— Quando ho veduto che c'era quell'altro, ho fatto tutto il possibile
io, perchè il Del Mantico non ti corresse dietro — diceva la Cecilia,
mentre aiutava la mamma a vestirsi — ma non sono stata buona di
trattenerlo: pareva che avesse addosso l'argento vivo!....
— Meglio così: meglio così!.... Ho sempre veduto che cogli uomini,
quello che non si ottiene coll'amore, si ottiene colla gelosia. Dammi un
po' di _crème_.
— Bianca o rosa?
— Rosa.
— Credi che il Del Mantico questa volta dica davvero?
— Che vuoi? ancora non ci vedo chiaro — continuava l'Elisa, mentre
guardandosi nello specchio si toccava qua e là leggermente, colle dita
intinte nella manteca, le labbra e le narici. — Ancora non ci vedo
chiaro. A volte mi pare di sì, a volte mi pare di no.
— Tuttavia il telegramma di ieri e il fatto di esser capitato oggi a
Venezia così a precipizio....
— Certo che dell'Ariberti è molto geloso!...,
— Vedi un po'?.... È geloso di quello stupido!
— Stupido non tanto, e poi ha un bel nome, e in fin dei conti è anche un
bel ragazzo!....
— Sarà!.... Ad ogni modo è troppo giovine perchè ti sposi.
— Oh! in quanto all'età non vuol dire!
— Ma poi è uno spiantato.
— Questa piuttosto, è una buona ragione.
Mentre l'Elisa terminava d'acconciarsi, la D'Abalà e il conte Potapow
combinarono di fermarsi al Lido a desinare. Di solito, avea detto il
Conte, servivano un pranzo fisso, a tre lire e cinquanta, senza vino,
abbastanza buono. Jamagata, interrogato anche lui in proposito,
consigliò invece di desinare _a la carta_.
Potapow si strinse nelle spalle e non gli rispose nemmeno. Fra loro due
poi successe un battibecco vivacissimo quando si dovette scegliere la
tavola. Potapow ne voleva una vicina alle sale, così erano meglio
riparati: Jamagata invece la preferiva sul mare, perchè se non si doveva
godere della vista del mare, allora era inutile di fermarsi al Lido: e
concluse che chi aveva paura del raffreddore poteva ritornarsene a
Venezia. La Cecilia li lasciò bisticciare senza entrare in mezzo: era
troppo affaccendata a far capire al cameriere che pranzavano in sette,
ma che dovevano apparecchiare per otto, perchè in compagnia c'era un
bambino, che aveva poco più di due anni.
Ma sul più bello, quando tutto pareva ben disposto, eccoti Badoero che
dichiara di non poter prendere parte a quel _picnic_: non lo disse, ma
ne aveva un altro impegnato colla piccola Emma.
Questa notizia inaspettata turbò i calcoli e la quiete della Cecilia e
di Potapow. Per fortuna il Conte si ricordò in tempo del cavaliere
Ramolini, il quale poco prima aveva manifestato il desiderio di pranzare
anche lui al Lido, e domandò subito alla D'Abalà se permetteva che
glielo presentasse, e se la contessa Navaredo, che ormai li aveva
raggiunti, ne sarebbe stata contenta.
— Si figuri, si figuri; vada subito a cercarlo: contenta la mamma,
contenta io, contenti tutti!
Potapow andò correndo in cerca del Cavaliere.
— Contento io, oh, no: _rien du tout_ — disse piano Jamagata alla
Contessa. — Oh! per trovarmi io contento vorrei essere senza nessuno con
voi, _précisément_; come dite in italiano?.... senza _nessunissimo?_....
L'Elisa, sorridendo, insegnò a Jamagata che in italiano si poteva dire
_soli_, _solissimi_, _affatto soli_, mentre Prandino entrava sulla
terrazza da una parte e il Maggiore vi entrava dall'altra: quello,
livido, cogli occhi rossi e un muso al doppio del naturale; il Maggiore,
invece, colla cera soddisfatta e l'occhialino in cerca dell'Elisa,
asciugandosi i capelli corti, brizzolati, con la pezzuola bianca.
Dopo la presentazione del Maggiore a Jamagata, la contessa Navaredo
contò che il bagnaiuolo cercava di farle il galante e che nell'acqua le
stava sempre vicino e che voleva a tutti i costi insegnarle a nuotare,
quantunque lei non ne avesse bisogno.
Di solito, queste narrazioni, fatte apposta dall'Elisa per istuzzicare
un po' l'amor proprio dei suoi adoratori, indispettivano fortemente
Prandino; ma in quel momento egli aveva già troppa infelicità nel cuore,
perchè una gocciola più una gocciola meno lo potesse far traboccare.
Invece, cominciò a sentirsi un po' meglio quando la comitiva si mise a
tavola e la contessa Elisa volle lui alla sinistra, mentre alla destra
c'era già seduto Jamagata. Allora toccò al Maggiore d'impermalirsi:
difatti, egli si cacciò in fondo, lontano dagli altri, finchè Gegio, per
consolarlo, gli camminò prima sui piedi e dopo gli saltò sulle
ginocchia.
— Perchè è andato a sedersi così in disparte, Maggiore? — gli chiese la
Cecilia.
— Il bagno forse le ha fatto male? — gli domandò a sua volta l'Elisa,
con una punta d'ironia.
— Ho fame — rispose il Maggiore secco secco, per dire qualche cosa.
Prandino, vedendo il Maggiore così annuvolato, si rischiarava sempre
più.
— Verrò io, Maggiore, a tenerle compagnia! — esclamò la Cecilia; e, così
dicendo, si alzò di dov'era e andò a sederglisi accanto.
Intanto, dalla porta di mezzo, si vide entrare e avanzarsi Potapow,
seguito da un signore dall'aspetto grave, rispettabile, tutto chiuso,
abbottonato fin sotto al mento in un lungo soprabito di _mezza
stagione_.
Questo signore era il cavaliere Ramolini, il quale, dopo i complimenti,
le proteste e i ringraziamenti d'uso, fu messo a sedere anche lui di
fianco alla D'Abalà.
— Domando scusa alle signore, ma vorrei mi permettessero di rimanere
coperto: questa brezza per me è micidiale.
— Faccia, faccia pure.
— S'accomodi liberamente.
— _Sans façons_.
— _Couvrez-vous monsieur!_ — e Potapow con una mano gli alzò il braccio,
perchè non esitasse più a lungo a rimettersi in testa la tuba grigia.
— In riva al mare tira sempre un po' d'aria, — disse, dopo la zuppa, il
cavaliere Ramolini, il quale parlava poco, ma in compenso, di tanto in
tanto, usciva con delle scoperte che facevano molta impressione.
Il pranzo fu abbastanza animato: se Jamagata trovava tutto cattivo,
Potapow, viceversa, affermava che tutto era eccellente, e la Cecilia
mangiava anche per il Maggiore, che si faceva sempre più ammusato a mano
a mano che Prandino diventava persino spiritoso, tutto consolato dalle
tenere amabilità che gli prodigava l'Elisa.
Gegio non seccava nessuno perchè dormiva: la lezione di nuoto lo aveva
infiacchito. E poi, una volta sola che osò dire alla Cecilia,
indicandole Jamagata: “Guarda, mamma, com'è rimasto giallo anche dopo il
bagno!„, si prese un altro pizzicotto sull'orecchio, così forte, che non
fiatò più per un pezzo, finchè terminò coll'addormentarsi.
Alle frutta, Jamagata volle che la Contessa lasciasse a mezzo una pesca
duraccina, per ammirare la bella vista.
Il mare aveva preso adesso, coi riflessi del tramonto, una tinta verde
chiara con delle strisce rossicce e violacee, mentre lontano
sull'orizzonte apparivano le vele a triangolo di tre paranze,
sfacciatamente colorite d'un giallo dorato.
— Ah, se ci fosse mio marito!.... Come sarebbe contento! — esclamò la
Cecilia, estatica.
— La contessa d'Abalà non è mai stata a Dieppe? — le domandò Ramolini.
— No.
— Oh!.... — fece il Cavaliere con un sorriso di compassione, e poi
strinse le labbra come per indicare che là ci dovea essere del bello
assai.
— Che vuole? — soggiunse la Cecilia, quasi scusandosi — i figli!.... — e
cambiò di posto colla seggiola, perchè a un tavolo lì vicino c'era un
signore che fumava spagnolette.
— Già, già, — concluse Ramolini.
Ramolini non diceva mai uno sproposito: parlava poco, ma quel poco era
per dire che il sole di luglio è caldo, che l'aria di gennaio è fredda e
che un _risotto coi peoci_ leva l'appetito: tutte verità sacrosante.
Quando egli era costretto a esprimere il suo _debole parere_ sulla tal
persona o sulla tal'altra, non diceva una parola, ma aveva certi sorrisi
che rovinavano una riputazione, certi atti ammirativi che mettevano un
uomo sul piedistallo. Senza avere mai scritta una riga e avendone lette
pochine, nulladimeno pizzicava un tantino di letterato: si faceva vedere
al caffè col _Provveditore agli studii_; ogni giorno dava una capata in
biblioteca, e s'era fatto presentare a Carducci; ma anche in
letteratura, come nel resto, aveva un metodo di critica sicuro:
parlavano, per esempio, di Torelli o di Paolo Ferrari? egli si metteva a
sorridere e pronunciava un nome: — Augier! — C'era discussione sulla
_Giacinta_ o sui _Malavoglia?_ e lui, dopo d'essere stato sempre zitto,
tornava a sorridere ed esclamava con un sospiro: — Zola! Oh, _les
Rougon-Macquart!_ — Dopo di aver osservato attentamente per un quarto
d'ora, sull'_Illustrazione_, la copia di un quadro della scuola italiana
moderna, si stringeva nelle spalle, e: — Jèrome — esclamava — Oh,
Jèrome!.... — e buttava la rivista sul tavolino con un moto di
dispetto.... Anche Carducci, sicuro, quantunque Ramolini lo conoscesse
personalmente, anche Carducci impallidiva dinanzi ai poeti della
Francia, perchè, già è inutile, ma per la Francia il Cavaliere ci aveva
un debole.
Qui da noi, in Italia, dove tutti facciamo un po' di tutto, il poeta, il
droghiere, il ministro, il pittore, il sotto-prefetto e il lustrascarpe,
Ramolini, che non aveva mai fatto nulla, per non esser buono a far
nulla, rappresentava una lodevole eccezione, e godeva molto credito.
Andavano tutti d'accordo nel riconoscere il suo ingegno, nel vantare la
sua coltura. Quando era un giovinotto: — Ramolini, dicevano, è un po'
inerte, ma il giorno che si metterà a lavorare, farà delle grandi cose.
— Adesso aveva cinquant'anni, era cavaliere come gli altri, ma ancora
non aveva _estrinsecate_ le proprie facoltà intellettuali che sotto una
sola forma: la _dimissione_. Ramolini si dimetteva sempre, appena
nell'ufficio pubblico, al quale era stato eletto, avrebbe dovuto
cominciare a far qualche cosa. — Che importa ciò? — diceva il buon
pubblico — Ramolini non sarà un ingegno _produttivo_, ma resta sempre un
bell'ingegno e _solido!_ — e molte volte interpretava quelle sue
dimissioni come piccoli colpi di Stato.
A dir corto, dacchè era venuto al mondo, egli non faceva che tacere e
curar la salute; la curava male, però che esagerando nelle cautele e
abusando dei lenitivi, era sempre mezzo indisposto.
Quando servirono il caffè, si levarono tutti da tavola e si avvicinarono
al parapetto della terrazza, tranne Gegio che fu lasciato solo a
dormire.
— Bada, mamma, che il troppo stroppia! — disse la Cecilia piano
all'Elisa, indicandole il Maggiore che aveva chiesto al cameriere
l'_orario_ delle ferrovie.
— Lascia stare, che ne so più di te!
L'Elisa prese il braccio di Prandino, ch'era tanto fuori di sè dalla
consolazione da lasciarsi andare fino a parlar francese con Jamagata e
con Potapow, e si fece condurre nella sala in fondo alla terrazza dove
c'era un _maestro_ che suonava disperatamente il pianoforte.
— Mi vuoi bene? — le domandò Prandino pieno di buona fede.
— Sei molto seccante!.... In tutto il giorno non hai proprio altro da
dire!
Elisa non si fermò punto nella sala, ma ritornò subito dov'era il
rimanente della comitiva.
Là stavano tutti persuadendo il Maggiore a fermarsi per il _fresco_:
c'era la serenata di gala sul _Canal Grande_.
Il Maggiore s'impuntava duro sul no, ma tutti quei discorsi inquietavano
Prandino, al quale battea forte il cuore per la paura che il Del
Mantico, dopo tante chiacchiere, finisse col cedere e col dire di sì.
— Animo, da bravo, bisogna essere compiacente colle signore! —
continuava quella petulante della Cecilia, mettendosi in saccoccia pezzi
di zucchero, per Gegio — diceva lei! — Invece di stasera non potrebbe
partire domani colla prima corsa?
— Ma lascialo andare, Cecilia, non insistere così, non seccar la gente.
Il Maggiore, si sa bene, non è libero: avrà qualche _affare di servizio_
che lo obbligherà assolutamente a passare le sue notti a Treviso!....
dunque.... non dobbiamo essere indiscreti! — e detto tutto ciò con
vivacità, Elisa sorrise molto ironicamente.
— Oh! per gli _affari di servizio_ — rispose il Maggiore senza guardare
in faccia l'Elisa — tanto sono in licenza e posso fare quello che più mi
accomoda.
— Allora si resta! — replicò subito la Cecilia.
Il Maggiore non rispose nulla: Prandino si sentì mancare il fiato.
— Lei, Maggiore, se vuol dire la verità, ha qualche cosa per la testa.
Andiamo andiamo, mi dia braccio e si confidi con me. Chissà che non
siano cose che non si possano aggiustare!.... Che ne dice, Cavaliere?
— Mah! A una cosa sola non c'è rimedio: alla morte.
Jamagata a queste parole guardò l'Elisa sospirando profondamente:
Potapow si mise a ridere.
Il Del Mantico si alzò, offerse il braccio alla Contessina e camminarono
lentamente in su e in giù lungo la terrazza.
Prandino li seguiva colla coda dell'occhio, inquieto, perchè vedeva il
Maggiore che gestiva con molta animazione.
— Troverei inutile, — disse poi all'Elisa, un po' titubante, ma
facendosi coraggio per tastare il terreno — troverei inutile che la
Contessina dovesse insistere perchè il Maggiore si fermasse alla
serenata: tant'è, in una gondola non ci possiamo star tutti, e però
bisognerebbe dividerci.
La Contessa, che adesso pareva molto distratta, non rispose nulla, ma
Jamagata e Potapow si scusarono di non poter andare con lei al _fresco_
avendo già ricevuto un invito dalla principessa di Lentz.
Il giovinotto si faceva sempre più inquieto: i discorsi della D'Abalà
con il Del Mantico non finivano mai, ed egli non ne potea proprio più;
tuttavia quando essa gli si avvicinò e gli disse piano di fare i conti
anche per sua madre e per lei, Prandino non osò fiatare e correva già al
banco.
— Conte Eriprando!.... Scusi!... Senta un momento!....
Prandino le tornò vicino, tutto umile e premuroso.
— Si ricordi bene che Gegio non paga! Non mi faccia i soliti pasticci,
le solite confusioni!....
Mentre Prandino regolava i conti, e in quel mentre, numerando i suoi
capitali, si trovava mancante di sette lire, senza che sapesse come e
dove le avea gettate, le nostre dame, seguite dai rispettivi cavalieri,
uscirono dallo _stabilimento_ per aspettare il _tramway_. Prandino però
li raggiunse subito, tutto in orgasmo, temendo di perdere il posto
buono; quello, si sa, vicino all'Elisa. L'Elisa infatti, che s'era
tenuto Gegio con sè, lo mandò da sua madre; così Prandino potè sedersi
al suo fianco, tutto glorioso e trionfante. Se non avesse avuto due
spine, le sette lire che non riusciva a trovare come le avesse spese e
la faccia del maggiore Del Mantico che, dopo le chiacchiere colla
Cecilia, parea meno scura, egli sarebbe stato felice. E non felice
solamente in _tramway_, ma anche dopo, sul vaporetto, ritornando a
Venezia.
L'Elisa se lo teneva vicino e gli sorrideva, accarezzandolo con lunghe
occhiate: si era tolta il velo perchè la brezza viva della laguna glielo
portava via, e così nell'ombra il suo volto pallido, bianco, non ci
perdeva nulla neanche scoperto.
— Fa freddo! — esclamò Ramolini, appena il vaporetto si staccò dalla
riva, cacciandosi la tuba sulle orecchie e stringendosi attorno il
soprabito.
Jamagata disse di no, che non faceva freddo: Potapow allora si abbottonò
l'abito in fretta e si legò un fazzoletto attorno il collo per ripararsi
la gola.
Il cielo, di una trasparenza leggerissima verso il mare, dall'altra
parte, sopra Venezia, era sparso, attraversato da nuvolacci neri,
minacciosi, rotti giù basso, dietro ai monti, da una fascia rossa di
fuoco. Intanto
“a poco a poco.... la notte era discesa„
e mentre le isolette della laguna qua e là fra le ombre apparivano
scure, silenziose come fantasmi, Venezia gaia, rilucente, splendeva nel
fondo, colla sua lunga riva illuminata.
— Ci sarebbe pericolo, Cavaliere, che ci piova sopra al _fresco_ di
stasera?
— Mah! — rispose Ramolini guardando per aria. — Mah!....
— _Oh! madame la comtesse!.... Oh! la belle vue!_.... — esclamò
Jamagata, rapito in estasi, mentre indicava Venezia all'Elisa.
Tutti s'erano levati in piedi, rivolti verso Venezia, esprimendo ognuno
alla sua maniera, tranne, s'intende, il cavaliere Ramolini, la propria
ammirazione.
— Finalmente! — esclamò Prandino, tutto a un tratto, mentre il
vaporetto, facendo il giro della laguna, per fermarsi allo sbarco,
passava lento dinanzi alla piazzetta illuminata — finalmente! adesso mi
ricordo!
— Che cosa, Conte? — gli domandò piano l'Elisa.
— Nulla, nulla, — fece l'altro, rimettendosi.
S'era ricordato allora come aveva spese le sette lire; e però, liberato
da quel peso, potè commoversi anche lui dinanzi alle meraviglie della
riva incantata.
Appena discesi a terra, cominciarono i saluti, i ringraziamenti e le
espressioni del piacere reciproco per la fatta conoscenza.
— E il Badoero? — domandò Prandino — non s'è più visto?
Il Badoero era rimasto a teatro, al Lido. Tutti notarono allora ch'egli
si era dileguato in una maniera poco cortese.
— Almeno si fosse degnato di salutarci! — brontolò la Cecilia.
Prandino tentò difenderlo, ma le sue parole furono accolte dalla
disapprovazione generale.
— Gioventù, — disse Ramolini, sorridendo con uno di quei sorrisi che
levavano la pelle.
Il Cavaliere aveva accettato di seguire il _fresco_ anche lui, in
gondola colle signore. Soli Potapow e Jamagata abbandonarono la
comitiva, e tutti e due, per punizione, dovettero ricevere un bacio da
Gegio, che aveva la faccia tutta sudicia e ancora assonnata.
Prima però di allontanarsi, Jamagata, stringendo la mano all'Elisa, le
confidò che si sentiva molto _malheureux_, per doverla lasciare, e
Potapow regalò un ultimo buon consiglio alla Cecilia: di offrire ai
gondolieri la metà di quello che avrebbero domandato di noleggio per la
sera.
Difatti, questo gran contratto non fu concluso tanto presto. Il conte
Ariberti dovette andare innanzi e indietro almeno una mezza dozzina di
volte; finalmente si combinò per sei lire, non compresa la mancia.
— È caro, non è vero? — domandò la Cecilia al Ramolini.
— Sì.... e no.
Quando l'Elisa fu seduta sul _trasto_ colla figlia, vedendo che il
Maggiore si disponeva a imbarcarsi:
— Come! Non parte più Del Mantico? — gli domandò, sempre sorridendo con
ironia: ma però, questa volta, con un'ironia molto più dolce.
— Partirò colla corsa delle undici! — e il Maggiore guardò la Cecilia,
che sorrise anche lei.
— Per le undici, sa, Maggiore, non saremo a terra di sicuro, — avvertì
Prandino, che sperava ancora.
— Ebbene, vuol dire che non partirò.
Questa risposta fu detta con un tono così asciutto che Prandino non
fiatò più; invece, senza far complimenti, scese in gondola prima del
Maggiore e andò a sedersi sulla panchettina accanto all'Elisa. Ma un
gondoliere lo fece subito alzare e gli cambiò posto, per regolare il
peso della gondola e destinò proprio il Del Mantico a seder vicino
all'Elisa.
Le cose tornavano a prendere una cattiva piega per il povero
Prandino!....
Appena che la gondola si mosse, la Cecilia, vedendo che ci sarebbe stato
un posto disponibile perchè Gegio poteva mettersi benissimo fra le
ginocchia dell'Ariberti, ripigliò una seconda sfuriata contro il
Badoero. Se c'era Badoero, è naturale, avrebbe pagata anche lui la sua
parte e la spesa sarebbe stata minore. E poi la Cecilia, che non vedea
Prandino di buon occhio, si godeva tormentandolo anche a proposito di
quel suo cugino ch'egli aveva dipinto e magnificato come se fosse un
Baiardo redivivo.
L'Elisa, invece, taceva sempre: aveva troppa dignità di sè stessa per
curarsi lei di chi si mostrava poco sollecito delle sue grazie.
— E tutto questo, per chi poi?.... per una _figurante_ di
terz'ordine!....
— Mamma, che cosa sono le _figuranti_? — domandò Gegio.
Prandino taceva, tutto avvilito e mortificato.
— Dormi adesso; non seccare! Ancora — continuò la Cecilia — ancora
capirei se si fosse impegnato, come il Commendatore e il conte Potapow
colla principessa di Lentz!....
A questo nome il Ramolini sorrise col suo ghigno demolitore.
— Come?.... Non è forse vero che il Conte e Jamagata avevano ricevuto un
invito per questa sera dalla Principessa?....
Ramolini chinò il capo affermativamente.
— Dunque?
— L'ultima principessa di Lentz è morta a Vienna nel 1869.
— Ma allora, questa qui di Venezia?....
— Questa signora che si lascia dare della principessa a tutto pasto è la
vedova del capitano Krauss: l'aiutante o il segretario, che so io, di un
principe di Lentz qualunque, il qual principe, morto senza figli,
riconobbe appunto per suo erede il capitano Krauss, che oltre alla roba
si prese, abusivamente, anche il nome ed il titolo.
— Oh, guarda un po'!....
— Non è dunque vero che suo padre abbia regnato? — domandò Prandino col
tono dolente di chi vede dileguarsi una gran bella illusione.
— Mah! vattel'a pesca!.... Secondo chi sarà stato suo padre.
— E allora perchè Badoero e tutti gli altri la chiamano principessa?..
continuò la Cecilia con dispetto.
— Perchè qui a Venezia ci trovano gusto. A Parigi, invece, madama Krauss
ha fatto di tutto pur di piantarvi radice, ma non vi ha mai potuto
attecchire. Mah!.... la _società_ parigina!.... _le faubourg
Saint-Germain!_....
— Prima d'entrarci là dentro!.... — fece l'Ariberti sgranando gli occhi,
che proprio gli pareva d'esservi nato.
— Ci vuol altro!.... — continuò il Ramolini. — I francesi non somigliano
punto ai nostri giovinotti che corrono attorno ai forestieri come i
servitori di piazza, e tanto più si affannano quanto più ci vengono da
lontano. A Parigi?.... Che!.... Bisogna vedere!.... Ma già, Parigi.... è
la capitale della Francia!....
— C'è stato molto tempo a Parigi, Cavaliere? — gli domandò l'Elisa.
— No. Non ci sono mai stato. Però faccio conto d'andarci.... prima di
morire.
La gondola, mentre si facevano tutte queste chiacchiere, s'era
internata, sempre in mezzo al buio, passando da un rio in un altro,
finchè, dopo un lungo tragitto, si trovò quasi all'improvviso nel _Canal
Grande_, vicino al _Ponte di Rialto_.
— Ah! — esclamarono allora tutti quei della gondola e, da sdraiati, si
rizzarono a sedere per goder meglio lo spettacolo: però, dopo quel grido
di meraviglia, non dissero più una sola parola: rimasero là muti a
guardare.
Ramolini solo non si commosse; invece si coprì le ginocchia con uno
scialletto che gli aveva prestato apposta la Cecilia.
Il _Ponte di Rialto_, dal quale si vedea sporgere gremita una folla di
teste, era così bianco, rischiarato dalla luce elettrica, da sembrar
quasi trasparente. Lungo il _Canal Grande_, tutto pieno, tutto coperto
di gondole, le case colle finestre e i balconi illuminati, uscivano
dall'ombra, scure, fosche, sotto il cielo chiaro e diffuso; e qua e là,
fra le colonne dei gotici palagi, bruciava a sprazzi come un incendio,
la luce rossa del bengala. Intanto dalla _galleggiante_, elegantissima
pagoda adorna di vive fiammelle e di palloncini di vetro a colori, si
spandeva nel vasto silenzio, la voce di due donne, lenta, squillante.
Era la serenata del _Sabba Classico_:
_La luna immobile,_
_Inonda l'etere_
_D'un raggio pallido._
Tutte le gondole stipate, a ridosso le une delle altre, erano ferme,
immobili: soltanto l'altalena lenta dell'acqua le movea appena come un
largo respiro. Le donne avvolte nei veli, sdraiate sui cuscini, avean la
bocca semiaperta, l'occhio socchiuso. I gondolieri in piedi, ritti, a
capo scoperto. Tutta quella immensa folla ascoltava muta, quasi assopita
da un'onda dolcissima, voluttuosa.
E la canzone continuava:
_Doridi e silfidi_
_Cigni e nereidi,_
_Vogan sull'alighe._
_L'aura è serena — la luna è piena — l'onda beata!_
_Canta, o sirena! — canta, o sirena! — la serenata!_
— Oh! se ci fosse qui mio marito! — tornò a sospirare la Cecilia, mentre
il Maggiore stringeva, sotto lo scialle, la manina grassoccia dell'Elisa
che, trasportata in estasi anche lei, lo lasciava fare.
Il Ramolini, per questa volta, non sorrise e non citò Gounod; Gegio si
era riaddormentato, e Prandino, povero ragazzo, guardava teneramente
l'Elisa e sognava.... a occhi aperti.
Però, quando le gondole si mossero tutte in una volta, spingendosi e
urtandosi insieme, Prandino, che si trovava là per la prima volta, in
mezzo a quel tramenìo, cominciò a sentirsi intorno qualche vaga
inquietudine e stava attento ai gondolieri che, adesso, affaccendati co'
remi, bisbigliavan fra di loro a voce sommessa, ma vibrata:
— _Zo quela pope!_
— _Me tegno stagando!_
— _Ocio el fero!_
— _Cassève soto!_
— _Ocio el fero, go dito!_
— _Varé..., varé che vago avanti_.
— Non è mai accaduto — chiese Prandino al Cavaliere, dandosi l'aria di
fare una domanda indifferente, tanto per dir qualche cosa — non è mai
accaduto che in queste serenate, qualche gondola restasse schiacciata?
Ramolini si strinse nelle spalle per indicare che non ne sapeva nulla.
— Però.... potrebbe accadere!....
— Sicuro.
— E se si va giù in acqua, con tutta questa distesa di gondole, non si
torna più a galla?
— Certo.
Le risposte laconiche del Ramolini, non erano già per sè stesse quelle
che più lo potessero tranquillare. Nulladimeno Prandino tentava di tutto
per non lasciarsi scorgere e vedendo che il Maggiore rimaneva
impassibile, anche lui si sforzava di mostrarsi disinvolto e di
sorridere; però sorridendo, faceva la bocca storta.
Ma capitò un altro incidente ad accrescere le sue paure. Mentre la
_galleggiante_ si allontanava trascinata sull'acqua, da quel cielo così
bianchiccio cominciarono qua e là a cader giù grossi goccioloni.
— L'ho detto io, che doveva piovere! — strillò la Cecilia — ma a me, è
inutile, nessuno vuol dar retta, e adesso roviniamo tutta la roba! — e
ciò detto si slacciò il cappello e se lo levò: — era nuovo — e in fretta
se lo mise sotto la mantiglia.
— Ma se si vedono le stelle! — Prandino non ne indovinava una.
— Meglio per lei, se le vede. Questa, intanto, è acqua che viene!....
Il Cavaliere aprì un ombrellino, ma invece di prender sotto la Cecilia,
lo tenne tutto per sè. Il Maggiore, più galante, e piegandosi un po' a
destra e un po' a sinistra, chè sulla panchettina della gondola
cominciava a trovarsi maluccio, teneva coperta l'Elisa. Gegio era stato
cacciato da sua madre sotto le gambe dell'Ariberti, al quale, così, non
rimanea da far altro che lasciar piovere e pigliarsela tutta.
I goccioloni si fecero presto più fitti, più minuti, finchè l'acqua
venne giù proprio a dirotto. Allora in quella ressa di gondole era un
continuo muoversi, uno spiegarsi confuso di scialli, di fazzoletti, di
ombrellini, un tramestìo disordinato, un chiasso assordante di grida, di
strilli e di risa, mentre invece quelli delle finestre se la godevano
allegramente al nuovo spettacolo e batteano le mani.
Prandino, fradicio, era tutt'occhi e tutt'orecchi, attento ai gondolieri
che lavoravan di remi, rossi in viso, grondanti d'acqua e di sudore,
vociando e sbraitando a più non posso.
— _Scia!_
— _Scié!_
— _De zo le pope!_
— Che sia questa la volta che si va sott'acqua? — tornò a domandare
Prandino al Cavaliere.
— Ci siamo già, mi pare.
L'Elisa rideva e strillava, fremendo con iscatti che avrebbero voluto
imitar quelli di una bambina impaurita. Il Maggiore, tutto indolenzito,
tentava di allungare le gambe, ma non ci riusciva. Gegio, pacifico, si
asciugava il naso nei calzoni di Prandino mentre sua madre brontolava
che dei _freschi_ ne aveva avuto abbastanza, e che non ce la
piglierebbero più, per tutta la vita.
Le gondole continuavano a urtarsi, ma avanzavano stentatamente.
— _Dè una vogada de manco, che me casso soto!_ — gridava il barcaiolo di
prora della gondola di Prandino, ad un altro, ch'era in un'altra gondola
lì vicina.
— _Stè indrio vu, che go pressa!_
— _E alora voghè, movéve!_
— _Fogo in mànega, paron? Arè che furie!_
— _Andè a sciosi, andè!_
A questo punto le due gondole sbacchiarono, urtandosi, con un tonfo
sordo di legno; ma quella di Prandino rimase indietro:
— _Andè a vogar in peata, andè!_
— _Va là, moscardin, va là!_
Il gondoliere di Prandino, a tali parole s'infuriò che parea matto, e
senza badare alle raccomandazioni del Maggiore, alzò il remo gridando a
voce squarciata: _Regatante dal loffio! Te cucarò doman, te cucarò!_
— Si bastonano! Si accoppano! — esclamò Prandino tirandosi indietro,
vedendo i remi levati, senza badare che le due gondole s'erano un po'
allontanate. Anche le signore si mostravano inquiete. Del Mantico stava
serio e attento. Soltanto il Ramolini sorrideva, dondolando la testa.
— _Te storzarò el colo, mi!_
— _Va là, moscardin, va là!_
— _Te stagnarò el sangue dal naso!_....
Le gondole non si urtavano più; a poco a poco sgusciaron via leste,
spedite. La _galleggiante_ coi lumi spenti, o quasi, entrava al largo,
nella laguna; e il cielo, dopo quella burletta, s'era fatto d'una
trasparenza lucente.
— _Va là, moscardin, va là!_.... — continuava l'altro a gridare da
lontano colla solita cantilena, ironica e inquietante; ma il nostro
gondoliere adesso non gli badava più e sorrideva strizzando l'occhio al
compagno di _pope_, che non aveva mai aperto bocca durante tutta la
bega.
— Sempre così! — disse il Ramolini, mostrando il suo disprezzo o il suo
malcontento perchè non si erano per lo meno accoppati. — Succede sempre
così!
Appena la gondola si avvicinò alla riva, prima ancora che il _ganzèr_
curvo, col cappello in mano, la tenesse ben ferma coll'uncino, il
Maggiore saltò giù, prestamente, sugli scalini, per quanto glielo
permettevano le gambe indolenzite. Allora le allungò, le distese con un
sospiro di sollievo, e poi offrì il braccio all'Elisa, e si
allontanarono insieme verso la piazza. Prandino avrebbe voluto seguirli,
ma a un cenno imperativo della Cecilia si fermò per pagare il noleggio
della gondola. Quando se ne sbrigò e raggiunse il resto della compagnia,
la Cecilia con Ramolini e Gegio, lo aspettava ferma, un po' discosta
dalla “mamma„ che tirava dritto, lentamente, appoggiata tutta addosso al
Maggiore.
— Quanto ha pagato?....
— Volevano sette lire....
— Perchè lei non è bravo di contrattare!....
— Ma non ne ho dato altro che sei e mezzo!....
Il Ramolini s'accomiatò sotto l'_Orologio_; voleva fermarsi al caffè
_Quadri_ a bere qualche cosa di molto caldo; gli altri, passo passo, si
avviarono verso l'albergo. Prandino, che adesso non avea più paura di
affogare, tornò daccapo ad esser molto turbato dalla presenza del
Maggiore: — Dunque non anderà a Treviso altro che domattina?.... E
quella stupida d'Elisa perchè si mette a far la smorfiosa con lui?... E
la Cecilia, brutta strega! perchè non lo ha lasciato partire?
Sulla porta della _Gondola d'oro_ si fermarono in crocchio, ma Prandino,
col cuore che gli batteva forte, notava che il Maggiore non si risolveva
mai ad accomiatarsi. Chiacchierava a bassa voce coll'Elisa, rideva,
scherzava con lei e non si moveva.
— Conte Eriprando, ho sete, — cominciò Gegio, con voce piagnolosa.
— Berrai domattina. Adesso si va a dormire; — gli rispose seccamente la
Cecilia.
A questa antifona della figlia, la Contessa, che l'aveva capita, chiese
al Maggiore, con un certo garbo malizioso, se, adunque, aveva risoluto
di fermarsi o di partire.
— Partirò.... domani.
E il Del Mantico sorrise in un modo tutto particolare e pieno di
sottintesi.
— Oh! finalmente! tanto ci voleva! — esclamò la D'Abalà, mentre guardava
brontolando, se l'acqua avesse lasciato macchia sul vestito.
— Ma.... — Prandino parlava a stento e colla voce malferma. — Ma.... il
nostro albergo deve essere tutto pieno....
— Ho telegrafato da Treviso perchè mi tenessero pronta una camera.
Allora entrarono dal portiere, per vedere se il telegramma era giunto in
tempo.
— Mi avete tenuto una stanza? — chiese il Maggiore al portiere che
sonnecchiava.
— Il numero 43, signor Marchese!
Il portiere, secondo il solito, non si mosse, ma si toccò il berretto
colla mano.
Quando fu arrivato su in cima, al numero _ottantasei_, Prandino non ne
poteva proprio più; si sentiva soffocare, e buttandosi smaniando sul
letto, pensò allora che sarebbe stato meglio se la gondola fosse calata
a fondo con lui dentro! Oh! sì; molto meglio sarebbe stato! Almeno, a
quell'ora, egli avrebbe finito di soffrire.