--Ebbene, Polo, avete finito?
--Dottor Cipriano, sì. E ne son contento. Ho resa giustizia al mio
Socino, e la gioventù che studia ed onora me ne sarà grata.
--Il vostro lavoro è serio e n'avrete applausi. Molta dottrina e molto
coraggio vi spiegaste. Al vecchio amico dei Brancato negherete che
faccia lieti augurii allo scolaro?
--Maestro, grazie. Gli elogi vostri mi animano e mi fortificano.
Grazie davvero, dottor Cipriano!
--Bene, bene, Polo...
--Posdomani andrò a leggerlo, come mi s'impose, al collegio di
Modica... e spero anche di potermene servire pel concorso di
Catania...
--So tutto, Polo... Ma voi non sapete però che v'è.... rivale....
--Chi mai?
--Nientemeno...
--Nientemeno...
Ciprigno, girò con sospetto gli occhi all'ingiro, poi fattosi piccino
della persona, accostò la bocca all'orecchio del seduto, ed in atto di
gran mistero gli sussurrò con voce tremante un nome. Era il nome del
figlio di un potente, di un uomo alto e famoso.
--... Lui?!...
--Lui. Che volete, Polo mio? S'è fitto in capo di vincere!
--E vincerà... lo temo!
--Però... animo, Polo... coraggio e costanza.
E così dicendo il dottor Cipriano uscì.
Era il dottor Cipriano uomo di cinquant'anni, di ritta statura,
altero, grave. Calvo e giallognolo, il suo capo aveva un impero
indefinibile, tanto da incuter rispetto e tema in chi lo guardava. Gli
occhi neri, lucenti, muovevansi celermente nell'orbita, ed in quello
sguardo si scopriva l'acutezza indagatrice; la bocca sempre chiusa
lasciava mai o quasi scorgere attraverso le pallide labbra i denti
ancor sani ed interi. Teneva di consueto le braccia incrociate, il
passo era lento e misurato, il moto della persona dignitoso e solenne.
L'abito nero, elegante e slacciato gli scendeva in falde lungo i
fianchi; nessun ornamento dorato gli splendeva sul panciotto pur nero,
e ricercata calzatura teneva ai piedi. Personaggio molto stimato e in
Pozzallo e nella contea tutta, godeva riputazione d'uomo influente e
colto, apparteneva all'Accademia di Modica, aveva casa, giardino e
poderi al Zango, e due volte al mese scendeva a Noto in qualità
d'ispettore delle scuole. Affettava protezione pel giovane Polo e
spesso desinava col suo «adorato figliuolo.»
Conosceva i Brancato da molt'anni, e col padre di Polo aveva avuta
stretta dimestichezza. Educatore di questo dall'infanzia,
frequentavane il palazzo e grande autorità vi godeva. Grave alterco
ebbe un dì col padre Brancato, e da allora in poi erasi licenziato,
mantenendo però una larva d'affezione al discepolo. Assai s'era
parlato di sì clamorosa rottura, nessuno seppene bene il perchè.
Profondo ricordo, del resto, dovevano averne tutti conservato,
essendochè e Polo mai parlava del padre in presenza del dottore e
Cipriano smarriva ogni allegrezza al solo rammentarsene!
Appena ebbe abbandonata la sala, Cipriano s'arrestò, levò in alto la
destra, e volgendosi alla porta per la quale s'accedeva allo studio di
Polo, sussurrò con voce rantolosa e sprezzante:
--Speri vincer la prova?... aver fama dal tuo libello infernale?
ottenere il titolo?... no, no, giovinastro, disilluditi... tra te e la
cattedra sta Cipriano!... non ancora è cancellata l'onta... pensa,
fanciullo, al 14 aprile!
Gli occhi sfavillarono d'indegno tripudio, ed un guizzo di codardo
orgoglio corse al dottore per tutta la persona. Affrettò i passi, e
giunto sul loggiato, salutò colla mano e col viso composto a paterno
sorriso il giovane allora comparso al balcone; onesto e sincero,
poteva Polo sospettare la perfidia di Cipriano? Ad un servo che gli
schiuse i cancelli fe' ringraziamento col leggiero chinar del capo, e
dalla scalea per la quale si scendeva nella piazza del borgo mosse
alla volta della via di Scicli. Là giunto, salì nella carrozza che
l'attendeva, e al cocchiere che lo interrogò disse in tono mellifluo e
piacente:
--A Modica!
Polo seguì dal balcone la partenza del maestro, e il rumore delle
ruote era già tutto cessato che ancora teneva lo sguardo sulla strada
dei colli. Alfine si scosse, s'accostò al parapetto del ballatoio, vi
poggiò i gomiti, e piegando lentamente la persona mirò con occhio
stanco il mare poco lontano.
Vasta scena s'apriva dinanzi e lontano lontano il mare si confondeva
col cielo serrando in armonico cilestre l'orizzonte dell'isola.
Quell'ampia e levigata superficie delle acque era calma, e lunghi ma
incerti raggi di sole screziavano qua e là le placide onde distese
dalla costiera a Gozzo e da Malta al dilungato lido africano. Nessuna
vela ne rompeva anco dai lati la monotona solitudine, sola una
striscia ben sottile di fumo lasciava supporre che un piroscafo
costeggiasse la nebbiata Calabria, L'azzurro dell'atmosfera, non
segato da nuvoloni, era però ad oriente arrossato dai riflessi
lucenti, i quali dipingevano in stupendi colori e con bizzarra
dissonanza quell'angolo del poetico quadro. L'aria non agitata da
venti, era ristorata dalla leggiera brezza della sera di settembre.
Sta Pozzallo alle falde delle leggiadre montagne che dai picchi del
Mongibello scendono in leggiero pendio sino al Passaro ed alla sua
destra scorre e si getta in mare il fiumicello Scicli che sbucato
dalla deserta valletta d'Empedocle tocca Modica e feconda le praterie
del Giarciore e di Donnalucata. Dalla punta di Magaluco a porto
Longobardo, cioè dal faro più meridionale ai declivii del fiume
Ragusa, piccoli seni e piccoli capi s'incatenano e s'intrecciano con
bellissima vaghezza; levando poi lo sguardo su su verso i monti
appaiono, prima campi irrigati e pascoli, indi colline boscose e
smaltate da cascinali e abituri, in fondo colli, più in là i dirupi
dell'ultima catena d'Apennino. E in mezzo allo squallido grigio delle
roccie torreggia l'annerito castello di Modica, il quale (a guisa
dell'aquila che dalla cima della quercia spazia coi torvi occhi il
piano sottostante) edificato sull'altura protegge la città raggruppata
alle falde e sembra minacci anco da lontano l'invasore. Da Magaluco e
da Longobardo lo si scorge ritto frammezzo alle immobili pietre del
monte.
Polo contemplò lunga pezza questa scena, ma intanto la notte era
calata e denso velo ricoprì tutti gli oggetti. Si ritrasse adunque dal
balcone, serrò le vetriate e scese nel salotto. Sedette allo
scrittoio, aperse il manoscritto, e sfogliando s'arrestò senza averne
intenzione alla pagina che così chiudeva:
«Il fine della virtù, ha detto lo storico Cuoco, è la felicità.
Questa, equilibrio tra desideri e forze, e perciò soddisfazione dei
bisogni, non si ottiene che colla libertà, la quale per essere essa
stessa necessaria vuolsi ottenere ad ogni costo, con tutti i modi
razionali che stanno nel potere delle moltitudini. Il buon uso della
libertà genera l'ordine, con cui ogni sistema d'organamento regge e
lavora. Ma ogni culto ha i suoi sacerdoti, la libertà ha i suoi
altari, e infiniti cadranno o fiaccati o spenti appiè del gonfalone di
costei. L'agnello, quando la patria corre pericolo, diventa leone:
allora (così il mansueto Pellico) combatte e vince, o muore!»
Una lagrima di melanconico entusiasmo spuntò sulle palpebre di Polo, e
per non piangere lasciò il libro e se n'andò.