IV.

«...... non lo stimo capace di leggere filosofia. Balzano e più ancora

settario non milita nel campo della verità, e s'è corpo e cervello

affiliato a' framassoni. Illuso, sedotto, accecato da eretici

paradossi, egli sostiene a spada sguainata e col coraggio ardimentoso

della gioventù le massime della nuova sofistica, e nessuno più di lui

sprezza ed ingiuria le sante tradizioni. Paladino di codeste empietà;

seguace, ammiratore, amico, di codesti novelli scrivacchiatori,

diffonditore di codeste dottrine che paion recenti perchè piovuteci

testè dalla Francia degli Enciclopedisti; nel suo libro,

fortunatamente tuttor inedito, sulla vita e le opere dell'empio

Socino, Polo Brancato, corrotto dall'infame esempio del padre, sparge

a piene mani il ridicolo e la contumelia sulla religione degli avi e

predica coll'impudente alterezza dello stolto fanatico la crociata

(concedete che usi la parola sacra a sublimi ricordanze) contro l'Arca

del Signore! No, no, licenziatelo, affidate la cattedra alla saggia

gravità del duca......»

Così scriveva il dottor Cipriano a personaggio autorevole nell'Ateneo

di Catania, e nel chiuder siffatta lettera delatrice uno strano

sorriso gli sfiorava le labbra. Suggellò il foglio, scosse il

campanello e al chiamato lo consegnò dicendo:

--Mettila subito in posta.

--Sarà fatto... il Collegio è raccolto... si aspetta Vossignoria.

--Vado, vado. Quella lettera a destino.

Passeggiò a lunghi passi la camera e con foga irrompente ripetè a sè

stesso i concetti dello scritto. Gli brillava in viso la

soddisfazione, aveva più largo il respiro, e quasi per istinto batteva

le mani. Alla fine, bruscamente fermandosi nel mezzo dello studio,

alzò la voce e pronunziò:

--Figliuolo di Matteo Brancato... difensore della ragione...

rivendicatore di Fausto Socino... a noi due!

E mosse per uscire. Ma nell'atto di passar la soglia, alzò in contegno

supplice lo sguardo e balbettò:

--Vittoria o sconfitta?

Scosse lentamente il capo, sogghignò e disse:

--Cipriano, trionferai!

La vasta sala, nella quale il Collegio era radunato, sfarzosa per

ricco addobbo e per superba architettura di quel Paolo Labisi che e in

Roma e in Napoli e in Messina e persino nel Messico lasciò egregia

fama, ricorda a coloro che la visitano i più gridati fatti della

storia siciliana. Là entro raccolsero il popolo a comizio i principi

saraceni, il conte Ruggiero, alcuni Svevi; là arringarono Carlo

Angioino e gli ammiragli d'Aragona; là l'ambasciatore di Carlo V

impose alla valle ubbidienza e fedeltà; là Filippo I e uno scudiero

d'Amedeo promisero pace e protezione alla contea; là poetò il netino

Marrasio; là Pietro Pipi scrisse il libro sull'incendio dell'Etna; là

Sinatra dettò le regole dell'Accademia e Antonino Tedeschi raccolse

con pazienza d'erudito le memorie della città, state poi poco dopo la

sua morte disperse dagli ignorantissimi eredi; là entro sempre si

tenne vivo il pensiero della libertà, il desiderio di civile ristauro.

Tele di rinomato pennello ne ornano le ampie pareti ed accanto al

seggio del preside s'erge in bianco marmo l'effigie venerata del

fondatore.

I soci (ben trenta) erano sparsi a gruppi in essa, e fra ciarle e

ragionamenti attendevano la venuta di Cipriano. In un cerchio di otto

o dieci ascoltatori stavano Polo e Luchino, affannati a render conto a

quegli amici dei moti preparati e delle fila tese e annodate.

--Credetemi--diceva Polo,--la nostra è causa giusta, e vinceremo. È

guerra non di conquista ma di filosofia. Questi avanzi del passato,

queste cassandre del risorgimento, devono cadere e cadranno. Tanti

strazi, tanti patimenti sopportati, tanti studi, tante veglie

sostenute, non hanno ad aver compenso? Innumerata schiera di pensatori

agitò, discusse, svolse questi giganteschi problemi... e le sudate

fatiche di tanti onorandi non avranno scopo? La civiltà, il benessere

delle moltitudini, il volo dell'intelletto, sono fieramente

osteggiati... sì, eziandio traditi e venduti!... in quella storica

terra sventurata... e noi lascieremo che il Tevere bagni più a lungo i

campi e le lande di italiani schiavi? Credetemi, amici, non possiamo,

non dobbiamo, non vincere... o che la ragione non debbe alla fine

trionfare? e la ragione non è la verità?

--Ben diceste, o Polo--esclamò preso da entusiasmo Luchino.

--Ben diceste: la libertà di Roma sarà libertà delle nazioni: cacciato

il falco i passeri lasciano il nido e gioiosi svolazzano.

--Luchino, Luchino, il vostro augurio è felice, e tale lo desidero

alla patria. La ragione, svincolata e vittrice, segnerà il

rifiorimento d'Italia.

--E intanto?

--Intanto? aiutiamo colle braccia il lavoro della mente... siamo

soldati per essere utili, ed appena il segnale della battaglia sia

dato io volerò a serrarmi nelle fila dei più arditi.

--Vi seguirò, Polo. Dovessi segnarmi la morte! Luchino rimarrebbe

solo, umiliato, mentre gli amici combattono?

--E muoiono! Sì, perocchè morrei prima di ceder l'arme!

--Anch'io, Polo, vi seguirò--interruppe Pericle.

--Anch'io--gridò Ciro.

--Anch'io, anch'io--esclamarono quattro fra gli ascoltatori, e tutti

serrarono con giovanile baldanza le mani di Polo e Luchino. I quali

commossi alle lagrime, baciarono con vero affetto quei gagliardi.

In quella il dottor Cipriano apparve.

--Signori--egli disse--paterna gioia mi commuove il petto ed in cuore

provo contento grandissimo.

--Che è, che è?

--Finalmente... e dico finalmente, o colleghi, giacchè sino a ieri

avversa gli fu la fortuna... finalmente le squisite facoltà dell'animo

e della mente di un mio diletto figliuolo, vostro egregio amico,

vennero riconosciute.

--Chi mai?--proruppero ad una sol voce Pericle e Ciro, ed i loro

sguardi si rivolsero a Polo.

--Chi mai?!.., e debbo dirvelo?... Polo Brancato, mio adorato allievo,

fu ieri accettato come primo candidato alla cattedra di filosofia...

--Io?!

--E sto mallevadore, signori, che appena data in luce la sua opera sul

grande Socino, Polo verrà eletto.

--Posso sperarlo?

--Oh Polo mio, qual festa!--gridò il buon Luchino, e l'abbracciò. E

dopo lui l'abbracciarono Ciro, Pericle, i colleghi; tre grossi baci

gli stampò in fronte Cipriano.

Le tre valli della Sicilia · 第 32 / 39 题