— Ma.... io.... io non le ho.... qui.
— Che importa?... si sa bene, nessuno viaggia colla _Banca_ in tasca. Me
le darai con tuo comodo.
Prandino respirò. Dunque c'era tempo, e fin che c'è tempo c'è vita.
— Se ci fosse giustizia, — continuò Badoero sorridendo, — la perdita di
stasera te la dovrebbe pagare il Maggiore, perchè se lui non capitava a
Venezia, tu forse, a quest'ora avresti in tasca ottocento cinquanta lire
di più. Del resto, sei stato sfortunato, ma giocavi anche da matto,
lasciatelo dire: ci volevi tu perchè io fossi buono di vincere, almeno
una volta! bisognava proprio che tu venissi da Vicenza apposta per fare
il miracolo!... io perdo sempre e tanto che, te lo dico in confidenza,
per il giuoco di questo mese, in sul momento mi trovo un po' al verde;
ma di ciò tu non devi darti pensiero, quando me le puoi far entrare per
domenica, quelle ottocento cinquanta lire, mi basta e sono contento.
La vita tornava ad accorciarsi al povero Prandino.
— Per domenica?
— Sì, te ne sarò grato. In un'altra occasione, figurati!
E Badoero cambiò discorso, perchè gli amici si erano avvicinati per
salutare il conte degli Ariberti, dovendosi dividere da lui: Prandino
andava da una parte e loro dall'altra.
— Buona notte, signor Conte: già si fermerà ancora un po' di giorni a
Venezia?...
— Sì.... probabilmente....
— Allora avremo il piacere di rivederla e di dargli la rivincita.
— Grazie....
— Buona notte!
— Buona notte!
— _Ciao_, simpaticone!
— _Ciao_....
— A proposito, scusa, — e il Badoero tornò indietro chiamando Prandino,
— domani ti vedrò al Lido, sicuro, non è vero?
— Sì.... probabilmente. — Prandino, adesso stentava a capire che cosa
gli dicevano.
— Bada di non mancare. La principessa di Lentz vuol conoscerti
personalmente.
— Grazie!...
.... Domenica?... per domenica ci vogliono i denari?... ottocento
cinquanta lire.... — pensava Ariberti provando dei brividi in tutto il
corpo, che lo facean trasalire. — Come trovarle?... Dove?... Eppure ci
vogliono, ci vogliono ad ogni costo; e ci vogliono per domenica!...
Prandino tentò allora di ricordarsi che giorno fosse della settimana, ma
non ci riuscì.
La piazza si stenebrava a poco a poco, triste, silenziosa. In alto, il
cielo bigio era corso da una folla di nuvolacci nerastri, fra gli
strappi dei quali rilucevano ancora qua e là alcune stelle con bagliori
incerti, sbiaditi.
Prandino si sentiva stanco, disfatto: le gambe non lo reggevano più, gli
dolevano i piedi ammaccati dalle scarpe, aveva la testa grossa, pesante,
e stentava a tener gli occhi aperti. Gli sembrò per un momento che se si
fosse lasciato cascar per terra lungo disteso, lo avrebbe preso un sonno
così forte dal quale non si sarebbe svegliato mai più. Si avviò verso
l'albergo, curvo, traballante, con un tremito di freddo, inciampando
nelle pietre disuguali della via, chiudendo gli occhi ogni tanto per
riposare.
Nel cortiletto angusto della _Gondola d'oro_, cominciava ad esserci un
po' di movimento per alcuni viaggiatori che dovevan partire colla prima
corsa, ma dal portiere si vedevano le imposte ancor tutte chiuse, mentre
le scale erano deserte e i corridoi si prolungavano muti fra le tenebre.
Prandino salì lentamente, tirandosi su, appoggiandosi di tutto peso alla
maniglia, fermandosi ad ogni branca. Quando arrivò al primo pianerottolo
e sostò alquanto per prendere fiato, caso volle che il suo occhio
cadesse proprio sopra una fila di scarpe e di stivaletti messi là in un
angolo dal facchino che più tardi poi li dovea pulire e lustrare. Tutta
quella roba faceva un'impressione strana, curiosa. Ogni oggetto pareva
avesse non solo la fisonomia, ma indicasse la condizione e ritraesse i
costumi e le tendenze del proprietario. Vicino alla calzatura coi chiodi
del _touriste_, c'era il borzacchino coi bottoni di madreperla e le
ghette colorate del commesso viaggiatore. Accanto alla scarpa risolata
del marito, col tacco basso e la pianta larga, comoda, c'era lo
stivaletto lungo, sottile della moglie: poi lo scarpone di panno del
nonno, e il sandalo foderato di tela della nipotina e gli scarpini
verniciati del damerino: insomma parea di vedere tutti gli ospiti della
locanda, schierarsi là ad uno ad uno colle loro macchie di mota, co'
loro frinzelli, colle orecchie basse e le bocche socchiuse al respiro, o
spalancate ad uno sbadiglio. Prandino fissò lo sguardo in quella mandata
di calzature finchè scoprì uno stivaletto che aveva le ghette chiare e
il tacco molto alto, e un po' consumato internamente. L'Elisa calzava
attillato e il suo passo non era più tanto leggero.... Lo guardò a
lungo, e sentiva la tentazione di accarezzarlo, di baciarlo, di
portarselo via, quando all'improvviso fu preso da un senso strano di
dispetto, da un impeto acuto di rabbia gelosa, che lo risvegliò
brutalmente da quel suo stato di dormiveglia: lì, sopra la ghetta chiara
dello scarpino d'Elisa, era stato buttato uno stivale colla suola grossa
all'inglese, e la tacca degli speroni nel calcagno. Prandino non aveva
alcuna ragione di dolersi: era ben naturale che gli stivali del numero
_quarantatrè_ si trovassero insieme colle scarpe del numero _quaranta_!
Ma tant'è, il povero innamorato non potea darsi pace!....
In quel punto lo prese un desiderio tormentoso di riavere le voluttà,
l'amore dell'Elisa e il rammarico del suo paradiso perduto gli si mutò
in un'angoscia disperata. Tuttavia quando rientrò nella sua cameretta,
vedendo il disordine che c'era là intorno, e il letto sfatto, si
risovvenne delle vicende di quella cattiva nottata, e pensò,
raccapricciando, che sebbene quando ne usciva poche ore innanzi egli
fosse già tanto infelice da voler morire, lo era ancor meno d'adesso che
vi tornava!.... Come avrebbe fatto a pagare le ottocentocinquanta lire
che aveva perdute?.... E bisognava pagarle per domenica, non c'era
verso! Come avrebbe fatto?!... Smarrito, si guardò attorno per la
cameretta, cercando un conforto. E gli pareva di scorgere viva dinanzi a
sè la misera figuretta di mamma Orsolina, tutta chiusa nella sua
vesticciola stinta e a rattoppi, curva sul tombolo, sciupandosi la vita
pur di risparmiare un quattrino e poterla tirare innanzi colla
famigliola.... Dove avrebbe trovato il coraggio di dire a quella povera
donna: sai, mamma, ho perduto ottocentocinquanta lire!.... Prandino,
così sconvolto, credette di vedere la mamma impallidire tremando a
quelle parole, come s'egli le avesse dato una stilettata, e pianse
smaniando, e si strappò i capelli finchè, spossato, affranto, si lasciò
cadere, così vestito com'era, attraverso del letto.
Allora, mentre cedeva al sonno che gli pesava greve sulle pupille e che
gli sperdeva dall'anima, a poco a poco, ogni memoria e ogni dolore, gli
sembrò di fuggir via da quella vita maledetta, e chiuse gli occhi,
provando un senso benefico di riposo e di pace, come se non dovesse
riaprirli mai più!....
Ma invece, quantunque si svegliasse assai tardi, erano già suonate le
tre, fu ancora in tempo di ritrovare tutti i suoi dolori che lo
aspettavano pronti per tornare daccapo a farlo soffrire. Il suo primo
pensiero, come di solito, corse subito all'Elisa e provò il senso d'un
vuoto così grande, così profondo, che pareva gli mettesse le vertigini.
Poi, subito, si risovvenne delle ottocento cinquanta lire che doveva a
Badoero e a quel ricordo saltò giù dal letto, come se si fosse sentito
scottare. Le ottocento cinquanta lire perdute erano di una verità così
fredda e inesorabile, che Prandino cominciò a dubitare non fosse
altrettanto sicura l'altra disgrazia: quella di dover perdere anche
l'Elisa.
Non poteva forse aver inteso male?
Si ricordava che l'Elisa gli aveva dette queste precise parole: _domani
saprai tutto_; dunque era cosa certa ch'egli ancora non ne sapeva nulla,
e però, da quella parte, poteva ben darsi che il diavolo fosse meno
brutto di quanto pareva. Già la speranza, colle donne, si acquista
sempre e non si perde mai! E poi Prandino aveva certi fumi che gli
annebbiavano il cervello: della mezza cotta della sera innanzi, gliene
durava ancora almeno un quarto!
— Che! — pensava, mentre rimetteva un po' in ordine il suo abbigliamento
— ella non può vivere senza di me: l'ha giurato tante volte! Chissà mai
a che cosa voleva alludere co' suoi discorsi.... forse era tutto un
ordito combinato ad arte, perchè io non avessi più lena di rimproverarla
di essere uscita al largo col Maggiore. Se fosse così, è stata molto
brava e le perdono in grazia dello spirito che ha avuto!
A questa idea consolante gli si allargò il cuore, e gli si dilatarono i
polmoni tanto ch'egli, tutto consolato, cominciò a canterellare a mezza
voce un'arietta in tempo allegro; ma poi gli si fecero innanzi le
ottocento cinquanta lire tetre, minacciose come il _Mane-Thecel-Phares_
di Baldassare, e gli strozzarono il motivo a mezza gola.
Tuttavia, siccome fino a domenica poteva respirare, non pensò, per il
momento, se non a raggiungere l'Elisa.
La Contessa e la Contessina erano certo andate al Lido col solito
vaporetto delle tre; non c'era più tempo da buttar via, bisognava
sbrigarsi, bisognava correre per non perdere anche quello delle tre e
mezzo.
— Signor Conte! Signor Conte! — chiamò il portiere, mentre Ariberti
usciva in fretta dall'albergo.
L'Ariberti tornò indietro, chè il portiere non si sognava certo di
scomodarsi per corrergli appresso.
— La contessa Navaredo cercava di lei.
— È ancora di sopra?
— No; è andata al Lido colla sua compagna, — alla _Gondola d'oro_ non si
sapeva che la D'Abalà fosse sua figlia — e col signor marchese Del
Mantico.
— Perchè non chiamarmi?
— Credevo ch'ella fosse uscita.
— Dovevate informarvene.
— Poco male: al Lido la ritrova di sicuro. Già il vaporetto parte ogni
venti minuti.
— Questa non è una buona ragione: un'altra volta fate meglio il vostro
dovere.
Ciò detto, Prandino infilò la porta dell'albergo e ne uscì quasi di
corsa, ed ebbe il sospetto che il portiere lo mandasse con cattivo garbo
a quel paese; ma fu un semplice sospetto, chè, proprio bene, non intese
ciò che quell'altro gli brontolò dietro.
Era una giornata fresca, di burrasca; la laguna era mossa, il cielo
scuro, minaccioso, e il vento che soffiava forte contro i tendoni del
vaporetto, ne rallentava la corsa, aumentando così l'impazienza e
l'infelicità di Prandino.
Quando arrivò sulla terrazza, vide subito l'Elisa che stava appoggiata
al parapetto, guardando il mare grosso, agitato, sul cui ondeggiamento
d'un verde cupo, rotto qua e là da strisce più chiare, correvano,
moltiplicandosi, creste mobilissime, bianche, candide come spuma di
latte.
— E dunque? — le domandò l'Ariberti, quando le fu vicino, e con due
occhi gonfi, umidi, fissò la Contessa che, per maggior disgrazia, gli
pareva molto più bella del solito.
Elisa lo guardò con tenerezza, e poi, chinando la testa in aria di
vittima rassegnata, sospirò così forte, da mettere in grave pericolo le
maglie della sua giacchetta attillata.
— E dunque?.... — ripetè l'altro, col cuore che gli batteva
violentemente.
— Dunque.... continuate a volermi bene, ma come a una vostra mammina.
E mentre il vento le portava sulla faccia e sul collo gli spruzzi
freschi, voluttuosi, sollevati dai cavalloni del mare, che, rompendosi
contro la spiaggia, correvano rumoreggiando sotto il tavolino scosso,
traballante per quegli urti impetuosi, ella raccontò a Prandino, senza
neppure un tremito, e senza nessuna reticenza, che aveva dovuto cedere
alle istanze del sotto-prefetto, alle preghiere e alle minacce della
Cecilia, e che si rassegnava, vittima dell'altrui volontà, a sposare il
marchese Del Mantico, pel quale sentiva molta stima e punto amore.
Prandino la lasciò dire senza mai interromperla: non poteva parlare,
perchè aveva la gola stretta, serrata. Rimaneva dritto in piedi,
immobile, duro e mentre con una mano si teneva sodo il cappello contro
la fronte, le lagrime gli colavano dagli occhi e dal viso smorto e si
fermavano qua e là, luccicanti, sull'abito nero. Non vedeva nulla, nè
l'Elisa, nè nessuno: vedeva solo il fondo buio, deserto del mare. Aveva
il capo intronato dal vento e dal fragore delle onde, aveva il cuore
rotto, spezzato; ma però sentiva bene, sentiva vivo, quel suo dolore
così grande che lo avvolgeva tutto, che gli toglieva ogni altra forza,
che gli levava dall'anima ogni altro sentimento.
Quando l'Elisa si allontanò da lui, egli la lasciò andar via senza fare
un passo, senza nemmeno salutarla.
— “Guarda don Bartolo — sembra una statua!....„
— _Ciao_, Badoero! — Alla voce del cugino, l'Ariberti si ridestò, si
scosse: pare impossibile! Non poteva andare una volta sulla terrazza,
senza incontrarsi in Badoero!....
— Sai? Oggi la Principessa non è venuta per il cattivo tempo. Sarà per
domani.
— Come?.... Non avevi detto per domenica?
— Per domenica?.... Che cosa?....
L'Ariberti che avea inteso male, s'era spaventato a torto, ma non
rispose nulla che spiegasse al cugino la sua interruzione.
— Vai a fare il bagno? — continuò Badoero senza badargli più che tanto —
no, di certo, immagino, con questo tempo indiavolato. È vero che sei un
nuotatore di prima forza, ma tant'è, non ci si diverte!.... Addio,
Ariberti, corro in cerca di Potapow e di Jamagata, chè, oggi, non son
buono di trovarli.
— _Ciao_, Badoero!
In quella domanda del cugino — se andava a fare il bagno — Ariberti avea
finalmente ritrovato un indirizzo, un'ispirazione, e uscì dalla terrazza
col passo fermo, risoluto.
Era stanco di vivere e di soffrire, e lo consolava l'idea di perdersi
lontano con tutti i suoi dolori e con tutte le sue angosce, in
quell'onda sconfinata del mare.