Se non ti par fatica, trasportati ora, o lettore, sul largo che sta
innanzi al porto, in Patti. Un piroscafo a ruote, il _Ciullo
d'Alcamo_, fuma poco più in là della lanterna, ed una lancia guidata
dal capitano sta aspettando l'imbarco dei passeggieri. I quali,
aggruppati sulla spiaggia, stringono improvvise amicizie e si augurano
a vicenda placido mare. Ad un cenno del più autorevole fra loro,
scesero alla gondola, e colle gare consuete di precedenza vi
s'assisero. Ultimi a collocarsi, furono una vecchia matrona, una
giovinetta pallida e spaurita per la nuova scena, ed un giovine bello
ed alto, di elegante e ricercato portamento, riccamente abbigliato.
Allorchè tutto fu quieto, la lancia partì, e poco dopo un marinaio
l'assicurava alla scala d'imbarco del vapore. Il capitano e il piloto
aiutarono i viaggiatori a salire, ed allorquando ebber recate sotto
coverta le valigie, raccomandarono la zattera al fianco e sospesero al
bordo la scala. Non passò mezz'ora che l'ordine della partenza fu
dato, e il _Ciullo_ issata bandiera s'allontanò. Nessun vento agitava
le acque, e la bonaccia propizia rallegrava la piccola colonia
navigante. A poco a poco Patti si confuse colle nebbie, e non
tardarono a scomparire anche i grigi lembi dell'isola. La sera
sopraggiunta, i passeggieri lasciarono il cassero e scesero nella sala
e nelle cabine coricandosi alcuni, altri leggendo o ciarlando. I due
giovani e la vecchia auguratosi il buon riposo si separarono e
ciascuno si chiuse nella stanzuccia. Il nostromo e la guardia
sedettero ai loro posti, i navighieri si sdraiarono sulle gomene e
nelle brande, il capitano passeggiò lunga pezza ed alla fine calò egli
pure. Verso mezzanotte tranquillità perfetta regnò nella nave, e la
quiete degli uomini e della natura veniva soltanto di ora in ora
interrotta dall'_all'erta sto_ del mozzo di trinchetto.
Una notte sul mare risveglia la poesia anco nei cervelli più ottusi.
La brezza placida e fresca che increspa la levigata superficie di
esso, la luce opaca e serena del cielo, lo sfumar lontano delle isole
e della spiaggia, l'immenso orizzonte sconfinato alla vista ed eccelso
lassù sotto la volta stellata, il silenzio delle cose, tutto concilia
a pacata malinconia ed a meditazione poetica. Lo smisurato volume
delle acque che fiottano ai fianchi della nave, il pallido azzurro che
sublime diffondesi nell'alto aggiungono maestà alla portentosa scena
notturna, e ben aveva ragione il Byron di prediligere la smorta luce
della notte ed amare le lagune di Venezia e le scogliere di Grecia
allorchè inargentate dal casto raggio della luna gli rinnovavano le
fantasie delle fate, e risovvenivangli le leggende della mezza età coi
folletti incantatori e le vergini nettunie.
Narra la leggenda che sull'estrema punta del Capo Bianco vivesse nel
buio dei tempi una misteriosa sirena, la quale e col canto melodioso e
col suono affascinatore innamorava i naviganti, ed attiratili a sè li
baciava poi li uccideva. Il lampo dello sguardo, il miele delle
labbra, la voluttà delle membra conquidevano i meschini predestinati;
e il Poeta continua dicendo che durante l'agonia di essi la selvaggia
sirena tripudiava. Ai lamenti ed alle lagrime degli assassinati ella
rispondeva con sorrisi e carole; epperò appena morti li gettava a mare
pasto eletto all'orco. Più di mille (così la favola) perirono di
questa morte, e con essi eziandio un sacerdote del tempio ed un figlio
del tiranno; ma l'ira degli Dei scoppiò qual folgore all'annuncio che
il loro messaggero era caduto sotto la scure della sirena, ed uno fra
d'essi, calato in segreto durante la notte, agguantò la vaga del Capo
Bianco e reggendola per le chiome sui venti la trascinò fin sul
cratere dell'Etna e in quello precipitolla!
Il _Ciullo_ era già da un'ora passato innanzi a questo Capo e la torre
di Milazzo già s'era perduta nel lontano orizzonte, allorchè l'alba
sorse. E coll'alba, ridestaronsi anco i passeggieri, i quali salirono
il ponte e là fuori all'aperto, alla larga, si ristorarono tutti e se
ne rallegrarono insieme. Spirava un'aria tepida e leggera che rifaceva
la vita, e la fioca luce del crepuscolo innondando ognor più la vasta
faccia del mare mano mano che l'aurora diveniva giorno pigliavano
forma e colori le nebbiose spiagge che si scoprivano allo sguardo, e
qualcuno salutò con gioia rumorosa le incerte ma eccelse cime dei
monti calabresi. Eziandio il gran Faro apparve, e con lui si fecero
distinte e spiccate le rive che da Divieto corrono a Cariddi: i
delfini guizzavano nelle dorate onde intorn'al battello, e là e qui
gli esoceti saltatori spiccavano ameni voli disegnando fuor d'acqua
una rapida curva di spruzzi lucentati dai primi raggi del sole
montante. Il vapore s'accostava all'isola, e dall'alto del cassero il
capitano guidò l'imboccatura dello stretto e comandò la girata a
destra.
--Oh il felice mattino, Arrigo!
--Sì, mia Emma, è davvero ridente. Se dal mattino si giudica il giorno
passeremo un bel dì.
--Passarlo con te!
--È il mattino degl'innamorati, Emma!
--Arrigo... quanto sei lieto!
--Emma, a te vicino, poss'io aver tristezze?
--Ci vorremo sempre bene... non è vero?
--Sì, sì, cuor mio, sempre, sempre... non è noioso l'amor tuo!...
Emma, Emma... quanto sei buona!
--Saremo felici!
--Sì, felici, Emma mia.
--E se qualche nube sorgesse ad oscurare il mezzogiorno...
--Della nostra felicità? la caccieremo!... posso aver rivali? nessun
padre, nessun fratello... oh via, allora eran pazzie di giovinezza! e
quei malcreati credevan veri i miei baci!... era un passatempo
d'autunno!... sciocchi!...
--E ci ameremo tanto tanto!
--Ci adoreremo, Emma.
--Non ti pare, Arrigo mio, che il sorriso di questo bello stretto
aggiunga gioia alla nostra contentezza?
--Sempre poetica la mia Emma! oh la fortunata coppia che sarà la
nostra!... giovani, ricchi... possiamo desiderarla migliore?
--Arrigo!
--Emma!
Così parlavano il seduttor di Zelmira e l'unica figliuola del barone
di Santa Marina. Teneramente abbracciati, questi giovani sposi si
scambiavano sorrisi e promesse, e da quell'umile angolo della nave
pregustavano le delizie e le feste del palazzo che li attendeva in
Messina. La madre ritta a pochi passi da loro li contemplava in
consolato silenzio, e benediceva dal cuore la fortuna toccata ad Emma
sua; la quale di volta in volta piegava mollemente la leggiadra
testolina verso la mamma e rispondeva con un sorriso tutto vergineo e
pudico ai baci che questa le inviava ed ai saluti della mano. Era
davvero una bella scena, ed Arrigo ne tripudiava: l'amore di Emma,
l'affezione della baronessa madre, lo rapivano e gli erano augurio
auspicato di felice avvenire! Oh chi sa leggere nel gran libro degli
arcani? chi sa divinare il futuro? Arrigo ed Emma, beati d'amore, non
sognavano che amore!
Il piroscafo oltrepassato il torrione del Faro, costeggiava la riva
destra, e già stava per passar innanzi alle casupole peschereccie che
si aggruppano numerose intorno alla Lanterna. Qualche tartana
approdava allora appunto, e parecchi montanini fissavano dalle ripe
con occhio curioso il postale del mattino. I passeggieri s'erano
anch'essi raggruppati sul cassero e gettavano allegre occhiate sulla
riva poco lontana; Arrigo anzi scorto fra le lunghe siepi di fichi il
povero Curcoraggio l'additava coll'indice teso all'Emma ed un sorriso
gelato gli sfiorava le labbra descrivendolo alla madre... lo
sciagurato narrava con ischerno il corteggiamento di Zelmira, la
passione ispiratale, le promesse fatte e tradite, l'improvviso
abbandono, la sdegnosa accoglienza usata alle preghiere ed ai pianti!
--Era un passatempo d'autunno!... sciocchi!
Il capitano stesso affrettava le ultime manovre ed il piloto curvo
sulla guida fissava l'apparsa città, allorchè dalle caldaie si gridò
con voce alta e sonante, con impeto disperato: Fuoco! fuoco! E nel
medesimo tempo uno scoppio terribile ghiacciava il sangue nelle vene
agli astanti.