CAPITOLO IV.

L'arcobaleno mantenne le sue promesse: dopo una giornataccia e tutta una

notte scura e piovosa, ne uscì uno splendido mattino pieno di sole,

d'aria e di colori.

La contessa Elisa si destò che già la piccola cameretta era inondata di

luce, e, sedotta dalla larga striscia di sole che rigando il coltrone di

seta gialla damascato ne sollevava un via vai di pulviscoli dorati,

folleggianti fra loro, come torme d'insetti che s'inseguano, volle

alzarsi, volle scendere all'aperto, per respirare anch'essa in mezzo a

quel giocondo e allegro sereno della campagna, che la chiamava a sè

dalle finestre spalancate.

Nulladimeno, non si potrebbe dire che appena balzata giù dal letto,

uscisse subito dalla camera, oh! no, tutt'altro! Ella si vestì, si

acconciò colla solita cura paziente e diligente. Si oscurò le

sopracciglia, con due tocchi leggerissimi di pennello: lisciò, ammorbidì

le guancie con una certa manteca, sulla quale poi fece correre varie

volte il piumino della cipria. Specialmente attorno alle narici, che

aveva un pochino enfiate, e dentro le occhiaie, furono minuziose quelle

sue cure.

Dopo si diè il rossetto alle labbra, e, quantunque volesse sembrare

spettinata, tuttavia non le costò poco tempo nè poco lavoro, l'artistico

disordine dei capelli. Sulla veste, indossò un lungo mantello a doppio

bavero, che nascondeva, o almeno dissimulava abbastanza bene, la fatale

e inesorabile pinguedine, e finalmente attorno alle tese del cappello,

puntò un velo fitto fitto, color caffè, di sotto al quale il suo volto,

così accomodato e mezzo nascosto, appariva soffuso di una freschezza

incantevole.

Tutto quell'abbigliamento diceva chiaro che la Contessa voleva uscire a

passeggiar fuori della villetta, e difatti, appena scesa attraversò il

giardino, passò il cancello e s'inoltrò in una stradicciola dritta,

lunga, ombrosa, fiancheggiata da due rivi d'acqua limpida, sui cui

margini verdeggianti ella si fermava qua e là per raccogliere stupide

margherite e sentimentali “non ti scordar di me.„

Quando fu al termine della stradetta, udì un'allegria confusa e varia di

fringuelli, di cingallegre, di passeri e di merli, che cantavano

tutt'insieme. Lì, a dritta, poco discosto, dopo un prato tutto verde e

un campo di terra nuda sparsa di sanali, c'era il paretaio, dove

l'Ariberti, ogni mattina, andava a uccellare per conto del suo compare.

La contessa Elisa lo sapeva e per questo appunto girò a destra,

sollevando un po' la veste colle due mani e tuffando arditamente, fra le

erbe umide del prato, i suoi stivaletti di pelle lucida.

Il casotto del paretaio era tutto coperto da rami di pino selvatico e da

fronde rampicanti, disposte in modo da nascondere quel luogo d'insidie.

Le reti appese in giro, pendevan giù, da lunghi filari d'alberi d'ogni

specie. Il mandorlo intrecciava i suoi rami con un giovine carpine ed il

pero col sicomoro. I poveri uccellini avevan là, davvero, una ricchezza

funesta di seduzioni!... Ma dopo quelle seduzioni sulla fronda cara che

rammenta il nido, sul tronco amico che ricorda il primo volo, sotto le

foglie e tra gli stessi fremiti della brezza che accompagnò i primi

gorgheggi del loro amore, trovavano l'agonia e la morte!... Poveri

augelletti!... Oh! mille volte più fortunata l'allodola che rimane

uccisa da un colpo improvviso e tonante come la folgore, lontana dalle

native pianure, in mezzo alla deserta infinità dello spazio!...

La contessa Elisa era giunta a pochi passi dal casotto e si godeva tutta

tra quei gorgheggi, in mezzo a quella verzura folta, ricreata dall'aria

fresca del mattino.

— Conte Eriprando! — gridò dopo un poco che era là rimasta ferma a

guardare, — conte Eriprando!... Si può venire avanti!?...

A risponderle uscì dal casotto un contadinello che serviva il Conte

facendogli da uccellatore. Questi, senza parlare, con una mano le fe'

cenno di non muoversi dal posto: poi si chinò e, nascondendosi mezzo

dentro e pur rimanendo mezzo fuori dall'usciolo, attento attento,

fissava l'occhio su due tordi che si avvicinavano saltellando fra i rami

del paretaio, finchè d'improvviso, essi volando di traverso, piombarono

nelle reti, dove invano si dibattevano tra quei fili, che per le lor

forze pareano di ferro, con degli scrolli matti, furiosi, disperati.

L'uccellatore con un urlo d'allegrezza, corse calpestando le aiuole

seminate, ed era già là per ghermirli, quando la Contessa pregò

Prandino, che in due salti l'aveva raggiunta, di lasciarglieli veder

vivi nella rete.

— Giacomo! lascia stare! — gridò il Conte all'uccellatore, che obbedì di

mala voglia.

L'Elisa e l'Ariberti, lo raggiunsero presto e si trovarono anche loro

due dinanzi alle vittime spaurite.

— Oh! come son carini, come sono bellini, poverini! — esclamò l'Elisa

vezzeggiandoli con tutte le moine e i diminutivi coi quali si godeva

darsi delle arie bambinesche.

— Vuole che li serbi vivi per lei, Contessa?

— Oh! no: tanto non camperebbero.

Giacomo, appena udite queste parole non aspettò di più; e colle sue

ditacce, schiacciò loro la testa, un dopo l'altro, con due colpi lesti,

sicuri.

Dibatterono l'ali un'ultima volta, ed erano già morti.

L'Elisa diè in un grido acuto, mentre i suoi occhi si gonfiarono di

lagrime.

— Perchè hai fatto a quel modo, villano?

E il Conte, irritato, aggiustò a Giacomo uno scapaccione così forte che

gli mandò il cappellaccio a rotolare lontano.

— Dio mio, poverini! che senso m'han fatto....

L'Elisa, così dicendo, stringeva, chiudendoli, gli occhi, e si premeva

le mani sul cuore che le palpitava.

Tutti e due rimasero tristi e silenziosi. Il villano, sconcertato, si

grattò la nuca, poi, dopo di essere corso a raccogliere il cappello,

ritornò lì per accomodare, con due strappate di mano, le bisacce della

rete.

— .... Andiamo un po' all'ombra, nel casotto? — domandò Prandino alla

Contessa, con la voce che gli tremava e il cuore che gli batteva forte.

— Andiamo.

E l'Elisa, di nuovo, sollevando un po' le sue vesti, fu la prima a

muoversi nella direzione indicata, sempre triste, sempre silenziosa,

saltellando leggermente per schivare le pozze fangose della viottolina.

Il nostro giovanotto, dopo le conversazioni del giorno innanzi, si

aspettava qualche cosa da parte della contessa Navaredo: o una lettera,

o un libro con un fiore, oppure un invito a colazione.

La contessa Elisa non usava chiamar gente a desinare, perchè i pranzi

impegnano troppo, ma dava invece, di tanto in tanto, qualche

colazioncina intima (erano sempre in due a tavola, compresa la padrona

di casa) per la quale, più che la cameriera, la Beppa, che serviva da

cuoca, lavorava il contadino che, essendo anche giardiniere, riempiva la

mensa di fiori e di semprevivi.

Ma sebbene qualche cosa si aspettasse, tuttavia quella visita della

Contessa, a quell'ora, in quel luogo, superava qualunque speranza avesse

osato vagheggiare.

Erano i _castelli in aria_ della sua adolescenza, fantasticati tutte le

domeniche in Duomo, durante la messa delle dieci, che si avveravano coi

loro più splendidi miraggi, divenuti realtà.

Camminando adagio adagio, egli la guardava amorosamente muoversi lesta,

elegante, dinanzi a lui; e allora il piedino perfetto e, più su, la

gamba rotonda, coperta da una calza finissima di seta rossa, che le

vesti, nel sollevarsi, scoprivano di più a ogni passo, a ogni saltello;

e allora, il profumo della cipria _aux fleurs de lys de kachemyr_, che a

sbuffate gli saliva al naso; e allora quegli alberi che si movevano ai

lunghi soffi della brezza mattutina quel verde grondante di rugiada,

quell'erba luccicante, quel sole così limpido, quell'aria fresca e sana,

quella solitudine sicura, in mezzo a tutto quel vasto silenzio, solo

interrotto dal canto alto degli uccelli, gli facevano battere il cuore

con una contentezza infinita, gli facevano correre nel sangue nuove

ebbrezze voluttuose.

Quand'erano già vicini al casotto, s'accorse che Giacomo gli teneva

dietro: Ariberti si voltò a dirgli:

— Adesso non ho bisogno di te; va' pure a fare la tua merenda.

— Grazie, signor Conte.

Il villano gli fece dietro alle spalle una smorfia da scimmia, poi

infilò un'altra viottola, passò dall'uccelliera a prendersi la sporta

col suo desinare, e a un mezzo tiro di fucile all'incirca dalla ragnaia

si sedette sopra l'erba folta della riva che divideva il campo vicino

dal paretaio. Di tanto in tanto, fra un boccone e l'altro di polenta, il

ragazzaccio però tornava a grattarsi la nuca e a fissare il casotto con

certe mossacce maligne.

Là dentro, in quella tana angusta, oscura, dove il sole penetrava appena

con qualche striscia minuta, con qualche punto luccicante, dagli

spiragli invisibili, sparsi in quel fitto congegno di fronde, di tronchi

d'albero e di stuoie, Elisa e Ariberti, tutti due vicini, tutti due

seduti sopra una panchina corta, ristretta, avevano già ricominciato a

discorrere d'amore.

— Che cosa avete pensato di me, iersera?

— Che siete molto buono.

— Troppo forse?

— Oh! No!.... Vi voleva bene prima.... ma adesso ve ne voglio anche più.

Prandino l'aiutò a levarsi il cappello che posò sopra un trespolo ch'era

lì presso: poi tornò a sedersi sulla panchina con lei, che in quella

oscurità non ci perdeva nulla, anche senza velo.

— Perchè non dite _te ne voglio_ anche più?

— Perchè non son buona, perchè non mi piace. E poi, guardate, non ho mai

dato del tu a nessuno.

— Nemmeno a vostro marito?

— Con mio marito si sa bene; ma era un'altra cosa!

E l'Elisa si strinse un po' nelle spalle, infastidita da quella domanda

molto ingenua di Prandino.

— È curioso però il vostro modo di voler bene.

— Sta a vedere, adesso, che l'amore consisterà nel dare del lei, del voi

o del tu!

— Non in questo solo, ma....

— Ma in che cosa?

— Voi siete cattiva anche.... anche in tutto il resto.

Lei lo guardò fisso perchè non capiva, e lui la guardò fissa per farsi

capire: ma poi, siccome l'altra continuava a non voler intendere,

Ariberti, per ispiegarsi, col braccio le circondò la vita, e sporse le

labbra, avvicinandosi per darle un bacio.

Elisa si ritrasse con tanta vivacità che, quasi, cadeva giù dallo

sgabello.

— La prego, Conte, non mi faccia pentire della fiducia che ho avuta.

— Perdoni, Contessa; perdoni! Già, io doveva saperlo ch'ella non sente

nulla per me!

E Prandino, secondo il solito, mettendo subito il muso, sciolse dal suo

abbraccio la vita della Contessa, e cogli occhi fissi fuori dalla

piccola finestrella del casotto, sembrò volesse rimanere da allora in

poi tutto intento alla caccia.

— Vedete come siete? Perchè non si vuol fare in tutto a modo vostro,

fate il broncio e diventate sgarbato. Andate là, che anche voi avete un

modo curioso di voler bene!....

Quell'_anche voi_ urtò i nervi a Prandino, che però non si mosse e

continuò a spiare dalla finestretta.

In quel punto due fringuelli spionciando allegramente e saltellando sui

rami, tra le fronde della ragnaia, sembrava da un momento all'altro

volessero scender giù nel mezzo del boschetto, attratti dagli inviti

degli allettaioli.

Ariberti, non appena li vide, fece subito svolazzar gli zimbelli; poi,

sollecito, allungò le mani sulla corda dello spauracchio.

Poveri uccelletti! Un colpo, una tirata sola e erano presi.

Elisa li avea scorti molto prima che li vedesse il Conte; ma aveva

taciuto, sperando gli passassero davanti senza che se ne accorgesse.

Ella si era sentita stringere il cuore per essi; se li figurava già

colla loro testina schiacciata fra le ditacce di Giacomo e, buona,

sensibile com'era di cuore, volle salvarli. Pensò di chiedere a Prandino

la grazia della loro vita, ma Prandino in quel punto aveva una faccia

così feroce....

— Perchè siete in collera, Conte? — gli chiese allora come per provare a

distogliere l'attenzione del giovanotto da quel nuovo agguato.

Ma Prandino era un cacciatore di prim'ordine e nella presa ci metteva

molto amor proprio, per cui non le badava affatto, e rimase invece tutto

fisso, immobile, ad aspettare il momento buono di tentare il colpo.

— Perchè siete in collera, Conte?

I fringuelli, fatti due o tre voli capricciosi, adesso eran piombati fra

le aiuole traditrici, e, senza alcun sospetto, poveri innocenti,

beccavano il miglio sparso là intorno, per gli zimbelli.

Bisognava tirare lo spauracchio ed eran subito presi....

Prandino difatti, ne aveva già afferrata la corda e puntandosi

fortemente co' piedi, stava per dare l'urto alla strappata, quando la

Contessa, visto che non c'era altro scampo, appoggiò sulle mani di lui

le sue manine grassocce, calde, vellutate, e piano piano gli susurrò

all'orecchio:

— Perchè _sei_ in collera, adesso?....

Prandino si lasciò sfuggire la corda.... si voltò....

Sott'acqua: racconto · 第 8 / 25 题