CAPITOLO III.

Otto o nove anni addietro, quando il conte Eriprando d'adesso era appena

Prandino, Elisa Navaredo, oltre al figurare come una donnina bella ed

elegante, quale l'abbiamo veduta nel _portrait-album_, era per di più

una dama elegante, che dava molto a parlare alla cronaca cittadina.

A Prandino, quella bella signora, le chiacchiere, i desideri, gli

scandali che la circondavano, fecero subito una grandissima impressione.

Egli non parlava mai della Contessa, ma ci pensava sempre, giorno e

notte; e tutti i suoi castelli in aria erano pieni di lei, della sua

grazia, della sua bellezza e de' suoi fascini provocatori. — Oh! quando

fosse diventato un grand'uomo!... — qual è il ragazzo che non sogna di

diventare un grand'uomo?.... — quando fosse diventato un grand'uomo,

allora le confesserebbe d'amarla... e l'Elisa non gli direbbe certo di

no!....

Tutto il suo avvenire egli lo vedeva in lei e per lei, e tanto

s'infervorava col pensiero fisso nella contessa Navaredo che, alle

volte, facea delle lunghe passeggiate, solo soletto, fantasticando

attorno a quella donna, fingendo di averci insieme dei colloqui d'amore

o delle scene di gelosia, e terminava sempre coll'essere lieto o triste

per davvero, a seconda che la sua immaginazione lo figurava amato o

deriso.

Quando la incontrava, arrossiva tutto, sebben l'Elisa non lo guardasse

neppure: tutte le domeniche, e le altre feste comandate, andava in

Duomo, alla messa delle dieci, per vederla, per trovarsi dove era lei.

Ma, prima di quelle messe, sciupava tutta la mattina lavandosi e

fregandosi tanto da spellarsi per diventare più bianco.

Rifaceva per una decina di volte almeno il fiocco della cravatta,

perdeva un'altra mezz'oretta intorno alla scriminatura, e, proprio in

mezzo alla fronte, s'impiastricciava un riccio alla rubacuori, che

pareva un punto interrogativo.

Dopo d'averla guardata di lontano, per tutto il tempo che durava la

messa, usciva fuori in fretta dalla chiesa e s'imbrancava, fermandosi

sulla porta, cogli altri adoratori del bel sesso, per farsi vedere, e un

tantino per farsi anche ammirare da lei. La Contessa, figurarsi!, gli

passava dinanzi dritta, lesta, senza nemmeno accorgersi di quel

bamboccione impomatato per amor suo, mentre vedendosela così vicina, a

Prandino invece gli tremavano le gambe, gli si scoloriva la faccia, e

benchè davanti allo specchio avesse fatte molte prove, tuttavia là non

gli riusciva mai bene di riverirla levandosi il cappello con un largo

giro del braccio e in tre tempi, salutare, inchinarsi e stringere i

tacchi. Per lo più, quando si decideva a scoprirsi, la contessa Navaredo

era già passata.

Però, soffriva spesso dei dispiaceri, delle gelosie, delle amarezze, che

lo rendevano proprio infelicissimo. Bastava che, mentr'egli la pedinava

di lontano, la vedesse accompagnarsi con qualcuno, perchè al povero

Prandino gli si facesse nera l'esistenza, come il carbone. Allora

s'imbestialiva, e nel suo furore a freddo, la copriva di vituperi, la

chiamava leggera, civetta, e si figurava, quando sarebbe stato un

grand'uomo, di farsi amare dalla regina per farle dispetto.

Del conte Navaredo, il marito della contessa Elisa, Prandino non

soffriva gelosia: invece, quando si trovava con lui, era preso da una

gran soggezione.

Un giorno, che lo incontrò, facendo una visita, si sentì confuso,

impacciato, sconvolto, quasichè l'altro gli leggesse in fronte il

segreto dei suoi desideri e della sua passione.

Per fortuna di Prandino, il conte Navaredo morì presto di un accidente,

e non si potrebbe ridire la gioia dalla quale fu invaso alla notizia di

questo avvenimento il buon ragazzo, del resto così mansueto e delicato

di cuore, da scappar via dalla cucina inorridito quelle rare volte che

la contessa Orsolina poteva abbandonarsi al lusso di tirare il collo ad

un magro volatile.

Ma ben presto, appena finito il lutto grave, egli la scontò a caro

prezzo quella sua gioia cattiva. Ogni giorno, a Vicenza, si dava in

moglie la Contessa a qualche nuovo adoratore, e quelle chiacchiere

tormentavano, perseguitavano il povero Prandino, che arrossiva e

impallidiva tutto in una volta, con turbamenti strani e angosciosi.

Allora leggeva Leopardi, piangeva, e la chiamava Aspasia.... quasi che

lei ne avesse colpa! Più di ogni altro, poi, lo metteva fuori di sè un

capitano di cavalleria, un riccone, il marchese Del Mantico, che teneva

sempre dietro all'Elisa, come la sua ombra.

In tal modo, avvelenandosi senz'alcun costrutto l'esistenza e godendosi

con poco sugo delle gioie immaginarie, il nostro Prandino diventò a poco

a poco il conte Eriprando: ma l'ideale del ragazzo rimase pur sempre

l'amore e il dolore dell'uomo.

Aveva vent'anni, quando si fece presentare in casa Navaredo. Era goffo,

timido, impacciato; tutti lo deridevano senza pietà, e la Contessa più

di tutti. Solamente due anni dopo, quando il marchese Del Mantico fu

promosso a maggiore e cambiò reggimento, solamente allora il conte

Eriprando cominciò ad essere preso in considerazione, ed ebbe in regalo

la fotografia, _portrait-album_, con effetto di _chiaro di luna_.

Però egli lasciò correre del gran tempo, prima di spiegarsi intorno a'

suoi sentimenti. Non osava.

Tutti i giorni che si recava dalla Navaredo, giurava a sè stesso di

aprirle il cuore, di spiattellarle la sua brava dichiarazione; — ma

quando era là, gli mancava il coraggio e la parola e apriva la bocca

soltanto quand'era tornato via, per darsi del balordo, dell'imbecille e

della marmotta.

Egli non la lasciava mai, taceva molto e la guardava sempre. Qualche

volta la contessa Elisa, che aveva capito quanto foco covasse dentro per

lei quel bel giovanotto balbettante, confuso, timoroso, che le riempiva

la casa di amorini e perdeva tutto il giorno a dipingerle delle corone

da contessa sui ventagli, le scatole e il parasole, qualche volta si

godeva a metterlo alle strette; ma lui zitto, ammutoliva subito,

abbassava gli occhi e tutto rosso parea rannicchiarsi nel suo abito

nero, come una lumaca dentro al guscio.

Ma si sa bene, tira, tira, la corda si rompe.

Nell'autunno prima del viaggio di Venezia, il conte Eriprando era stato,

come il solito, invitato dal suo compare a passar un mesetto in

campagna: fortuna volle che la contessa Elisa prendesse appunto in

affitto un villino nelle vicinanze e.... sfido io! si vedevano sempre,

facevano delle lunghe passeggiate insieme, sedevano stanchi, soli.... e

senza alcun sospetto sotto l'ombra di un albero o fra i cespugli delle

giovani quercie, e accadde.... quello che da un pezzo doveva accadere.

Un giorno, ch'egli le avea detto a memoria il _Guado_ dello Stecchetti,

quando l'ebbe finito, colla scusa che questa poesia era carina tanto,

concluse dicendole che anche lei era bionda, bella e che lui l'amava,

che da molto tempo

“Glielo _voleva_ dire e non l'_osava_.„

Elisa lo ascoltò senza punto punto adirarsi; ma finse di non capire che

l'amico le parlasse sul serio.

Prandino allora ripetè l'assalto, anche più scopertamente; ma la

Contessa d'un tratto pareva avesse perduto il suo spirito, e continuava

a non capir nulla. Allora, quell'altro le disse, tremando, che le voleva

bene, e lei a rispondergli che mentiva: e il giovanotto a ripeterle

ch'era innamorato fin da quando, si può dire, era ancora un ragazzo e

che la pregava, la scongiurava d'esser buona, di lasciargli intendere

che anche lei non era insensibile e che di tutto quel gran bene gliene

ricambiava un zinzino.

— Eppoi?.... quand'anche glielo dicessi?.... A che pro?.... Tanto e

tanto, sarebbe sempre la stessa cosa.

L'Elisa disse queste parole lentamente, facendosi seria, quasi mesta,

alzando gli occhi al cielo con sospiri, con fremiti, che la scuotevano

tutta.

Prandino che, sparata la bomba, sentiva crescere il coraggio coll'odor

della polvere, le si fece più vicino e le prese le mani: ma lei non

volle, si ritrasse, si schermì, fe' forza per liberarsi dalle strette

del giovane; in fine, terminò col tagliare il male nel mezzo, e tirò via

una mano, l'altra abbandonando a quelle carezze insensate.

Ariberti, preso l'aire, parlava adesso per tutto il tempo che aveva

taciuto. Non le domandava che una parola, un segno, un indizio qualunque

che gli facesse capire ch'ella gli voleva un po' di bene.

— E dopo?.... Quand'anche glielo lasciassi intendere?.... Già sarebbe

sempre la stessa cosa.

E l'Ariberti ad insistere, a ripeterle che lo renderebbe l'uomo più

contento, più beato del mondo; ch'egli non le domandava la sua pace,

ch'egli non avrebbe turbato la sua quiete, la sua coscienza: ch'egli da

lei non voleva altro che un sorriso, che una parola, e dopo avrebbe

taciuto di nuovo, come taceva da tanti anni: ma che ne sarebbe stato

così lieto, così superbo, perchè era solamente un po' del suo cuore

ch'egli voleva ottenere, perchè egli desiderava soltanto di dominare ne'

suoi pensieri, perchè egli non aspirava se non al possesso dell'anima

sua, perchè l'amore ch'egli sentiva per lei, potente, appassionato, era

però alto, era però nobile e puro, come l'amianto che la fiamma purifica

e non consuma.

L'Elisa a tanta retorica, sempre con la testa china, sempre seria,

sempre mesta, cogli occhioni sempre fissi, immobili, quasi la tenesse

assorta l'idea d'un lontano pericolo, continuava a ripetere, come

ritornello:

— E poi?.... Quand'anche glielo lasciassi capire?.... A che pro?....

Sarebbe poi sempre la stessa cosa!....

Il giorno dopo pioveva, e la passeggiata non si potè fare.

Non tralasciarono però di vedersi. Il conte Eriprando andò a farle

visita e trovò la Contessa nel salotto terreno, che ricamava certe

strisce di panno, destinate col tempo a diventare, unite insieme, un

tappeto: ma che intanto si potevano paragonare alla famosa tela di

Penelope, non che per fatto loro avessero costretto nessuno ad

aspettare, ma perchè, invece, gli adoratori della Contessa, uno dopo

l'altro, dovevano tutti godersele sotto il naso, finchè durava l'amore.

Il salotto terreno, con un divano, un tavolino rustico e due o tre

seggiole di paglia in tutto, era una specie di sala di passaggio, con

due porte vetrate, l'una di faccia all'altra. La prima dava nel giardino

e avea di fronte un fitto capanno di mortella intrecciata colla vite

selvatica: la seconda metteva invece sul piccolo orticello della

villetta.

Era una giornata d'autunno, bigia, uniforme, senza uno spacco di cielo

fra quella tinta squallida, infinita, senza neanche il fantastico

rincorrersi delle nubi che si accavallano minacciose.... Era una

giornata bigia, uniforme, monotona.

La pioggia col suo susurro lento e continuo, in quel silenzio di ogni

anima viva, sembrava avesse isolato il salotto lontano dal mondo, fra i

riflessi del verde delle piante, dell'erba, delle foglie, fatto più cupo

dall'acqua che cadeva; quella pioggia, quella luce scialba, il lontano

brontolìo del tuono mettevano addosso una melanconia, una tristezza, che

rendeva più dolci e più desiderate le commozioni di una confidenza

intera e tranquilla.

— Sa?... non lo aspettava oggi, con questo tempaccio.

— Quando son partito da casa, sembrava che il cielo si rischiarasse!

— Davvero?

E la Contessa lo guardò in modo, che l'altro dovette arrossire. Gli era

sfuggita una goffaggine, e se ne accorse subito; ma, sempre, il primo

momento ch'egli si trovava con Elisa, provava un impaccio, una

soggezione, che non potea superare.

— Iersera, ho ricevuto una lettera da mia figlia.

— Buone nuove?

— Sì, buonissime.

— E laggiù come si trova?

La contessina Cecilia, la chiamavan così per un riguardo alla mamma,

aveva sposato l'avvocato D'Abalà, sotto-prefetto a Maremma.

— Non troppo bene, anzi finchè a mio genero non daranno un'altra

destinazione, fa conto di ritornare a star con me.

A questa notizia l'Ariberti sorrise; ma a denti stretti.

— Ci son dei saluti anche per lei.

— Grazie mille, Contessa.

L'Elisa, a questo punto, cercò nel cestino, ma invece della lettera di

sua figlia, le corse fra mani un'altra lettera. Accortasi dello sbaglio,

arrossì e, in fretta, se la cacciò nella tasca della veste.

Eriprando, che aveva scorto sulla busta lo stemma del marchese Del

Mantico, fece un muso così lungo tutto ad un tratto, in modo che la

Contessa non potè non accorgersene.

— Mi ha scritto anche il Del Mantico: e m'ha detto che, in settimana,

verrà a trovarmi.

Prandino impallidì.

— E.... lei.... che cosa gli ha risposto?

— Che lo vedrò molto volentieri.

Ariberti si sentì opprimere il petto dall'affanno. Volle parlare, ma non

potè dire due parole. Finalmente dopo un buon tratto che durava la scena

muta, si alzò e stese la mano alla Contessa per accomiatarsi.

— Va via?... Così presto?... E con questo tempaccio?...

— Ci son venuto anche coll'acqua.

— Ma allora, secondo lei, pareva che il cielo si rischiarasse.

E l'Elisa tornò a ridere fissandolo, con un riso ch'era tutto un'amabile

canzonatura.

Egli continuava sempre muto, sempre con tanto di muso a stenderle la

mano, la Contessa gliela strinse: poi, con una certa violenza, lo tirò

vicino, e se lo fece sedere sopra una seggiola accanto.

— Andiamo, da bravo, si consoli. — Oh!... Per me....

— Ho scritto a Del Mantico di non venire, perchè di giorno in giorno

aspetto mia figlia. È contento adesso?

Ariberti non lo volle dire, ma lo lasciò intendere anche troppo.

Tuttavia nelle sue notiziole la Contessa non era molto esatta. Era stata

lei a scrivere al maggiore di venirla a trovare, e il maggiore invece le

avea risposto che non veniva, con una lettera piuttosto fredduccia,

scusandosi coi soliti _affari di servizio_, e, se si deve dir proprio

tutto, questa lettera avea molto infastidita la contessa Navaredo.

— Dunque.... — e Prandino, che adesso ritrovava tutta la sua vivacità,

per il gran peso che si era levato da dosso, si tirò tanto vicino alla

Contessa, da toccarle le vesti colle ginocchia. — Dunque.... se gli ha

scritto così.... vorrebbe dire.... che un po' di bene me lo vuole?...

— Veramente, potrebbe anche non volere dir nulla di tutto questo!...

— La prego, la scongiuro, Contessa, mi dica che è stato per farmi un

piacere che gli ha scritto di non venire.

— Sì.... perchè mi siete amico e non voglio vedervi col muso lungo.

Elisa cominciava a trattarlo col _voi;_ ma bisogna compatirla, povera

signora. L'Ariberti, quando si metteva in orgasmo, era un gran bel

ragazzo, con quelle sue guance fresche, rosate, come una fanciulla; i

capelli neri, folti e spettinati; e poi, aveva delle mossettine, degli

atteggiamenti, certe arie da fanciullo viziato, che riuscivano molto

attraenti, specialmente per una donnetta come l'Elisa, che, adesso,

anche nell'amore, si godeva a fare un po' le parti della mamma:

“....perchè mi siete amico e non voglio vedervi col muso lungo.„

— Per questo solo?

— Sicuro!...

— Non vi credo. Gli avete scritto di non venire perchè.... perchè mi

volete un po' di bene.

— Torniamo da capo?

— Ve ne supplico, siate buona, non mi fate soffrire così. Già lo

capisco, lo vedo, lo sento che mi volete bene; dunque non siate cattiva,

ditemelo, mi volete bene, non è vero?

Elisa lasciò cadere il ricamo sulle ginocchia, e piegandosi un po',

fissò il giovane con un senso d'affetto pieno di compiacenza, che le

trapelava dagli occhi.

— Bambinone!

— Mi volete bene?...

— No!

A questo punto, per un perchè forse più patologico che psicologico, la

Contessa mutò d'un tratto. Da' suoi occhi si dileguò ogni espressione di

tenerezza; divenne seria, sembrò quasi irritata, si levò da sedere e

andò ad appoggiarsi, ritta, senza più dire una parola, alla vetrata che

metteva nel giardino.

L'altro, indispettito, si abbottonò l'abito nero, quello stesso che più

tardi fu rimesso a nuovo da mamma Orsolina per il viaggio di Venezia,

poi cominciò a dondolarsi sulla sua seggiola.

Stettero un pezzo così: lei, pensosa, immobile a guardar l'acqua che

cadeva; lui, tutto nervoso e sconvolto, a sfogare la stizza facendo

l'altalena.

Però, dopo qualche tempo, sebbene Ariberti non ne potesse proprio più,

fu la prima l'Elisa a parlare.

— Conte, conte! Venga qui.... Guardi com'è bello!

Di fuori, continuava a piovere; ma la pioggiolina s'era fatta più

minuta, il cielo più chiaro, e una larga striscia di sole faceva

brillare sulle foglie degli alberi e dei fiori, sui fili d'erba e sui

bianchi sassolini del giardino, le gocciole dell'acqua caduta, così che

parevano gemme, mentre di lontano, l'arcobaleno squarciava co' suoi

vivaci colori la tinta grigiastra, uniforme, disegnandosi largamente di

sotto a un gran lembo d'azzurro.

— Conte!... Venga qui!

Prandino si alzò, ma rimase affatto insensibile a tutte quelle bellezze

della natura.

— Perchè torna a trattarmi col _lei_ adesso?

— Oh che, forse non le ho sempre parlato in terza persona?

— Sempre no; e lei lo sa bene.

— Allora le domando scusa della libertà che mi son presa senza

accorgermene. Venga.... Venga con me: andiamo là, sotto il capanno.

L'Elisa, in mezzo a tutti quei profumi che la pioggia aveva sbattuti dai

prati e dalle aiuole, aspirando quelle sbuffate d'aria fresca,

frizzante, si sentì correre in tutto il corpo un senso di piacere, un

benessere, un'elasticità, una contentezza che le penetrava nell'anima,

come se quella giornataccia di autunno si fosse mutata in un bel giorno

di maggio, co' suoi fascini e colla sua salute. Allora, le saltò l'estro

di fare un po' la bambina, raccolse le vesti e si mosse per attraversare

il giardino, sotto l'acqua, così senza ombrello, colla testa scoperta e,

ridendo, invitò l'altro a seguirla.

— Venga, dunque, andiamo!

— Me lo dica in un altro modo....

— Ebbene, _venite!_ bambinone.

Ciò detto, senza aspettar la risposta, Elisa si pose a correre verso il

capanno, chiudendo gli occhi, gittando dei gridi, delle risate vibranti,

scotendosi e fremendo sotto quell'acquerugiola che la bagnava tutta.

Arrivata sotto il capanno, non aveva quasi di bagnato altro che gli

stivalini, sembrava che non fosse corsa, ma volata là dentro. Prandino,

invece, che le aveva tenuto dietro, era tutto inzaccherato. E ancora col

respiro affannoso, tornò daccapo per farsi dire s'ella lo amava, con

quell'insistenza ostinata e petulante, che alle donne non dispiace quasi

mai, e agli uomini giova quasi sempre.

— Ditelo che anche voi mi amate un po'... Già, il dirlo, non vi costa

nulla.

— Voi pensate che non mi costerebbe nulla?...

— Vi giuro; vi giuro sul mio onore.... Sarebbe sempre la stessa cosa.

Non era più lei, ora; era Prandino che ripeteva quell'antifona della

sera innanzi.

— No, no. È meglio non dir nulla; è più sicuro. Com'è carino, come si

sta bene qui sotto; non è vero?

E la Contessa, che voleva fingere anche con sè stessa d'aver vent'anni,

tornò a ridere, a ninnolarsi, stancandosi le dita per legare attorno al

capo il suo piccolo fazzolettino di trina.

La pioggia batteva, crepitava sulle foglie della vite e della mortella

con uno scroscio lento e continuo, ma di sotto però non ne cadea se non

qualche rara gocciola qua e là, che, ingrossata, si staccava dal fitto

tessuto del capanno.

— Che gusto a star qui sotto, non è vero, Conte?

La contessa Elisa riebbe allora uno dei suoi bei momenti. Ritornò per un

istante com'era dieci anni prima. La fatica di quella corsa le aveva

colorite le guancie, il brivido dell'acqua, l'allegrezza che si sentiva

intorno, l'amore caldo, appassionato di quel bel giovanotto bruno,

forte, sano, che, pauroso, tremava d'amore dinanzi a lei, tuttociò le

metteva addosso un brio, una lena, un calore che la faceva proprio

ritornar giovane per davvero.

Volendo staccare un piccolo fiorellino da un ramo di mortella, si bagnò

le mani e, alcune gocce, scosse dall'urto, le caddero sul viso. L'Elisa

ritornò a ridere, dopo un grido acuto, squillante.... e porse al giovane

le mani, perchè gliele asciugasse. Non lo poteva far da sè chè la sua

pezzuola se l'era legata attorno al capo.

Prandino arrossì.... prese una mano della Contessa, poi l'altra, e le

asciugò tutte due adagio, lentamente.

— Guardate qui, — fece lei quando l'altro ebbe finito, e gli mostrò la

goccia d'acqua che le rigava la faccia, chinandosi e allungando verso di

lui la sua testa incipriata.

A Prandino batteva il cuore violentemente, gli ronzavan le orecchie e

sudava tutto. Avrebbe voluto parlare, ma la voce gli si strozzava nella

gola: avrebbe voluto asciugar quella gocciola con un bacio, avrebbe

voluto stringersi l'Elisa al cuore, e lei, forse, non chiedeva di

meglio, ma non ebbe il coraggio di farlo o di tentarlo.

— Grazie, — diss'ella, quando il giovane, tremando l'ebbe toccata appena

sulla guancia colla cocca del fazzoletto.

— Se non sentiste qualche cosa per me, non mi terreste qui così.... così

vicino a voi.

— No; non sento nulla; non insistete; cominciate a seccarmi.

La Contessa disse tutto ciò con un'asprezza nervosa che contrastava col

buon umore e colla tenerezza di poco prima.

Ritornarono a tacere: Prandino questa volta era anche un po'

mortificato.

— Siete in collera?... — disse lei alla fine ritornando buona. — Via,

datemi la mano e facciamo la pace.

L'altro le si avvicinò; le due mani si strinsero; ma anche dopo la

stretta non si lasciarono.

— Perchè volermi far dire una cosa che già avete capito da un pezzo?

A queste parole dette con una lentezza piena di sentimento, chi lo

crederebbe? Prandino invece di consolarsi fu preso da uno strano

turbamento. Era una confessione che desiderava da tanti anni, che

aspettava da tanti giorni, eppure detta là, in quel luogo, in quel modo,

in quel momento, lo sorprese invece di commuoverlo, lo sgomentò invece

di consolarlo. L'idea di quello che avrebbe dovuto rispondere, di quello

che avrebbe dovuto fare lo impicciava. Tutto il suo sangue, così caldo,

così bollente, s'era raffreddato in un attimo.

— Ah! dunque è proprio vero, mio Dio? — e non trovò e non seppe dir

altro.

Elisa, ch'era vicinissima a lui, gli appoggiò la testa sul petto, poi

gli si piegò addosso, stanca, quasi priva di forze, colle braccia

abbandonate, chiudendo gli occhi, palpitando, traendo dal seno ricolmo

lunghi e grossi sospiri.

Egli si guardò attorno.... incerto, timoroso. Capiva che avrebbe dovuto

essere ardito; ma non l'osava. Invece la baciò appena, leggermente, sui

capelli, e le disse piano, con la voce strozzata:

— Sarà sempre la stessa cosa, ve lo prometto.

Elisa ebbe un nuovo fremito, lo strinse lei al cuore, con una stretta

nervosa, convulsa: l'altro mantenne la data parola.

Imbruniva; la pioggia ritornava a cader giù fitta fitta, e anche il

capanno cominciava a gocciolare da tutte le parti.

La contessa Elisa socchiuse gli occhi, come se si destasse allora, poi

si rizzò e:

— Grazie, — gli disse lentamente.

— Addio.... Contessa!

— Andate via?

— Sì.

— Perchè?... con questa pioggia?

— È meglio, Contessa.... lasciatemi andar via.... altrimenti....

Credetelo, è meglio che me ne vada. Addio.

La Contessa gli sorrise dolcemente, ma lo lasciò partire.

L'Ariberti, quasi di corsa, penetrò nel salotto, prese il cappello,

l'ombrello, poi ne uscì di nuovo e senza nemmeno salutare un'ultima

volta l'Elisa, senza nemmeno guardare dalla sua parte, si dileguò

nell'ombra della sera che, di mano in mano, si faceva sempre più densa e

più profonda.

Sott'acqua: racconto · 第 7 / 25 题