Appena Prandino vide la Contessa uscire al largo ed il Maggiore tenerle
dietro ed accompagnarsi con lei, non si potè più contenere. Dimenticò la
prudenza, i rispetti umani, le ingiunzioni stesse della D'Abalà:
dimenticò Gegio che s'era messo a correre per la terrazza, e scappò via
pallido, concitato. Voleva buttarsi in mare, voleva raggiungere la
perfida.
Strepitò per aver presto la maglia e la biancheria. Intorno al casotto
del guardaroba c'era ressa, essendo arrivati allora i _tramways_ del
vaporetto delle quattro: e siccome lì, subito, non trovò nemmeno un
camerino disponibile, sebbene avesse promessa una lira di mancia al
bagnaiolo, si spogliò in fretta e in furia in un _passaggio_ vuoto, fra
due corridoi, bestemmiando i santi del paradiso e strappando i bottoni
di quell'abito nero, che in tanti anni di onorato servizio, non si era
mai sentito trattare con così poco rispetto. In un attimo svestito,
infilò la scaletta della riva che non avea ancora finito di allacciarsi
la maglia; ma appena nell'acqua, quando, fatti i primi passi, si buttò
lungo disteso per nuotare e raggiunger più presto la Contessa, si sentì
afferrare improvvisamente per una gamba. Sternutando, chè era andato ben
sotto colla testa, si voltò furioso per dir la sua a quel villano che
gli avea fatto quel tiro, e uno scroscio continuo di spruzzi d'acqua,
accompagnati da una sonora sghignazzata, lo percosse sul viso.
— È una mancanza di educazione! È un'impertinenza! — urlò il contino
degli Ariberti accecato dall'acqua e dall'ira.
— Ah! ah! ah! Il nostro Prandinello!.... Il nostro Prandinello che
beve!....
Misericordia!.... Lo screanzato, l'impertinente era nientemeno che il
cavalier Pinocchio!
— Uno spruzzetto, un altro, un altro ancora!.... Così! Ah! ah! ah! Che
faccia buffa, che mi fate.
— Scusi, Cavaliere!.... Scusi.... sa.... non l'aveva riconosciuto!....
Ma avrò il bene di rivederla più tardi! — E Prandino fa di nuovo per
mettersi a nuotare; ma il cavalier Pinocchio, che quel giorno era
proprio di buon umore, continua a ridere e torna a prenderlo per una
gamba.
— Scusi, Cavaliere; mi lasci andare!....
— E dov'è, dov'è che vuol andare il nostro Prandinello? — Da bravo!
Rimanete un po' qui a farmi compagnia....
— Ma, volevo....
— Io sono un cattivo nuotatore, anzi, vi dirò che non so nuotare nè
punto nè poco.
— Ma....
— Sapete?.... Ho scritto per voi a Verona, sicuro, al Capo-traffico.
— Grazie....
— Che volete! L'Orsolina mi sta proprio a cuore. Quella è una santa
madre, ma santa davvero!.... Potete proprio dire d'esser nato colla
camicia!.... La vostra mamma si leverebbe il pane di bocca per darlo a
voi, sciupone d'un don Giovanni!
— Lei scherza, Cavaliere, ma adesso vorrei....
— Vedete, Prandinello, il _morto_, lo so fare — e così dicendo il
cavalier Pinocchio si distese sull'acqua supino — ma se fo un movimento,
non c'è verso, bevo!.... Aspettate, dovreste provare un po' voi a
mettermi le vostre due mani sotto la vita: così.... bravo!.... Restate
fermo adesso, non vi movete!
— Ma.... — e Prandino, mentre teneva il Cavaliere, fissava cogli occhi
imbambolati i due cappelloni gialli della Contessa e del Maggiore che si
allontanavano lentamente sullo specchio turchino del mare.
— Come vi dicevo, ho scritto a Verona, al Capo-traffico, e m'ha già
risposto.... Ah, quant'è buona oggi l'acqua!.... È proprio un piacere!
Voglio provare adesso a muovere prima le braccia e poi le gambe.... ma
voi state fermo, sapete, se no, vado sotto. Benissimo! così! bravo!....
_Uno-due!_... _Uno-due!_.... _Uno-due!_.... _Uno-due!_.... — e il
cavaliere Pinocchio continuò per un pezzo a fare i movimenti di
_scuola_, sempre sostenuto da Prandino, che non aveva il coraggio di
lasciarlo andare, e intanto vedeva l'Elisa e il Maggiore confondersi
insieme nella lontananza, così da sembrare quasi un punto solo.
— Ah! che bagno delizioso!.... _Uno-due!_... _Uno-due!_... adesso voglio
provare.
— Ma scusi.... — A Prandino gli pareva che i due cappelloni di paglia si
fossero fermati.
— State fermo! Forza, mi raccomando! Adesso vorrei provare a distendere
insieme le braccia e le gambe.... Ah, come me la godo!.... Come me la
godo!
— Ma io.... — Prandino si sentiva male: il punto giallo non si moveva
più.
— Dunque, il Capo-traffico m'ha risposto che sareste chiamato in
servizio provvisorio fra pochi giorni e che forse.... _Uno-due!_...
_Uno-due!_.... forse sarete destinato per l'appunto alla contabilità
della divisione di Vene.... No! No!.... Non vi movete! non mi lasciate
andare!.... Vado sotto!.... Vado sot.... — e il cavalier Pinocchio non
potè finire la parola, perchè era andato sotto davvero. Quando,
soffiando e sbuffando, potè di nuovo levarsi su, ritto, Prandinello era
scomparso.
Che cos'era accaduto? — Un avvenimento che poteva avere del tragico.
Mentre Ariberti, colle braccia tese, teneva a galla il cavaliere
Pinocchio, e col cuore correva dietro all'Elisa, sentì all'improvviso la
vocetta aspra della Cecilia, che lo chiamava forte dalla terrazza.
— Conte Eriprando! Conte Eriprando!
Il Conte Eriprando levò il naso all'aria e vide la D'Abalà che gestiva
contro di lui come una spiritata.
— Gegio! Dov'è Gegio?!.... Gegio!
A questo nome Prandino si ricordò del marmocchio che aveva piantato là
solo, sulla terrazza e sudò freddo benchè fosse in acqua: lasciò andare
a fondo il cavalier Pinocchio e corse via con uno sgomento in corpo che
gli levò ogni altra preoccupazione.
— Chissà dove s'è cacciato! Chissà che cosa gli è accaduto! — pensava
l'Ariberti mentre si vestiva in tutta fretta, senza nemmeno finire di
asciugarsi.
— Gegio! Dov'è Gegio?! Gegio! — La Cecilia, spinta dall'angoscia, aveva
superato ogni pudico ritegno, ed entrata nel compartimento riservato
agli uomini, correva lungo il corridoio chiamando il bambino, seguita da
Ramolini, al quale si unirono presto anche Potapow e Jamagata che,
appena udite le grida della Contessina, uscirono dai rispettivi
camerini.
— _Mais Gegio, ne prend-il pas le bain avec vous?_
— No! Ieri s'era raffreddato e io oggi non aveva voluto che facesse il
bagno. Gegio!.... Gegio!
Anche Prandino dovette pur farsi coraggio e mostrare la faccia: la
D'Abalà, appena lo vide, gli si avventò addosso come se lo volesse
pigliar per il collo.
— Mio figlio?! Dica! Che cosa ne ha fatto di mio figlio?....
Prandino, smorto, allibito, aprì la bocca per rispondere, ma non rispose
nulla. Allora la D'Abalà non potè più reggere e scoppiò in un pianto
dirotto.
— Si faccia coraggio, Contessa, si faccia coraggio, — le andava dicendo
il Ramolini. — Se non è perduto.... lo troveremo di certo.
Anche Jamagata si provò a consolarla; ma Potapow lo apostrofò dicendogli
che bisognava avere _point de cœur_, per credere di poter confortare
una madre in un tal momento.
— Ma, mio marito?! Chissà che cosa farà mio marito, se non trovo più
Gegio!.... Guai! Guai! — singhiozzava la Cecilia, poi rivolgendosi di
nuovo contro Prandino. — Ringrazi Dio che l'avvocato D'Abalà non è qui!
— esclamò, e di nuovo si mise a correre in cerca di Gegio, seguita da
Ramolini, da Potapow, da Jamagata e da una frotta di curiosi, che si
domandavan l'un l'altro che cosa era successo.
— È una signora che ha perduto suo figlio!
— No, gli si è annegato il marito.
— È una contessa forestiera.
— È una principessa di Roma.
— Oh! che disgrazia!
— Le si è annegato il marito, mentre voleva salvare suo figlio!
— Povera signora!.... in quello stato!....
Intanto che tutte queste voci facevano il giro dello _stabilimento_,
ingrossandosi e facendosi più gravi a ogni passo, la Cecilia continuava
a correre, come meglio poteva, dai corridoi al caffè e dal caffè alla
terrazza, chiamando Gegio e l'avvocato D'Abalà. Prandino la seguiva,
abbattuto, con una faccia stralunata, pensando a ciò che gli avrebbe
detto l'Elisa quando, uscita dall'acqua, sarebbe venuta a sapere che non
trovavano più il suo nipotino, e di tratto in tratto levava gli occhi
smarriti in faccia a Ramolini, come se aspettasse da lui la propria
sentenza.
— Mah!.... — gli disse una volta il Cavaliere con una reticenza più
lunga e però più grave del solito. — Mah!.... i figli degli altri!.... —
e non aggiunse parola.
La Cecilia, percorsa un'altra volta tutta la terrazza, attraversato di
nuovo il caffè, uscì fuori dallo _stabilimento_ e giunta in mezzo al
ponte, sulla spiaggia gridò ancora, con quanto fiato le era rimasto:
Gegio! Gegio! Gegio mio!....
— Mamma, mamma, son qua! — rispose finalmente di lontano la voce
stridula del monello e giù, sulla riva, tutto coperto di sabbia e di
terriccio giallo si vide muoversi un coso che aveva più del scimiotto
che dell'umano.
Era Gegio, che s'era preso il bel gusto di seppellirsi vivo sotto la
sabbia.
Sua madre, ravvisandolo appena, diè in un grido di contentezza: pareva
matta dalla gioia, povera donna! ma appena se lo ebbe dinanzi e lo vide
così sucido, tutta la sua espansione si arrestò di botto, cambiò viso,
e, preso il figliuol prodigo per un orecchio, se lo tirò dietro a quel
modo, strapazzandolo come una bestia ed applicandogli ad ogni tratto
scapaccioni tutt'altro che amorevoli.
Jamagata, Potapow, Ramolini e tutti gli altri ch'erano lì intorno fecero
gran festa alla madre e al figliolo. Prandino solo, quantunque adesso
gli si fosse levato un gran peso dallo stomaco, tuttavia non era
tranquillo del tutto: sentiva che, per lui, l'ultima parola della
tragedia non era ancora stata detta. Difatti: in quanto a lei — gli
gridò la D'Abalà, cogli occhi loschi e il nasino bianco — in quanto a
lei, può dirsi fortunato che non ci sia stato qui mio marito!.... A
quest'ora, guai!....
E la Contessina si pose una mano sugli occhi, come per non vedere lo
scempio che dell'ultimo degli Ariberti avrebbe fatto il sottoprefetto
D'Abalà.
— Ma è dunque un uomo terribile il marito della contessa Cecilia! —
domandò più tardi il Ramolini, a cui pareva che premesse molto saperlo,
in tutta confidenza a Prandino.
— Oh! no; anzi, si figuri! È un omettino piccolo, magro, che trema
dinanzi a sua moglie e che non ha mai fatto carriera, perchè ha troppa
paura delle _dimostrazioni_.