CAPITOLO XII.

Ciò che non principia bene finisce male, e il conte Eriprando degli

Ariberti non potè proprio dire che quella giornataccia infame avesse

fatta per lui un'eccezione alle regole.

L'Elisa era mesta e preoccupata, e il Maggiore, invece, sembrava molto

allegro: e pazienza se la cosa fosse rimasta lì; ma quando Prandino,

dopo pranzo, andò al banco, secondo il solito, per pagare il conto,

trovò che i due pranzi, quello della contessa Elisa e quello della

contessina Cecilia, erano già stati pagati dal Maggiore.

— Corpo di bacco!.... — Prandino corse subito dalla D'Abalà, inquieto e

sorpreso, e n'ebbe, in risposta, ch'ella non aveva preso lui per suo

segretario.

Anche al _Florian_, più tardi, successe pure qualche cosa di simile. Il

Maggiore, che s'era piantato duro sulla sedia accanto all'Elisa, con

un'aria da padrone del campo, invece di aspettare che ognuno ordinasse

le bibite per conto proprio, domandò egli stesso prima alle signore, e

poi al resto del circolo, che cosa volessero prendere, mostrando chiaro

ch'era lui che faceva trattamento. Naturalmente, Prandino, quantunque da

un'ora bruciasse dalla sete, non prese nulla per far dispetto al rivale.

Siccome, poi, tutti gl'infelici sono fatti per intendersi, così invece

egli sentiva slanci di simpatia per il povero Jamagata, che si mostrava

melanconico, perchè si vedeva assai trascurato. L'Elisa non gli parlava

mai, era timidissima col Maggiore, e voleva sua figlia sempre seduta

accosto, come se avesse paura a star sola in mezzo agli uomini.

Prandino, che aveva giurato a sè stesso, dopo rinfrancato dallo spavento

per la scomparsa di Gegio, di non parlar coll'Elisa e di non mettersi

vicino a lei in tutta la sera, volendo punirla in tal modo per la sua

gita in mare, dopo la sorpresa dei due pranzi pagati e dopo il contegno

tenuto dal Maggiore al Caffè, non ebbe più coraggio di tirarla innanzi

col broncio; capì che sarebbe stato troppo infelice se fosse andato a

letto con quel tormento di gelosie e d'inquietudini nel cuore, e però si

fece animo, e quando tutti s'eran levati in piedi per ritornare

all'albergo, offrì lui il braccio all'Elisa in un modo così risoluto che

la Contessa non glielo potè ricusare.

— Mi avevi promesso che a Venezia saresti stata buona, mi avevi giurato

di non darmi nessun motivo di gelosia; ti ringrazio, sai, ti ringrazio

del bel modo col quale mantieni la tua parola.

E Prandino sorrise amaramente, aspettando che l'altra lo rimproverasse

come al solito, dicendogli che era matto, che i suoi dubbi erano

ingiusti, che si faceva insopportabile, ma come al solito concludendo

poi che gli voleva bene.

Invece nulla di tutto questo: l'Elisa chinò il capo e Prandino sentì

contro il braccio il seno di lei che si gonfiava per un grosso sospiro.

Prandino la fissò agitatissimo e — Perchè sei uscita al largo col

Maggiore? — le domandò — perchè?.... — ma questa sua domanda era fatta

in modo che pareva più un lamento che un rimprovero.

L'Elisa continuò a tacere e a sospirare.

— Mio Dio.... che cosa c'è di nuovo?.... parla!.... mi fai morire!

— Non morrai, no; tu sei giovane.... hai tutto l'avvenire per te, e

poi.... tu sei un uomo, tu; e ciò vuol dir molto.... mentre io

invece....

— Per amor di Dio, che cosa è accaduto?

— Nulla.... nulla.... calmati adesso....

— Che cosa è accaduto, parla!

— No.... adesso no; non posso.... ma tu ricordati questo, che io sono

molto infelice.... e che vi sono tali necessità nella vita, alle quali

bisogna chinare il capo e rassegnarsi.... _côute que côute!_

— Ma io non voglio... — cominciò Prandino, alzando la voce.

— Non fate scene adesso, non fate il ragazzo!

E l'Elisa spaventata, abbandonando in un attimo il tono languido, fermò

subito le parole in gola al suo innamorato; ma poi, vedendo che l'altro

non fiatava più, ritornò buona, ritornò tenera, per dirgli con affetto:

— Domani saprai tutto.... ma, te ne scongiuro, sii generoso.... non

rendermi più infelice di quello che sono.... ricordati che da te....

bambino mio, aspetto una parola che mi dia coraggio.... e che mi

conforti.

Detto ciò, mentre Prandino la guardava bianco, pallido, senza esser più

buono di proferire una parola, l'Elisa si fermò per aspettare la Cecilia

e il Maggiore, ch'erano rimasti un po' indietro, e unirsi col rimanente

della brigata.

Quella notte il povero Prandino la passò male. Ormai non ne potea più

dubitare: l'Elisa e il Maggiore se la intendevano fra di loro.

Aprì i vetri, spalancò le persiane e, in maniche di camicia, rimase là,

lungamente, appoggiato alla finestra, guardando di lontano, fra i tetti,

una striscia di laguna illuminata dalle fiamme rossiccie del gas e

bevendo, come altrettanto veleno, quell'aria pregna degli aromi acuti

del mare, respirando quei buffi caldi che penetrano nel sangue con una

mollezza voluttuosa e che sembra allarghino il cuore con un bisogno

inconscio e irresistibile d'amore.

Maledetta Venezia! Se fosse rimasto a Vicenza, credeva lui, avrebbe

sofferto meno.

Aveva la testa che gli bruciava, il cuore gonfio, e non poteva piangere.

Si sentiva pieno di lagrime fino alla gola, ma non gli volevano scoppiar

fuori. Se avesse potuto piangere, forse sarebbe rimasto un po' più

sollevato.

— “Domani saprai tutto?!„ E che cosa può dirmi che io già non abbia

indovinato? Non sono già un imbecille, capisco le cose per aria, io! Non

ama più me, e torna daccapo ad amare il Maggiore! Ecco la bella novità

che mi dirà domani! Ma io non resterò qui a sentirmela dire, nemmeno per

sogno; che! Domattina me ne ritorno a Vicenza.... e non mi vedrà più,

no; mai più!... Se aspetta da me “la parola di coraggio e di conforto„

la aspetterà un pezzo. A sentirla lei, dovrei dunque farle coraggio,

perchè mi pianta?... Dovrei confortarla, perchè mi tradisce? Questa è

nuova davvero! “_Ricordati che io sono molto infelice!_„ Ma perchè lo

vieni a contare a me, se sei infelice?... A me, che lo sono più di te e

per cagion tua?

— Però.... però, qualche cosa ci deve esser sotto, — pensava Prandino

abbandonando la finestra e camminando in su e in giù nella cameretta,

mentre si spogliava, — qualche cosa ci deve esser sotto. È impossibile

che sia così cattiva di cuore. Certo, certo quella strega della D'Abalà,

c'entra in gran parte nella faccenda. Sembra che sia lei innamorata del

Maggiore. È con lui tutta moine, tutta finezze.... Maledetta!... Quello

che ha in corpo, scommetto che non è un figliolo: ma è un sacco di

malignità! Ma io vorrei sapere perchè l'Elisa deve sottomettersi a sua

figlia, e rendersi infelice lei, e far infelice me, per i capricci e le

simpatie di casa D'Abalà. — Che il Maggiore la voglia sposare? Senza

dubbio, non può essere altrimenti. Ma se avesse aspettato due o tre

anni, quando avessi avuto uno stato, l'avrei sposata io.

A questo punto, Prandino chiuse le finestre, spense il lume e entrò nel

letto: egli sperava, allo scuro, di poter avere un po' di riposo, ma

invece si trovò peggio. Vedeva il numero 40 fra le braccia del numero

43, e nell'eccitamento della fantasia, il numero 40 era ancora più

bianco, ancora più biondo, ancora più bello del solito, e il 43 più

nero, più vecchio, più brutto: — e il povero ragazzo si voltava

smaniando nel letto, mentre le zanzare, ch'erano entrate in camera dalla

finestra, ch'egli avea lasciata aperta per tanto tempo, col lume acceso,

gli raddoppiavano l'agitazione e il tormento.

Ah! se non fosse stato povero, allora.... allora l'avrebbe sposata lui

subito, domani. Ma con duecento quindici lire, non poteva già pensare di

metter su casa! Che figura farebbe egli adesso, a Vicenza, quando vi

fosse giunta la notizia del matrimonio della Navaredo con Del Mantico!

Lui si sarebbe serrato a chiave nella sua camera, senza farsi più vedere

da nessuno.

Già, sarebbe morto presto, così non la poteva durare!... No: no! A costo

di finirla lui.... Sarebbe andato lontano lontano, colle lettere e i

capelli dell'Elisa in tasca, e quando avesse trovato un precipizio in

riva al mare, un bel salto.... e buona notte: egli avrebbe finito di

soffrire.... e di far ridere quei pettegoli di Vicenza!... Ma tant'è, il

numero _quaranta_ restava però sempre fra le braccia del numero

_quarantatrè!_...

La calma che si era fatta nel suo spirito, pensando di morire

placidamente sotto l'acqua fresca del mare, si dissipò di nuovo a

quell'idea tormentosa.

Ritornò ad agitarsi nel letto, a sospirare, a dolersi, e a poco a poco

le angosce crebbero in modo, ch'egli non potè più reggere a sopportarle.

Era andato tutto in sudore: nella cameretta bassa, angusta soffocava dal

caldo, e le zanzare gli ronzavano a torme sulla faccia, moleste e

insistenti, aumentando il suo affanno colle loro punture irritanti.

Saltò giù dal letto, accese il lume, si vestì in fretta e uscì

dall'albergo per respirare. Quando fu in piazza San Marco una folata di

vento gli portò via il cappello. Prandino gli camminò dietro, triste,

melanconico, e se lo calcò in testa senza nemmeno pulirlo. Tant'è;

adesso che l'Elisa non gli voleva più bene, che cosa gliene importava a

lui della sua roba?...

Il cielo era coperto, la piazza buia: entrò sotto le _Procuratie_

squallide, deserte, e si sedette sospirando sopra una seggiola del caffè

_Florian_. Nemmeno al fresco trovava il sollievo ch'egli aveva sperato.

E pensare che quei pochi giorni di cura a Venezia, dovevano essere il

suo paradiso!... E pensare che se li sognava da un anno! Mah!...

Per sentire un po' di sollievo, lo sapeva bene lui che cosa gli sarebbe

bisognato!... Trovare il modo di vendicarsi di quella brutta strega

della D'Abalà!... Ecco, questo gli sarebbe bisognato; perchè era lei la

causa di tutto; era lei, lei sola, che nascostamente attizzava il fuoco.

L'Elisa era una donna debole, senza volontà e forse....

— Oh! guarda chi vedo!... Il nostro caro _Prefetto!_

Prandino levò la faccia sbattuta dalla veglia e vide Badoero che usciva

da _Florian_ in compagnia di tre o quattro giovinotti.

— _Ciao_, Badoero.

— Che fai qui solo solo?

— Prendo il fresco....

— Vieni con noi da _Bauer_?

— Ti avverto che _Bauer_ ha già chiuso a quest'ora, — disse a Badoero

uno della comitiva.

— Se troveremo chiuso, non ci sarà gran male: andremo a battere a

qualche altro Caffè. Su, su, levati, giovine sentimentale, e vieni con

noi! — e Badoero, preso Prandino per un braccio, lo costrinse a levarsi

in piedi.

— Io proporrei di andare a battere dall'Emma! — esclamò uno di quei

giovinotti, per lanciare un frizzo a Badoero.

— Nossignori! — rispose questi con fatuità, — dall'Emma non c'è posto

per tanta gente! — poi, fermandosi su due piedi: — vi presento mio

cugino, il conte degli Ariberti, — disse indicando Prandino alla

comitiva.

Finito lo scambio dei complimenti, si avviarono tutti verso la _Birreria

Bauer_; Badoero, allora, prendendo Ariberti a braccetto e tenendolo un

po' più indietro degli altri:

— Dimmi, caro prefetto, — gli chiese a bassa voce, — la Contessa t'ha

proprio messo in disponibilità, per questa notte?

— Non ti capisco!

Ma Prandino, che invece capiva benissimo, sentì un'ondata di sangue

caldo, che gli saliva alla testa.

— È arrivato il Maggiore.... e ti mandano a passeggiare!... Eh! che vuoi

farci? Le donne, vecchie o giovani, quando vedono i bottoni lustri,

perdono la testa.

— Ma...

— È destino comune, e non c'è che fare; bisogna rassegnarsi,

_Prandinello_ mio!..

_Prandinello!_... Anche Badoero lo chiamava _Prandinello_ come il

cavalier Pinocchio!...

Ariberti, però, non se la prese con Badoero per quelle parole, ma invece

gli proruppe nel cuore un impeto d'ira, quasi di odio, contro l'Elisa.

Sentì allora, per la prima volta, che fra lui e quella donna era proprio

tutto finito. Difatti, se anche l'Elisa, per un'ipotesi, avesse ripreso

a volergli bene come prima, tanto e tanto nell'opinione del mondo egli

oramai non era più il suo amante. E _l'opinione del mondo_, si sa bene,

presta a certi amori le loro più care attrattive. Prandino però non

volle mostrare al cugino che egli soffriva per quello smacco. Invece si

sforzò di fare il disinvolto, di parer spiritoso e lieto confessando a

Badoero che il Maggiore capitava proprio in punto a sollevarlo d'un

grande imbarazzo. Lui non negava di aver amato l'Elisa, e molto: ma

adesso quella catena gli si faceva ogni dì più pesante; insomma, era

stufo di rappresentare il _moroso de la nona_ a tutto pasto, e domandò a

Badoero se non trovava che oramai la contessa Navaredo era una donna

_andata_. Egli sperava che Badoero gli dicesse di sì; sarebbe stato un

conforto al suo dolore.

— _Andata_ proprio no, — rispose Badoero: — Certo, comincia a essere un

po' troppo grassa, ma si conserva ancora piacente e poi sa _truccarsi_

bene, come dice l'Emma.

Da _Bauer_, com'era stato previsto, si trovò chiuso. Allora, tutti

insieme, tornarono indietro brontolando; chi voleva andare in un luogo,

chi in un altro, e nessuno riusciva a trovare una proposta che ottenesse

l'approvazione generale. Intanto, aspettando l'idea buona, che non

capitava, si sedettero per un momento al _Caffè Svizzero_, dove ci

doveva essere, dicevano, della birra inglese in bottiglia, eccellente.

Prandino, che aveva sete e sentiva qualche brivido di freddo in

quell'aria umida della piazza, ne tracannò in fretta due tazze, sebbene

nell'andar giù gli bruciasse la gola e lo stomaco.

— Sapete che cosa dobbiamo fare? — saltò su a proporre Badoero da un

momento all'altro, — andiamo a giocare un'oretta al _lansquenet_?

— Sì, ma dove? — chiesero gli altri.

— Dal _sior Angelo a la Cuca_. Tanto, se trovassimo chiuso, quando ci

facciamo conoscere ci aprono subito.

— Allora paghiamo, e partenza per la _Cuca_!...

— _Garçon!_ — gridò Badoero, che s'era levato in piedi, chiamando il

cameriere dalla vetrata della bottega.

— A me sai, Badoero, — disse Prandino facendo una smorfiaccia colla

bocca, — quella tua birra ha fatto male. Mi brucia lo stomaco, mi

brucia, come se avessi bevuto del fuoco.

— È nulla; le prime volte fa sempre così, ma poi ci si abitua. La birra

inglese è come il sigaro, bisogna avvezzarcisi.

— Se ha un po' di nausea, prenda un bicchierino di _cognac_ e le passa

subito, — suggerì un altro signore della compagnia.

Prandino accettò il consiglio, bevette il _cognac_ e subito dopo gli

sembrò di fatti di sentirsi un po' meglio. Allora dal suo famoso

_porta-biglietti_ colla corona d'argento, levò una carta da due lire e

l'offrì al cameriere perchè si tenesse la spesa.

Il cameriere prese il biglietto con due dita, invece di riporlo lo tenne

levato per aria fissando Ariberti.

— Che cosa paga il signore?

— Un _cognac_ e una bottiglia di birra.

— Allora formano _cinque e trenta_, in tutto.

— Ma non pago altro che la mia birra.

— Appunto, cinque lire della bottiglia, e sei soldi del _cognac_.

— Per bacco! — pensò Ariberti fra sè, — cinque lire per sentirsi male,

mi pare un po' caro!

Tuttavia pagò senza altre osservazioni, chè non voleva perdere il

credito fra le sue nuove conoscenze.

Strada facendo, mentre tutti si avviarono verso la Cuca, gli venne

addosso, col calore del cognac un gran bisogno di espandersi e

confidarsi a qualcuno.

Allora fu lui che si prese Badoero a braccetto, e dopo d'essersi fatto

promettere il segreto — _in parola d'onore_ — gli contò che la contessa

Navaredo si era condotta molto male con lui.

— Certo che per me è stata una fortuna, perchè proprio ero stufo, ma

questo non vuol dire; resta sempre il fatto che s'è portata malissimo.

Del resto, te lo dico io che al signor Maggiore non gliene voglio. Oh

no, davvero: anzi, quando lo vedo, son quasi tentato di fargli i miei

rallegramenti; si diverta, si diverta, se può, ch'io già non lo invidio

di sicuro!

E qui, Ariberti tornò daccapo a voler persuadere il cugino che la

Contessa oramai era una donna sciupata, mentre invece, un anno o due

prima, quando l'aveva lui.... allora sì che era davvero un tipettino da

far girare la testa. A Vicenza, allora, quando l'Elisa passava per le

strade, si voltavano tutti a guardarla. Ma adesso?... Adesso era

tutt'altra cosa.

Alla _Cuca_ le imposte erano chiuse, ma dalla luce che usciva dalle

fessure si vedeva bene che dentro c'era ancora della gente. Allora

picchiarono forte colle mazze sulle persiane delle finestre a terreno,

finchè fu aperta a metà la porta della bottega e furono introdotti da un

omiciattolo in maniche di camicia e colla faccia assonnita, che accolse

i nuovi avventori brontolando fra i denti.

Nella sala c'erano seduti in un angolo due o tre operai colle facce

accese dal vino e dal caldo che guardavano di sbieco quelle _grinte

aristocratiche_ che entravano là dentro, in casa loro.

Ma gli amici di Prando non si fermarono a terreno; invece, salirono su

per una scaletta ripida, angusta, ed entrarono in una stanzuccia al

mezzanino, dove si sentiva forte il puzzo della pipa mescolato coll'odor

grasso dei cibi.

Il cameriere accese il gas, spalancò i vetri della finestrina, distese

sul tavolo di legno greggio un tappeto macchiato d'unto e di vino, e poi

domandò ai signori che cosa volevano ordinare.

— Porta del Chianti, di quello vecchio, del ghiaccio e tre mazzi di

carte nuove.

Il cameriere uscì, e rientrò poco dopo con un gran fiasco di vino sotto

il braccio, un tazzone in mano, con dentro del ghiaccio, e i tre mazzi

di carte che gli gonfiavano le tasche della giacchetta.

— Giochi anche tu, Ariberti? — domandò Badoero a Prandino, che in quella

stanzuccia bassa, infocata dal gas, sudava tanto, che gli pareva di

essere in un forno.

— A che si gioca?

— Al _lansquenet_.

— Al _lansquenet_? — Non lo ricordo bene, — rispose Prandino, che invece

quel giuoco non lo conosceva punto.

— Oh, è facilissimo: non puoi sbagliare! Guarda: io tengo banco e scopro

due carte: la prima è il due di spade, la seconda il cavallo di coppe.

Se adesso, sfogliando il mazzo, scopro prima un due qualunque, ha vinto

il banco: se invece è un cavallo, ha vinto chi punta.

— E quanto si punta?

Prandino era sbalordito: la birra bevuta, il _cognac_, quel caldo

soffocante e i dispiaceri che gli cocevano nell'anima, tutto ciò lo

faceva star male.

— Facciamo il solito? — domandò Badoero, guardando in giro i suoi

compagni.

— Sì, il solito! — risposero insieme, meno Prandino, ch'era nuovo della

partita e non ne sapeva nulla.

— Allora, — e Badoero si volse a Prandino, — non puoi puntare meno di

cinque lire. Se vuoi, perchè tu veda meglio com'è il giuoco, faremo una

_levata_ noi due soli.

Ciò detto, il giovinotto cominciò a sfogliare le carte con una prestezza

che mostrava come ci avesse fatto la mano, e si fermò, che aveva

scoperto il due di denari.

— Ecco, è fatto: ha vinto il banco.

— E io?... — domandò Prandino, alzando d'in su la carta due occhi

stanchi, melensi.

— Tu hai perduto cinque lire; ma se invece di un due fosse uscito prima

un cavallo, le avresti vinte. Capisci?...

— Ma....

Prandino ancora non era entrato bene nel congegno, pur semplicissimo,

del giuoco.

— Aspetta: per farti veder meglio, faremo un altro colpo.

Badoero tirò da una parte le carte sfogliate, e ne scoprì sul tavolo due

nuove: la prima era un sette di denari, la seconda un tre di bastoni.

— Sta attento, adesso: la carta del banco è un sette, la tua un tre.

E Badoero ricominciò a voltare le carte del mazzo, a una a una,

prestamente. Scoprì un sette prima del tre.

— Ha vinto il banco anche stavolta, e tu perdi dieci lire.

— Ho capito. Se invece d'un sette era un tre, le dieci lire le vinceva

io.

— No, ne avresti vinte cinque sole; ma siccome altre cinque le perdi già

dalla puntata di prima, così avresti fatto pace.

— Adesso, dunque, si può giocare anche noi? — domandarono gli altri

compagni, che, messi in ardenza dalla vista delle carte, erano stufi di

restar là a guardare senza far nulla.

— Sì: puntate, signori!... Comincio il giuoco. Tu, Ariberti, se vuoi,

puoi puntare anche più di cinque lire: io tengo qualunque posta.

Prandino giocava e beveva, e poi tornava a bere e a giocare mezzo

stupidito.

Non riusciva a persuadersi a mettersi in testa ben chiaro che ognuno di

quei gettoni d'osso, di un bianco ingiallito dall'uso, rappresentasse

proprio il valore di cinque lire, e li puntava a casaccio, pazzamente, a

due, a tre, e fino a dieci per volta!... La faccia gli si era fatta d'un

pallore cadaverico, gli tremavano le mani e balbettava delle parole

rotte, sconnesse che non avevano senso. In una giocata, chi teneva il

mazzo avendo voltato un fante di spade così mal colorito da parere una

puppattola invece d'un soldato: “To, to, la vecchia!„ si mise a urlare

Prandino. — “Banco sulla vecchia! Voglio vedere se anche questa mi fa

dannare! banco!„

Nessuno dei presenti rilevò l'ironia di tali parole: erano troppo

assorti nel giuoco; ogni loro attenzione era là fissa, muta,

instancabile, e non badavano ad altro.

Quando l'Ariberti domandò il banco, si levarono tutti dal loro posto e

si avvicinarono a chi faceva il giuoco e voltava le carte lentamente;

anche questi era pallido, convulso, e aveva un sorriso forzato che

gl'increspava le labbra. Alla fine, dopo d'aver consumato quasi un mazzo

di carte, scoprì il fante davvero, e Prandino guadagnò una grossa somma;

tanto grossa che, se l'avesse conservata, avrebbe dato da vivere a lui e

a mamma Orsolina per un anno, senza dover più ricorrere all'impiego

promesso dal cavalier Pinocchio. Ma lui non se n'accorse neppure d'aver

vinto. Tracannò d'un fiato un altro bicchiere di Chianti e sghignazzò

borbottando che già le vecchie erano dalla sua e ch'egli sapeva bene

come si dovevano prendere. Poi, tutte le volte che quel fante gli

compariva dinanzi, sul tavolo, urlava, gli faceva dei brindisi e gli

puntava sopra tutti i gettoni che aveva, senza nemmeno contarli.

Già, fossero state anche delle migliaia di lire, che cosa gliene sarebbe

importato a lui? Se avesse avuto in mano il cuore e l'anima, anche il

cuore, anche l'anima avrebbe buttato là su quel fante goffo, scolorito,

che lo fissava con due occhi teneri, languidi, appassionati.... cogli

occhi maledetti dell'Elisa!

Quando, dopo stabiliti gli ultimi tre giri, fu chiuso il giuoco e si

cominciò a regolare i conti, Prandino era in perdita di ottocento

cinquanta lire, che doveva a Badoero. E avrebbe perduto molto di più, se

quei giovinotti avessero voluto approfittare del suo stordimento, ma

invece, appena si accorsero che il conte di Vicenza era po' alticcio,

gli rifiutarono delle puntate ch'egli gridava da ubbriaco.

Anche ottocento cinquanta lire, rappresentavano un disastro: il

fallimento addirittura per il povero Prandino!

Fino a tanto però che rimase chiuso dentro in mezzo al fumo, alle carte,

allo schiamazzo di quella bolgia infocata, non arrivò mai a comprendere

la gravità della propria disgrazia; la prima idea l'ebbe soltanto quando

si trovò fuori all'aperto in _Piazza San Marco_, coi buffi d'aria

fresca, umidiccia, che gli snebbiarono la testa. Allora, per un momento,

sperò di sognare, ma poi, quando si persuase ch'era desto, ci mancò poco

che non impazzisse.

— Scusa, Ariberti, che cosa abbiamo detto che tu mi dovevi? — gli chiese

Badoero, che col lapis prendeva appunti e faceva somme sopra un

biglietto di visita.

— Non so!... Quanto?...

— Se non isbaglio i conti, dovrebbero essere ottocento cinquanta lire.

Sott'acqua: racconto · 第 17 / 25 题