Il conte degli Ariberti non sapeva ancora come sarebbe morto, ma voleva
morire a ogni costo e per il momento gli bastava la certezza di farla
finita prima di domenica.
Più di tutto lo seduceva l'idea di perdersi nella profondità del mare
come un atomo che lentamente viene assorbito da una gocciola d'acqua,
senza lotta e senza dolore. Gli pareva, una volta inghiottito da
quell'enorme distesa di cavalloni verdastri, d'esser così ben sepolto
che nemmeno la sua memoria non sarebbe più ritornata a galla; e così
quei signori di Vicenza, dimenticandolo affatto, non avrebbero riso di
lui per la brutta figura che faceva ad essere stato, in certo qual modo,
messo in libertà dalla contessa Navaredo.
Ma anche il morire non è sempre una cosa presto fatta, e alle volte per
quanto chi ci voglia riuscire, ci si metta di buona lena, non arriva a
capo di nulla. Morire sott'acqua poi, nel caso di Prandino, nuotatore
espertissimo, era un'impresa estremamente difficile.
Quando si trovò innanzi un buon tratto nel mare, portato dalle onde in
su e in giù come da un'altalena, si determinò nel disperato proposito e
si cacciò sotto risolutamente, ma fece fiasco. Per quanto lavorasse di
braccia e di gambe, l'acqua lo riportava a galla dopo pochi istanti, e
tornato fuori colla testa, doveva respirare per forza. Un'altra volta,
dopo d'essersi tuffato, provò ad aprire la bocca: ma non fece altro che
bere!....
Eppure non c'era verso!.... bisognava morire!.... Morire?.... Perchè
morire?.... E a questo punto il fresco dell'acqua, che calmando il
sistema nervoso del giovinotto, lo conduceva a più miti consigli, lo
tenne prima un poco perplesso sulla decisione da prendere e poi
addirittura lo fece cambiar di parere.
Morire?.... Chè! Vivere bisogna; vivere per potersi difendere dalle
false accuse e dichiarare a tutti che non era stata l'Elisa la prima a
piantar lui, ma che viceversa era stato lui a piantare l'Elisa!
Bisognava vivere per vendicarsi del sottoprefetto D'Abalà a costo
d'improvvisargli apposta una _dimostrazione_.... e, in tutti i casi,
prima di morire voleva mostrare i denti alla Cecilia e, almeno una
volta, provare il gusto matto di tirare le orecchie a Gegio! Sì, sì,
bisognava vivere!.... Ma, e le ottocento cinquanta lire da pagarsi
domenica a Badoero? Questo funesto ricordo lo sgomentò; si lasciò di
nuovo calare a fondo e fece di tutto per rimanervi; ma, povero diavolo,
anche questa volta non ci riuscì.
— No, no; bisogna morire! _Coûte que coûte_ (come dice la perfida!)
bisogna morire! — E poi, forse ch'egli avrebbe potuto vivere a Vicenza
il giorno del matrimonio dell'Elisa col Maggiore?
I suoi amici che avevano tentato di soppiantarlo quand'era lui il
fortunato, adesso gli domanderebbero — “se gli parevano dolci i
confettini!„ E se il cavalier Pinocchio lo destinasse per il momento
alla vendita dei biglietti e toccasse a lui, proprio a lui (quando ci si
mette l'ironia del destino è così spietata!) toccasse a lui di staccare
i biglietti per quel viaggio di nozze? — Bisogna morire! e Prandino
chiuse gli occhi, abbandonandosi all'urto delle onde che gli si
rompevano scroscianti contro la faccia.
Pensò, visto e provato che andar a fondo non poteva, di spingersi tanto
innanzi nel mare, fino a raggiungere quella striscia scura, plumbea, che
chiudea l'orizzonte. Allora, quando le forze gli fossero mancate, egli
verrebbe travolto dai flutti e sommerso a poco a poco, senza nemmeno
accorgersene.
Già, si capisce che non gli premeva molto di assistere con tutta la sua
presenza di spirito a quel trapasso dalla vita alla morte: per quante ne
dicano i misantropi, non è mai una gita di piacere! E poi, Prandino,
tutti i gusti son gusti, avrebbe desiderato di morire dormendo. Intanto
continuava a nuotare di lena e ad allontanarsi sempre più dalla riva.
Dopo qualche tempo cominciò per davvero a trovarsi un po' stanco.
Tuttavia continuò sempre a nuotare: era deciso! adesso però nuotava
molto più adagio. Il vento gli sibilava acuto, molesto nelle orecchie e
gli battea il viso, l'acqua salata gli bruciava gli occhi, ma egli non
indietreggiava, avanzava anzi sempre verso il largo, rassegnato al suo
destino, finchè sentì i primi brividi di freddo corrergli per la vita.
— Ci siamo! pensò, e Prandino fece il morto, tanto per cominciare.
La durò così ancora per qualche minuto, quando d'un tratto egli si sentì
trasportare con violenza da una forza nuova, ignota, che lo trascinava
velocemente. Spaventato, si allungò nell'acqua, per opporsi a quell'onda
impetuosa, ma rotto com'era dalla fatica, ci riusciva a stento e capiva
che presto egli sarebbe rimasto vinto, sopraffatto: era stato portato
via da una corrente tanto più forte quanto il mare era più grosso.
In quel punto, Elisa, il Maggiore, la Cecilia e anche le ottocento
cinquanta lire, gli si dileguarono in un attimo dal cuore e si risvegliò
in lui prepotente l'istinto della conservazione. Fece, sforzi disperati,
sovrumani.... ma, per quanto si adoperasse con tutto il suo vigore, non
riusciva che a resistere all'urto dell'onda e a star fermo: retrocedere
gli era impossibile.... Già, in breve, stanco, sfinito, non poteva più
nemmeno tenersi a galla.... già l'onda vittoriosa gli era passata due
volte sulla testa, già, spossato, stava per venir meno e questa volta
trovarlo proprio davvero il modo di calare a fondo.... quando, senza
saper come, senza saper nemmeno s'era proprio desto o se sognava, si
trovò dritto in piedi, là, in mezzo alla burrasca, coll'acqua che gli
arrivava appena alle spalle!
A un migliaio di metri all'incirca dal Lido, si allunga per un buon
tratto di mare, un banco di sabbia: la corrente lo aveva portato là
sopra, e Prandino era salvo: salvo, ma non sicuro. Adesso quei cavalloni
verdastri, impetuosi, spumeggianti, lo spaventavano, e tutte quelle
creste candide che correvano sulle onde, gli sembravano altrettanti
mostri marini che gli venissero incontro. Si raccomandò a Dio, pensò a
sua madre e chiamò al soccorso, con quanto fiato gli rimaneva in corpo.
— _Semo qua, paron, semo qua_ — gli rispose subito una voce poco
lontana.
Era la barca destinata al salvataggio dei nuotatori che, come vuole il
regolamento, quando Ariberti si allontanò troppo dalla riva, gli aveva
tenuto dietro, senza che il poveretto, fisso collo sguardo nel tendone
buio dell'orizzonte, e mezzo accecato com'era dal bruciore e dagli
sprazzi dell'acqua, se ne fosse accorto.
Due battellieri, dalle braccia robuste, lo tirarono su di tutto peso nel
guscio, e, quando fu dentro, gli domandarono come mai s'era arrischiato
di allontanarsi tanto, col mare così grosso.
— È stata la corrente che mi ha portato via — rispose Prandino,
arrossendo per la doppia vergogna dell'essersi voluto annegare e del non
esservi riuscito.
Tutto curvo, seduto sopra una panchetta della barca, coi denti che gli
battevano dal freddo, col vento che gli soffiava addosso, egli,
silenzioso, mortificato, si lasciò condurre a riva. Ma, tuttavia, mentre
si avvicinava alla spiaggia e lo _Stabilimento_ s'ingrandiva a vista
d'occhio, così da distinguere le persone che si movevano sulla terrazza,
tornò a pensare a' casi suoi e a convincersi che, per quanto gli potesse
spiacere di morire, nulladimeno, non poteva più vivere. Anche un po' per
non rendersi ridicolo a sè stesso, non c'era verso, doveva venire a
quella conclusione. Però, avrebbe scelto un altro genere di morte. I
battellieri gli narrarono il caso d'un tedesco che, l'anno prima, s'era
annegato, per l'appunto al Lido, e che fu ripescato monco di un piede e
senz'occhi: gli erano stati divorati dai pesci.
Prandino, al racconto, sentì in tutto il corpo un senso vivo di
ribrezzo. Scegliendo quel genere di morte, sott'acqua, non aveva
riflettuto al pericolo d'essere mangiato vivo.... o anche morto, che,
quasi, gli sarebbe spiaciuto ugualmente. No, no; bisognava trovare
un'altra specie di suicidio: col freddo che aveva intorno, avrebbe
preferito piuttosto di morire nel fuoco, bruciato; tanto più che quella
massa enorme, spaventosa, d'acqua ondeggiante e quegli odori acuti
d'effluvi salini, gli davano nausea!....
Voleva finire i suoi giorni a Vicenza, dov'era nato. In quel momento
supremo, voleva trovarsi vicino a sua madre.... Voleva abbracciarla
un'ultima volta, povera mamma!.... A Vicenza, ancora, non si saprebbe
nulla del matrimonio della Contessa, e fino a domenica, c'era tempo;
questa proroga se la poteva concedere senza offendere la fermezza del
suo carattere, essa, invece di distoglierlo, lo rendeva più saldo nel
suo proponimento.
Quando uscì vestito dal camerino, trovò sull'uscio i battellieri che lo
avevano salvato, col cappello in mano, che aspettavano la mancia. Nè si
accontentarono così facilmente. Erano in tre e ci vollero cinque lire.
Per bacco: avevano salvato un conte, non una persona qualunque!
Prandino pagò, sospirando, e pensò che a Venezia tutto era caro, e che
non si poteva nemmeno tentar di morire senza spendere quattrini. Ma ci
sarebbe da scommettere, a ogni modo, che quelle cinque lire lì, trovò
che erano meno buttate via delle altre spese la sera innanzi, nella
bottiglia di birra inglese.
Uscito fuori dai corridoi, era in preda a una viva preoccupazione:
schivare in tutti i modi di incontrarsi colla Contessa. Non voleva
rivederla più: gli avrebbe fatto troppo male.
Questa volta, la sorte fu mite: gli risparmiò quell'angoscia. Ma non
così potè schivare Jamagata, che adocchiò, appoggiato alla porta del
_Caffè Ristorante_, colla faccia melanconica, d'una tristezza gialla,
che faceva ancora più pena, mentre Potapow, di lietissimo umore, lo
tormentava con facezie un poco spinte.
— _Allez vous à Venise?_ — chiese Jamagata a Prandino, che passava
dritto, fingendo di non vederlo.
— _Oui, monsieur._ Vado a Venezia.
— _Si le temps n'était si mauvais, je viendrais moi aussi._
E sospirò profondamente, in modo tale da far capire all'Ariberti che
anche Jamagata sapeva qualche cosa del matrimonio d'Elisa.
Potapow, invece di commoversi a quella muta desolazione, uscì in una
sonora risata e continuando le allusioni impertinenti.
— _Courage, Courage!_ — disse al Console sentimentale, — _le temps et
les femmes il faut les prendre comme le bon Dieu nous les donne!_
— _Vous m'ennuyez, monsieur le Comte, vous m'ennuyez!_ — esclamò
Jamagata con vivacità, diventando violetto, chè, alla fine, cominciava a
perdere la flemma diplomatica.
Potapow, saltellando dalla collera, gli rispose per le rime; l'altro
continuò più forte; il battibecco si faceva vivo, quando comparve sulla
porta l'ombra nera del cavalier Ramolini, che fu come un secchio d'acqua
fredda sui contendenti, ma nello stato d'animo in cui si trovava
l'Ariberti, quel diverbio non lo commoveva: ne approfittò invece per
dileguarsi senz'altri intoppi dallo Stabilimento.
Adesso Venezia gli metteva addosso un'uggia insopportabile, avrebbe
voluto ritornare a Vicenza subito, quella stessa sera. Gli pareva che
più presto fosse andato via, più presto avrebbe trovato pace. Credeva,
povero illuso, di lasciar là, alla stazione, tutti i suoi dolori, e una
volta chiuso in vagone e messosi in via, di dover respirar più leggero.
Ma, mentre attraversava la laguna in vaporetto, sembrò che le cateratte
del cielo si aprissero ad un secondo diluvio e Prandino arrivò alla
_Gondola d'oro_ così bagnato dalla testa ai piedi ed in tale stato da
vincere la musoneria del portiere che, vedendolo, si mise a ridere.
— L'ha presa tutta, mi pare?
— Sicuro. Fatemi mandare il conto sopra, _all'ottantasei_.
— Parte il signore?
— Sì, parto.
— Subito?
— No, domattina, colla prima corsa. — Bisognava che si mettesse in
letto, aspettando che si asciugasse un po' la sua roba.
— Allora c'è tempo.
— Non importa: il conto lo voglio subito.
Levato il dente, come si dice, è levato il dolore; e poi adesso Prandino
avea premura di vedere il conto dell'albergo, per sapere quanto denaro
gli restava da portar a casa.
— Il _quaranta_ parte con lei?
— No!
L'Ariberti diventò rosso fin alla punta dei capelli. Quel petulante di
portiere aspettava allora a diventare verboso!
Venuto il conto, pagato, preso un biglietto di seconda classe alla
ferrovia, tutto sommato gli rimanevano ancora cento dieci lire. Dunque
non gliene occorrevano che settecento quaranta per Badoero!!... A questa
scoperta gli si allargò il cuore; ma per poco. Tant'è, domenica non le
avrebbe avute, nemmeno ridotte a settecento quaranta, e però il conte
Eriprando degli Ariberti era sempre vicino al fallimento.
Maledetto il giorno ch'egli era partito per Venezia. Maledetta l'Elisa,
il Maggiore, il Badoero e le bagnature!...