--Mamma Tecla, mamma Tecla, dite... e Zelmira?
--La vita manca ad ogn'istante alla mia povera figliuola. Poveretta!
se la vedeste! pare un cero; pallida, dimagrata, sparuta, sorride con
un riso angelico e foriero di morte! Povera Zelmira mia! presto, pur
troppo, mi sarai tolta! e allora non ti vedrò più! Oh Signore, mi si
squarcia il cuore... troppo viva è la piaga che m'avete aperta!...
Dio, Dio mio, richiamate a voi me, non lei!... sì giovane, sì bella,
sì gentile! Oh Signore, accogliete la preghiera mia... lasciatela a'
suoi cari... alla madre che dispera!!!
--Suvvia, Tecla, non v'accorate troppo: Iddio prova il vostro
affetto... inchinatevi a lui! Zelmira forse...
--No, Giaimo, Zelmira fra poche ore sarà morta... è il cuore che me
n'accerta... ah sì! quant'è mai sventurata la vecchia Tecla!
--Tecla, coraggio. Il ricordo delle passate sciagure vi fa mesta e
sfiduciata. Buona Tecla!
E il rozzo Giaimo strinse con mano tremante la destra della cognata.
Alcune grosse lagrime gli gocciarono sulle guancie e nell'alzar gli
occhi in viso alla Tecla scorgendola tutta in pianto e addolorata
diede egli pure in uno scoppio di singulti, e quel ruvido ma onesto
cuore fu schiantato dall'affanno. Si abbracciarono, e mentendo a sè
stessi sussurrarono con voce spenta e fievole:
--Coraggio, Tecla!
--Oh sì, fatevi animo, Giaimo!
Già un anno era passato dalla morte di Bizco e dalla cattura di
Pierio, e la nuova sventura aveva stremate le gracili forze della
malata Zelmira. Il vento della montagna le divenne letale, e dovette
rinunciare all'innocente poesia della contemplazione dell'aurora e del
tramonto. Chiusa nella sua solitaria cameretta non vide più le acque
del torrente precipitar dalla vetta e scendere impetuose al mare, non
più seguì coll'occhio il lungo volo delle rondini in traccia di cibo
pei piccini, non più udì il canto delle pastorelle e gl'inni delle
amiche inginocchiate nel tempio! Sola, sempre mesta, unico conforto le
veniva dallo zio e dalla madre; anco gl'infantili schiamazzi del
fratellino le cagionavano pena e dolore! Povera creatura! appassì la
sua bellezza, sparve la giocondità dell'animo, inaridille insomma la
vita; fu il lugubre cammino della tempesta, e nessuno potette illuder
sè, lei, la desolata Tecla! E diffatto la tempesta si scatenò, e fu
rovescio aspettato eppur terribile. L'arcana fiammella della vita che
languida le commoveva il petto, a poco a poco s'ammorzò, e le tristi
parole di Tecla a Giaimo erano pur troppo foriere di sventura! Zelmira
seppe di dover morire, e non un lamento, non una lagrima le strappò
l'annunzio ferale; calma, rassegnata, tutta tranquilla, disse addio
alla sua giovinezza, alla sua povera vita, al suo cielo, a' suoi
monti, a' suoi cari ricordi! Addio affettuoso, addio rosato, casto
simbolo della tradita fanciulla, del suo cuor puro e immacolato, del
suo virgineo e tenero affetto! La poveretta non sentiva rammarichi,
non aveva che amato!
Stava Zelmira supina in s'un gramo pagliericcio coperto da misero
coltrone, colle braccia incrociate sul seno e col capo arrovesciato.
Pallida fra lenzuola bianchissime, la morente fanciulla s'assomigliava
ad un angelo, e da quegli occhi sbarrati e fissi spirava ancora la
movenza della giovinezza. Stille di freddo sudore le bagnavan la
fronte, e le guancie scarne ed infossate lasciavano leggere su quel
viso sfatto la storia dei patiti malori e delle lunghe angoscie. Dalla
bocca semiaperta scorgevansi i denti bianchi e levigati, e le labbra
aride e senza moto mettevano in animo il ribrezzo dell'agonia. Zelmira
affannosamente respirava e lenti erano i battiti del cuore. Ancor
pochi istanti e sarebbe morta!
Ritto a lei vicino, colle palme congiunte in atto di preghiera e col
viso levato al cielo, era il curato di Curcoraggio, vegliardo
d'ottant'anni, venerando per saggezza e carità. L'addolorato pastore
invocava con commosso accento la suprema benedizione per la spirante
pecorella, e quella figura severa, canuta, avrebbe incussa reverenza
eziandio al più sfrenato derisore della poesia di quaggiù.
--La figliuola è agli estremi; datele il bacio dell'addio e pregate
per lei.
Così il vecchio prete a Tecla, allorchè entrò nella stanza con Giaimo.
La disperata donna a quelle strazianti parole diè un profondo sospiro
e senza aggiunger sillaba piegò la persona e cadde genuflessa. Il
montanaro imitolla, e per parecchi minuti non altro s'udì che il
bisbiglio delle preci. All'orologio della chiesa suonarono allora le
ventidue e il sordo rimbombo dei replicati colpi venne a morire fra le
pareti della cameretta di Zelmira. La quale a quei suoni si scosse ed
alzato con moto languido il capo ravvisò gl'inginocchiati ed alla
madre fè cenno s'accostasse. Tecla si rizzò e con lieve passo
s'avvicinò al letto della fanciulla, nel mentre Giaimo a capo chino si
faceva daccanto al pievano e l'interrogava con muta ansietà, collo
sguardo indagatore. Il vegliardo additogli con solenne dignità il
cielo e stringendo all'afflitto la mano gli riunì le palme quasi
volesse raccomandargli pregasse.
--Mamma--pronunciò con fioco sforzo Zelmira--Mamma, sto morendo e ti
saluto per sempre. Via, non piangere... così vuole il Signore e non
sta bene la ribellione... fa di darti pace ed anche allo zio porgi
coraggio e consolazione. Il curato... oh Dio mio, concedimi la forza
di dir l'ultime parole!... il curato mi ha fatto cuore, m'ha promesse
orazioni... e senti, mamma, vedo di non saper più parlare... dato che
il povero Pierio... sì, anche di lui vo' ricordarmi... se mai, lo
faccia Iddio! se mai riuscisse a fuggir dal bagno.... se ritornasse
libero... ebbene, allora dagli un bacio per me, per la sua cara
sorella! povero Pierio mio! quant'eri buono!... ed alla memoria pure
del mio genitore, del tuo Bizco; non tremare, mamma; alla memoria di
lui poni un sasso... un ricordo povero ma affettuoso... laggiù nel
cimitero... ed a me... una croce! Mamma, mamma, non singhiozzare!...
oh Signore! eccomi a te... sento mancarmi il respiro... mi si chiudono
gli occhi!
E ricadde sui guanciali, supina, immobile.
Zelmira era morta.
Tecla e Giaimo alzarono un grido disperato, e se il prete non li
avesse rattenuti si sarebbero forsennati gettati sul corpo dell'amata,
baciandolo per gli occhi, per la bocca, per tutto il volto. Ma
lasciarli più a lungo al dolore non volle il pievano, epperò li scosse
e seco loro usci dalla stanza.
--Abbiate rassegnazione, amici. La poveretta è partita per luogo di
gaudio. Voi Giaimo siate forte, e voi Tecla seguitela colle preci.
Datevi pace e fatene omaggio al gran re.
La madre e lo zio, pur sempre dirottamente piangendo, strinsero con
effusione d'amore la mano scarna del vegliardo, ed attraversato il
piccolo portico scomparvero. Il curato li seguì coll'occhio sino a che
videli perduti fra le ombre della bistorta callaia, ed allora rientrò
e messosi ginocchione presso il lettuccio intuonò il canto dei morti.