Non bisogna credere, a ogni modo, che il conte Eriprando degli Ariberti
fosse proprio guarito interamente dalla sua malattia. Anche quando ci si
leva un dente, resta il bruciore per un po' di tempo; dunque, figurarsi,
quando si tratta di strappar via dal cuore una donna!
La vista del ritratto macchiato aveva fatto sì che Prandino superasse la
_crisi_, ecco tutto: ma restava però in uno stato di convalescenza che
doveva essere lungo e penoso, col pericolo di ricadute.
Molte volte tornò a desiderare l'Elisa, molte volte tornò a
rimpiangerla, ma a ogni assalto la violenza era men forte, e quegli
assalti si facevan sempre più radi.
Il primo giorno che comparve al Caffè, mentre i frequentatori di casa
Navaredo gli domandavano notizie della Contessa, con quell'aria che
voleva dire: — le domandiamo a lei per fare una gentilezza a tutti e
due, — Prandino diventò rosso, confuso, rispose balbettando e pensò che
quei signori, quando avessero saputo come stavano le cose, gli avrebbero
tolta in parte la loro stima: ma poi, dopo che per Vicenza s'era
cominciato a buccinar qualche cosa, anche la curiosità che egli destava
per il mistero che a ogni costo volevano vederci sotto a quella rottura,
soddisfaceva, in qualche maniera, un po' il suo amor proprio.
Fu poi sviato dal suo pensiero dominante da un'altra grossa
consolazione: quella di poter fare buona figura col cugino Badoero.
L'Orsolina s'era confidata colla signora Luciana a proposito delle
ottocentocinquanta lire, e la zitellona, un po' per bontà di cuore e per
il gusto d'immischiarsi negli affari dell'aristocrazia, e un po' perchè
in pelle in pelle si sentiva del debole per quel bel giovinetto, offrì
subito d'aprire lei la borsa per sopperire al bisogno. A questa proposta
però si oppose la dignità della casa. Combinarono dunque di presentare
allo sconto della _Banca Popolare_ una cambialetta di mille lire
(facendovi su l'operazione, tanto valeva addirittura prendersi un po' di
largo) e la signora Luciana avrebbe messo la sua firma plebea, sotto
quella illustre, ma fuori corso, del conte Eriprando degli Ariberti.
Il sabato mattina, Eriprando portava alla posta una lettera suggellata
collo stemma degli Ariberti: c'era dentro il vaglia delle
ottocentocinquanta lire a favore di Badoero. Però, solo che egli avesse
aspettato qualche ora a fare la spedizione, avrebbe forse potuto
risparmiare i denari del vaglia. Quando ritornò a casa, trovò un'altra
lettera, con un altro stemma: — quello delle _Strade ferrate dell'alta
Italia_.
Come gli aveva promesso il cavalier Pinocchio durante la lezione di
nuoto, era stato nominato _avventizio_ presso la Contabilità degli
uffici di Venezia, e fra un paio di giorni bisognava partire.
Ritornare a Venezia così subito?.... Rivedere la Elisa?.... Rivederla
forse col Maggiore?.... A braccio, sola con lui?.... No, sarebbe stata
una commozione troppo forte!.... Ma non c'era caso; a Venezia bisognava
andare!....
Ebbene, vi andrebbe, ma non avrebbe messo il naso fuori dell'uscio fino
a tanto che l'Elisa ci fosse rimasta.
Poi, si fece cuore e cambiò idea un'altra volta: adesso voleva anzi
incontrarla e farle tanto di cappello e mostrarle chiaro, colla sua
indifferenza, che per lui, tanto, era come se fosse morta e sotterrata.
Questa volta l'abito nero d'etichetta non fu indossato durante il
viaggio, ma riposto con ogni cura in fondo del baule; vestì invece una
giacca d'Orléans, stinta e senza fodero: roba di Bocconi. Anche i guanti
comperati a Venezia andarono involtati, nello stesso giornale colle
cravatte, a tener compagnia all'abito nero: per viaggio poteva bastare
un paio di quelli vecchi, sciupati e induriti dal sudore.
Del lusso antico, non c'era più altro che il portasigari, che faceva
capolino dalla tasca di fuori della giacchetta.
Quando il figliolo fu sul punto di partire, mamma Orsolina lo guardò,
mettendosi a piangere.
— Sta sicura, mamma: sta sicura. Quel che è stato, è stato. Ormai non ci
ricasco più.
— Bravo, signor Conte! — esclamò la signora Luciana, ch'era presente a
quell'addio. — Ce ne sono tante di donne e lei non avrà che da
scegliere. A quella signora, poi.... ma no, acqua in bocca, Luciana, a
te non istà bene!
— Che! Parli, parli, signora Luciana.... tanto, non ci penso più.
— Allora le deve dire, quando la vede: — chi non mi vuole, non mi
merita! — Ma glielo deve proprio dire!....
L'Orsolina, seria seria, dondolava la testa, mostrando chiaro che non
approvava quel consiglio.
— Come? Non pare a lei, contessa Orsolina, che le stia bene a quella
signora?
— Per me sarei più tranquilla se Prandino mi promettesse di far di tutto
per non rivederla!
— Te lo prometto, ma in ogni modo, anche se la rivedo, sai, mamma, puoi
esser tranquilla ugualmente; non dubitare.
Però, mentre concludeva in questo modo, egli sentiva in cuor suo che la
mamma aveva forse ragione.
Capitò a Venezia di notte, e fu meglio perchè così il ricordo di quei
luoghi si faceva per lui meno sensibile. Il cavalier Pinocchio, per
incarico avuto dall'Orsolina, gli aveva fissata la camera e il vitto in
un alberguccio modestissimo in _Calle del Carbon_.
Quando arrivò sul luogo, Prandino era morto dalla fame: e quantunque
dalle _Tre Corone_, che così si chiamava la locanda, invece del profumo
di _consumé_, che spandeva intorno la cucina della _Gondola d'oro_,
uscisse un odore acuto di grasso che friggeva, tuttavia egli vi entrò
senza ripugnanza e senza perderci l'appetito.
Mangiò del pesce e una porzione di lesso in un piccolo stanzino basso,
annerito dal fumo, che dava adito alla cucina, anche quella bassa, nera
e illuminata dalle fiamme vive del camino, così da parere un forno; e
poi, quand'ebbe finito, domandò del padrone a un ometto che lo aveva
servito, piccolo, tondo tondo, tutto involto in un grembiule greggio,
sudicio e con una berretta larga di tela bianca, che incorniciava il suo
faccione di luna piena.
— Sono io per l'appunto; che mi comanda? — e l'albergatore, ch'era nello
stesso tempo il cuoco, il cameriere e il direttore delle _Tre Corone_,
fissò il giovinotto con due occhiettini vivi, lucenti, che schizzavan
furberia di sotto a due folte sopracciglia grigiastre, fatte a spazzola.
Prandino lo salutò con un cenno del capo, e si fece conoscere per _quel
signore_ che doveva essergli stato raccomandato dal cavaliere Pinocchio.
— Vedo, vedo, è lei, _quel giovine_ di Vicenza?! non è una mezz'ora che
gli abbiam messo all'ordine la stanza.
— Tanto meglio, perchè casco dal sonno.
— Venga con me; la condurrò subito di sopra.
L'oste passò un momento nella cucina a prendervi un candeliere d'ottone
con una mezza candela di sego, che accese in fretta alla fiamma del
camino, poi raggiunse subito l'Ariberti e lo accompagnò, facendogli
lume, per una scala ripida, angusta, diritta, tutta d'una sola branca,
sino al primo piano. Quando arrivò su, l'oste, seguito da Prandino,
entrò in una stanza a destra, della quale aprì l'uscio con una pedata:
trovò una candela nuova sul cassettone, l'accese, e poi volgendosi al
suo ospite, gli disse senza altri complimenti:
— Eccola servita.
La stanza era molto grande; forse troppo. Di contro a una parete c'era
un lettuccio, piccolo, stretto, si capiva a colpo d'occhio che doveva
essere un sofà a doppio uso, con una seggiola impagliata in luogo del
tavolino da notte; dall'altro lato, di contro al letto, un cassettone di
noce, colle borchie d'ottone, e sopra, uno specchio così vecchio da
parer antico, colla luce guasta e rotta in un angolo: appese alle pareti
due oleografie rappresentanti l'una la _Famiglia reale_ colla Regina in
pelliccia, e l'altra la _Famiglia di Garibaldi_, con Teresita tutta
vestita di rosso.
Una frasca d'ulivo benedetto e una piletta di stagno per l'acqua santa,
erano a capo del lettuccio, e in mezzo alla stanza, una tavola grande di
legno, colorita d'un color verde scuro, che non si capiva che cosa fosse
stata messa là a fare.
Prandino, quando vide il lettuccio, gli si strinse il cuore: poi,
subito, gettò di sbieco sulla tavola un'occhiata sospettosa.
— Di giorno — gli disse l'oste, prevedendo la domanda di Prandino, —
tengo questa camera a disposizione degli avventori che vogliono essere
serviti a parte; perciò la mattina si disfà il letto che si rifà poi
tutte le sere.
Prandino chinò il capo senza fiatare; il cavalier Pinocchio gli aveva
fissato vitto e alloggio per lire una e ottanta centesimi al giorno:
però, si capisce che non poteva avere grandi pretese.
— Vuol favorirmi il suo riverito nome e cognome?
L'oste, preso dal cassettone un libraccio che doveva pesar doppio, tanto
era imbevuto d'untume, lo teneva aperto sulla tavola e fissava Prandino,
prima di mettersi a scrivere.
— Il conte Eriprando degli Ariberti!
— Scusi, ha detto!...
E il locandiere, levandosi il berretto di testa, che si cacciò sotto il
braccio, e pensando che il cavalier Pinocchio doveva aver certo
sbagliato, scombiccherò quel nome illustre sul sudicio libraccio che non
aveva proprio nulla a che fare col _libro d'oro_ della _Serenissima_.
Rimasto solo, Prandino si guardò attorno nello stanzone, che all'esile
luce della candela pareva ancora più grande, e sospirò profondamente.
Poi, fattosi coraggio, si spogliò e si cacciò in letto, sperando di
dimenticare tutto coll'addormentarsi. Infatti dormì quasi subito, ma si
svegliò anche prestissimo: dovevano essere appena le due di notte!
Allora cominciò a sentirsi inquieto, agitato e, un po' per il caldo, un
po' per tutto quello che gli frullava in testa, e un po' per il letto,
ch'era molto cattivo, non ci fu più caso che potesse ripigliar sonno.
Il letto delle _Tre Corone_ non era, no, quello elegante, elastico della
_Gondola d'oro_, e nemmeno il lettino morbido, soffice che gli preparava
la mamma! era duro, ruvido, troppo stretto e troppo corto per lui: e
poi, come se tutto ciò non bastasse, ogni volta che si moveva per
cambiare di fianco, uno degli asserelli cigolava, che pareva un violino
scordato.
Intanto, giù nella _Calle_, c'era un trepestio di gente, uno schiamazzo
di risa, di canti, di grida affatto insolito a quell'ora.
Chi poteva essere?.... ci pensò sopra un momento, e poi si ricordò
ch'era una notte di sagra per Venezia, la notte del _Redentore_.
Aspettare che facesse giorno, in quello stato, senza poter dormire, non
c'era proprio sugo. Allora decise di levarsi e di andare anche lui a
passeggiare, e saltò dal letto.... coll'accompagnamento di un'ultima
arcata di violino.
Cammina, cammina, uscì dalla _Calle del carbon_, fece tutto il _Ponte di
Rialto_, entrò in _Merceria_ e poi non potè resistere a una tentazione
che lo prese a un tratto, improvvisamente, come un reuma: la tentazione
di passare davanti alla _Gondola d'Oro_.
Prandino giurò a se stesso ch'egli non passava di là per la contessa
Elisa, e forse con quel giuramento poteva essere anche in buona fede; ma
non si può credere ad ogni modo ch'egli facesse quella passeggiatina per
amore del portiere; dunque?....
_Dalla Gondola d'Oro_, un passo dopo l'altro, capitò in piazza san
Marco: la notte era bella, serena, e c'era attorno tanta gente e i caffè
erano così affollati, come alle nove di sera, durante la musica.
Prandino vide subito che al _Florian_, al posto dove di solito andava a
sedere l'Elisa, le seggiole erano vuote.... Non volle fermarsi in
piazza: gli metteva tristezza. Andò invece a camminare sulla _Riva degli
Schiavoni_; anche quella corsa e ricorsa da frotte di persone e dai
barcaiuoli che volean condurre i _foresti_ al Lido, quasi per forza. Il
_Canale_ era tutto pieno di gondole che si distinguevano la maggior
parte per il piccolo fanale di prua che rosseggiava guizzando veloce
nelle tenebre: qua e là sull'acqua cupa, nera, passava lentamente
qualche barca adorna con frasche verdi e con palloncini a colori, con
tavole attorno alle quali stavan sedute donne in capelli e uomini in
farsetto, mangiando, bevendo, oppure cantando cori e canzoni popolari.
Prandino, dopo aver passeggiato tanto da sentirsi stanco, si sedette al
_Caffè Orientale_: il cielo cominciava a farsi più chiaro, e a mano a
mano che l'alberatura delle navi ancorate nella laguna, e poi l'isola di
_San Giorgio_ e poi la _Giudecca_ si stenebravano un poco, anche il
ricordo di tutto quello ch'egli avea goduto e che avea sofferto a
Venezia gli si affacciava più vivo alla mente.
Ritornò a passeggiare per distrarsi, per cacciar via quei brutti
pensieri, ma dovette fermarsi presto di nuovo, che attorno al ponte del
vaporetto c'era una folla che si accalcava facendo chiasso, urtandosi e
vociando.
Domandò subito che cosa volesse dire quel baccano e gli fu risposto
ch'era tutta gente che volea imbarcarsi per andare al Lido, a vedere il
levar del sole.
Prandino non aveva veduto mai levarsi altro sole che quello di cartone
del teatro di Vicenza nel terzo atto del _Profeta_; era abbastanza
naturale che gli venisse voglia di quel nuovo spettacolo. All'ufficio,
tanto, non dovea presentarsi prima delle nove, in letto oramai non ci
sarebbe più ritornato, dunque bisognava trovar modo di passare quelle
ore.... Si cacciò nella folla, lavorando di gomiti, finchè riuscì anche
lui a prendersi il biglietto e ad imbarcarsi.
Quando il vaporetto si fermò al Lido, cominciava già l'alba. Tutta,
quant'era lunga, la strada che conducea verso il mare, era piena zeppa
d'un via vai affollato, che parea una fiera. E in mezzo a quella calca,
a quella ressa d'uomini e di donne d'ogni età, d'ogni grado, spiccava,
sotto il ricco cappello a piume larghe, svolazzanti, un profilo pallido,
delicato, sbianchito dalla veglia, vicino al viso rosso, acceso, della
popolana in zendado; qua e là qualche faccia assonnata d'inglese o di
tedesco, si guardava attorno stupita fra le risa, i canti e le beghe,
fra lo schiamazzo, il rumore, la confusione dei _tramways_ e degli
_omnibus_ carichi, che passavan di corsa battendo le sonagliere, dei
conduttori e dei vetturini, che davan l'avviso sonando il fischio e la
cornetta, gridando e schioccando le fruste: e tutto quel frastuono
assordante, tutto quel brulichìo confuso, scomposto, tutto quel
contrasto, quella mescolanza di vesti, di tipi, di facce, di colori,
nella luce così debole, così sbiadita dell'alba, presentava un
tutt'insieme strano, originale, produceva effetti nuovi ed inaspettati.
Mentre Prandino stava per montare sopra un _tramway_, si sentì prendere
per un braccio; si voltò: era il cugino Badoero, che saliva anche lui,
per andare a sedersi poco discosto dall'Emma, con la quale scambiava
occhiate, sorrisi e altri segni d'intelligenza.
— _Ciao_, Badoero!
E Prandino respirò pensando che le ottocento cinquanta lire gliele aveva
pagate.
— _Ciao_, mio caro! Che vuol dire che non sei più in _prefettizia_?....
Hai forse dato le dimissioni?
Prandino arrossì, perchè la giacchettina dei fratelli Bocconi, a
quell'ora, non facea troppo bella figura.
Intanto il _tramway_ si mosse e Ariberti non rispose nulla.
— Sei tornato da Vicenza per la festa del _Redentore?_.... E la vuoi
chiudere anche tu al levar del sole? Bravo; fai benone! Già, adesso, ti
fermerai a Venezia per un altro po' di tempo, non è vero? Ci ho proprio
gusto!.... Ma guarda che fatalità: se tu arrivavi un giorno prima,
potevo ancora presentarti alla principessa di Lentz.
— Grazie.
— Ma invece s'è imbarcata stanotte per Trieste. Oh, le è spiaciuto assai
di non averti conosciuto.
— Sarà per un'altra volta.
— Già, già, s'intende!.... Ma, a proposito, dimmi un po', tu non la devi
conoscere la grande novità di Venezia!?
Prandino fe' segno di no, colla testa, ma provò uno stringimento di
cuore: temeva che il Badoero volesse alludere al matrimonio dell'Elisa.
Per lui, povero Prandino! non si poteva dare una novità più grande!
Invece Badoero gli contò che dovea esserci un duello fra Potapow e
Jamagata, in seguito a un diverbio successo al Lido e al quale, in
parte, aveva assistito anche Ariberti. Aggiunse che il merito della
riconciliazione era tutto suo; ma che ce n'era voluto; aveva dovuto
adoperare una gran diplomazia e una grand'arte per riuscirvi.
— Per me, sai, il condurre due amici sul terreno, mi ripugna. Piuttosto,
guarda, mi batto io dieci volte; in parola d'onore! Non si scherza colla
pelle degli altri: è una responsabilità gravissima: un duello non si sa
mai come vada a finire. Ramolini, che sa bene quello che si fa,
richiesto da Potapow perchè lo servisse come secondo, non ne ha voluto
sapere. Un duello — mi diceva — è sempre un rischio: si può risolvere
con una graffiatura, come invece può avere conseguenze gravissime.
— Ha ragione.
— Per bacco, se ha ragione! Ragione da vendere!
— Hai ricevuto non è vero?... Hai ricevuto una mia lettera? — gli chiese
poco dopo l'Ariberti, quando vide che Badoero non si risolveva mai a
ringraziarlo.
— Una tua lettera? Ah, sì! adesso me ne ricordo, — fece l'altro cascando
dalle nuvole. — Dimmi un po', tu sei matto! Matto da legare! Valeva
proprio il conto di pigliarsi una seccatura per così poco! Me li avresti
resi tornando a Venezia, con tuo comodo, o si sarebbe fatta la pace in
un'altra occasione! Lo hai fatto per ischerzo, dimmi la verità? Lo hai
fatto per ischerzo?
— Mi avevi detto che ti occorrevano per domenica? — rispose Prandino
colla sua solita ingenuità e quasi dispiacente adesso di essersela presa
con tanto calore.
— Matto, matto, che non sei altro! Se non mi dici che lo hai fatto per
ischerzo, me ne ho a male e mi vendico. Oh! se mi vendico! Conto a tutti
che il matrimonio della _Nonna scellerata!_ ti ha fatto perdere lo
spirito. Sai, qui a Venezia, la contessa Navaredo (non diventar rosso,
bambino!) la contessa Navaredo la chiamano la _Nonna scellerata_.... Ma,
_nom de Dieu!_ Se non si fa presto, c'è pericolo che il sole si levi
prima di noi; perchè di solito, non usa la cortesia di aspettare!
Questa spiritosaggine fu detta da Badoero ad alta voce, in modo che la
potesse udire anche l'Emma, in fondo del _tramway_.
Sarebbe stato proprio un peccato: lo spettacolo dello spuntar del sole,
quella mattina, doveva essere magnifico: non si vedeva una nube nel
cielo scialbo, bianchiccio, e una gran calma si distendeva sul mare,
mentre gli ultimi vapori dell'alba si dissipavano via via,
allontanandosi.
Prandino, vedendo che la riva era corsa da bagnanti che si tuffavano
nell'acqua o che si avvoltolavano, insudiciandosi, nel terriccio giallo:
— Andrò anch'io giù, a fare il bagno, — pensò fra sè, tanto più che, per
aspettare il sole, non aveva potuto trovare un buon posto sulla
terrazza, tutta ingombra di gente che stava là ferma, ammonticchiata,
sporgendo le facce smunte, verso l'orizzonte.
E si avviò per andare ai bagni. Ma, attraversando il Caffè, provò un
turbamento vivissimo, quantunque non lo volesse confessare a sè stesso:
in un angolo, in fondo alla sala, buttato sopra un sofà, c'era il
cavalier Ramolini che dormiva e (ahimè! povero avvocato D'Abalà!) aveva
sulle spalle lo scialletto di lana della Cecilia. Quel scialletto, però,
non permetteva alcun dubbio: anche la Contessina non doveva essere molto
lontana, e, se c'era la figlia, ci sarebbe stata anche la madre.
Il primo movimento istintivo d'Ariberti fu quello di scappar via dal
Lido; ma quando fu per imboccare il ponte di legno che mette sul viale,
scorse giù sulla riva la Cecilia che dava scapaccioni a Gegio.... e non
proprio sul capo.
Prandino impallidì, ma rimase duro a voler fingere con sè stesso di non
aver provata nessuna commozione.
— Stordito, che non sono altro! — borbottò, battendosi la fronte e
tornando indietro: — Si passa da questa parte per andare ai bagni!
Ma, quantunque non volesse credere alla propria agitazione, ne aveva
tanta in corpo, che gli tremavano le mani nello spogliarsi, e poi voleva
indossare la maglia prima di levarsi gli stivali! solamente quando fu
giù, solo solo, nell'acqua, lontano dalla riva, cominciò a sentirsi più
tranquillo, più sicuro, e allora tornò a pensare al ritratto sfigurato
dell'Elisa, tornò a ridere.... e rise anche di sè e della gran paura che
aveva avuta.
— Ha ragione Badoero. Sono matto, proprio matto da legare!
E allegramente si tuffò nell'acqua, guizzando come un pesce.
— Non tocca a me ad arrossire, ad avere vergogna! Tutt'altro; è il
Maggiore, invece, è lo _sposo_ che deve trovarsi maluccio, quando
m'incontra! Sicuro, è lui, proprio lui!
Certo, era la grande serenità di quella mattina, era quell'aria pura,
balsamica, che rischiarandogli la mente, gli suggeriva un'idea così
luminosa, e Prandino, un'altra volta, guizzò leggero nell'acqua con
tutta l'elasticità de' suoi vent'anni.... ma, d'un tratto si turbò,
ritornò pallido, si mise a nuotare adagio, quasi fermandosi, e il cuore
gli ricominciò a battere violentemente.
Due cappelloni gialli, due cappelloni ch'egli tremava di riconoscere,
gli venivano incontro a fior d'acqua.
— Era l'Elisa?... Era il Maggiore?... Sì.... No.... No.... Sì!... —
Sangue del diavolo! Erano proprio loro!
Che fare?... Prandino avrebbe dato chissà che cosa per non trovarsi là,
a quell'ora, in quel luogo.... Se fosse stato sicuro di non essere
riconosciuto, sarebbe tornato indietro.... Sì.... piuttosto
d'incontrarsi con quella maledetta, avrebbe commessa anche una viltà...
Ma oramai era troppo tardi.... dovevano averlo veduto di certo....
perchè il Maggiore lo fissava, e l'Elisa.... l'Elisa sorrideva,
sorrideva, cogli occhioni languidi, colla bocca socchiusa.... Che
fare?... Che fare?!... Incontrarla?... Vederla ancora?... Riamarla
forse?! Ah, no!... Mai!...
Allora egli levò le braccia dritte, tese, puntò le due mani, si diè un
urto violento e si cacciò giù, sotto, battendo forte l'acqua, fendendola
con forza grandissima, straordinaria, trattenendo il respiro con una
volontà disperata. Ci fu un punto nel quale credette di sentire l'Elisa
e il Maggiore che gli passavano sul capo sghignazzando, ma ebbe pure un
altro momento nel risalire, dove le onde si facevano più chiare, in cui
gli sembrò di scorgere la sua mamma tutta consolata, tutta ridente, con
una gran beatitudine che le traspariva dal volto!...
.... Quando Prandino riaprì gli occhi, un lungo sospiro gli uscì dal
petto con un grido di gioia: non c'era più alcuno dinanzi a lui, nè
l'Elisa, nè il Maggiore!... Non c'erano altro che le vele a triangolo di
cinque paranzelle immobili sull'orizzonte, tutte bianche, come cigni
natanti, e là, dove l'aurora coloriva l'acqua con una tinta rancia
dorata, s'innalzava a poco a poco, sfolgorando sopra un barbaglio di
luce, il disco giallo del sole.