«...... non lo stimo capace di leggere filosofia. Balzano e più ancora
settario non milita nel campo della verità, e s'è corpo e cervello
affiliato a' framassoni. Illuso, sedotto, accecato da eretici
paradossi, egli sostiene a spada sguainata e col coraggio ardimentoso
della gioventù le massime della nuova sofistica, e nessuno più di lui
sprezza ed ingiuria le sante tradizioni. Paladino di codeste empietà;
seguace, ammiratore, amico, di codesti novelli scrivacchiatori,
diffonditore di codeste dottrine che paion recenti perchè piovuteci
testè dalla Francia degli Enciclopedisti; nel suo libro,
fortunatamente tuttor inedito, sulla vita e le opere dell'empio
Socino, Polo Brancato, corrotto dall'infame esempio del padre, sparge
a piene mani il ridicolo e la contumelia sulla religione degli avi e
predica coll'impudente alterezza dello stolto fanatico la crociata
(concedete che usi la parola sacra a sublimi ricordanze) contro l'Arca
del Signore! No, no, licenziatelo, affidate la cattedra alla saggia
gravità del duca......»
Così scriveva il dottor Cipriano a personaggio autorevole nell'Ateneo
di Catania, e nel chiuder siffatta lettera delatrice uno strano
sorriso gli sfiorava le labbra. Suggellò il foglio, scosse il
campanello e al chiamato lo consegnò dicendo:
--Mettila subito in posta.
--Sarà fatto... il Collegio è raccolto... si aspetta Vossignoria.
--Vado, vado. Quella lettera a destino.
Passeggiò a lunghi passi la camera e con foga irrompente ripetè a sè
stesso i concetti dello scritto. Gli brillava in viso la
soddisfazione, aveva più largo il respiro, e quasi per istinto batteva
le mani. Alla fine, bruscamente fermandosi nel mezzo dello studio,
alzò la voce e pronunziò:
--Figliuolo di Matteo Brancato... difensore della ragione...
rivendicatore di Fausto Socino... a noi due!
E mosse per uscire. Ma nell'atto di passar la soglia, alzò in contegno
supplice lo sguardo e balbettò:
--Vittoria o sconfitta?
Scosse lentamente il capo, sogghignò e disse:
--Cipriano, trionferai!
La vasta sala, nella quale il Collegio era radunato, sfarzosa per
ricco addobbo e per superba architettura di quel Paolo Labisi che e in
Roma e in Napoli e in Messina e persino nel Messico lasciò egregia
fama, ricorda a coloro che la visitano i più gridati fatti della
storia siciliana. Là entro raccolsero il popolo a comizio i principi
saraceni, il conte Ruggiero, alcuni Svevi; là arringarono Carlo
Angioino e gli ammiragli d'Aragona; là l'ambasciatore di Carlo V
impose alla valle ubbidienza e fedeltà; là Filippo I e uno scudiero
d'Amedeo promisero pace e protezione alla contea; là poetò il netino
Marrasio; là Pietro Pipi scrisse il libro sull'incendio dell'Etna; là
Sinatra dettò le regole dell'Accademia e Antonino Tedeschi raccolse
con pazienza d'erudito le memorie della città, state poi poco dopo la
sua morte disperse dagli ignorantissimi eredi; là entro sempre si
tenne vivo il pensiero della libertà, il desiderio di civile ristauro.
Tele di rinomato pennello ne ornano le ampie pareti ed accanto al
seggio del preside s'erge in bianco marmo l'effigie venerata del
fondatore.
I soci (ben trenta) erano sparsi a gruppi in essa, e fra ciarle e
ragionamenti attendevano la venuta di Cipriano. In un cerchio di otto
o dieci ascoltatori stavano Polo e Luchino, affannati a render conto a
quegli amici dei moti preparati e delle fila tese e annodate.
--Credetemi--diceva Polo,--la nostra è causa giusta, e vinceremo. È
guerra non di conquista ma di filosofia. Questi avanzi del passato,
queste cassandre del risorgimento, devono cadere e cadranno. Tanti
strazi, tanti patimenti sopportati, tanti studi, tante veglie
sostenute, non hanno ad aver compenso? Innumerata schiera di pensatori
agitò, discusse, svolse questi giganteschi problemi... e le sudate
fatiche di tanti onorandi non avranno scopo? La civiltà, il benessere
delle moltitudini, il volo dell'intelletto, sono fieramente
osteggiati... sì, eziandio traditi e venduti!... in quella storica
terra sventurata... e noi lascieremo che il Tevere bagni più a lungo i
campi e le lande di italiani schiavi? Credetemi, amici, non possiamo,
non dobbiamo, non vincere... o che la ragione non debbe alla fine
trionfare? e la ragione non è la verità?
--Ben diceste, o Polo--esclamò preso da entusiasmo Luchino.
--Ben diceste: la libertà di Roma sarà libertà delle nazioni: cacciato
il falco i passeri lasciano il nido e gioiosi svolazzano.
--Luchino, Luchino, il vostro augurio è felice, e tale lo desidero
alla patria. La ragione, svincolata e vittrice, segnerà il
rifiorimento d'Italia.
--E intanto?
--Intanto? aiutiamo colle braccia il lavoro della mente... siamo
soldati per essere utili, ed appena il segnale della battaglia sia
dato io volerò a serrarmi nelle fila dei più arditi.
--Vi seguirò, Polo. Dovessi segnarmi la morte! Luchino rimarrebbe
solo, umiliato, mentre gli amici combattono?
--E muoiono! Sì, perocchè morrei prima di ceder l'arme!
--Anch'io, Polo, vi seguirò--interruppe Pericle.
--Anch'io--gridò Ciro.
--Anch'io, anch'io--esclamarono quattro fra gli ascoltatori, e tutti
serrarono con giovanile baldanza le mani di Polo e Luchino. I quali
commossi alle lagrime, baciarono con vero affetto quei gagliardi.
In quella il dottor Cipriano apparve.
--Signori--egli disse--paterna gioia mi commuove il petto ed in cuore
provo contento grandissimo.
--Che è, che è?
--Finalmente... e dico finalmente, o colleghi, giacchè sino a ieri
avversa gli fu la fortuna... finalmente le squisite facoltà dell'animo
e della mente di un mio diletto figliuolo, vostro egregio amico,
vennero riconosciute.
--Chi mai?--proruppero ad una sol voce Pericle e Ciro, ed i loro
sguardi si rivolsero a Polo.
--Chi mai?!.., e debbo dirvelo?... Polo Brancato, mio adorato allievo,
fu ieri accettato come primo candidato alla cattedra di filosofia...
--Io?!
--E sto mallevadore, signori, che appena data in luce la sua opera sul
grande Socino, Polo verrà eletto.
--Posso sperarlo?
--Oh Polo mio, qual festa!--gridò il buon Luchino, e l'abbracciò. E
dopo lui l'abbracciarono Ciro, Pericle, i colleghi; tre grossi baci
gli stampò in fronte Cipriano.