II.

--Ebbene, Polo, avete finito?

--Dottor Cipriano, sì. E ne son contento. Ho resa giustizia al mio

Socino, e la gioventù che studia ed onora me ne sarà grata.

--Il vostro lavoro è serio e n'avrete applausi. Molta dottrina e molto

coraggio vi spiegaste. Al vecchio amico dei Brancato negherete che

faccia lieti augurii allo scolaro?

--Maestro, grazie. Gli elogi vostri mi animano e mi fortificano.

Grazie davvero, dottor Cipriano!

--Bene, bene, Polo...

--Posdomani andrò a leggerlo, come mi s'impose, al collegio di

Modica... e spero anche di potermene servire pel concorso di

Catania...

--So tutto, Polo... Ma voi non sapete però che v'è.... rivale....

--Chi mai?

--Nientemeno...

--Nientemeno...

Ciprigno, girò con sospetto gli occhi all'ingiro, poi fattosi piccino

della persona, accostò la bocca all'orecchio del seduto, ed in atto di

gran mistero gli sussurrò con voce tremante un nome. Era il nome del

figlio di un potente, di un uomo alto e famoso.

--... Lui?!...

--Lui. Che volete, Polo mio? S'è fitto in capo di vincere!

--E vincerà... lo temo!

--Però... animo, Polo... coraggio e costanza.

E così dicendo il dottor Cipriano uscì.

Era il dottor Cipriano uomo di cinquant'anni, di ritta statura,

altero, grave. Calvo e giallognolo, il suo capo aveva un impero

indefinibile, tanto da incuter rispetto e tema in chi lo guardava. Gli

occhi neri, lucenti, muovevansi celermente nell'orbita, ed in quello

sguardo si scopriva l'acutezza indagatrice; la bocca sempre chiusa

lasciava mai o quasi scorgere attraverso le pallide labbra i denti

ancor sani ed interi. Teneva di consueto le braccia incrociate, il

passo era lento e misurato, il moto della persona dignitoso e solenne.

L'abito nero, elegante e slacciato gli scendeva in falde lungo i

fianchi; nessun ornamento dorato gli splendeva sul panciotto pur nero,

e ricercata calzatura teneva ai piedi. Personaggio molto stimato e in

Pozzallo e nella contea tutta, godeva riputazione d'uomo influente e

colto, apparteneva all'Accademia di Modica, aveva casa, giardino e

poderi al Zango, e due volte al mese scendeva a Noto in qualità

d'ispettore delle scuole. Affettava protezione pel giovane Polo e

spesso desinava col suo «adorato figliuolo.»

Conosceva i Brancato da molt'anni, e col padre di Polo aveva avuta

stretta dimestichezza. Educatore di questo dall'infanzia,

frequentavane il palazzo e grande autorità vi godeva. Grave alterco

ebbe un dì col padre Brancato, e da allora in poi erasi licenziato,

mantenendo però una larva d'affezione al discepolo. Assai s'era

parlato di sì clamorosa rottura, nessuno seppene bene il perchè.

Profondo ricordo, del resto, dovevano averne tutti conservato,

essendochè e Polo mai parlava del padre in presenza del dottore e

Cipriano smarriva ogni allegrezza al solo rammentarsene!

Appena ebbe abbandonata la sala, Cipriano s'arrestò, levò in alto la

destra, e volgendosi alla porta per la quale s'accedeva allo studio di

Polo, sussurrò con voce rantolosa e sprezzante:

--Speri vincer la prova?... aver fama dal tuo libello infernale?

ottenere il titolo?... no, no, giovinastro, disilluditi... tra te e la

cattedra sta Cipriano!... non ancora è cancellata l'onta... pensa,

fanciullo, al 14 aprile!

Gli occhi sfavillarono d'indegno tripudio, ed un guizzo di codardo

orgoglio corse al dottore per tutta la persona. Affrettò i passi, e

giunto sul loggiato, salutò colla mano e col viso composto a paterno

sorriso il giovane allora comparso al balcone; onesto e sincero,

poteva Polo sospettare la perfidia di Cipriano? Ad un servo che gli

schiuse i cancelli fe' ringraziamento col leggiero chinar del capo, e

dalla scalea per la quale si scendeva nella piazza del borgo mosse

alla volta della via di Scicli. Là giunto, salì nella carrozza che

l'attendeva, e al cocchiere che lo interrogò disse in tono mellifluo e

piacente:

--A Modica!

Polo seguì dal balcone la partenza del maestro, e il rumore delle

ruote era già tutto cessato che ancora teneva lo sguardo sulla strada

dei colli. Alfine si scosse, s'accostò al parapetto del ballatoio, vi

poggiò i gomiti, e piegando lentamente la persona mirò con occhio

stanco il mare poco lontano.

Vasta scena s'apriva dinanzi e lontano lontano il mare si confondeva

col cielo serrando in armonico cilestre l'orizzonte dell'isola.

Quell'ampia e levigata superficie delle acque era calma, e lunghi ma

incerti raggi di sole screziavano qua e là le placide onde distese

dalla costiera a Gozzo e da Malta al dilungato lido africano. Nessuna

vela ne rompeva anco dai lati la monotona solitudine, sola una

striscia ben sottile di fumo lasciava supporre che un piroscafo

costeggiasse la nebbiata Calabria, L'azzurro dell'atmosfera, non

segato da nuvoloni, era però ad oriente arrossato dai riflessi

lucenti, i quali dipingevano in stupendi colori e con bizzarra

dissonanza quell'angolo del poetico quadro. L'aria non agitata da

venti, era ristorata dalla leggiera brezza della sera di settembre.

Sta Pozzallo alle falde delle leggiadre montagne che dai picchi del

Mongibello scendono in leggiero pendio sino al Passaro ed alla sua

destra scorre e si getta in mare il fiumicello Scicli che sbucato

dalla deserta valletta d'Empedocle tocca Modica e feconda le praterie

del Giarciore e di Donnalucata. Dalla punta di Magaluco a porto

Longobardo, cioè dal faro più meridionale ai declivii del fiume

Ragusa, piccoli seni e piccoli capi s'incatenano e s'intrecciano con

bellissima vaghezza; levando poi lo sguardo su su verso i monti

appaiono, prima campi irrigati e pascoli, indi colline boscose e

smaltate da cascinali e abituri, in fondo colli, più in là i dirupi

dell'ultima catena d'Apennino. E in mezzo allo squallido grigio delle

roccie torreggia l'annerito castello di Modica, il quale (a guisa

dell'aquila che dalla cima della quercia spazia coi torvi occhi il

piano sottostante) edificato sull'altura protegge la città raggruppata

alle falde e sembra minacci anco da lontano l'invasore. Da Magaluco e

da Longobardo lo si scorge ritto frammezzo alle immobili pietre del

monte.

Polo contemplò lunga pezza questa scena, ma intanto la notte era

calata e denso velo ricoprì tutti gli oggetti. Si ritrasse adunque dal

balcone, serrò le vetriate e scese nel salotto. Sedette allo

scrittoio, aperse il manoscritto, e sfogliando s'arrestò senza averne

intenzione alla pagina che così chiudeva:

«Il fine della virtù, ha detto lo storico Cuoco, è la felicità.

Questa, equilibrio tra desideri e forze, e perciò soddisfazione dei

bisogni, non si ottiene che colla libertà, la quale per essere essa

stessa necessaria vuolsi ottenere ad ogni costo, con tutti i modi

razionali che stanno nel potere delle moltitudini. Il buon uso della

libertà genera l'ordine, con cui ogni sistema d'organamento regge e

lavora. Ma ogni culto ha i suoi sacerdoti, la libertà ha i suoi

altari, e infiniti cadranno o fiaccati o spenti appiè del gonfalone di

costei. L'agnello, quando la patria corre pericolo, diventa leone:

allora (così il mansueto Pellico) combatte e vince, o muore!»

Una lagrima di melanconico entusiasmo spuntò sulle palpebre di Polo, e

per non piangere lasciò il libro e se n'andò.

Le tre valli della Sicilia · 第 30 / 39 题