CAPITOLO XIII.

Il conte degli Ariberti non sapeva ancora come sarebbe morto, ma voleva

morire a ogni costo e per il momento gli bastava la certezza di farla

finita prima di domenica.

Più di tutto lo seduceva l'idea di perdersi nella profondità del mare

come un atomo che lentamente viene assorbito da una gocciola d'acqua,

senza lotta e senza dolore. Gli pareva, una volta inghiottito da

quell'enorme distesa di cavalloni verdastri, d'esser così ben sepolto

che nemmeno la sua memoria non sarebbe più ritornata a galla; e così

quei signori di Vicenza, dimenticandolo affatto, non avrebbero riso di

lui per la brutta figura che faceva ad essere stato, in certo qual modo,

messo in libertà dalla contessa Navaredo.

Ma anche il morire non è sempre una cosa presto fatta, e alle volte per

quanto chi ci voglia riuscire, ci si metta di buona lena, non arriva a

capo di nulla. Morire sott'acqua poi, nel caso di Prandino, nuotatore

espertissimo, era un'impresa estremamente difficile.

Quando si trovò innanzi un buon tratto nel mare, portato dalle onde in

su e in giù come da un'altalena, si determinò nel disperato proposito e

si cacciò sotto risolutamente, ma fece fiasco. Per quanto lavorasse di

braccia e di gambe, l'acqua lo riportava a galla dopo pochi istanti, e

tornato fuori colla testa, doveva respirare per forza. Un'altra volta,

dopo d'essersi tuffato, provò ad aprire la bocca: ma non fece altro che

bere!....

Eppure non c'era verso!.... bisognava morire!.... Morire?.... Perchè

morire?.... E a questo punto il fresco dell'acqua, che calmando il

sistema nervoso del giovinotto, lo conduceva a più miti consigli, lo

tenne prima un poco perplesso sulla decisione da prendere e poi

addirittura lo fece cambiar di parere.

Morire?.... Chè! Vivere bisogna; vivere per potersi difendere dalle

false accuse e dichiarare a tutti che non era stata l'Elisa la prima a

piantar lui, ma che viceversa era stato lui a piantare l'Elisa!

Bisognava vivere per vendicarsi del sottoprefetto D'Abalà a costo

d'improvvisargli apposta una _dimostrazione_.... e, in tutti i casi,

prima di morire voleva mostrare i denti alla Cecilia e, almeno una

volta, provare il gusto matto di tirare le orecchie a Gegio! Sì, sì,

bisognava vivere!.... Ma, e le ottocento cinquanta lire da pagarsi

domenica a Badoero? Questo funesto ricordo lo sgomentò; si lasciò di

nuovo calare a fondo e fece di tutto per rimanervi; ma, povero diavolo,

anche questa volta non ci riuscì.

— No, no; bisogna morire! _Coûte que coûte_ (come dice la perfida!)

bisogna morire! — E poi, forse ch'egli avrebbe potuto vivere a Vicenza

il giorno del matrimonio dell'Elisa col Maggiore?

I suoi amici che avevano tentato di soppiantarlo quand'era lui il

fortunato, adesso gli domanderebbero — “se gli parevano dolci i

confettini!„ E se il cavalier Pinocchio lo destinasse per il momento

alla vendita dei biglietti e toccasse a lui, proprio a lui (quando ci si

mette l'ironia del destino è così spietata!) toccasse a lui di staccare

i biglietti per quel viaggio di nozze? — Bisogna morire! e Prandino

chiuse gli occhi, abbandonandosi all'urto delle onde che gli si

rompevano scroscianti contro la faccia.

Pensò, visto e provato che andar a fondo non poteva, di spingersi tanto

innanzi nel mare, fino a raggiungere quella striscia scura, plumbea, che

chiudea l'orizzonte. Allora, quando le forze gli fossero mancate, egli

verrebbe travolto dai flutti e sommerso a poco a poco, senza nemmeno

accorgersene.

Già, si capisce che non gli premeva molto di assistere con tutta la sua

presenza di spirito a quel trapasso dalla vita alla morte: per quante ne

dicano i misantropi, non è mai una gita di piacere! E poi, Prandino,

tutti i gusti son gusti, avrebbe desiderato di morire dormendo. Intanto

continuava a nuotare di lena e ad allontanarsi sempre più dalla riva.

Dopo qualche tempo cominciò per davvero a trovarsi un po' stanco.

Tuttavia continuò sempre a nuotare: era deciso! adesso però nuotava

molto più adagio. Il vento gli sibilava acuto, molesto nelle orecchie e

gli battea il viso, l'acqua salata gli bruciava gli occhi, ma egli non

indietreggiava, avanzava anzi sempre verso il largo, rassegnato al suo

destino, finchè sentì i primi brividi di freddo corrergli per la vita.

— Ci siamo! pensò, e Prandino fece il morto, tanto per cominciare.

La durò così ancora per qualche minuto, quando d'un tratto egli si sentì

trasportare con violenza da una forza nuova, ignota, che lo trascinava

velocemente. Spaventato, si allungò nell'acqua, per opporsi a quell'onda

impetuosa, ma rotto com'era dalla fatica, ci riusciva a stento e capiva

che presto egli sarebbe rimasto vinto, sopraffatto: era stato portato

via da una corrente tanto più forte quanto il mare era più grosso.

In quel punto, Elisa, il Maggiore, la Cecilia e anche le ottocento

cinquanta lire, gli si dileguarono in un attimo dal cuore e si risvegliò

in lui prepotente l'istinto della conservazione. Fece, sforzi disperati,

sovrumani.... ma, per quanto si adoperasse con tutto il suo vigore, non

riusciva che a resistere all'urto dell'onda e a star fermo: retrocedere

gli era impossibile.... Già, in breve, stanco, sfinito, non poteva più

nemmeno tenersi a galla.... già l'onda vittoriosa gli era passata due

volte sulla testa, già, spossato, stava per venir meno e questa volta

trovarlo proprio davvero il modo di calare a fondo.... quando, senza

saper come, senza saper nemmeno s'era proprio desto o se sognava, si

trovò dritto in piedi, là, in mezzo alla burrasca, coll'acqua che gli

arrivava appena alle spalle!

A un migliaio di metri all'incirca dal Lido, si allunga per un buon

tratto di mare, un banco di sabbia: la corrente lo aveva portato là

sopra, e Prandino era salvo: salvo, ma non sicuro. Adesso quei cavalloni

verdastri, impetuosi, spumeggianti, lo spaventavano, e tutte quelle

creste candide che correvano sulle onde, gli sembravano altrettanti

mostri marini che gli venissero incontro. Si raccomandò a Dio, pensò a

sua madre e chiamò al soccorso, con quanto fiato gli rimaneva in corpo.

— _Semo qua, paron, semo qua_ — gli rispose subito una voce poco

lontana.

Era la barca destinata al salvataggio dei nuotatori che, come vuole il

regolamento, quando Ariberti si allontanò troppo dalla riva, gli aveva

tenuto dietro, senza che il poveretto, fisso collo sguardo nel tendone

buio dell'orizzonte, e mezzo accecato com'era dal bruciore e dagli

sprazzi dell'acqua, se ne fosse accorto.

Due battellieri, dalle braccia robuste, lo tirarono su di tutto peso nel

guscio, e, quando fu dentro, gli domandarono come mai s'era arrischiato

di allontanarsi tanto, col mare così grosso.

— È stata la corrente che mi ha portato via — rispose Prandino,

arrossendo per la doppia vergogna dell'essersi voluto annegare e del non

esservi riuscito.

Tutto curvo, seduto sopra una panchetta della barca, coi denti che gli

battevano dal freddo, col vento che gli soffiava addosso, egli,

silenzioso, mortificato, si lasciò condurre a riva. Ma, tuttavia, mentre

si avvicinava alla spiaggia e lo _Stabilimento_ s'ingrandiva a vista

d'occhio, così da distinguere le persone che si movevano sulla terrazza,

tornò a pensare a' casi suoi e a convincersi che, per quanto gli potesse

spiacere di morire, nulladimeno, non poteva più vivere. Anche un po' per

non rendersi ridicolo a sè stesso, non c'era verso, doveva venire a

quella conclusione. Però, avrebbe scelto un altro genere di morte. I

battellieri gli narrarono il caso d'un tedesco che, l'anno prima, s'era

annegato, per l'appunto al Lido, e che fu ripescato monco di un piede e

senz'occhi: gli erano stati divorati dai pesci.

Prandino, al racconto, sentì in tutto il corpo un senso vivo di

ribrezzo. Scegliendo quel genere di morte, sott'acqua, non aveva

riflettuto al pericolo d'essere mangiato vivo.... o anche morto, che,

quasi, gli sarebbe spiaciuto ugualmente. No, no; bisognava trovare

un'altra specie di suicidio: col freddo che aveva intorno, avrebbe

preferito piuttosto di morire nel fuoco, bruciato; tanto più che quella

massa enorme, spaventosa, d'acqua ondeggiante e quegli odori acuti

d'effluvi salini, gli davano nausea!....

Voleva finire i suoi giorni a Vicenza, dov'era nato. In quel momento

supremo, voleva trovarsi vicino a sua madre.... Voleva abbracciarla

un'ultima volta, povera mamma!.... A Vicenza, ancora, non si saprebbe

nulla del matrimonio della Contessa, e fino a domenica, c'era tempo;

questa proroga se la poteva concedere senza offendere la fermezza del

suo carattere, essa, invece di distoglierlo, lo rendeva più saldo nel

suo proponimento.

Quando uscì vestito dal camerino, trovò sull'uscio i battellieri che lo

avevano salvato, col cappello in mano, che aspettavano la mancia. Nè si

accontentarono così facilmente. Erano in tre e ci vollero cinque lire.

Per bacco: avevano salvato un conte, non una persona qualunque!

Prandino pagò, sospirando, e pensò che a Venezia tutto era caro, e che

non si poteva nemmeno tentar di morire senza spendere quattrini. Ma ci

sarebbe da scommettere, a ogni modo, che quelle cinque lire lì, trovò

che erano meno buttate via delle altre spese la sera innanzi, nella

bottiglia di birra inglese.

Uscito fuori dai corridoi, era in preda a una viva preoccupazione:

schivare in tutti i modi di incontrarsi colla Contessa. Non voleva

rivederla più: gli avrebbe fatto troppo male.

Questa volta, la sorte fu mite: gli risparmiò quell'angoscia. Ma non

così potè schivare Jamagata, che adocchiò, appoggiato alla porta del

_Caffè Ristorante_, colla faccia melanconica, d'una tristezza gialla,

che faceva ancora più pena, mentre Potapow, di lietissimo umore, lo

tormentava con facezie un poco spinte.

— _Allez vous à Venise?_ — chiese Jamagata a Prandino, che passava

dritto, fingendo di non vederlo.

— _Oui, monsieur._ Vado a Venezia.

— _Si le temps n'était si mauvais, je viendrais moi aussi._

E sospirò profondamente, in modo tale da far capire all'Ariberti che

anche Jamagata sapeva qualche cosa del matrimonio d'Elisa.

Potapow, invece di commoversi a quella muta desolazione, uscì in una

sonora risata e continuando le allusioni impertinenti.

— _Courage, Courage!_ — disse al Console sentimentale, — _le temps et

les femmes il faut les prendre comme le bon Dieu nous les donne!_

— _Vous m'ennuyez, monsieur le Comte, vous m'ennuyez!_ — esclamò

Jamagata con vivacità, diventando violetto, chè, alla fine, cominciava a

perdere la flemma diplomatica.

Potapow, saltellando dalla collera, gli rispose per le rime; l'altro

continuò più forte; il battibecco si faceva vivo, quando comparve sulla

porta l'ombra nera del cavalier Ramolini, che fu come un secchio d'acqua

fredda sui contendenti, ma nello stato d'animo in cui si trovava

l'Ariberti, quel diverbio non lo commoveva: ne approfittò invece per

dileguarsi senz'altri intoppi dallo Stabilimento.

Adesso Venezia gli metteva addosso un'uggia insopportabile, avrebbe

voluto ritornare a Vicenza subito, quella stessa sera. Gli pareva che

più presto fosse andato via, più presto avrebbe trovato pace. Credeva,

povero illuso, di lasciar là, alla stazione, tutti i suoi dolori, e una

volta chiuso in vagone e messosi in via, di dover respirar più leggero.

Ma, mentre attraversava la laguna in vaporetto, sembrò che le cateratte

del cielo si aprissero ad un secondo diluvio e Prandino arrivò alla

_Gondola d'oro_ così bagnato dalla testa ai piedi ed in tale stato da

vincere la musoneria del portiere che, vedendolo, si mise a ridere.

— L'ha presa tutta, mi pare?

— Sicuro. Fatemi mandare il conto sopra, _all'ottantasei_.

— Parte il signore?

— Sì, parto.

— Subito?

— No, domattina, colla prima corsa. — Bisognava che si mettesse in

letto, aspettando che si asciugasse un po' la sua roba.

— Allora c'è tempo.

— Non importa: il conto lo voglio subito.

Levato il dente, come si dice, è levato il dolore; e poi adesso Prandino

avea premura di vedere il conto dell'albergo, per sapere quanto denaro

gli restava da portar a casa.

— Il _quaranta_ parte con lei?

— No!

L'Ariberti diventò rosso fin alla punta dei capelli. Quel petulante di

portiere aspettava allora a diventare verboso!

Venuto il conto, pagato, preso un biglietto di seconda classe alla

ferrovia, tutto sommato gli rimanevano ancora cento dieci lire. Dunque

non gliene occorrevano che settecento quaranta per Badoero!!... A questa

scoperta gli si allargò il cuore; ma per poco. Tant'è, domenica non le

avrebbe avute, nemmeno ridotte a settecento quaranta, e però il conte

Eriprando degli Ariberti era sempre vicino al fallimento.

Maledetto il giorno ch'egli era partito per Venezia. Maledetta l'Elisa,

il Maggiore, il Badoero e le bagnature!...

Sott'acqua: racconto · 第 19 / 25 题