Ciò che non principia bene finisce male, e il conte Eriprando degli
Ariberti non potè proprio dire che quella giornataccia infame avesse
fatta per lui un'eccezione alle regole.
L'Elisa era mesta e preoccupata, e il Maggiore, invece, sembrava molto
allegro: e pazienza se la cosa fosse rimasta lì; ma quando Prandino,
dopo pranzo, andò al banco, secondo il solito, per pagare il conto,
trovò che i due pranzi, quello della contessa Elisa e quello della
contessina Cecilia, erano già stati pagati dal Maggiore.
— Corpo di bacco!.... — Prandino corse subito dalla D'Abalà, inquieto e
sorpreso, e n'ebbe, in risposta, ch'ella non aveva preso lui per suo
segretario.
Anche al _Florian_, più tardi, successe pure qualche cosa di simile. Il
Maggiore, che s'era piantato duro sulla sedia accanto all'Elisa, con
un'aria da padrone del campo, invece di aspettare che ognuno ordinasse
le bibite per conto proprio, domandò egli stesso prima alle signore, e
poi al resto del circolo, che cosa volessero prendere, mostrando chiaro
ch'era lui che faceva trattamento. Naturalmente, Prandino, quantunque da
un'ora bruciasse dalla sete, non prese nulla per far dispetto al rivale.
Siccome, poi, tutti gl'infelici sono fatti per intendersi, così invece
egli sentiva slanci di simpatia per il povero Jamagata, che si mostrava
melanconico, perchè si vedeva assai trascurato. L'Elisa non gli parlava
mai, era timidissima col Maggiore, e voleva sua figlia sempre seduta
accosto, come se avesse paura a star sola in mezzo agli uomini.
Prandino, che aveva giurato a sè stesso, dopo rinfrancato dallo spavento
per la scomparsa di Gegio, di non parlar coll'Elisa e di non mettersi
vicino a lei in tutta la sera, volendo punirla in tal modo per la sua
gita in mare, dopo la sorpresa dei due pranzi pagati e dopo il contegno
tenuto dal Maggiore al Caffè, non ebbe più coraggio di tirarla innanzi
col broncio; capì che sarebbe stato troppo infelice se fosse andato a
letto con quel tormento di gelosie e d'inquietudini nel cuore, e però si
fece animo, e quando tutti s'eran levati in piedi per ritornare
all'albergo, offrì lui il braccio all'Elisa in un modo così risoluto che
la Contessa non glielo potè ricusare.
— Mi avevi promesso che a Venezia saresti stata buona, mi avevi giurato
di non darmi nessun motivo di gelosia; ti ringrazio, sai, ti ringrazio
del bel modo col quale mantieni la tua parola.
E Prandino sorrise amaramente, aspettando che l'altra lo rimproverasse
come al solito, dicendogli che era matto, che i suoi dubbi erano
ingiusti, che si faceva insopportabile, ma come al solito concludendo
poi che gli voleva bene.
Invece nulla di tutto questo: l'Elisa chinò il capo e Prandino sentì
contro il braccio il seno di lei che si gonfiava per un grosso sospiro.
Prandino la fissò agitatissimo e — Perchè sei uscita al largo col
Maggiore? — le domandò — perchè?.... — ma questa sua domanda era fatta
in modo che pareva più un lamento che un rimprovero.
L'Elisa continuò a tacere e a sospirare.
— Mio Dio.... che cosa c'è di nuovo?.... parla!.... mi fai morire!
— Non morrai, no; tu sei giovane.... hai tutto l'avvenire per te, e
poi.... tu sei un uomo, tu; e ciò vuol dir molto.... mentre io
invece....
— Per amor di Dio, che cosa è accaduto?
— Nulla.... nulla.... calmati adesso....
— Che cosa è accaduto, parla!
— No.... adesso no; non posso.... ma tu ricordati questo, che io sono
molto infelice.... e che vi sono tali necessità nella vita, alle quali
bisogna chinare il capo e rassegnarsi.... _côute que côute!_
— Ma io non voglio... — cominciò Prandino, alzando la voce.
— Non fate scene adesso, non fate il ragazzo!
E l'Elisa spaventata, abbandonando in un attimo il tono languido, fermò
subito le parole in gola al suo innamorato; ma poi, vedendo che l'altro
non fiatava più, ritornò buona, ritornò tenera, per dirgli con affetto:
— Domani saprai tutto.... ma, te ne scongiuro, sii generoso.... non
rendermi più infelice di quello che sono.... ricordati che da te....
bambino mio, aspetto una parola che mi dia coraggio.... e che mi
conforti.
Detto ciò, mentre Prandino la guardava bianco, pallido, senza esser più
buono di proferire una parola, l'Elisa si fermò per aspettare la Cecilia
e il Maggiore, ch'erano rimasti un po' indietro, e unirsi col rimanente
della brigata.
Quella notte il povero Prandino la passò male. Ormai non ne potea più
dubitare: l'Elisa e il Maggiore se la intendevano fra di loro.
Aprì i vetri, spalancò le persiane e, in maniche di camicia, rimase là,
lungamente, appoggiato alla finestra, guardando di lontano, fra i tetti,
una striscia di laguna illuminata dalle fiamme rossiccie del gas e
bevendo, come altrettanto veleno, quell'aria pregna degli aromi acuti
del mare, respirando quei buffi caldi che penetrano nel sangue con una
mollezza voluttuosa e che sembra allarghino il cuore con un bisogno
inconscio e irresistibile d'amore.
Maledetta Venezia! Se fosse rimasto a Vicenza, credeva lui, avrebbe
sofferto meno.
Aveva la testa che gli bruciava, il cuore gonfio, e non poteva piangere.
Si sentiva pieno di lagrime fino alla gola, ma non gli volevano scoppiar
fuori. Se avesse potuto piangere, forse sarebbe rimasto un po' più
sollevato.
— “Domani saprai tutto?!„ E che cosa può dirmi che io già non abbia
indovinato? Non sono già un imbecille, capisco le cose per aria, io! Non
ama più me, e torna daccapo ad amare il Maggiore! Ecco la bella novità
che mi dirà domani! Ma io non resterò qui a sentirmela dire, nemmeno per
sogno; che! Domattina me ne ritorno a Vicenza.... e non mi vedrà più,
no; mai più!... Se aspetta da me “la parola di coraggio e di conforto„
la aspetterà un pezzo. A sentirla lei, dovrei dunque farle coraggio,
perchè mi pianta?... Dovrei confortarla, perchè mi tradisce? Questa è
nuova davvero! “_Ricordati che io sono molto infelice!_„ Ma perchè lo
vieni a contare a me, se sei infelice?... A me, che lo sono più di te e
per cagion tua?
— Però.... però, qualche cosa ci deve esser sotto, — pensava Prandino
abbandonando la finestra e camminando in su e in giù nella cameretta,
mentre si spogliava, — qualche cosa ci deve esser sotto. È impossibile
che sia così cattiva di cuore. Certo, certo quella strega della D'Abalà,
c'entra in gran parte nella faccenda. Sembra che sia lei innamorata del
Maggiore. È con lui tutta moine, tutta finezze.... Maledetta!... Quello
che ha in corpo, scommetto che non è un figliolo: ma è un sacco di
malignità! Ma io vorrei sapere perchè l'Elisa deve sottomettersi a sua
figlia, e rendersi infelice lei, e far infelice me, per i capricci e le
simpatie di casa D'Abalà. — Che il Maggiore la voglia sposare? Senza
dubbio, non può essere altrimenti. Ma se avesse aspettato due o tre
anni, quando avessi avuto uno stato, l'avrei sposata io.
A questo punto, Prandino chiuse le finestre, spense il lume e entrò nel
letto: egli sperava, allo scuro, di poter avere un po' di riposo, ma
invece si trovò peggio. Vedeva il numero 40 fra le braccia del numero
43, e nell'eccitamento della fantasia, il numero 40 era ancora più
bianco, ancora più biondo, ancora più bello del solito, e il 43 più
nero, più vecchio, più brutto: — e il povero ragazzo si voltava
smaniando nel letto, mentre le zanzare, ch'erano entrate in camera dalla
finestra, ch'egli avea lasciata aperta per tanto tempo, col lume acceso,
gli raddoppiavano l'agitazione e il tormento.
Ah! se non fosse stato povero, allora.... allora l'avrebbe sposata lui
subito, domani. Ma con duecento quindici lire, non poteva già pensare di
metter su casa! Che figura farebbe egli adesso, a Vicenza, quando vi
fosse giunta la notizia del matrimonio della Navaredo con Del Mantico!
Lui si sarebbe serrato a chiave nella sua camera, senza farsi più vedere
da nessuno.
Già, sarebbe morto presto, così non la poteva durare!... No: no! A costo
di finirla lui.... Sarebbe andato lontano lontano, colle lettere e i
capelli dell'Elisa in tasca, e quando avesse trovato un precipizio in
riva al mare, un bel salto.... e buona notte: egli avrebbe finito di
soffrire.... e di far ridere quei pettegoli di Vicenza!... Ma tant'è, il
numero _quaranta_ restava però sempre fra le braccia del numero
_quarantatrè!_...
La calma che si era fatta nel suo spirito, pensando di morire
placidamente sotto l'acqua fresca del mare, si dissipò di nuovo a
quell'idea tormentosa.
Ritornò ad agitarsi nel letto, a sospirare, a dolersi, e a poco a poco
le angosce crebbero in modo, ch'egli non potè più reggere a sopportarle.
Era andato tutto in sudore: nella cameretta bassa, angusta soffocava dal
caldo, e le zanzare gli ronzavano a torme sulla faccia, moleste e
insistenti, aumentando il suo affanno colle loro punture irritanti.
Saltò giù dal letto, accese il lume, si vestì in fretta e uscì
dall'albergo per respirare. Quando fu in piazza San Marco una folata di
vento gli portò via il cappello. Prandino gli camminò dietro, triste,
melanconico, e se lo calcò in testa senza nemmeno pulirlo. Tant'è;
adesso che l'Elisa non gli voleva più bene, che cosa gliene importava a
lui della sua roba?...
Il cielo era coperto, la piazza buia: entrò sotto le _Procuratie_
squallide, deserte, e si sedette sospirando sopra una seggiola del caffè
_Florian_. Nemmeno al fresco trovava il sollievo ch'egli aveva sperato.
E pensare che quei pochi giorni di cura a Venezia, dovevano essere il
suo paradiso!... E pensare che se li sognava da un anno! Mah!...
Per sentire un po' di sollievo, lo sapeva bene lui che cosa gli sarebbe
bisognato!... Trovare il modo di vendicarsi di quella brutta strega
della D'Abalà!... Ecco, questo gli sarebbe bisognato; perchè era lei la
causa di tutto; era lei, lei sola, che nascostamente attizzava il fuoco.
L'Elisa era una donna debole, senza volontà e forse....
— Oh! guarda chi vedo!... Il nostro caro _Prefetto!_
Prandino levò la faccia sbattuta dalla veglia e vide Badoero che usciva
da _Florian_ in compagnia di tre o quattro giovinotti.
— _Ciao_, Badoero.
— Che fai qui solo solo?
— Prendo il fresco....
— Vieni con noi da _Bauer_?
— Ti avverto che _Bauer_ ha già chiuso a quest'ora, — disse a Badoero
uno della comitiva.
— Se troveremo chiuso, non ci sarà gran male: andremo a battere a
qualche altro Caffè. Su, su, levati, giovine sentimentale, e vieni con
noi! — e Badoero, preso Prandino per un braccio, lo costrinse a levarsi
in piedi.
— Io proporrei di andare a battere dall'Emma! — esclamò uno di quei
giovinotti, per lanciare un frizzo a Badoero.
— Nossignori! — rispose questi con fatuità, — dall'Emma non c'è posto
per tanta gente! — poi, fermandosi su due piedi: — vi presento mio
cugino, il conte degli Ariberti, — disse indicando Prandino alla
comitiva.
Finito lo scambio dei complimenti, si avviarono tutti verso la _Birreria
Bauer_; Badoero, allora, prendendo Ariberti a braccetto e tenendolo un
po' più indietro degli altri:
— Dimmi, caro prefetto, — gli chiese a bassa voce, — la Contessa t'ha
proprio messo in disponibilità, per questa notte?
— Non ti capisco!
Ma Prandino, che invece capiva benissimo, sentì un'ondata di sangue
caldo, che gli saliva alla testa.
— È arrivato il Maggiore.... e ti mandano a passeggiare!... Eh! che vuoi
farci? Le donne, vecchie o giovani, quando vedono i bottoni lustri,
perdono la testa.
— Ma...
— È destino comune, e non c'è che fare; bisogna rassegnarsi,
_Prandinello_ mio!..
_Prandinello!_... Anche Badoero lo chiamava _Prandinello_ come il
cavalier Pinocchio!...
Ariberti, però, non se la prese con Badoero per quelle parole, ma invece
gli proruppe nel cuore un impeto d'ira, quasi di odio, contro l'Elisa.
Sentì allora, per la prima volta, che fra lui e quella donna era proprio
tutto finito. Difatti, se anche l'Elisa, per un'ipotesi, avesse ripreso
a volergli bene come prima, tanto e tanto nell'opinione del mondo egli
oramai non era più il suo amante. E _l'opinione del mondo_, si sa bene,
presta a certi amori le loro più care attrattive. Prandino però non
volle mostrare al cugino che egli soffriva per quello smacco. Invece si
sforzò di fare il disinvolto, di parer spiritoso e lieto confessando a
Badoero che il Maggiore capitava proprio in punto a sollevarlo d'un
grande imbarazzo. Lui non negava di aver amato l'Elisa, e molto: ma
adesso quella catena gli si faceva ogni dì più pesante; insomma, era
stufo di rappresentare il _moroso de la nona_ a tutto pasto, e domandò a
Badoero se non trovava che oramai la contessa Navaredo era una donna
_andata_. Egli sperava che Badoero gli dicesse di sì; sarebbe stato un
conforto al suo dolore.
— _Andata_ proprio no, — rispose Badoero: — Certo, comincia a essere un
po' troppo grassa, ma si conserva ancora piacente e poi sa _truccarsi_
bene, come dice l'Emma.
Da _Bauer_, com'era stato previsto, si trovò chiuso. Allora, tutti
insieme, tornarono indietro brontolando; chi voleva andare in un luogo,
chi in un altro, e nessuno riusciva a trovare una proposta che ottenesse
l'approvazione generale. Intanto, aspettando l'idea buona, che non
capitava, si sedettero per un momento al _Caffè Svizzero_, dove ci
doveva essere, dicevano, della birra inglese in bottiglia, eccellente.
Prandino, che aveva sete e sentiva qualche brivido di freddo in
quell'aria umida della piazza, ne tracannò in fretta due tazze, sebbene
nell'andar giù gli bruciasse la gola e lo stomaco.
— Sapete che cosa dobbiamo fare? — saltò su a proporre Badoero da un
momento all'altro, — andiamo a giocare un'oretta al _lansquenet_?
— Sì, ma dove? — chiesero gli altri.
— Dal _sior Angelo a la Cuca_. Tanto, se trovassimo chiuso, quando ci
facciamo conoscere ci aprono subito.
— Allora paghiamo, e partenza per la _Cuca_!...
— _Garçon!_ — gridò Badoero, che s'era levato in piedi, chiamando il
cameriere dalla vetrata della bottega.
— A me sai, Badoero, — disse Prandino facendo una smorfiaccia colla
bocca, — quella tua birra ha fatto male. Mi brucia lo stomaco, mi
brucia, come se avessi bevuto del fuoco.
— È nulla; le prime volte fa sempre così, ma poi ci si abitua. La birra
inglese è come il sigaro, bisogna avvezzarcisi.
— Se ha un po' di nausea, prenda un bicchierino di _cognac_ e le passa
subito, — suggerì un altro signore della compagnia.
Prandino accettò il consiglio, bevette il _cognac_ e subito dopo gli
sembrò di fatti di sentirsi un po' meglio. Allora dal suo famoso
_porta-biglietti_ colla corona d'argento, levò una carta da due lire e
l'offrì al cameriere perchè si tenesse la spesa.
Il cameriere prese il biglietto con due dita, invece di riporlo lo tenne
levato per aria fissando Ariberti.
— Che cosa paga il signore?
— Un _cognac_ e una bottiglia di birra.
— Allora formano _cinque e trenta_, in tutto.
— Ma non pago altro che la mia birra.
— Appunto, cinque lire della bottiglia, e sei soldi del _cognac_.
— Per bacco! — pensò Ariberti fra sè, — cinque lire per sentirsi male,
mi pare un po' caro!
Tuttavia pagò senza altre osservazioni, chè non voleva perdere il
credito fra le sue nuove conoscenze.
Strada facendo, mentre tutti si avviarono verso la Cuca, gli venne
addosso, col calore del cognac un gran bisogno di espandersi e
confidarsi a qualcuno.
Allora fu lui che si prese Badoero a braccetto, e dopo d'essersi fatto
promettere il segreto — _in parola d'onore_ — gli contò che la contessa
Navaredo si era condotta molto male con lui.
— Certo che per me è stata una fortuna, perchè proprio ero stufo, ma
questo non vuol dire; resta sempre il fatto che s'è portata malissimo.
Del resto, te lo dico io che al signor Maggiore non gliene voglio. Oh
no, davvero: anzi, quando lo vedo, son quasi tentato di fargli i miei
rallegramenti; si diverta, si diverta, se può, ch'io già non lo invidio
di sicuro!
E qui, Ariberti tornò daccapo a voler persuadere il cugino che la
Contessa oramai era una donna sciupata, mentre invece, un anno o due
prima, quando l'aveva lui.... allora sì che era davvero un tipettino da
far girare la testa. A Vicenza, allora, quando l'Elisa passava per le
strade, si voltavano tutti a guardarla. Ma adesso?... Adesso era
tutt'altra cosa.
Alla _Cuca_ le imposte erano chiuse, ma dalla luce che usciva dalle
fessure si vedeva bene che dentro c'era ancora della gente. Allora
picchiarono forte colle mazze sulle persiane delle finestre a terreno,
finchè fu aperta a metà la porta della bottega e furono introdotti da un
omiciattolo in maniche di camicia e colla faccia assonnita, che accolse
i nuovi avventori brontolando fra i denti.
Nella sala c'erano seduti in un angolo due o tre operai colle facce
accese dal vino e dal caldo che guardavano di sbieco quelle _grinte
aristocratiche_ che entravano là dentro, in casa loro.
Ma gli amici di Prando non si fermarono a terreno; invece, salirono su
per una scaletta ripida, angusta, ed entrarono in una stanzuccia al
mezzanino, dove si sentiva forte il puzzo della pipa mescolato coll'odor
grasso dei cibi.
Il cameriere accese il gas, spalancò i vetri della finestrina, distese
sul tavolo di legno greggio un tappeto macchiato d'unto e di vino, e poi
domandò ai signori che cosa volevano ordinare.
— Porta del Chianti, di quello vecchio, del ghiaccio e tre mazzi di
carte nuove.
Il cameriere uscì, e rientrò poco dopo con un gran fiasco di vino sotto
il braccio, un tazzone in mano, con dentro del ghiaccio, e i tre mazzi
di carte che gli gonfiavano le tasche della giacchetta.
— Giochi anche tu, Ariberti? — domandò Badoero a Prandino, che in quella
stanzuccia bassa, infocata dal gas, sudava tanto, che gli pareva di
essere in un forno.
— A che si gioca?
— Al _lansquenet_.
— Al _lansquenet_? — Non lo ricordo bene, — rispose Prandino, che invece
quel giuoco non lo conosceva punto.
— Oh, è facilissimo: non puoi sbagliare! Guarda: io tengo banco e scopro
due carte: la prima è il due di spade, la seconda il cavallo di coppe.
Se adesso, sfogliando il mazzo, scopro prima un due qualunque, ha vinto
il banco: se invece è un cavallo, ha vinto chi punta.
— E quanto si punta?
Prandino era sbalordito: la birra bevuta, il _cognac_, quel caldo
soffocante e i dispiaceri che gli cocevano nell'anima, tutto ciò lo
faceva star male.
— Facciamo il solito? — domandò Badoero, guardando in giro i suoi
compagni.
— Sì, il solito! — risposero insieme, meno Prandino, ch'era nuovo della
partita e non ne sapeva nulla.
— Allora, — e Badoero si volse a Prandino, — non puoi puntare meno di
cinque lire. Se vuoi, perchè tu veda meglio com'è il giuoco, faremo una
_levata_ noi due soli.
Ciò detto, il giovinotto cominciò a sfogliare le carte con una prestezza
che mostrava come ci avesse fatto la mano, e si fermò, che aveva
scoperto il due di denari.
— Ecco, è fatto: ha vinto il banco.
— E io?... — domandò Prandino, alzando d'in su la carta due occhi
stanchi, melensi.
— Tu hai perduto cinque lire; ma se invece di un due fosse uscito prima
un cavallo, le avresti vinte. Capisci?...
— Ma....
Prandino ancora non era entrato bene nel congegno, pur semplicissimo,
del giuoco.
— Aspetta: per farti veder meglio, faremo un altro colpo.
Badoero tirò da una parte le carte sfogliate, e ne scoprì sul tavolo due
nuove: la prima era un sette di denari, la seconda un tre di bastoni.
— Sta attento, adesso: la carta del banco è un sette, la tua un tre.
E Badoero ricominciò a voltare le carte del mazzo, a una a una,
prestamente. Scoprì un sette prima del tre.
— Ha vinto il banco anche stavolta, e tu perdi dieci lire.
— Ho capito. Se invece d'un sette era un tre, le dieci lire le vinceva
io.
— No, ne avresti vinte cinque sole; ma siccome altre cinque le perdi già
dalla puntata di prima, così avresti fatto pace.
— Adesso, dunque, si può giocare anche noi? — domandarono gli altri
compagni, che, messi in ardenza dalla vista delle carte, erano stufi di
restar là a guardare senza far nulla.
— Sì: puntate, signori!... Comincio il giuoco. Tu, Ariberti, se vuoi,
puoi puntare anche più di cinque lire: io tengo qualunque posta.
Prandino giocava e beveva, e poi tornava a bere e a giocare mezzo
stupidito.
Non riusciva a persuadersi a mettersi in testa ben chiaro che ognuno di
quei gettoni d'osso, di un bianco ingiallito dall'uso, rappresentasse
proprio il valore di cinque lire, e li puntava a casaccio, pazzamente, a
due, a tre, e fino a dieci per volta!... La faccia gli si era fatta d'un
pallore cadaverico, gli tremavano le mani e balbettava delle parole
rotte, sconnesse che non avevano senso. In una giocata, chi teneva il
mazzo avendo voltato un fante di spade così mal colorito da parere una
puppattola invece d'un soldato: “To, to, la vecchia!„ si mise a urlare
Prandino. — “Banco sulla vecchia! Voglio vedere se anche questa mi fa
dannare! banco!„
Nessuno dei presenti rilevò l'ironia di tali parole: erano troppo
assorti nel giuoco; ogni loro attenzione era là fissa, muta,
instancabile, e non badavano ad altro.
Quando l'Ariberti domandò il banco, si levarono tutti dal loro posto e
si avvicinarono a chi faceva il giuoco e voltava le carte lentamente;
anche questi era pallido, convulso, e aveva un sorriso forzato che
gl'increspava le labbra. Alla fine, dopo d'aver consumato quasi un mazzo
di carte, scoprì il fante davvero, e Prandino guadagnò una grossa somma;
tanto grossa che, se l'avesse conservata, avrebbe dato da vivere a lui e
a mamma Orsolina per un anno, senza dover più ricorrere all'impiego
promesso dal cavalier Pinocchio. Ma lui non se n'accorse neppure d'aver
vinto. Tracannò d'un fiato un altro bicchiere di Chianti e sghignazzò
borbottando che già le vecchie erano dalla sua e ch'egli sapeva bene
come si dovevano prendere. Poi, tutte le volte che quel fante gli
compariva dinanzi, sul tavolo, urlava, gli faceva dei brindisi e gli
puntava sopra tutti i gettoni che aveva, senza nemmeno contarli.
Già, fossero state anche delle migliaia di lire, che cosa gliene sarebbe
importato a lui? Se avesse avuto in mano il cuore e l'anima, anche il
cuore, anche l'anima avrebbe buttato là su quel fante goffo, scolorito,
che lo fissava con due occhi teneri, languidi, appassionati.... cogli
occhi maledetti dell'Elisa!
Quando, dopo stabiliti gli ultimi tre giri, fu chiuso il giuoco e si
cominciò a regolare i conti, Prandino era in perdita di ottocento
cinquanta lire, che doveva a Badoero. E avrebbe perduto molto di più, se
quei giovinotti avessero voluto approfittare del suo stordimento, ma
invece, appena si accorsero che il conte di Vicenza era po' alticcio,
gli rifiutarono delle puntate ch'egli gridava da ubbriaco.
Anche ottocento cinquanta lire, rappresentavano un disastro: il
fallimento addirittura per il povero Prandino!
Fino a tanto però che rimase chiuso dentro in mezzo al fumo, alle carte,
allo schiamazzo di quella bolgia infocata, non arrivò mai a comprendere
la gravità della propria disgrazia; la prima idea l'ebbe soltanto quando
si trovò fuori all'aperto in _Piazza San Marco_, coi buffi d'aria
fresca, umidiccia, che gli snebbiarono la testa. Allora, per un momento,
sperò di sognare, ma poi, quando si persuase ch'era desto, ci mancò poco
che non impazzisse.
— Scusa, Ariberti, che cosa abbiamo detto che tu mi dovevi? — gli chiese
Badoero, che col lapis prendeva appunti e faceva somme sopra un
biglietto di visita.
— Non so!... Quanto?...
— Se non isbaglio i conti, dovrebbero essere ottocento cinquanta lire.