Quella notte, il conte Eriprando degli Ariberti stentò molto a prender
sonno e, anche dopo, dormì poco e male. Si svegliò che albeggiava
appena, nè potè più riaddormentarsi. In quella cameretta soffocava. Si
alzò, si vestì a malincuore, sospirando nel lavarsi, sospirando
nell'infilare i pantaloni, e annodandosi la cravatta con una stretta
rabbiosa.
Tant'è, per lui era cosa già risoluta: se la contessa lo tradiva col
numero 43, egli non avrebbe più voluto tirarla innanzi.
Che cosa avrebbe fatto? — Uno sproposito avrebbe fatto, ma dopo, almeno,
la sarebbe finita.
Povera mamma Orsolina!... Non ci pensava Prandino, in quel momento.
Uscì dalla _Gondola d'oro_ ch'erano sonate appena le sette, e andò a
passeggiare per un pezzo, così dinoccolato, colla faccia smorta, gli
occhi gonfi e una folla di brutti pensieri che gli girava per la testa.
Soffriva; soffriva davvero. Nel suo cuore esacerbato c'erano due odii,
anzi tre; odiava la Cecilia, odiava il Maggiore, odiava adesso anche
l'Elisa: la Cecilia però sopra ogni altro era il suo tormento più grave;
era giunto anzi quasi a figurarsi l'Elisa come una vittima, forse troppo
debole, di sua figlia, ma tuttavia sempre una vittima, che si
sacrificava per lei. Quando tutto a un tratto (passeggiava allora sotto
le _Procuratie_) sentì chiamarsi per nome da una vociaccia che lo fece
trasalire: era il Maggiore che usciva da _Galli_, il parrucchiere.
Prandino si volse e tornò indietro qualche passo per venire incontro a
Del Mantico. Ebbe il coraggio di stendergli la mano, si sforzò di far la
bocca ridente; ma lì, su due piedi, non fu buono di dire una parola: la
voce gli si strozzava nella gola.
— Come mai la si vede in piedi così per tempo, caro Conte?
— È il caldo!
— Col caldo, difatti, si dorme male.
— Ma.... anche lei, signor Marchese, è molto.... è molto _mattutino_!
L'Ariberti avrebbe voluto dire _mattiniero_. Ma bisogna compatirlo; era
l'emozione che gli faceva pigliare dei granchi.
— Io sono solito ad alzarmi presto. A Treviso sono in quartiere prima
delle cinque, estate e inverno.
— Per bacco!
Il Maggiore si mostrava cortese, affabilissimo con Prandino; ma questi
certo sarebbe stato più contento se lo avesse trovato burbero e musone,
com'era stato il giorno prima al Lido. Bisognava proprio che i suoi
affari gli andassero bene, per essere così di buon umore.
— E oggi, — domandò poi, improvvisamente, prendendosi l'Ariberti a
braccetto, — che cosa ne faremo oggi delle _nostre_ signore!
Nostre? Adagio Biagio! — pensava Prandino. — A te lascerò la Cecilia e,
se vuoi, anche Gegio per giunta.
— Che cosa ne faremo?
— Mah! Bisognerà sentire la contessa Navaredo e la contessina D'Abalà! —
rispose Ariberti, con aria diplomatica.
— Già, m'immagino che vorranno ritornare al Lido?
— Sicuro: sono venute a Venezia per i bagni.
— E ci fermeremo là anche oggi, a pranzo?
Ma dunque non parte più! — pensò Prandino, e non ebbe lena di rispondere
nulla.
— Si mangia così male, al Lido! — continuò il Del Mantico.
— Oh! il mangiare... è l'ultima cosa! — esclamò l'altro, sospirando
profondamente.
— Certo; quando però non si abbia appetito! E anche oggi ci dovremo
digerire la compagnia di Potapow e del Giapponese?
— Lo temo.
— Mi sono cordialmente antipatici tutti e due!
— Anche a me!
Questa volta, forse fu la prima e rimase forse anche l'ultima, il conte
degli Ariberti e il marchese Del Mantico andavano sinceramente
d'accordo.
— Oh! To! to! Guarda chi si vede, a quest'ora! La contessa Elisa!
Prandino si sentì battere il cuore con violenza, e diventò rosso come un
gambero.
La contessa Elisa, elegante, profumata, col suo velo caffè attorno alla
faccia, si avvicinava, sorridendo, inchinandosi scherzosamente; non
molto però, chè si poteva muovere appena, tanto s'era stretta
nell'abito, per parere meno grassa.
All'Ariberti, quella mattina, l'Elisa parve ancora più bella, ancora più
cara del solito; vedendola appena, sentì in un attimo dileguare l'odio e
ritornare tutto l'amore.
Ella gli sorrise graziosamente, e lui provò un grande bisogno di
trovarsi solo con lei, per parlarle col cuore in mano, colle lagrime
agli occhi, per iscongiurarla di non amare il Maggiore, chè l'avrebbe
reso infelice, per contarle che aveva passata una notte d'inferno e che
aveva voluto morire, per dirle, insomma, che le voleva bene e che le
perdonava!...
— Sola, Contessa?
— Affatto sola, Maggiore!
— Come mai?...
— Sono scappata via! — e così dicendo fece una mossetta co' fianchi,
come di fanciulla che fosse fuggita di collegio.
— Ma, e la contessina Cecilia, dov'è?
— Via, via, Maggiore, non pensi male. Non ho nessuna idea di ribellione.
Eccola là, la mia guardiana! — e, alzando l'ombrellino, indicò fuori
dalle colonne la D'Abalà, rossa, scalmanata, in quello stato! che
inseguiva Gegio gridando forte, mentre il monello le scappava dinanzi in
mezzo alla piazza, per correr dietro ai colombi.
Per quanto tentasse tutti i modi e cercasse tutti i pretesti, il conte
degli Ariberti non potè restare solo colla contessa Navaredo altro che
al Lido, alla sfuggita, sulla terrazza. La Cecilia si era allontanata
per far preparare il camerino alla mamma, e il Maggiore era andato nel
suo a spogliarsi. Ma però, anche allora, messo tutto in orgasmo, forse
per averlo aspettato e desiderato troppo quel colloquio da solo a sola,
non trovò nè modo, nè agio di dirle nulla. Solamente le domandò, come
una grazia, che non uscisse al largo a nuotare: sarebbe stato troppo
infelice, se avesse veduto il Maggiore tenerle dietro.
Bisogna sapere che al conte degli Ariberti non era concesso quel giorno
di fare il bagno, per quanto ne potesse aver desiderio; chè gli era
stato proibito dalla D'Abalà, la quale gli aveva imposto di tener
d'occhio Gegio fino a tanto che ella rimanea colla mamma per aiutarla a
spogliarsi e a vestirsi.
L'Elisa, dopo che Prandino le ebbe chiesta grazia, non gli rispose ne
sì, nè no; ma gli sorrise in un modo che il fanciullone interpretò come
assenso.
— Dunque sì?... me lo giuri?...
L'Elisa cominciò a guardarlo, ma si fe' seria e cominciò a sospirare.
— Perchè ti sei fatta così triste?
— Nulla, sai, non ho nulla: non mi sento a modo mio. Ma il bagno mi farà
bene, servirà a scuotermi un po'!
— Devo parlarti. Ricordati che dopo il bagno ti aspetto fuori: verso la
_Favorita_. Voglio restar solo con te.
— Vedrò se mi sarà possibile....
— No, se sarà.... deve essere possibile, perchè lo voglio.
— Ah! bambino mio! Se si potesse far sempre quello che si vuole, che
paradiso sarebbe! — E l'Elisa sospirò di nuovo. Poi, come abbandonandosi
a un'improvvisa risoluzione — addio, — gli disse, — vado a spogliarmi.
— Ti accompagno....
— No.... resta sulla terrazza.... è meglio evitare i commenti.
— Buon bagno, Contessa! — esclamò Prandino, salutandola ad alta voce.
— _Au plaisir de vous revoir_, caro Conte! — rispose l'Elisa con un tono
che attirò l'attenzione dei vicini, e poi lentamente si avviò verso il
compartimento delle signore.
Anche quel giorno la contessa Navaredo era stata molto affettuosa col
conte Eriprando; ma però, in fondo alle sue moine c'era qualche cosa di
triste che avrebbe dovuto mettere Prandino in sull'avviso. Col Maggiore,
invece, l'Elisa non parlò quasi mai: tuttavia era affatto sparita dal
suo sorriso ogni tinta ironica e ogni apparenza di sfida.
Adesso lo sfuggiva cogli occhi e li abbassava subito appena il Maggiore
si metteva a fissarla coll'occhialino: voleva mostrarsi timida con una
soggezione non priva di verecondia, quantunque, così striminzita com'era
entro l'abito, non si potesse abbandonare ai molli e ai languidi
atteggiamenti che le erano abituali.
Durante il tragitto sulla laguna, in vaporetto, si sedettero vicini
mesti e taciturni.
Come già aveva annunciato Badoero il giorno prima, il vaporetto era meno
affollato, le conversazioni tutte più intime o più sommesse; non si
udivano risa, ma si vedevano soltanto sorrisi. Badoero salutò da lontano
le _Contesse di Vicenza_. Era tutto sussiego al fianco della principessa
di Lentz, una vecchia alta, secca, arcigna, vestita di nero, che
salutava appena con un cenno breve del capo, senza dar la mano a nessuno
e rimanendo quasi sempre in piedi, come se là, sul democratico
vaporetto, ci stesse a regnare, a ricevere suppliche e a dispensare
grazie.
L'Elisa la guardava con invidia, la D'Abalà con dispetto, mentre il
conte degli Ariberti allungava il collo per farsi vedere da Badoero,
sperando che lo chiamasse vicino per presentarlo alla Principessa. Ma
Badoero dritto, serio, contegnoso, gongolante in cuor suo d'essere
veduto da tutti vicino alla vecchia dama, non guardava nessuno, nemmeno
la piccola Emma, che faceva il chiasso con alcuni ufficiali
d'artiglieria. Egli dimostrava tutta la gravità nobile e a un tempo
superba d'un ciambellano che si trova alla presenza di Sua Maestà.
Quando salirono sulla coperta Jamagata e Potapow, le Navaredo si
consolarono tutte e due sperando anche loro di mettere su un po' di
corte: l'Elisa salutò con un'occhiata tenerissima il Commendatore, e
madre e figlia — Complimenti!.. Complimenti! — esclamarono ad alta voce,
e la Cecilia si tirò da parte sul cuscino, quello solito collo stemma di
casa, per fare un po' di posto ai nuovi amici; ma Potapow e Jamagata si
degnarono appena di un _bonjour_, _mes dames_, corto e distratto, e poi
filarono via per andare ad inchinarsi _ai piedi del trono_, come disse
il Maggiore, con una frase che fu trovata felicissima dalle Contesse di
Vicenza.
Fortunatamente a rialzare un po' il loro umore, capitò grave e solenne
il cavaliere Ramolini. Aveva il soprabito gettato sul braccio, perchè il
termometro, al sole, segnava 30° Réaumur. Ramolini sorrise stringendosi
nelle spalle, finchè la Cecilia tirava giù delle impertinenze a
proposito di quella _ridicola_ madama Krauss; ma poi annunciò con
mestizia che quel giorno temeva di non poter fare il bagno: soffiava un
po' d'aria. Già era sempre così: Ramolini capitava al Lido ogni giorno:
ma appena era imbarcato sul vaporetto cominciava ad esprimere dubbi, e
quando poi era giunto sulla terrazza, non trovava mai che la temperatura
fosse abbastanza buona, e il tempo abbastanza sicuro, per arrischiare di
tuffarsi nell'acqua.
— Chi lo piglia il raffreddore, se lo tiene! — rispondeva
invariabilmente a chi giudicasse esagerata quella prudenza.
Quando la contessa Navaredo lasciò Eriprando per andare a fare il bagno,
Gegio cominciò subito a sentirsi male alla gola, cosicchè l'altro, per
vedere di guarirlo, si determinò a fargli portare un gelato. S'erano
seduti tutti e due vicino al parapetto, ma Ariberti, ad ammirare il
mare, aspettava che vi si fosse tuffata l'Elisa; intanto approfittò di
quel momento di quiete per fare un po' di conti. Il bilancio lo atterrì;
in cassa non gli rimanevano più altro che _dugentoquindici lire;_ e
ancora all'albergo c'era tutto da pagare!... Non riusciva a capacitarsi,
come mai il denaro scappasse via così presto. Perbacco! _Dugentoquindici
lire!_ Ma già era un continuo spendere: e gondola, e bagno, e pranzo, e
guanti, e _tramway_, e caffè, e _traghetti_.... A volerla fare da
signore, proprio davvero, anche trecento lire sarebbero state poche!...
Continuando di quel passo, in una settimana, se non toccava il verde, ci
andava molto vicino. E pensare che lui lo sentiva in sè di non essere
proprio nato per fare il pitocco!... Ma!... e al mondo c'erano dei
bottegai, dei fruttivendoli, dei fabbricanti di _piroconofobi_ per le
zanzare, che accumulavano milioni.... mentre lui.... l'ultimo degli
Ariberti, non avrebbe ottenuto alla banca, sulla sua firma, un cento
lire!... Ma!... _Il progresso!_ Bel progresso, davvero!... Ah! se invece
d'essere l'Eriprando _nono o decimo_ della casa, ne fosse il _quinto_ o
il _sesto_ solamente, avrebbe saputo lui come farlo correre il
_progresso_ a gambe levate!...
Intanto che pensava a tutto ciò, avvilito e colla testa bassa, gli toccò
un altro dispiacere: i suoi calzoni in fondo erano così smangiati, che
sfilavano in diversi punti.... Ci fosse stata la mamma! glieli avrebbe
saputi rammendare così bene da parere nuovi. Ma alla locanda?... Oh, sì;
bravi davvero!... Alla locanda, la rompono la roba, invece di
aggiustarla!... Figurarsi, i suoi guanti che aveva dati da accomodare,
li avevano cuciti col cotone!... — Povera mamma! bisognerà che mi
ricordi un giorno o l'altro di scriverle una cartolina. Già, se l'ultimo
giorno che sto a Venezia, pagato il conto dell'albergo e messi da parte
i denari del viaggio, mi resta un avanzo di sei lire, le compero la
spilla!
Era una magnifica spilla di _venterina_, con una gondola in mosaico nel
mezzo, che Prandino aveva veduta in mostra da un chincagliere, sul
_ponte dei Beretteri_: non valeva più di sei lire, ma faceva figura per
venti.
— Oh, Conte illustrissimo! prendi il fresco?
Era Badoero che, abbandonato dalla Principessa, arrivava sulla terrazza
in cerca dell'Emma.
— _Ciao_, Badoero.
— _Ciao simpaticone!_ Dirò anch'io col poeta: Beati coloro che veder si
ponno!
— Perchè?
— Perchè ti sei fatto invisibile!
— Anche oggi ero sul vaporetto delle tre, colla contessa Navaredo e
colla contessina D'Abalà.
— Lo dici davvero?... E dire che io ho guardato appunto se ti vedevo,
perchè volevo presentarti alla Principessa.
— Grazie.... al caso.... se si presentasse di nuovo l'occasione, mi
farai un favore.
— Eriprando, ho fame! — piagnucolò Gegio, il quale, furbo, capì subito
che alla presenza di Badoero, quell'altro non gli avrebbe rifiutato una
ciambella.
— Fra un'ora pranzerai. Accontentati del gelato.
— Ho fame!... Non voglio aspettare un'ora.
— E che, diavolo! fa portare una pasta! — disse Badoero a Prandino.
— Dopo non mangia più a pranzo.
— E che importa? Fai troppo il tiranno! _Garçon!_ porta la cesta.
Gegio si acquetò subito, e quando ebbe la cesta davanti, toccò tutte le
paste, per arrivare a scegliersi la più grande.
— Hai fatto il bagno?... — tornò a domandare Badoero.
— No.
— Non lo fai?
— Forse più tardi.
— Dopo ti lasci vedere?
— Sì, dove vuoi che ci troviamo?
— Ci troveremo, ci troveremo... aspetta un po'... ci troveremo... ma,
adesso che ci penso, dopo il bagno ho un impegno colla Principessa. È
meglio fissare per domani. È una gran seccatura quella Principessa, che
Dio la conservi!... Oh diavolo! Ecco l'Emma che m'ha riconosciuto e mi
fa cenno di scendere in mare con lei.... questo mi secca! oggi non
posso; oggi non ho tempo da perdere!
Eriprando, da qualche momento non gli badava più: cominciava ad essere
distratto. La Contessa nell'acqua nuotava verso i pali e il Maggiore
_faceva il morto_ nelle vicinanze.
— Ciao, Ariberti! — esclamò il Badoero, dopo aver fatto dei segni
all'Emma colle mani per aria.
— _Ciao_.
— A proposito, ricordati che un giorno dobbiamo pranzare insieme.
— Grazie, quando vuoi.
— No, no, il giorno lo fisserai tu, caro il mio _Prefetto!_ — e Badoero
si mise a ridere con malizia.
Ariberti lo guardava fisso, senza capir nulla.
— Sai, qui, appena vedono una persona, subito gli affibbiano un
soprannome. Ma senza malignità, così, tanto per ridere.
— Oh bella, e a me hanno dato il soprannome di _Prefetto?_
— Sicuro; siccome ti vedono sempre in abito nero, così ti chiamano il
_prefetto di Malamocco!_
Prandino rise ancora, però adesso con un po' meno di piacere. _Prefetto_
sarebbe bastato, senza quell'aggiunta di _Malamocco!_
Nel frattempo giù nell'acqua si videro anche Potapow e Jamagata a far
bella mostra delle loro forme: Potapow, più prudente, non si allontanava
dalla corda, ma Jamagata s'era spinto fuori e aveva anche tentato dì
unirsi col Maggiore, nella sua gita acquatica; ma il Del Mantico fece
l'indiano, col giapponese, e tirò dritto per conto suo, avvicinandosi
sempre più al compartimento delle signore.
Prandino sulla terrazza guardava fisso, attento a ogni cosa e diventava
verde; l'Elisa, tranquillamente, dopo essersi fermata qua e là ad
accomodarsi il cappello e a serrarsi la veste sul collo, si lasciò
andare ed uscì al largo, fuori dei pali; e il Maggiore le tenne
dietro.... ma non era buono di raggiungerla.
— Contessa!... Contessa!...
— È lei, Maggiore? — L'Elisa, come al solito, nuotava di fianco; però
meno del giorno prima perchè l'acqua era più morbida e non lasciava
distinguere bene altro che il biancastro dei piedi e delle braccia.
— L'acqua oggi è buona, — cominciò il Maggiore, che faceva fatica a
seguire la Contessa.
— È anche troppo calda!
— La prego.... Vada un po' più adagio.... Contessa! Così io non posso
tenerle dietro.
— Non voglio che mi tenga dietro.... Lei ha risoluto di compromettermi
ad ogni costo!
— Se ha tanta paura di compromettersi allora dovrei credere ch'è proprio
vero quanto m'ha narrato la Contessa.
— Non so che cosa mia figlia le abbia detto; io la prego soltanto di
ritornare indietro.
— E se non volessi ubbidirle?
— Ho da fare, spero, con un gentiluomo.
— Ma la Cecilia mi assicurò in fine.... che lei non aveva detto ancora
l'ultima parola.
L'Elisa s'era messa a nuotare un po' più lentamente, socchiudendo gli
occhi ai buffi d'aria umida, che le sfioravano la faccia come una
carezza: il Maggiore le si era avvicinato, e guardava sott'acqua.
— Crede lei che la dica proprio volontieri quella parola?.... Certe
cose, sa, una donna come me, non le dimentica mai.
Il Maggiore guardava il collo dell'Elisa che appariva sotto i riccioli
biondi bagnati, di una bianchezza incantevole: ma non ne vedea più di
due dita: il cappellone colla larga tesa abbassata e la veste scura
serrata alta, lo nascondevano quasi tutto.
— E chi l'obbliga a dirla?
— Mia figlia.... e mio genero. Se sapesse che bocconi mi tocca di mandar
giù, che dispiaceri ho dovuto soffrire per lei!....
— Per me?
— Certo, perchè tanto mia figlia quanto il D'Abalà mi fan capire anche
quello che non hanno il coraggio di dirmi.... Pur troppo non sono stata
sempre padrona di me stessa.... pur troppo.... Ma già lei lo sa
bene!.... Mia figlia e mio genero insomma mi fanno capire che se un
giovane onesto, leale, un gentiluomo, mi offre la sua mano, il suo nome,
io dovrei.... dovrei dimenticare tutto, anche il passato, e accettarla.
A questo punto, l'Elisa, quasi che si sentisse stanca anche lei, si
voltò di contro al Maggiore e provò un momento a _fare il morto_. Ma un
momento solo; che tornò a voltarsi subito, rapidamente, appena vide gli
occhietti del Maggiore luccicare sotto il cappellone.
Questi però le si avvicinò nuotando con orgasmo e:
— Lo ami quel bamboccio? Lo ami proprio? — le domandò commosso e
inquieto.
— Certo; se mi deciderò a diventare sua moglie, dopo, lo amerò
certamente.
L'Elisa, detto ciò, si fermò un momento e si tenne ritta nell'acqua per
accomodarsi, alzando le due braccia, i capelli, che pareva le si
sciogliessero, poi si allungò di nuovo e continuò a nuotare adagio
adagio.
— Ma adesso.... oggi.... lo ami?
— A _lei_.... che cosa importa a _lei_ di saperlo?
— Importa anzi moltissimo.
— Perchè?
— Perchè io sono franco; e ti confesso che un po'.... un po' credeva che
mi fosse passata.... ma alla sola idea.... che.... che tu possa.... che
tu abbia un altro.... insomma.... sento di.... sento che non lo potrò
mai sopportare.
Il Maggiore, fosse l'emozione, fosse la stanchezza, respirava così
affannosamente da non poter tirare più innanzi.
— Sei stanco?.... — gli chiese l'Elisa fermandosi e non facendo che
qualche lento movimento per tenersi a galla.
— Oh! No.... ti pare?.... vengo avanti quanto vuoi.
— Prova ad appoggiarti con una mano sul mio braccio, ma tienti leggero,
sai; — e l'Elisa, gli distese il suo braccio bianco, sodo, rotondo, la
sola bellezza perfetta che ancora le fosse rimasta. Il Maggiore vi si
appoggiò sopra, ma con tutte due le mani e così forte, che per poco non
andarono sott'acqua tutti e due.