Nel mentre Giaracà attendeva al Zango il duca ***, in una povera
stanzuccia d'una casa poverissima di Modica, Luchino impazientiva pel
ritardo di giovani aspettati. Un fascio di lettere gli stava innanzi
su d'una zoppa tavola, un piccolo valigiotto era appeso ed una pistola
luccicava sul lettuccio. L'amico di Polo sembrava oltremodo agitato,
ed il respiro gli si fece più libero solo allorquando l'uscio s'aprì e
cinque individui comparvero. Vestivano tutti da viaggio, ed appena
entrati abbracciarono stretto Luchino carezzandolo con giovanile
effusione.
--Siete pronti?--disse subito Luchino.
--Eccoci. Partiremo presto?
--A minuti la carrozza sarà in piazza.
Pericle e Ciro, senz'altro, raccolsero la pistola e la valigia, e
spalancato l'uscio discesero. Luchino, disse addio collo sguardo alle
nude ma care pareti della cameretta, intascò il fascio, e fatto cenno
ai tre che precedessero, passò la soglia e chiuse. Poco dopo i sei
viaggiatori da una scura callaja sbucavano sul foro del castello.
Un montanaro s'avvicinò a Luchino e senza mover parola gli additò la
carrozza pronta nel lato più remoto della piazza. Già cadevano le
prime gocciolone e il cielo scuro scuro non dava modo di scorgere gli
oggetti circostanti. Il framassone rispose con un segno misterioso di
mano allo sconosciuto e raggiunta la vettura pregò gli amici a
salirvi. Questi adagiati, trasse dalla tasca le lettere, e consegnolle
all'uomo cui alzando in viso lo sguardo disse:
--Pincio, queste lettere le affido a te. Sono importanti, e lo
smarrimento di una sola di esse rovinerebbe il lavoro... abbine quindi
massima cura e presto inviale a destino.
--Non temete, cugino. So bene che gravi ragioni stanno contenute in
queste carte. Me ne avvisò appunto stamane Polo Brancato.
--Queste lettere sono sue.
--Sapevo.
--Quasi tutte sono indirizzate a Palermo. Qualcuna è per Trapani...
poche a Catania. Pincio, addio!
E la carrozza partì.
Il montanaro non si mosse se non allorchè la vidde assai dilungata, e
dato uno sguardo tutt'all'intorno si pose a riparo dalla fitta pioggia
sotto la merlata della torre. Poco appresso però, lungo le mura del
forte, Pincio sbucò sul foro e a lesti passi risalì alla volta della
montagna.
La carrozza di Luchino ed amici arrivò in quel frattempo al Zango.
Innanzi la casa di Giaracà sostò e Ciro saltò a terra pel primo: dalle
arcate uscì Polo dicendo:
--Eccomi!
--Polo--gridò Luchino--le lettere viaggiano... al resto pensasti?
--A tutto.
--Polo mio--susurrò Pericle--Polo mio, abbiamo a compiere un sacro
dovere... lo so; ma ci arriderà la fortuna?
--Pericle, abbi animo. Al soldato che giura devozione alla bandiera è
promessa forse salva la vita?
--Viva Polo!--esclamarono gli altri eccitati dalle parole solenni del
Brancato--Viva Polo!
--Viva Italia, amici, viva la ragione!
--Viva Italia!
Fu questo grido che scosse Cipriano e il Duca.
--Affrettatevi, Luchino. Prima che spunti l'alba di domani sarò di
ritorno a Pozzallo.
--Sei la guida nostra, o Polo. Non mancarci.
--Domattina.
--All'alba.
La carrozza partì e Polo passato l'atrio suonò alla porta del preside.
Il duca *** all'annuncio del giovane, fe' d'occhio a Cipriano, ed
alzatosi spalancò l'uscio di una camera oscura e là entro a passi
lenti sparve.
Il preside si mosse verso la porta e con un ghigno insidiosamente
beffardo, susurrò:
--Già qui?... le mie arti son dunque riuscite?... l'agnello viene a
riparo presso il lupo?... e lo scritto mi sarà da lui... da lui stesso
consegnato? dunque? Ah, Cipriano, ricordati del 14 aprile!