Il conte Eriprando degli Ariberti quella notte non aveva sonno: invece
si sentiva in cuore una gaiezza insolita e nelle gambe una elasticità,
una voglia di camminare che lo fece andare a zonzo per più d'un'ora. La
gioia tutta nuova che lo aspettava al domani, quel viaggio con Elisa,
quelle due o tre settimane che passerebbe con lei in riva al mare, lo
rendevano l'uomo più beato della terra.
In quell'azzurro c'era però un punto nero; anzi, per essere esatti,
bisogna dire che ce n'erano due, quantunque uno più piccino dell'altro.
Il punto grande, lo scarabocchio, era quella musona della contessina
Cecilia; il punto piccolo, quello screanzato di Gegio. Da un'altra
parte, sola con lui, la contessa Elisa non ci sarebbe andata, a Venezia:
ella vi andava per tener compagnia alla figliuola, e per la salute del
suo nipotino: ed anzi, quando lui e lei, negli amorosi colloqui delle
serate primaverili, vagheggiavano quella giterella come il sogno
incantevole d'una notte d'estate, tutte le loro speranze erano sempre
riposte nelle scrofole del bambinello.
Dopo d'aver girato in su e in giù, per straducce buie e deserte, alla
fine dovette pure decidersi a rincasare. Rallentò il passo, e rimpianse
il mozzicone che aveva donato a Menico, perchè il suo virginia era
consumato.
Il conte Eriprando abitava molto lontano dalla contessa Navaredo, in una
viuzza modesta, in una casetta dall'aspetto meschino e dove il fitto,
che si pagava ogni semestre, era proprio una miseria. Quando vi giunse,
prima di metter la chiave nella toppa, levò il capo e guardò una
finestrella del secondo piano: era spalancata e ne usciva uno sprazzo di
luce.
— La mamma è ancora in piedi, — disse fra sè, nell'aprire.
Non poteva sbagliare. Il lume non era certo quello della serva, perchè
la contessa degli Ariberti serve non ne aveva, se non si vuol contare
una donnetta che andava da lei la mattina a sbrigare le faccenducce più
umili.
— Sei ancora alzata? — disse il conte entrando nella stanza della mamma.
La vecchierella era intenta a stirare sopra una gran tavola di legno
greggio, e tutto all'intorno, sul canapè, sulle sedie, sul cassettone,
si vedevano, disposte con cura, delle mutande, delle calze, delle
camicie, dei solini e dei polsini finti: grande amarezza questa del
conte Eriprando, il quale non vedea l'ora d'esser capo-ufficio per avere
le camicie coi polsini e il collo tutto attaccato. Sua mamma, poveretta,
aveva tentato di fargliene una: ma ci perdette intorno una quindicina di
giorni senza potervi riuscire: il solino, non c'era caso, faceva borsa
da una parte o dall'altra!....
Nella stanza piccola, bassa, faceva un caldo da soffocare, sebbene la
finestra fosse aperta ma di fuori c'era scirocco, e di dentro due
lucerne di petrolio infocavano la stanza colla loro luce sfacciata e
rossastra. Eriprando cominciò subito a sudare; invece la vecchiarella
secca, piccina, che lavorava in quel forno dalle otto della sera, non
sudava affatto.
— Mi trovi alzata perchè non ho sonno; già, con questo caldo, anche a
voler dormire, non si può. E poi, ti occorre la roba per domattina, e
io, lo sai bene, preferisco andare a letto tardi, piuttosto di essere
costretta a levarmi presto.
La buona donna mentiva adesso col suo figliolo. Sapeva bene lei che, per
quanto fosse andata tardi a letto quella sera, avrebbe sempre dovuto
alzarsi per tempo il giorno dopo. Il viaggio del contino la affaticava
da un mese. Aveva dovuto provvederlo di biancheria e riaccomodargli
quella vecchia: aveva dovuto pulire, sbattere, rammendargli i panni, e
solamente attorno all'abito nero ci aveva sciupati sette giorni e
perduto un occhio e mezzo. Ma, e d'altra parte come si fa?... Il conte
Eriprando degli Ariberti, partendo da Vicenza per le bagnature colla
contessa Elisa Navaredo e la contessina Cecilia D'Abalà, non poteva
andare come un pitocco qualunque.
Gli Ariberti erano una delle più antiche famiglie di Vicenza: ed è forse
per questo che la troviamo così vicina a morire di consunzione. Il padre
del contino Eriprando, il conte Eutichiano, era stato un impiegatuccio a
duemila cinquecento; e in un momento di debolezza e con tre semestri di
fitto in arretrato alla gola, aveva commesso un matrimonio
_morganatico_, come diceva lui, colla figlia della sua padrona di casa,
l'Orsolina, che fu poi così compresa delle illustri nozze, alle quali
era stata assunta, da camminare in punta di piedi, quando si trovò
gravida, per paura di scomodare il nobile rampollo che il conte suo
marito s'era degnato di affidarle per la gestazione. Con legittimo
orgoglio del conte Eutichiano, che vedeva così continuata la nobile
prosapia, l'erede (erede per modo di dire, che non c'era proprio niente
da ereditare) fu un maschio e subito gli misero nome Eriprando. Era
l'Eriprando _nono_ o _decimo_ della casa, e tutti i predecessori che
portarono prima quel nome, in sei o sette secoli, avevano avuto in mano,
l'uno dopo l'altro, i destini della città.
Per l'Orsolina, il conte figlio era qualche cosa di sacro. All'affetto
materno ella univa nel suo cuore la religione, il culto che professava
all'ultimo discendente degli Ariberti, e facendogli da serva, credeva in
buona fede di non fare nulla più del suo dovere.
Il conte Eutichiano morì quando il bambino non aveva più di tre o
quattro anni. Alla vedova ed al pupillo non rimase altro per vivere che
la magrissima pensione del marito, la biancheria e il mobilio bastante
per quattro stanze: cominciarono col subaffittarne due, e n'ebbero così
un altro cespite di entrata.
Mamma Orsolina si tiranneggiava, si misurava, come si suol dire, il
boccone di pane, e tutto ciò perchè Prandino non mancasse di nulla. Lei
faceva colazione con una fetta di polenta, se ce n'era: ma Prandino,
quando andava a scuola, avea il suo canestro per la merenda sempre ben
fornito. L'Orsolina la si vedeva, a ricordo d'uomo, con una vesticciuola
di percalle a quadrettoni caffè, linda, pulita, ma tutta a rattoppi, che
pareva un mosaico: invece il camiciotto di Prandino era novo fiammante,
la biancheria fina, le scarpette lucide e scricchiolanti.
Quando venne il momento di dover pensare ad una professione pel contino
Eriprando, la buona donna si sentì stringere il cuore; ma, vedendo anche
lei che, senza far nulla non avrebbe potuto vivere, volle almeno ch'egli
s'avviasse all'avvocatura.
Lo fece studiare..... e trovò modo, Dio solo sa con quanti stenti e con
quanti sacrifici, di mantenerlo all'università: ma quando già era
dottore, Prandino stesso comprese da sè che anche colla laurea avrebbe
finito copista in qualche studio: il genio forense gli mancava del
tutto. Allora, facendosi più sentito il bisogno di guadagnare, si decise
anche lui a trangugiare l'amaro calice e cercò un impiego nelle
ferrovie. Adesso che lo abbiamo imparato a conoscere, aveva già mandato
le sue carte, aveva passato benino gli esami.... ma continuava ad
aspettare l'impiego, che si prometteva e non arrivava. Mamma Orsolina,
del resto, non disperava. Era sicura che col suo nome Prandino avrebbe
fatto una bella carriera e figurandoselo commendatore e capo-traffico,
non lo vedeva, per il momento, alla vendita dei biglietti ed alla
spedizione delle merci. Certo che se il parentado degli Ariberti lo
avesse voluto aiutare.... ma l'Orsolina non si lamentava di nessuno. I
parenti non le erano venuti incontro, quest'è vero: ma i parenti, si sa
bene, per queste mosse hanno sempre le gambe troppo corte, e poi nemmeno
lei li era andata a cercare. D'altra parte era troppo buona per sentire
dell'odio, dell'invidia, o solamente dell'amarezza, per alcuno: ella
sopportava tutto in santa pace, ed era più che soddisfatta, felice,
quando le domeniche d'estate andava in _Campo Marzo_, tutta chiusa nella
sua mantelletta di seta nera, in compagnia della signora Luciana, una
zitellona che teneva in affitto da molti anni le due disponibili delle
quattro camerette, e le poteva dire, indicandole i più splendidi
equipaggi che passavano al trotto: — quella signora là, è la marchesa
tale, seconda cugina di Eriprando: — quell'altro signore è il conte così
e così, terzo cugino di Eriprando: — adesso arriva il principe Caio,
fratello d'un cognato d'una cugina di Eriprando — e con queste
indicazioni la durava per tutto il passeggio, e la domenica vegnente
ricominciava da capo, senza che mai ne dimenticasse un solo!... Quando
poi rientrava in casa, dopo il _corso_ di _Campo Marzo_, era tutta
beata: le sue stanzette le sembravano più grandi, più lucente il
cassettone, più morbido il canapè: e a cena, la sua polenta asciutta le
parea dolce e saporita come un marzapane.
Mamma Orsolina, anche quella notte continuava nel suo lavoro, e il conte
Eriprando, secondo il solito, quantunque del bene gliene volesse, non si
sentiva rattristare dallo spettacolo di quella vecchiarella che si
affaticava per lui. Era un po' viziato l'amico: era stato avvezzo a
esser servito: e poi, colla propria coscienza si accomodava facilmente,
pensando che s'egli l'avesse anche sgridata, tanto e tanto quella buona
donna non avrebbe voluto intender ragioni.
Non le disse nulla dunque, ma invece si mise anch'egli a far qualche
cosa. Prima di tutto si levò l'abito nero e tenendolo sollevato con una
mano, coll'altra ne cavò, dalle tasche, il portasigari, un portafoglio
di cuoio con una corona d'argento nel mezzo, dono della contessa
Navaredo: un fazzolettino di battista che aveva pure una gran corona da
conte ricamata in un angolo, capolavoro di mamma Orsolina, e un paio di
guanti scuri, piegati a mezzo. Tutta questa roba la collocò in ordine,
sul tavolino, e poi cominciò a ripulir l'abito ben bene.
La contessa Elisa usava di nascondere colla cipria l'impertinenza dei
capelli bianchi, che qua e là cominciavano a comparire nell'ampio volume
della chioma bionda, e perciò, dopo i loro colloqui, il conte Eriprando
rimaneva tutto bianco di farina di riso. Anche quella sera, mentre colla
spazzola dissipava le amorose tracce, un profumo di cipria
all'_opoponax_ lo avvolse come in una nuvola, sollevandogli nella mente,
nel cuore, nei sensi, dei ricordi, che lo facevano vagar lontano da
quella povera stanzetta, fino al canapè dei cinque minuti.
Quando l'abito fu spazzolato, il conte Eriprando lo posò delicatamente
sul divano, piegandolo in quattro, colle fodere fuori. Quell'abito avea
da sostenere una gran parte alle bagnature; figuratevi che, come si suol
dire, era figlio unico di madre vedova!... Poi, venne la volta dei
guanti; prese un piccolo calamaio d'osso, una penna, e, sedutosi, sempre
in manica di camicia, vicino a una lucernetta, cominciò adagio adagio e
con molta pazienza, a colorir coll'inchiostro dove la pelle era un po'
consumata.
Il conte e la contessa erano così occupati da una mezz'ora, quando dopo
un “si può„ che ebbe risposta affermativa, s'aperse l'uscio che dava
sulla scala, ed entrò nella stanza una figura nera, lunga, ossuta, tanto
da non potersi indovinare, a prima vista, se fosse un prete o una donna.
In mano aveva un bicchiere, pieno, per due terzi, di caffè.
— A lei, contessa Orsolina; ho fatto il caffè fresco e gliene porto una
mezza chicchera.
La signora Luciana non aveva mancato mai, in tanti anni di fitto, di
chiamare contessa l'Orsolina: anzi ci teneva di rimbalzo a tutta quella
aristocrazia, perchè già i titoli, anche quando non cavano la fame,
riempiono la bocca.
Il conte Eriprando salutò la signora, senza scomporsi, con un inchino
cordiale e dignitoso a un tempo, e continuò tranquillamente a tingere i
guanti.
— Ne vuoi due dita? — chiese mamma Orsolina rivolgendosi al figliuolo.
— Grazie, mamma. Dammene una goccia in un bicchier d'acqua.
L'Orsolina uscì, e rientrò subito con una ciotola di cristallo quasi
piena d'acqua fresca; si avvicinò al suo ragazzo, e versò tanto caffè
nella ciotola, finchè questi, che aveva levati gli occhi, fe' cenno col
capo che bastava.
Anche la signora Luciana, quando tutti ebbero terminato di bere il
caffè, prese, senza dir nulla, un ferro dal fornello, e, da un altro
lato della tavola, cominciò a stirare dei fazzoletti.
— La signora Luciana non ha mai sonno!
— Lo creda, signor conte, io dormo d'inverno anche per l'estate.
— Hum! Chissà.... chissà che foco ci brucerà sotto a tutta questa
insonnia!...
— Oh! giusto!.... Che fuoco la vuole che ci bruci sotto, caro lei!....
Luciana, ad onta dei quarant'anni sonati, anzi, forse appunto per
questo, se la godeva un mezzo mondo quando il bel giovinotto le toccava
certi tasti delicati.
— Io non ne so nulla: però i miei sospetti cadrebbero sopra un capitano
dei bersaglieri, stagionato ma ben portante, che vedo spesso girellare
da queste parti con certe arie da conquistatore....
— Mi fa la grazia di tacere? Mi fa la grazia di non inventarne sempre
delle nuove, lei? Ieri era un avvocato, oggi è un capitano dei
bersaglieri, stagionato ma ben portante!.... Quasi che non ci fossero
altre donne per la casa, e più belle di me!....
— Via, via, signora Luciana: lo sa anche lei, lo sa anche lei di essere
amata: e ne gode, e si vede:
“Quando nell'ombra de' _suoi_ negri occhioni
Improvvise balenano e procaci
Le cupidigie che...„
— Zitto là!.... non dica sciocchezze!.... e vada a dormire.... che
domani.... Domani dev'essere una gran giornata per lei, ma... acqua in
bocca! Acqua in bocca, chè se no, ce ne sarebbero degli altarini da
scoprire!....
— Sa, — continuò l'altro, che invece di essere spaventato, si sentiva
lusingato da quelle minacce, — sa, signora Luciana, che sto già
preparando de' versi per le sue nozze?
“Dall'arida cenere
Rinasce il mio core,
Ritorna la cetera
Ai canti d'amore.„
— Grazie tante, ne faccio senza de' suoi versacci, tutti pieni di
sporcizie....
— _Le tue carezze le conosco io solo_, continuò l'altro facendo gli
occhiacci.... — _E il tuo guancial per me non ha segreti_....
— Le dico di smettere!....
— _Guai se potesse dir quel letticciuolo_,
_Se potessero dir quelle pareti_....
— La vuol finire, sì o no? Prenda il suo lume, i suoi guanti, e vada a
dormire subito, subito, subito!....
Così dicendo, la signora Luciana, rossa come un peperone, con certe
chiazze che non erano tutto pudore, si era buttata addosso al
giovanotto, per farlo tacere, per ispingerlo fuori della stanza, e
intanto si godeva a stringergli le mani e le braccia. Il conte Eriprando
continuava a ridere e a recitare i versi dello Stecchetti, per irritare
sempre di più la signora Luciana; ma poi, siccome era tardi, prese il
lume, i guanti, che avea involtati in un giornale, e s'avviò davvero per
andare a dormire. Mamma Orsolina rideva a quelle scene, senza capirne
nulla, tutta allegra per l'allegrezza del suo figliuolo:
— Aspetta, Prandino!... Vengo anch'io!...
E lasciata la signora Luciana a brontolare e a finire la camicia che
aveva già mezzo stirata lei, entrò col figlio nell'altra camera.
Chiuse la finestra, rimboccò le coperte del letto; uscì e tornò con un
bicchier d'acqua fresca che pose sul tavolino da notte, e poi,
finalmente, se ne andò dalla camera, ma dopo aver salutato e guardato il
suo figliuolo con una occhiata nella quale c'era dentro un bel bacione,
ch'ella, intimidita, non osava dargli.
Prandino aveva cominciato a svestirsi quietamente, colla cura di chi non
vuole strapazzare la propria roba. Piegò il panciotto e i calzoni, e
involtò la cravatta di raso nero nello stesso numero del _Giornale di
Vicenza_, dove c'erano i guanti. Fatto ciò, perdette ancora del tempo
parecchio a lucidare la sua catena di similoro; una catena che credevano
tutti, anche la contessa Navaredo, fosse d'oro massiccio. Levò quindi
dal cassettone un cartoccio, nel quale stava involtato un portafogli
unto e bisunto, il predecessore di quello che gli aveva regalato
l'Elisa, e tornò a contare, operazione che da una settimana faceva
regolarmente tutte le sere, il danaro che c'era dentro.
Non c'era verso: erano dugento ottanta lire, non una di più, non una di
meno!... Allora tornò, come tutte le altre volte, a rifare i suoi
calcoli: tanto pel viaggio, tanto per la camera, tanto pel vitto, pei
bagni, per le acque, pei traghetti... Ne aveva per dodici giorni, a far
molto! Fossero state almeno trecento, avrebbe avuto un po' di largo!....
Alla fin fine viaggiava con signore, e colle signore si spende sempre di
più... poi c'era quel monello di Gegio, il quale si metteva a piangere
dalla sete e voleva bere tutte le volte che vedeva un caffè.... poi
c'era suo cugino Badoero, sicuro, che lo avrebbe condotto in _società_ e
che indirettamente lo avrebbe fatto spendere anche lui.
Bisogna sapere che su questo cugino Badoero il conte Eriprando ci faceva
molto assegnamento per darsi arie a Venezia. Ne aveva discorso molte
volte colla contessina Cecilia, e non parlava mai delle bagnature colla
contessa Elisa, senza ch'egli non le promettesse di presentarglielo. Per
dire la verità si conoscevano appena di nome, tanto da scambiarsi i
biglietti di visita ogni capodanno e nulla di più. Ma, non importa,
erano parenti lo stesso: e il Badoero, oltre di appartenere ad una gran
famiglia, — figuratevi che fra maschi e femmine contavano in quella casa
più di una dozzina di corni, corni ducali, s'intende, — oltre dunque di
appartenere ad una gran famiglia era anche un riccone sfondolato. Ma pur
troppo, per quanto il cugino Badoero fosse ricco, le ducento ottanta
lire del conte Eriprando non ne volevano sapere di diventare
trecento!...
E queste sue pene, dopo d'essersi levati gli stivali prima di saltare
nel letto, le confidò tutte con un'occhiata piena di passione ad una
fotografia _portrait-album_, ch'egli teneva sul suo tavolino da notte
appoggiata a un elegante cavalletto di legno intarsiato.
In quel ritratto la contessa Elisa dimostrava una diecina d'anni di
meno, ragione per cui tanto lei quanto il conte Eriprando lo trovavano
somigliantissimo.
Era stata presa di profilo come dicono i fotografi: in piedi, a mezza
figura. Aveva i capelli sciolti che le scendevano giù per le spalle e,
fra le mani, teneva un libro aperto, che non doveva essere un libro di
devozione.
Era appoggiata al davanzale d'una finestra, più che raccolta, assorta
nella sua lettura: e la fotografia, con effetto di _chiaro di luna_,
aggiungeva dei riflessi romantici a quel profilo delicatissimo di
figuretta bionda e sentimentale.
Adesso il tempo avea giocato dei tiri assassini alla Contessa. Il collo
le si era un po' ingrossato, le guance cominciavano a diventar flosce,
le palpebre, specialmente la mattina. Le avea rosse e gonfie: la pelle
scuretta, la fronte un po' rugosa, e quando apriva la bocca si vedeva
qualche segno di lutto fra i mascellari: già il suo riso non era più
limpido, squillante, argentino e breve; s'era fatto troppo lungo e
sgangherato, e la finezza della vita era sciupata da un tantino di
pinguedine. Di tutte queste disgrazie il conte Eriprando non se ne
accorgeva: per merito della cipria, del belletto, della glicerina, del
_cold-cream_ e della _crème froide_, ma sopratutto dell'amore, egli la
vedeva sempre bionda, bianca, sottile, con alcun che di vaporoso, di
etereo, di virginale nell'espressione, soavemente melanconica del volto
ed in tutta la _linea_ elegante della personcina; tal e quale com'era là
in quel suo ritratto... ch'ella da dieci anni continuava a far
riprodurre.
Quella dolce contemplazione durò qualche tempo: poi, finalmente, si
decise, spense il lume e saltò nel letto. Però anche al buio, la
contessa Elisa, coi capelli sciolti, col libro in mano e tutti gli
effetti del _chiaro di luna_ appariva viva dinanzi agli occhi del nostro
innamorato!... Com'era cara, com'era bella, com'era buona! — ed era
sua!.... Quante felicità avrebbe godute con lei in quelle due
settimane.... al Lido di giorno.... in gondola di sera..., e poi.... —
Peccato ch'egli non avesse almeno trecento lire, e che non si potessero
mandare al diavolo quell'uggiosa della contessina Cecilia e quello
sbarazzino di Gegio!