Due anni dopo questa scena di lutto, la campana di Curcoraggio suonava
ancora a mortóro, ed il buon popolo della pieve scendeva, saliva, per
le viuzze del villaggio, accorso alle esequie di una trapassata. Su
quelle faccie, bronzate dal sole, e rugate dagli stenti, si leggeva la
pietà e la compassione, e su per le labbra di tutti correva la triste
storia ed il nome della povera morta. E ben triste davvero era quella
storia! affanni, dolori, angoscie, avevano straziato il cuore della
misera, e testimonii dei patimenti sofferti erano tutti, era il
curato! Il quale parato a funerale, seguiva allora appunto l'umile
feretro, che quattro montanini portavano alla chiesa, spalancata e già
gremita di fedeli. Lunga fila di donne faceva ala alla bara, ed il
loro canto melanconico e flebile squarciava il cuore. Allorchè poi le
spoglie della consorella furono nella casa di Dio lo squillo della
campana salutò colla sua lugubre armonia la novella viatrice e tutto
il popolo genuflesso e devoto fece solenne l'umile rito.
Boccone a lato del cataletto giaceva un vecchio, cui la bianca barba
scendeva scomposta e lunga fino a terra, d'abiti puliti ma rozzi, mal
calzato e soffrente. E certo quell'uomo soffriva, perocchè lo
squallido viso e la sparuta persona dicevano pur troppo ben chiaro,
ch'egli pativa assai e nell'animo e nelle forze: nello sguardo non
scorgesi sovente riflesso lo strazio celato? Grosse lagrime gli
piovevano dagli occhi, e l'affannoso respiro riusciva di volta in
volta a replicati singulti. Piangeva, sì, quel canuto montanaro,
piangeva, ma non per affetti terreni, non per ricordanze dolorose, non
per paura del futuro, piangeva di rassegnazione, e nella sua prece
invocava siccome grazia suprema la morte: povero e solo, fiacco e
combattuto, che sarebbe stata per lui la vita? a somiglianza del
passero, che abbandonato dalla compagna o perduto fra i campi di terra
non sua piange, disperasi e muore, il vecchio isolano sarebbe perito
fra gli stenti sprezzato e solitario!
Anche al curato s'erano inumidite le palpebre, e già stava per
raccomandare al popolo prosternato che pregasse, pregasse di cuore per
la morta, allorchè voci concitate lo scossero, ed alzate le pupille
vide sulla porta un uomo in assisa di galeotto far violenza agli
astanti e penetrar con mal frenato furore nella folla. Cogli occhi
stralunati, colle labbra mosse a selvaggio sorriso, col mento
abbrunito, colla destra involta in sucido fazzoletto intriso di
sangue, colla giubba e le calzature lacere, lo sconosciuto s'avvicinò
con impeto trepidante ai ceri, e respinti quelli che tentavano
barrargli il cammino, diè un guardo cupo ed insieme pauroso alla bara,
e raffigurato il genuflesso si chinò su di lui. Fissarlo in volto,
riesaminar quel sembiante corrugato e smunto, rialzarlo, fu un
istante; soffregò a sè gli occhi a lui le ciglia, chinò in atto
pensoso il capo, si battè con repentino delirio la fronte, baciò a più
riprese l'attonito vecchio e poco dopo gridò:
--Giaimo! Giaimo!
Questi, al grido del suo nome, rispose con altro grido, scosse
vivamente il galeotto, diè in uno scoppio novello di pianto ed
additato il feretro balbettò:
--Là entro dorme Tecla. Oh Pierio! troppo tardi sei venuto.
--Tecla?!... la madre mia?!...
--Sì, figliuolo!
Pierio, quasi colpito da arcano fulmine, cadde sul suolo, ma poco dopo
si rizzò e gettandosi tutto doloroso sul cataletto:
--A che mi giova--urlò--essere libero?
--Pierio!
--Oh madre, oh madre!... la sventura t'ha uccisa!
--Pierio--disse allora Giaimo--Pierio, è Tecla che te lo comanda per
me... giacchè sei, sta libero... salvati... piglia le montagne...
--No, Giaimo, morrò qui, sulla salma della madre. Che mi cale della
libertà, solo... e inseguito?
--Solo?!.., oh Pierio, e al tuo Giaimo non pensi?
--Una squadra d'armati mi persegue... fra poco saranno al monte... oh
ch'io muoia vicino a te madre mia!
--Usciamo, usciamo, mio Pierio; il funebre rito vuol essere
continuato...
--E Zelmira?
--È sepolta laggiù...
--Nel cimitero?!... Povera sventurata!
--La sua fossa è distinta da una croce...
--Oh Zelmira mia!
--Recati là e prega per lei...
--Sorella diletta... prega per me!
--Nessuno oserà profanare la pace delle tombe.
E seguito dallo zio Pierio uscì all'aperto; toltosi alla vista degli
affollati, ripercorse il tratto di via che separa Curcoraggio dal
cimitero, e trovatine aperti i cancelli entrovvi. Giaimo, meno
sbalordito del giovane, pensò chiuder le porte, e ciò fatto raggiunse
il nipote, il quale s'era già inginocchiato appiè del tumulo che
raccoglieva le spoglie dell'amata sorella e lasciava libero lo sfogo
al torrente delle lagrime. I due superstiti rimasero raccolti in
estatica e gemebonda contemplazione lunga pezza, e soltanto si
scossero allorchè il rumore precipitato di molti passi e un sordo
mormorio poco lontano richiamolli alla realtà dell'esistenza. Zio e
nipote, come destandosi tutto spaventati, divinarono il destino che li
aspettava, e piantatisi ritti e minacciosi sulla terra benedetta dalle
ossa di Zelmira si prepararono a difenderla.
Azzo Carbonera, scortato da venti soldati, apparve infatto al
cancello. Tentò aprirlo, e veduto il fuggiasco gli gridò in tuono
minaccioso:
--Aprite alla legge. Aprite!
--Giammai!--rispose con voce ferma Pierio, e cacciate le mani sotto la
giubba ne cavò un coltello che brandì risoluto.
Giaimo veduta l'arme ne gioì, e coi pugni serrati si mise a lato del
nipote.
--Da bravo, Pierio; fa onore alla memoria di Bizco!
Azzo allora ordinò che si scardinasse il cancello, e molti uomini
fatta leva dei ferri ben presto l'ebbero messo a terra. Tolta l'unica
barriera che inciampasse loro la via, i soldati precipitarono verso il
tumulo, ed alcuni avrebbero fatto fuoco, se Carbonara precorrendoli
non comandava s'arrestassero e nessuno usasse dell'armi. S'avanzò
solo, e riconosciuto Pierio, gli disse corrucciato:
--Arrenditi, galeotto.
--No.
--Siamo molti, e tuo solo aiuto è un vecchio...
--Non m'arrendo. Qui sotto sta morta la sorella mia. Qui dunque avrò
fossa; pigliatemi.
--Il figliuolo di Bizco non cede, muore. E con lui morrà il vecchio
Giaimo!
Pierio s'era così ribellato, nè l'uffiziale doveva più oltre
sopportarlo; epperò senza aggiunger parola d'un salto gli si avventò
addosso e tentò disarmarlo. Ma il montanaro era troppo destro per non
preveder quell'offesa, e nel mentre Azzo piegava la spada a percuotere
con un rapido manrovescio il coltello di lui egli lo colpi d'isbiescio
nell'addome. La ferita, benchè leggiera, diè sangue, ed alla vista di
esso Azzo inferocì, e serratosi contro a Pierio, tale una tempesta di
colpi gli scaricò lungo la persona che questi ne rimase tutto
intronato e per pochi istanti stette passivo attore nella scena. Pur
si risentì, e bramoso di vendetta rivolse contro il petto del soldato
l'acuta punta del coltello, stracciandogli la tunica e scalfiggendolo.
La nuova ferita accrebbe l'ira di Carbonera, il quale, dato bando ad
ogni precauzione, si precipitò sul galeotto, e gl'immerse con tanta
furia la spada nel ventre che l'elsa riurtò. Pierio impallidì e
versando col sangue la vita, rovesciò cogli occhi smarriti sul suolo e
giacque.
Giaimo intanto era stato circondato, assalito e fatto immantinente
prigione dai soldati. Debole e disarmato, non avea potuto opporre
resistenza veruna, e pallido per odio insoddisfatto, fu trascinato
lontano dai due campioni e tenuto saldo sino a duello compiuto. La
valentia di Pierio lo consolò, ma ogni illusione svanì quando cadde
morto sul tumulo di Zelmira e vidde Azzo muovergli incontro
sfavillante di gioia e colla spada ancor fumante del sangue
dell'ucciso. Trepido attese dal vincitore l'ordine che lo fucilassero,
ed a quella angoscia s'univa desiderio di cessar tante pene ed unire
per sempre il suo al destino de' cari defunti! Qual fu la di lui
meraviglia allorquando seppesi assolto e libero! Ne rimase
sconfortato, ed uscito dal cerchio de' suoi custodi volò al tumulo e
brandito l'insanguinato coltello che giaceva press'al cadavere di
Pierio se lo cacciò a più riprese in cuore gridando con tutta la voce:
--Eccomi a te, Tecla!
E il mortorio di Tecla passava appunto in quell'istante la soglia del
triste recinto.