V.

--Mamma Tecla, mamma Tecla, dite... e Zelmira?

--La vita manca ad ogn'istante alla mia povera figliuola. Poveretta!

se la vedeste! pare un cero; pallida, dimagrata, sparuta, sorride con

un riso angelico e foriero di morte! Povera Zelmira mia! presto, pur

troppo, mi sarai tolta! e allora non ti vedrò più! Oh Signore, mi si

squarcia il cuore... troppo viva è la piaga che m'avete aperta!...

Dio, Dio mio, richiamate a voi me, non lei!... sì giovane, sì bella,

sì gentile! Oh Signore, accogliete la preghiera mia... lasciatela a'

suoi cari... alla madre che dispera!!!

--Suvvia, Tecla, non v'accorate troppo: Iddio prova il vostro

affetto... inchinatevi a lui! Zelmira forse...

--No, Giaimo, Zelmira fra poche ore sarà morta... è il cuore che me

n'accerta... ah sì! quant'è mai sventurata la vecchia Tecla!

--Tecla, coraggio. Il ricordo delle passate sciagure vi fa mesta e

sfiduciata. Buona Tecla!

E il rozzo Giaimo strinse con mano tremante la destra della cognata.

Alcune grosse lagrime gli gocciarono sulle guancie e nell'alzar gli

occhi in viso alla Tecla scorgendola tutta in pianto e addolorata

diede egli pure in uno scoppio di singulti, e quel ruvido ma onesto

cuore fu schiantato dall'affanno. Si abbracciarono, e mentendo a sè

stessi sussurrarono con voce spenta e fievole:

--Coraggio, Tecla!

--Oh sì, fatevi animo, Giaimo!

Già un anno era passato dalla morte di Bizco e dalla cattura di

Pierio, e la nuova sventura aveva stremate le gracili forze della

malata Zelmira. Il vento della montagna le divenne letale, e dovette

rinunciare all'innocente poesia della contemplazione dell'aurora e del

tramonto. Chiusa nella sua solitaria cameretta non vide più le acque

del torrente precipitar dalla vetta e scendere impetuose al mare, non

più seguì coll'occhio il lungo volo delle rondini in traccia di cibo

pei piccini, non più udì il canto delle pastorelle e gl'inni delle

amiche inginocchiate nel tempio! Sola, sempre mesta, unico conforto le

veniva dallo zio e dalla madre; anco gl'infantili schiamazzi del

fratellino le cagionavano pena e dolore! Povera creatura! appassì la

sua bellezza, sparve la giocondità dell'animo, inaridille insomma la

vita; fu il lugubre cammino della tempesta, e nessuno potette illuder

sè, lei, la desolata Tecla! E diffatto la tempesta si scatenò, e fu

rovescio aspettato eppur terribile. L'arcana fiammella della vita che

languida le commoveva il petto, a poco a poco s'ammorzò, e le tristi

parole di Tecla a Giaimo erano pur troppo foriere di sventura! Zelmira

seppe di dover morire, e non un lamento, non una lagrima le strappò

l'annunzio ferale; calma, rassegnata, tutta tranquilla, disse addio

alla sua giovinezza, alla sua povera vita, al suo cielo, a' suoi

monti, a' suoi cari ricordi! Addio affettuoso, addio rosato, casto

simbolo della tradita fanciulla, del suo cuor puro e immacolato, del

suo virgineo e tenero affetto! La poveretta non sentiva rammarichi,

non aveva che amato!

Stava Zelmira supina in s'un gramo pagliericcio coperto da misero

coltrone, colle braccia incrociate sul seno e col capo arrovesciato.

Pallida fra lenzuola bianchissime, la morente fanciulla s'assomigliava

ad un angelo, e da quegli occhi sbarrati e fissi spirava ancora la

movenza della giovinezza. Stille di freddo sudore le bagnavan la

fronte, e le guancie scarne ed infossate lasciavano leggere su quel

viso sfatto la storia dei patiti malori e delle lunghe angoscie. Dalla

bocca semiaperta scorgevansi i denti bianchi e levigati, e le labbra

aride e senza moto mettevano in animo il ribrezzo dell'agonia. Zelmira

affannosamente respirava e lenti erano i battiti del cuore. Ancor

pochi istanti e sarebbe morta!

Ritto a lei vicino, colle palme congiunte in atto di preghiera e col

viso levato al cielo, era il curato di Curcoraggio, vegliardo

d'ottant'anni, venerando per saggezza e carità. L'addolorato pastore

invocava con commosso accento la suprema benedizione per la spirante

pecorella, e quella figura severa, canuta, avrebbe incussa reverenza

eziandio al più sfrenato derisore della poesia di quaggiù.

--La figliuola è agli estremi; datele il bacio dell'addio e pregate

per lei.

Così il vecchio prete a Tecla, allorchè entrò nella stanza con Giaimo.

La disperata donna a quelle strazianti parole diè un profondo sospiro

e senza aggiunger sillaba piegò la persona e cadde genuflessa. Il

montanaro imitolla, e per parecchi minuti non altro s'udì che il

bisbiglio delle preci. All'orologio della chiesa suonarono allora le

ventidue e il sordo rimbombo dei replicati colpi venne a morire fra le

pareti della cameretta di Zelmira. La quale a quei suoni si scosse ed

alzato con moto languido il capo ravvisò gl'inginocchiati ed alla

madre fè cenno s'accostasse. Tecla si rizzò e con lieve passo

s'avvicinò al letto della fanciulla, nel mentre Giaimo a capo chino si

faceva daccanto al pievano e l'interrogava con muta ansietà, collo

sguardo indagatore. Il vegliardo additogli con solenne dignità il

cielo e stringendo all'afflitto la mano gli riunì le palme quasi

volesse raccomandargli pregasse.

--Mamma--pronunciò con fioco sforzo Zelmira--Mamma, sto morendo e ti

saluto per sempre. Via, non piangere... così vuole il Signore e non

sta bene la ribellione... fa di darti pace ed anche allo zio porgi

coraggio e consolazione. Il curato... oh Dio mio, concedimi la forza

di dir l'ultime parole!... il curato mi ha fatto cuore, m'ha promesse

orazioni... e senti, mamma, vedo di non saper più parlare... dato che

il povero Pierio... sì, anche di lui vo' ricordarmi... se mai, lo

faccia Iddio! se mai riuscisse a fuggir dal bagno.... se ritornasse

libero... ebbene, allora dagli un bacio per me, per la sua cara

sorella! povero Pierio mio! quant'eri buono!... ed alla memoria pure

del mio genitore, del tuo Bizco; non tremare, mamma; alla memoria di

lui poni un sasso... un ricordo povero ma affettuoso... laggiù nel

cimitero... ed a me... una croce! Mamma, mamma, non singhiozzare!...

oh Signore! eccomi a te... sento mancarmi il respiro... mi si chiudono

gli occhi!

E ricadde sui guanciali, supina, immobile.

Zelmira era morta.

Tecla e Giaimo alzarono un grido disperato, e se il prete non li

avesse rattenuti si sarebbero forsennati gettati sul corpo dell'amata,

baciandolo per gli occhi, per la bocca, per tutto il volto. Ma

lasciarli più a lungo al dolore non volle il pievano, epperò li scosse

e seco loro usci dalla stanza.

--Abbiate rassegnazione, amici. La poveretta è partita per luogo di

gaudio. Voi Giaimo siate forte, e voi Tecla seguitela colle preci.

Datevi pace e fatene omaggio al gran re.

La madre e lo zio, pur sempre dirottamente piangendo, strinsero con

effusione d'amore la mano scarna del vegliardo, ed attraversato il

piccolo portico scomparvero. Il curato li seguì coll'occhio sino a che

videli perduti fra le ombre della bistorta callaia, ed allora rientrò

e messosi ginocchione presso il lettuccio intuonò il canto dei morti.

Le tre valli della Sicilia · 第 24 / 39 题