«Senza ire e senza declamazioni pongo finalmente l'ultima parola a
questo mio lavoro sulla filosofia di Fausto Socino. La quale diè gran
fama al pensatore toscano; e perchè codesta fu trascinata nel fango ed
invilita, ben si voleva oggi ringiovanirla e ristaurarla; oggi in cui
liberi asserti si proclamano ed al vero si dà l'omaggio di franca
sentenza. Cassati i veti, spezzati i vincoli, srugginita la
discussione, era pur dignitoso il ritorno alle glorie obliate;
rivendicatori della sapienza avita noi dobbiamo rizzarne le statue e
svelarne gli arcani filosofemi. Filosofia è oggi verità, e sta bene
che si affretti il riscatto collo studio del passato e coll'analisi
dell'indagini prime. Anche la nuova scienza ha pritanei, ed a quella
guisa che l'astronomo fissa acuto lo sguardo nella stella più remota,
è ben d'uopo che gli odierni pensatori esaminino i ruderi
dell'intelletto: Cuvier ristorò la storia antidiluviana sulle orme di
pochi avanzi animali: la scienza non è dessa immarcescibile, eterna?
«Il popolo, questo sventurato fanciullo che uomini e cose congiurano a
sperdere ed abbrutire, bamboleggiò sempre sotto il giogo dei forti e
degl'immutabili, ed a nulla giovò che di tratto in tratto alcuni
robusti infrangessero le ritorte e gli gridassero: Sorgi e cammina.
Prigioniero di fede accettata perchè poetica, veneratore d'idoli
dorati, seguace di banditori ciechi e servi; egli derise e peggio
lapidò i nuovi apostoli, i soldati della nuova civiltà; stizzì perchè
lo si scuoteva, precipitò nel sepolcro chi lo voleva vivo. Eppure
quelle vittime dell'insano furore erano illustri, or son martiri; e
ieri stracciato l'amaranto che immalinconiva le lor tombe, colle
fronde del giovine alloro se ne compose la corona e la si adagiò sul
cippo funerale. Tarda ma dovuta espiazione, rendimento di grazie
postumo perocchè prima negato, tributo imperituro di riverenza. Lo
sposo alla fidanzata ancor lontana, ma attesa, prepara il velo e le
rose; noi, alla ragione (non risorta perchè non mai morta, ma
rionorata e tornata al trionfo) intessiamo la cerchiata coi fiori più
belli spiccati dai gambi più alti.
«Quattro anni or sono, salpavo dal Giarciore e raggiunta Genova
attraversavo i piani del Monferrato e del Novarese e per le Alpi
scendevo in Elvezia. A Zurigo, nel panteon delle glorie repubblicane,
vidi eretto il sepolcro dei Socini, e perchè meravigliavo di veder
serbate in terra straniera le ceneri dei negatori italiani, il vecchio
grigione che mi era compagno sussurrò: «Ovunque, in ogni tempo,
sempre, le ossa dei martiri sono sacre.» Allora non avevo rifiutata la
credenza dalla povera madre insegnatami, epperò rimasi spaurito dalle
parole della guida e tremai. Oggi non tremo più, ho pensato, ho
riflettuto e mi son convinto; non ho più nè fede nè dubbio, ragiono:
eccomi adunque a deporre sul mausoleo di Socino l'omaggio della
verità. Da questo sconosciuto Pozzallo s'innalzi, una volta, l'inno di
lode al poeta della filosofia; il mio inno, solcato il mare, volerà in
Siena a baciarvi la culla del sommo estinto, varcherà le montagne e i
monti, e là sulla riva del lago scenderà a gridare Alleluia!--Per te
si veggia, come la vegg'io!»