CAPITOLO X.

Quella notte, il conte Eriprando degli Ariberti stentò molto a prender

sonno e, anche dopo, dormì poco e male. Si svegliò che albeggiava

appena, nè potè più riaddormentarsi. In quella cameretta soffocava. Si

alzò, si vestì a malincuore, sospirando nel lavarsi, sospirando

nell'infilare i pantaloni, e annodandosi la cravatta con una stretta

rabbiosa.

Tant'è, per lui era cosa già risoluta: se la contessa lo tradiva col

numero 43, egli non avrebbe più voluto tirarla innanzi.

Che cosa avrebbe fatto? — Uno sproposito avrebbe fatto, ma dopo, almeno,

la sarebbe finita.

Povera mamma Orsolina!... Non ci pensava Prandino, in quel momento.

Uscì dalla _Gondola d'oro_ ch'erano sonate appena le sette, e andò a

passeggiare per un pezzo, così dinoccolato, colla faccia smorta, gli

occhi gonfi e una folla di brutti pensieri che gli girava per la testa.

Soffriva; soffriva davvero. Nel suo cuore esacerbato c'erano due odii,

anzi tre; odiava la Cecilia, odiava il Maggiore, odiava adesso anche

l'Elisa: la Cecilia però sopra ogni altro era il suo tormento più grave;

era giunto anzi quasi a figurarsi l'Elisa come una vittima, forse troppo

debole, di sua figlia, ma tuttavia sempre una vittima, che si

sacrificava per lei. Quando tutto a un tratto (passeggiava allora sotto

le _Procuratie_) sentì chiamarsi per nome da una vociaccia che lo fece

trasalire: era il Maggiore che usciva da _Galli_, il parrucchiere.

Prandino si volse e tornò indietro qualche passo per venire incontro a

Del Mantico. Ebbe il coraggio di stendergli la mano, si sforzò di far la

bocca ridente; ma lì, su due piedi, non fu buono di dire una parola: la

voce gli si strozzava nella gola.

— Come mai la si vede in piedi così per tempo, caro Conte?

— È il caldo!

— Col caldo, difatti, si dorme male.

— Ma.... anche lei, signor Marchese, è molto.... è molto _mattutino_!

L'Ariberti avrebbe voluto dire _mattiniero_. Ma bisogna compatirlo; era

l'emozione che gli faceva pigliare dei granchi.

— Io sono solito ad alzarmi presto. A Treviso sono in quartiere prima

delle cinque, estate e inverno.

— Per bacco!

Il Maggiore si mostrava cortese, affabilissimo con Prandino; ma questi

certo sarebbe stato più contento se lo avesse trovato burbero e musone,

com'era stato il giorno prima al Lido. Bisognava proprio che i suoi

affari gli andassero bene, per essere così di buon umore.

— E oggi, — domandò poi, improvvisamente, prendendosi l'Ariberti a

braccetto, — che cosa ne faremo oggi delle _nostre_ signore!

Nostre? Adagio Biagio! — pensava Prandino. — A te lascerò la Cecilia e,

se vuoi, anche Gegio per giunta.

— Che cosa ne faremo?

— Mah! Bisognerà sentire la contessa Navaredo e la contessina D'Abalà! —

rispose Ariberti, con aria diplomatica.

— Già, m'immagino che vorranno ritornare al Lido?

— Sicuro: sono venute a Venezia per i bagni.

— E ci fermeremo là anche oggi, a pranzo?

Ma dunque non parte più! — pensò Prandino, e non ebbe lena di rispondere

nulla.

— Si mangia così male, al Lido! — continuò il Del Mantico.

— Oh! il mangiare... è l'ultima cosa! — esclamò l'altro, sospirando

profondamente.

— Certo; quando però non si abbia appetito! E anche oggi ci dovremo

digerire la compagnia di Potapow e del Giapponese?

— Lo temo.

— Mi sono cordialmente antipatici tutti e due!

— Anche a me!

Questa volta, forse fu la prima e rimase forse anche l'ultima, il conte

degli Ariberti e il marchese Del Mantico andavano sinceramente

d'accordo.

— Oh! To! to! Guarda chi si vede, a quest'ora! La contessa Elisa!

Prandino si sentì battere il cuore con violenza, e diventò rosso come un

gambero.

La contessa Elisa, elegante, profumata, col suo velo caffè attorno alla

faccia, si avvicinava, sorridendo, inchinandosi scherzosamente; non

molto però, chè si poteva muovere appena, tanto s'era stretta

nell'abito, per parere meno grassa.

All'Ariberti, quella mattina, l'Elisa parve ancora più bella, ancora più

cara del solito; vedendola appena, sentì in un attimo dileguare l'odio e

ritornare tutto l'amore.

Ella gli sorrise graziosamente, e lui provò un grande bisogno di

trovarsi solo con lei, per parlarle col cuore in mano, colle lagrime

agli occhi, per iscongiurarla di non amare il Maggiore, chè l'avrebbe

reso infelice, per contarle che aveva passata una notte d'inferno e che

aveva voluto morire, per dirle, insomma, che le voleva bene e che le

perdonava!...

— Sola, Contessa?

— Affatto sola, Maggiore!

— Come mai?...

— Sono scappata via! — e così dicendo fece una mossetta co' fianchi,

come di fanciulla che fosse fuggita di collegio.

— Ma, e la contessina Cecilia, dov'è?

— Via, via, Maggiore, non pensi male. Non ho nessuna idea di ribellione.

Eccola là, la mia guardiana! — e, alzando l'ombrellino, indicò fuori

dalle colonne la D'Abalà, rossa, scalmanata, in quello stato! che

inseguiva Gegio gridando forte, mentre il monello le scappava dinanzi in

mezzo alla piazza, per correr dietro ai colombi.

Per quanto tentasse tutti i modi e cercasse tutti i pretesti, il conte

degli Ariberti non potè restare solo colla contessa Navaredo altro che

al Lido, alla sfuggita, sulla terrazza. La Cecilia si era allontanata

per far preparare il camerino alla mamma, e il Maggiore era andato nel

suo a spogliarsi. Ma però, anche allora, messo tutto in orgasmo, forse

per averlo aspettato e desiderato troppo quel colloquio da solo a sola,

non trovò nè modo, nè agio di dirle nulla. Solamente le domandò, come

una grazia, che non uscisse al largo a nuotare: sarebbe stato troppo

infelice, se avesse veduto il Maggiore tenerle dietro.

Bisogna sapere che al conte degli Ariberti non era concesso quel giorno

di fare il bagno, per quanto ne potesse aver desiderio; chè gli era

stato proibito dalla D'Abalà, la quale gli aveva imposto di tener

d'occhio Gegio fino a tanto che ella rimanea colla mamma per aiutarla a

spogliarsi e a vestirsi.

L'Elisa, dopo che Prandino le ebbe chiesta grazia, non gli rispose ne

sì, nè no; ma gli sorrise in un modo che il fanciullone interpretò come

assenso.

— Dunque sì?... me lo giuri?...

L'Elisa cominciò a guardarlo, ma si fe' seria e cominciò a sospirare.

— Perchè ti sei fatta così triste?

— Nulla, sai, non ho nulla: non mi sento a modo mio. Ma il bagno mi farà

bene, servirà a scuotermi un po'!

— Devo parlarti. Ricordati che dopo il bagno ti aspetto fuori: verso la

_Favorita_. Voglio restar solo con te.

— Vedrò se mi sarà possibile....

— No, se sarà.... deve essere possibile, perchè lo voglio.

— Ah! bambino mio! Se si potesse far sempre quello che si vuole, che

paradiso sarebbe! — E l'Elisa sospirò di nuovo. Poi, come abbandonandosi

a un'improvvisa risoluzione — addio, — gli disse, — vado a spogliarmi.

— Ti accompagno....

— No.... resta sulla terrazza.... è meglio evitare i commenti.

— Buon bagno, Contessa! — esclamò Prandino, salutandola ad alta voce.

— _Au plaisir de vous revoir_, caro Conte! — rispose l'Elisa con un tono

che attirò l'attenzione dei vicini, e poi lentamente si avviò verso il

compartimento delle signore.

Anche quel giorno la contessa Navaredo era stata molto affettuosa col

conte Eriprando; ma però, in fondo alle sue moine c'era qualche cosa di

triste che avrebbe dovuto mettere Prandino in sull'avviso. Col Maggiore,

invece, l'Elisa non parlò quasi mai: tuttavia era affatto sparita dal

suo sorriso ogni tinta ironica e ogni apparenza di sfida.

Adesso lo sfuggiva cogli occhi e li abbassava subito appena il Maggiore

si metteva a fissarla coll'occhialino: voleva mostrarsi timida con una

soggezione non priva di verecondia, quantunque, così striminzita com'era

entro l'abito, non si potesse abbandonare ai molli e ai languidi

atteggiamenti che le erano abituali.

Durante il tragitto sulla laguna, in vaporetto, si sedettero vicini

mesti e taciturni.

Come già aveva annunciato Badoero il giorno prima, il vaporetto era meno

affollato, le conversazioni tutte più intime o più sommesse; non si

udivano risa, ma si vedevano soltanto sorrisi. Badoero salutò da lontano

le _Contesse di Vicenza_. Era tutto sussiego al fianco della principessa

di Lentz, una vecchia alta, secca, arcigna, vestita di nero, che

salutava appena con un cenno breve del capo, senza dar la mano a nessuno

e rimanendo quasi sempre in piedi, come se là, sul democratico

vaporetto, ci stesse a regnare, a ricevere suppliche e a dispensare

grazie.

L'Elisa la guardava con invidia, la D'Abalà con dispetto, mentre il

conte degli Ariberti allungava il collo per farsi vedere da Badoero,

sperando che lo chiamasse vicino per presentarlo alla Principessa. Ma

Badoero dritto, serio, contegnoso, gongolante in cuor suo d'essere

veduto da tutti vicino alla vecchia dama, non guardava nessuno, nemmeno

la piccola Emma, che faceva il chiasso con alcuni ufficiali

d'artiglieria. Egli dimostrava tutta la gravità nobile e a un tempo

superba d'un ciambellano che si trova alla presenza di Sua Maestà.

Quando salirono sulla coperta Jamagata e Potapow, le Navaredo si

consolarono tutte e due sperando anche loro di mettere su un po' di

corte: l'Elisa salutò con un'occhiata tenerissima il Commendatore, e

madre e figlia — Complimenti!.. Complimenti! — esclamarono ad alta voce,

e la Cecilia si tirò da parte sul cuscino, quello solito collo stemma di

casa, per fare un po' di posto ai nuovi amici; ma Potapow e Jamagata si

degnarono appena di un _bonjour_, _mes dames_, corto e distratto, e poi

filarono via per andare ad inchinarsi _ai piedi del trono_, come disse

il Maggiore, con una frase che fu trovata felicissima dalle Contesse di

Vicenza.

Fortunatamente a rialzare un po' il loro umore, capitò grave e solenne

il cavaliere Ramolini. Aveva il soprabito gettato sul braccio, perchè il

termometro, al sole, segnava 30° Réaumur. Ramolini sorrise stringendosi

nelle spalle, finchè la Cecilia tirava giù delle impertinenze a

proposito di quella _ridicola_ madama Krauss; ma poi annunciò con

mestizia che quel giorno temeva di non poter fare il bagno: soffiava un

po' d'aria. Già era sempre così: Ramolini capitava al Lido ogni giorno:

ma appena era imbarcato sul vaporetto cominciava ad esprimere dubbi, e

quando poi era giunto sulla terrazza, non trovava mai che la temperatura

fosse abbastanza buona, e il tempo abbastanza sicuro, per arrischiare di

tuffarsi nell'acqua.

— Chi lo piglia il raffreddore, se lo tiene! — rispondeva

invariabilmente a chi giudicasse esagerata quella prudenza.

Quando la contessa Navaredo lasciò Eriprando per andare a fare il bagno,

Gegio cominciò subito a sentirsi male alla gola, cosicchè l'altro, per

vedere di guarirlo, si determinò a fargli portare un gelato. S'erano

seduti tutti e due vicino al parapetto, ma Ariberti, ad ammirare il

mare, aspettava che vi si fosse tuffata l'Elisa; intanto approfittò di

quel momento di quiete per fare un po' di conti. Il bilancio lo atterrì;

in cassa non gli rimanevano più altro che _dugentoquindici lire;_ e

ancora all'albergo c'era tutto da pagare!... Non riusciva a capacitarsi,

come mai il denaro scappasse via così presto. Perbacco! _Dugentoquindici

lire!_ Ma già era un continuo spendere: e gondola, e bagno, e pranzo, e

guanti, e _tramway_, e caffè, e _traghetti_.... A volerla fare da

signore, proprio davvero, anche trecento lire sarebbero state poche!...

Continuando di quel passo, in una settimana, se non toccava il verde, ci

andava molto vicino. E pensare che lui lo sentiva in sè di non essere

proprio nato per fare il pitocco!... Ma!... e al mondo c'erano dei

bottegai, dei fruttivendoli, dei fabbricanti di _piroconofobi_ per le

zanzare, che accumulavano milioni.... mentre lui.... l'ultimo degli

Ariberti, non avrebbe ottenuto alla banca, sulla sua firma, un cento

lire!... Ma!... _Il progresso!_ Bel progresso, davvero!... Ah! se invece

d'essere l'Eriprando _nono o decimo_ della casa, ne fosse il _quinto_ o

il _sesto_ solamente, avrebbe saputo lui come farlo correre il

_progresso_ a gambe levate!...

Intanto che pensava a tutto ciò, avvilito e colla testa bassa, gli toccò

un altro dispiacere: i suoi calzoni in fondo erano così smangiati, che

sfilavano in diversi punti.... Ci fosse stata la mamma! glieli avrebbe

saputi rammendare così bene da parere nuovi. Ma alla locanda?... Oh, sì;

bravi davvero!... Alla locanda, la rompono la roba, invece di

aggiustarla!... Figurarsi, i suoi guanti che aveva dati da accomodare,

li avevano cuciti col cotone!... — Povera mamma! bisognerà che mi

ricordi un giorno o l'altro di scriverle una cartolina. Già, se l'ultimo

giorno che sto a Venezia, pagato il conto dell'albergo e messi da parte

i denari del viaggio, mi resta un avanzo di sei lire, le compero la

spilla!

Era una magnifica spilla di _venterina_, con una gondola in mosaico nel

mezzo, che Prandino aveva veduta in mostra da un chincagliere, sul

_ponte dei Beretteri_: non valeva più di sei lire, ma faceva figura per

venti.

— Oh, Conte illustrissimo! prendi il fresco?

Era Badoero che, abbandonato dalla Principessa, arrivava sulla terrazza

in cerca dell'Emma.

— _Ciao_, Badoero.

— _Ciao simpaticone!_ Dirò anch'io col poeta: Beati coloro che veder si

ponno!

— Perchè?

— Perchè ti sei fatto invisibile!

— Anche oggi ero sul vaporetto delle tre, colla contessa Navaredo e

colla contessina D'Abalà.

— Lo dici davvero?... E dire che io ho guardato appunto se ti vedevo,

perchè volevo presentarti alla Principessa.

— Grazie.... al caso.... se si presentasse di nuovo l'occasione, mi

farai un favore.

— Eriprando, ho fame! — piagnucolò Gegio, il quale, furbo, capì subito

che alla presenza di Badoero, quell'altro non gli avrebbe rifiutato una

ciambella.

— Fra un'ora pranzerai. Accontentati del gelato.

— Ho fame!... Non voglio aspettare un'ora.

— E che, diavolo! fa portare una pasta! — disse Badoero a Prandino.

— Dopo non mangia più a pranzo.

— E che importa? Fai troppo il tiranno! _Garçon!_ porta la cesta.

Gegio si acquetò subito, e quando ebbe la cesta davanti, toccò tutte le

paste, per arrivare a scegliersi la più grande.

— Hai fatto il bagno?... — tornò a domandare Badoero.

— No.

— Non lo fai?

— Forse più tardi.

— Dopo ti lasci vedere?

— Sì, dove vuoi che ci troviamo?

— Ci troveremo, ci troveremo... aspetta un po'... ci troveremo... ma,

adesso che ci penso, dopo il bagno ho un impegno colla Principessa. È

meglio fissare per domani. È una gran seccatura quella Principessa, che

Dio la conservi!... Oh diavolo! Ecco l'Emma che m'ha riconosciuto e mi

fa cenno di scendere in mare con lei.... questo mi secca! oggi non

posso; oggi non ho tempo da perdere!

Eriprando, da qualche momento non gli badava più: cominciava ad essere

distratto. La Contessa nell'acqua nuotava verso i pali e il Maggiore

_faceva il morto_ nelle vicinanze.

— Ciao, Ariberti! — esclamò il Badoero, dopo aver fatto dei segni

all'Emma colle mani per aria.

— _Ciao_.

— A proposito, ricordati che un giorno dobbiamo pranzare insieme.

— Grazie, quando vuoi.

— No, no, il giorno lo fisserai tu, caro il mio _Prefetto!_ — e Badoero

si mise a ridere con malizia.

Ariberti lo guardava fisso, senza capir nulla.

— Sai, qui, appena vedono una persona, subito gli affibbiano un

soprannome. Ma senza malignità, così, tanto per ridere.

— Oh bella, e a me hanno dato il soprannome di _Prefetto?_

— Sicuro; siccome ti vedono sempre in abito nero, così ti chiamano il

_prefetto di Malamocco!_

Prandino rise ancora, però adesso con un po' meno di piacere. _Prefetto_

sarebbe bastato, senza quell'aggiunta di _Malamocco!_

Nel frattempo giù nell'acqua si videro anche Potapow e Jamagata a far

bella mostra delle loro forme: Potapow, più prudente, non si allontanava

dalla corda, ma Jamagata s'era spinto fuori e aveva anche tentato dì

unirsi col Maggiore, nella sua gita acquatica; ma il Del Mantico fece

l'indiano, col giapponese, e tirò dritto per conto suo, avvicinandosi

sempre più al compartimento delle signore.

Prandino sulla terrazza guardava fisso, attento a ogni cosa e diventava

verde; l'Elisa, tranquillamente, dopo essersi fermata qua e là ad

accomodarsi il cappello e a serrarsi la veste sul collo, si lasciò

andare ed uscì al largo, fuori dei pali; e il Maggiore le tenne

dietro.... ma non era buono di raggiungerla.

— Contessa!... Contessa!...

— È lei, Maggiore? — L'Elisa, come al solito, nuotava di fianco; però

meno del giorno prima perchè l'acqua era più morbida e non lasciava

distinguere bene altro che il biancastro dei piedi e delle braccia.

— L'acqua oggi è buona, — cominciò il Maggiore, che faceva fatica a

seguire la Contessa.

— È anche troppo calda!

— La prego.... Vada un po' più adagio.... Contessa! Così io non posso

tenerle dietro.

— Non voglio che mi tenga dietro.... Lei ha risoluto di compromettermi

ad ogni costo!

— Se ha tanta paura di compromettersi allora dovrei credere ch'è proprio

vero quanto m'ha narrato la Contessa.

— Non so che cosa mia figlia le abbia detto; io la prego soltanto di

ritornare indietro.

— E se non volessi ubbidirle?

— Ho da fare, spero, con un gentiluomo.

— Ma la Cecilia mi assicurò in fine.... che lei non aveva detto ancora

l'ultima parola.

L'Elisa s'era messa a nuotare un po' più lentamente, socchiudendo gli

occhi ai buffi d'aria umida, che le sfioravano la faccia come una

carezza: il Maggiore le si era avvicinato, e guardava sott'acqua.

— Crede lei che la dica proprio volontieri quella parola?.... Certe

cose, sa, una donna come me, non le dimentica mai.

Il Maggiore guardava il collo dell'Elisa che appariva sotto i riccioli

biondi bagnati, di una bianchezza incantevole: ma non ne vedea più di

due dita: il cappellone colla larga tesa abbassata e la veste scura

serrata alta, lo nascondevano quasi tutto.

— E chi l'obbliga a dirla?

— Mia figlia.... e mio genero. Se sapesse che bocconi mi tocca di mandar

giù, che dispiaceri ho dovuto soffrire per lei!....

— Per me?

— Certo, perchè tanto mia figlia quanto il D'Abalà mi fan capire anche

quello che non hanno il coraggio di dirmi.... Pur troppo non sono stata

sempre padrona di me stessa.... pur troppo.... Ma già lei lo sa

bene!.... Mia figlia e mio genero insomma mi fanno capire che se un

giovane onesto, leale, un gentiluomo, mi offre la sua mano, il suo nome,

io dovrei.... dovrei dimenticare tutto, anche il passato, e accettarla.

A questo punto, l'Elisa, quasi che si sentisse stanca anche lei, si

voltò di contro al Maggiore e provò un momento a _fare il morto_. Ma un

momento solo; che tornò a voltarsi subito, rapidamente, appena vide gli

occhietti del Maggiore luccicare sotto il cappellone.

Questi però le si avvicinò nuotando con orgasmo e:

— Lo ami quel bamboccio? Lo ami proprio? — le domandò commosso e

inquieto.

— Certo; se mi deciderò a diventare sua moglie, dopo, lo amerò

certamente.

L'Elisa, detto ciò, si fermò un momento e si tenne ritta nell'acqua per

accomodarsi, alzando le due braccia, i capelli, che pareva le si

sciogliessero, poi si allungò di nuovo e continuò a nuotare adagio

adagio.

— Ma adesso.... oggi.... lo ami?

— A _lei_.... che cosa importa a _lei_ di saperlo?

— Importa anzi moltissimo.

— Perchè?

— Perchè io sono franco; e ti confesso che un po'.... un po' credeva che

mi fosse passata.... ma alla sola idea.... che.... che tu possa.... che

tu abbia un altro.... insomma.... sento di.... sento che non lo potrò

mai sopportare.

Il Maggiore, fosse l'emozione, fosse la stanchezza, respirava così

affannosamente da non poter tirare più innanzi.

— Sei stanco?.... — gli chiese l'Elisa fermandosi e non facendo che

qualche lento movimento per tenersi a galla.

— Oh! No.... ti pare?.... vengo avanti quanto vuoi.

— Prova ad appoggiarti con una mano sul mio braccio, ma tienti leggero,

sai; — e l'Elisa, gli distese il suo braccio bianco, sodo, rotondo, la

sola bellezza perfetta che ancora le fosse rimasta. Il Maggiore vi si

appoggiò sopra, ma con tutte due le mani e così forte, che per poco non

andarono sott'acqua tutti e due.

Sott'acqua: racconto · 第 15 / 25 题