convincimento dell'anima.
Sul piazzale della stazione fu ricevuto dalle scappellate dei vetturini.
— Signor Conte, la carrozza!
— La carrozza, signor Conte!
— Signor Conte, comanda il _brougham_?
Prandino salì sul primo _brougham_ che trovò aperto, un po' consolato da
quei saluti così rispettosi. Finalmente non era più un ignoto, una
persona qualunque, il numero _ottantasei!_... Ritornava a essere il
signor Conte, il signor Conte che tutti conoscevano e al quale tutti
facevano di cappello....
Ma quella sua consolazione fu di breve durata. Era la contessa Navaredo
che lo illuminava colla propria luce, e adesso che quella luce gli era
negata, egli ritornerebbe presto nell'ombra anche a Vicenza!...
Dio santo!... che effetto gli faceva Vicenza, quella mattina!... Gli
pareva di veder l'Elisa apparire a ogni canto di strada.
Era così tutto compreso da quell'affanno cupo, desolato che, quando
scese dalla vettura, credette di scorgere lo scherno, la derisione negli
occhietti neri di una bella figliuola che al rumore era corsa a vedere
sull'uscio della pasticceria accanto alla sua casa.
Quella sua casa gli era però sempre cara; quella vecchia casetta dove
crebbe fanciullo, dove vide sua madre genuflessa al lettino di lui
ammalato, dove fece tanti sogni d'amore, dove ricevette la prima lettera
dell'Elisa; la sua casetta la rivedeva come un amico fidato, anche
allora che vi rientrava per andarvi a morire.
Ma, varcata appena la soglia, gli sembrò che gli pesasse sul capo, e
dalla corte angusta, oscura, usciva un odore di muffa e di miseria che
lo disgustavano. Eppure in quell'andito buio, aveva giocato per tante
ore, allegro e senza pensieri, eppure da bambino ci perdeva il fiato a
corrervi dentro, tanto era grande.
In fondo al corridoio, in alto, sullo stipite di una porta, c'era un
piccolo tabernacolo, messo là dalla signora Luciana in un giorno di
profonda divozione. E la fede s'era talmente fatta grande per la madonna
della casa, che gl'inquilini vi accendevano il lume quasi ogni sabato.
Adesso il lumicino rosseggiante nelle tenebre tetre del corridoio, fu
per Ariberti come una stella nel mare procelloso della sua anima; e, al
di là della figura di Maria Addolorata, vide un'altra madre ch'era pur
santa e che avrebbe pure spasimato dal dolore: la mamma sua!...
Povera mamma!... Quel giorno egli non derise il bigottismo della signora
Luciana: ma, involontariamente, si toccò il pioppino dinanzi alla
immagine benedetta, e salì più lentamente fin su, al secondo piano,
incerto se dovesse farsi vedere da sua madre, col triste proposito che
aveva nel cuore, oppure se non fosse meglio di tornare indietro e
scappar via. Così, combattuto da mille dubbi, arrivò all'uscio del suo
quartierino, l'aprì, entrò dentro nella prima stanzetta, senza quasi
sapere che cosa si facesse.
L'Orsolina stava lavorando, seduta vicino alla finestra, e agucchiava
muta, grave, curva sul tombolo. Alzò il capo appena udì toccare il
chiavistello dell'uscio, e quando vide il suo Prandino entrare nella
stanza, diè un grido acutissimo, le guance secche, scarne arrossirono
ancora di gioia, e gli corse incontro e lo abbracciò e lo coprì di baci;
ma poi la sua grande consolazione si agghiacciò a un tratto: perchè
ritornava così presto?... perchè era così pallido?... perchè non le
diceva nulla?... Prandino lesse negli occhi timidamente affettuosi della
buona vecchia tutte le ansietà e le inquietudini che la angustiavano, e
ne fu turbato. Buttò là un pretesto, una scusa, pel suo arrivo
improvviso.... disse che aveva dovuto ritornar subito per affrettare
l'impiego, per alcune carte che non erano in regola, e poi si avviò
verso la sua camera in fretta, sperando di fuggire da tutto quel grande
amore che usciva dagli occhi di sua madre e che gli pesava addosso come
un rimorso. Ma in quel mentre comparve sulla soglia della stanza la
signora Luciana, in un atteggiamento, così lunga e secca com'era, che
pareva un punto interrogativo.
— Che vuol dire, signor Conte?... Così presto di ritorno?... Che cosa le
è succeduto?...
— Ho dovuto venire a Vicenza.... per un giorno.... ma vado a Venezia di
nuovo.... presto.... domani.
Ciò detto, spinse l'uscio della camera ed entrò, che non ne poteva più
di trovarsi solo, lasciando la signora Luciana a tormentare, a furia di
domande, la contessa Orsolina.
— Ho fatto male a ritornare a Vicenza! Ho fatto male a farmi rivedere! —
pensava Prandino buttandosi a sedere sopra una seggiola, respirando, là,
solo solo, e non riflettendo che da due giorni faceva tutto ciò che gli
saltava in testa, senza fermarsi un momento a ragionare.
La quiete della stradicciola, dove era un caso che passasse una
carrozza, gli metteva tedio; il bisbiglio che le due donne facevano
nell'altra stanza lo tormentava come la voce della sua coscienza e, a
fior di labbro, quasi fosse una sfida lanciata a tutto il mondo, e
insieme il ricordo d'un impegno preso con sè stesso, andò ripetendo il
suo triste ritornello: bisogna morire, bisogna morire!
Per il debito del giuoco, tanto, ci avrebbe potuto rimediare....
l'avrebbe confessato a sua madre, che era una donna piena di consigli...
avrebbero potuto vendere un po' di roba.... qualche masserizia che non
fosse strettamente necessaria — non era poi un milione, alla fine, che
aveva perduto! — e adesso si meravigliava di averci dato tanto peso il
giorno prima. Ammazzarsi per ottocento cinquanta lire, anzi per
settecento quaranta, sarebbe stata proprio una minchioneria: e poi,
ammazzandosi, non pagava i suoi debiti, tutt'altro: commetteva, invece,
una frode.... _in articulo mortis_....
Ah! se l'Elisa gli avesse voluto ancora un po' di bene: s'ella non
l'avesse piantato in quel modo, allora no, no, certo, non penserebbe di
morire! E, a questo punto, il suo povero cuore tornava daccapo a
tormentarlo. Che valevano le persuasioni dell'uomo saggio, che valeva
l'affetto di sua madre, le ragioni stesse dell'orgoglio ferito per
l'abbandono ingiusto, immeritato, contro il suo amore fisso, tenace,
selvaggio?
L'Elisa sarebbe stata d'un altro!
L'idea che quelle forme vaghe, da lui follemente adorate, avrebbero
appartenuto a un rivale, sarebbero state toccate dalle manacce ruvide
del Maggiore, baciate da quella bocca ingorda e irriverente, che puzzava
di sigaro, tutto ciò gli faceva correre nel cervello dei buffi di sangue
caldo e gli dava le vertigini, mentre, nell'accesa fantasia del povero
ammalato, l'Elisa diventava bianca, candida come neve, delicata,
flessuosa come una gazzella, e trasudava un profumo _aux fleurs de lys
de cachemir_; ritornava giovane, ritornava fresca.... e non era quasi
più neppur vedova!... Dio, Dio, quanto era bella!...
Prandino se la vedeva innanzi, ora gaia, biricchina, piena di vita e di
fremiti, come il primo giorno ch'era stata sola con lui, grondante
d'acqua, sotto il capanno, e ora raggiante di sole e splendida d'amore
come quella mattina che gli camminava dinanzi, lungo la viottola
dell'uccelliera; poi gli appariva languida, voluttuosa, mollemente
sdraiata nella gondola, e poi.... e poi... finalmente, la rivedeva
com'egli solo, com'egli solo sapeva.... e, dannazione!, come avrebbe
saputo anche quel beduino del Maggiore!
No, no; era uno strazio troppo vivo, uno strazio che colle carni gli
lacerava anche l'anima! No, no: egli aveva bisogno dell'amore di Elisa
come dell'aria per respirare, e perchè quell'amore gli veniva meno, egli
moriva.... moriva colla gola stretta, col petto gonfio.... moriva
soffocato!
Come fare per fuggire quell'immagine che lo torturava?...
Se apriva gli occhi la vedeva in un modo, se li chiudeva la vedeva in un
altro: ma la vedeva sempre!
E ancora, il fanciullone innamorato!, tentava di combatterla, di
vincerla, di metterla in fuga, ripetendo a sè stesso, mentre coi denti
si strappava i baffi:
— Bisogna morire, bisogna morire!...
Ma tornava daccapo a domandare a sè stesso:
— Con qual genere di morte? Sott'acqua, no; nemmeno per idea!...
Dunque?...
E Prandino pensava, ripensava e non concludeva mai nulla: perchè, quando
si arriva a questo di non saper sciogliere il problema del — _come
vivere?_ — ci troviamo con quell'altro fra mano, non meno difficile, del
— _come morire?!_ —
— Un buon colpo di pistola, proprio dritto in mezzo al cuore?... —
Quello ci voleva!... — Sì! ma come trovarlo il posto giusto del cuore?
Prandino lo cercava colla mano aperta sul petto, ma non era più buono di
sentire un palpito, una battuta sola: il cuore stava zitto, non si
moveva neppure.... pareva quasi che fosse scappato via!
— Buttarsi giù da un campanile alto, il più alto di Vicenza?
No. Primieramente, questa era la morte d'un manovale e non già quella
che doveva scegliere l'ultimo degli Ariberti, e in secondo luogo, invece
di spaccarsi la testa, si poteva rompere le gambe solamente, e allora
sarebbe stato messo in ridicolo.... e poi avrebbe veduta ancora sua
madre, ne avrebbe udite le grida, i pianti!.. Sua madre?... No. Non la
voleva più rivedere: la disperazione di sua madre avrebbe fatto morire
disperato anche lui, e lui, invece, voleva darsi la morte per aver pace!
Ruminando nel capo tutti questi pensieri, che non erano affatto color di
rosa, Prandino, dopo avere camminato un po' di tempo in lungo e in largo
per la cameretta, aveva finito col fermarsi su due piedi, meditabondo,
quando, levando il capo, l'occhio per caso gli cadde sul
_portrait-album_ dell'Elisa che, come di solito, era sul suo tavolino da
notte, appoggiato all'elegante cavalletto di legno intarsiato.
— Eccola là, quella perfida! — pensò Prandino fra sè e sè; e, vinto da
una seduzione potente, irresistibile, si avvicinò al ritratto per
inebriarsi ancora una volta delle note sembianze.... e là, respirando a
fatica, graffiandosi le braccia che si stringeva al petto, pallido,
sconvolto, tutto tremante, guardò la figuretta insidiosa; poi si fece
ancora più vicino, frugando col pensiero nell'immagine cara per cercarvi
un sorriso, un ricordo, per....
Ma che diamine era accaduto?!... Chi aveva sfregiato quel ritratto?!...
Prandino lo prese e si avvicinò alla finestra per osservarlo meglio e,
dominando la sua agitazione, rimase là lungamente, serio, attento,
pensoso, col ritratto fra le mani.
Ma però, mentre fissandolo aggrottava fortemente le ciglia, il suo
respiro, l'ansia del suo petto diventava meno grave, meno affannosa. Che
cosa era dunque successo?
Una mosca, una grossa mosca di certo, si era fermata sul naso della
contessa Navaredo.... (vedete un po' la Provvidenza, quali forme si
compiace di assumere?!...) e lo aveva macchiato con una patacca nera,
rotonda, che cambiava affatto l'espressione di quel viso così caro a
Prandino.
Egli la guardava sempre attento, ostinato, ma la figurina gentile,
romantica, _al chiaro di luna_, coi capelli biondi, cadenti lungo le
spalle, veduta con quella macchiaccia sul naso, non era più la stessa.
La testolina bianca, pensosa, tutta raccolta e mollemente chinata sul
libro che teneva aperto fra le mani, quel profumo, quell'aria di
sentimentalità verginale, stonava maledettamente dopo il tiro fattole
dalla mosca birbona, e non era più dolce, non era più poetica, ma
diveniva una cosa buffa; buffa e grottescamente ridicola.
Prandino continuava a restar là, dritto, immobile, guardando il ritratto
dell'Elisa, e a poco a poco non tremava più: a poco a poco poteva
fissarlo senza paura, senza che la sua testa gli andasse in fiamme.
Accadeva un fatto curioso, una combinazione strana: mentre la figurina
al _chiaro di luna_, con quello sgorbio sul naso, non pareva più la
stessa, tuttavia rassomigliava però sempre alla contessa Navaredo. Anzi,
a Prandino pareva quasi che le rassomigliasse di più. Sempre, ben
inteso, com'era ne' suoi momenti meno felici.
Uno dei primi giorni in cui le signore avevano cominciato a usare quella
maglia scura così attillata, l'Elisa ne aveva indossata una tanto
stretta, che le gonfiava il collo e la faccia: e il ritratto, adesso,
faceva ricordare l'Elisa com'era appunto in quel giorno!
Anche allora era ridicola a voler fare la bambina, coi passettini corti
corti, per le sottane che le impacciavano le gambe, e a volersi stringer
tanto da soffocare, per avere un po' della Sarah Bernhardt.... — con
quella ciccia!..
Ridicola, com'era ridicola là nel ritratto, coi capelli biondi sciolti
lungo le spalle, con la testolina bassa, col raccoglimento stanco,
romantico, _al chiaro di luna_, e quella patacca sulla punta del
naso!... Oh, tanto ridicola, che faceva ridere anche Prandino, sebbene
gli frullassero per la testa i più tristi pensieri!
Eppure, a pensarci bene, l'Elisa non meritava certo ch'egli l'amasse a
quel modo!... Non aveva cuore: era tutta vanità, tutta finzione. Come
voleva sembrare quello che non era, così voleva mostrare di sentire
anche quello.... che non sentiva!... Voleva fare la bambina, ed era
nonna! Voleva fare l'innamorata, e non aveva cuore!
E pensare ch'egli desiderava di morire per lei. per l'Elisa!.... A
questa idea, guardando il ritratto così sfigurato, Prandino non potè
trattenere una risata: una risata che lo sorprese all'improvviso, che
gli scattava dai nervi più che non gli uscisse dalla testa o dal cuore,
ma che, a ogni modo, gli fece bene.
Volle ritornar serio, volle vincere le impressioni del momento, non
volle più guardare il ritratto.... ma non ci riuscì: dopo un poco,
dovette fissarlo di nuovo.... e di nuovo tornò a sorridere.... e
intanto, senza che nemmeno se ne accorgesse, cominciava ad avere lo
spirito più sollevato.
Certo, adesso quella donna non gliela doveano più invidiare, come gliela
invidiavano un anno innanzi.
Chissà che anche lui non fosse stato ridicolo, qualche volta,
mostrandosene così invaghito! — Ma, e il Maggiore? Il Maggiore che la
sposa?!.... Chi lo dice, intanto, che la sposa? Lei stessa: l'Elisa, che
non ne dice mai una vera. Bisogna star a vedere!....
Ciò che maggiormente ci esalta, nella donna, è quel tanto che le presta
o le aggiunge la nostra immaginazione, e quella macchiaccia, che adesso
le sfigurava il volto, aveva buttato il ridicolo là dove il sentimento
aveva sempre lavorato di fantasia, là dove l'amore saettava i suoi
fascini e spiegava le sue migliori attrattive. Prandino continuava a
guardarla, a fissarla, a studiarla; ma, non c'era caso: la donna che gli
rappresentava quel ritratto non era più l'Elisa trasfigurata nell'ansia
di un desiderio febbrile, ma l'Elisa viva e _reale_, in carne ed ossa,
l'Elisa com'era, l'Elisa con tutti i suoi difetti e, ahimè, con tutti i
suoi anni. E però, Prandino, un po' alla volta, andava finalmente
concludendo, che la balda e forte giovinezza di lui non dovea piegarsi
dinanzi a quelle mature seduzioni, che quell'avvenenza impiastricciata
di _cold-cream_ non valeva il contraccambio di tutto un avvenire di
riposo e di pace.
L'Elisa non s'era imposta al suo innamorato coll'intelligenza, collo
spirito, col cuore; ma lo aveva preso colla vanità e lo teneva vinto coi
sensi, ed è perciò che il suo regno, quantunque costituzionale, veniva
buttato all'aria così facilmente!....
Intanto che Prandino continuava a fissare il ritratto dell'innamorata,
non s'era accorto che da qualche tempo mamma Orsolina era entrata adagio
adagio nella cameretta, e che singhiozzava vicino a lui, sommessamente,
senza osare di lamentarsi, rispettando timorosa l'angoscia del suo
figliuolo anche allora ch'egli era stato così ingiusto, così disumano
con lei. Ma un singulto, che le proruppe troppo forte dal petto, la
tradì: Prandino si scuote, si volta, e comprende tutta l'immensità di
quel dolore muto, rassegnato.
— Mamma, mamma! — esclama, — non piangere, te ne scongiuro, non
piangere! No: sono guarito, sai, non piangere! Non l'amo più, te lo
giuro, non l'amo più!
E adesso copre di baci, di carezze, e si stringe al cuore quella sua
vecchietta così santa, colla stessa frenesia con la quale avrebbe
abbracciata l'Elisa, se un momento prima le fosse apparsa dinanzi per
dirgli, come ai bei tempi d'una volta: ti voglio bene, e son tua!....
— Per quella cattiva? — chiese l'Orsolina, indicando il ritratto; e non
disse altro.
— No, mamma, no: ho un altro dolore che mi fa disperare, che mi fa
perdere la testa.
E Prandino confidò a sua madre che, per domenica, doveva restituire
ottocentocinquanta lire a Badoero.
In quel punto, nessun debitore lo vorrà credere, ma è pure la verità,
egli fu quasi contento d'avere quel debito: gli ripugnava troppo di
dover confessare a sua madre ch'egli era stato così ingrato verso di
lei, e tanto matto, fin da voler morire, solamente per il bel muso....
della contessa Navaredo!....