III.

Se non ti par fatica, trasportati ora, o lettore, sul largo che sta

innanzi al porto, in Patti. Un piroscafo a ruote, il _Ciullo

d'Alcamo_, fuma poco più in là della lanterna, ed una lancia guidata

dal capitano sta aspettando l'imbarco dei passeggieri. I quali,

aggruppati sulla spiaggia, stringono improvvise amicizie e si augurano

a vicenda placido mare. Ad un cenno del più autorevole fra loro,

scesero alla gondola, e colle gare consuete di precedenza vi

s'assisero. Ultimi a collocarsi, furono una vecchia matrona, una

giovinetta pallida e spaurita per la nuova scena, ed un giovine bello

ed alto, di elegante e ricercato portamento, riccamente abbigliato.

Allorchè tutto fu quieto, la lancia partì, e poco dopo un marinaio

l'assicurava alla scala d'imbarco del vapore. Il capitano e il piloto

aiutarono i viaggiatori a salire, ed allorquando ebber recate sotto

coverta le valigie, raccomandarono la zattera al fianco e sospesero al

bordo la scala. Non passò mezz'ora che l'ordine della partenza fu

dato, e il _Ciullo_ issata bandiera s'allontanò. Nessun vento agitava

le acque, e la bonaccia propizia rallegrava la piccola colonia

navigante. A poco a poco Patti si confuse colle nebbie, e non

tardarono a scomparire anche i grigi lembi dell'isola. La sera

sopraggiunta, i passeggieri lasciarono il cassero e scesero nella sala

e nelle cabine coricandosi alcuni, altri leggendo o ciarlando. I due

giovani e la vecchia auguratosi il buon riposo si separarono e

ciascuno si chiuse nella stanzuccia. Il nostromo e la guardia

sedettero ai loro posti, i navighieri si sdraiarono sulle gomene e

nelle brande, il capitano passeggiò lunga pezza ed alla fine calò egli

pure. Verso mezzanotte tranquillità perfetta regnò nella nave, e la

quiete degli uomini e della natura veniva soltanto di ora in ora

interrotta dall'_all'erta sto_ del mozzo di trinchetto.

Una notte sul mare risveglia la poesia anco nei cervelli più ottusi.

La brezza placida e fresca che increspa la levigata superficie di

esso, la luce opaca e serena del cielo, lo sfumar lontano delle isole

e della spiaggia, l'immenso orizzonte sconfinato alla vista ed eccelso

lassù sotto la volta stellata, il silenzio delle cose, tutto concilia

a pacata malinconia ed a meditazione poetica. Lo smisurato volume

delle acque che fiottano ai fianchi della nave, il pallido azzurro che

sublime diffondesi nell'alto aggiungono maestà alla portentosa scena

notturna, e ben aveva ragione il Byron di prediligere la smorta luce

della notte ed amare le lagune di Venezia e le scogliere di Grecia

allorchè inargentate dal casto raggio della luna gli rinnovavano le

fantasie delle fate, e risovvenivangli le leggende della mezza età coi

folletti incantatori e le vergini nettunie.

Narra la leggenda che sull'estrema punta del Capo Bianco vivesse nel

buio dei tempi una misteriosa sirena, la quale e col canto melodioso e

col suono affascinatore innamorava i naviganti, ed attiratili a sè li

baciava poi li uccideva. Il lampo dello sguardo, il miele delle

labbra, la voluttà delle membra conquidevano i meschini predestinati;

e il Poeta continua dicendo che durante l'agonia di essi la selvaggia

sirena tripudiava. Ai lamenti ed alle lagrime degli assassinati ella

rispondeva con sorrisi e carole; epperò appena morti li gettava a mare

pasto eletto all'orco. Più di mille (così la favola) perirono di

questa morte, e con essi eziandio un sacerdote del tempio ed un figlio

del tiranno; ma l'ira degli Dei scoppiò qual folgore all'annuncio che

il loro messaggero era caduto sotto la scure della sirena, ed uno fra

d'essi, calato in segreto durante la notte, agguantò la vaga del Capo

Bianco e reggendola per le chiome sui venti la trascinò fin sul

cratere dell'Etna e in quello precipitolla!

Il _Ciullo_ era già da un'ora passato innanzi a questo Capo e la torre

di Milazzo già s'era perduta nel lontano orizzonte, allorchè l'alba

sorse. E coll'alba, ridestaronsi anco i passeggieri, i quali salirono

il ponte e là fuori all'aperto, alla larga, si ristorarono tutti e se

ne rallegrarono insieme. Spirava un'aria tepida e leggera che rifaceva

la vita, e la fioca luce del crepuscolo innondando ognor più la vasta

faccia del mare mano mano che l'aurora diveniva giorno pigliavano

forma e colori le nebbiose spiagge che si scoprivano allo sguardo, e

qualcuno salutò con gioia rumorosa le incerte ma eccelse cime dei

monti calabresi. Eziandio il gran Faro apparve, e con lui si fecero

distinte e spiccate le rive che da Divieto corrono a Cariddi: i

delfini guizzavano nelle dorate onde intorn'al battello, e là e qui

gli esoceti saltatori spiccavano ameni voli disegnando fuor d'acqua

una rapida curva di spruzzi lucentati dai primi raggi del sole

montante. Il vapore s'accostava all'isola, e dall'alto del cassero il

capitano guidò l'imboccatura dello stretto e comandò la girata a

destra.

--Oh il felice mattino, Arrigo!

--Sì, mia Emma, è davvero ridente. Se dal mattino si giudica il giorno

passeremo un bel dì.

--Passarlo con te!

--È il mattino degl'innamorati, Emma!

--Arrigo... quanto sei lieto!

--Emma, a te vicino, poss'io aver tristezze?

--Ci vorremo sempre bene... non è vero?

--Sì, sì, cuor mio, sempre, sempre... non è noioso l'amor tuo!...

Emma, Emma... quanto sei buona!

--Saremo felici!

--Sì, felici, Emma mia.

--E se qualche nube sorgesse ad oscurare il mezzogiorno...

--Della nostra felicità? la caccieremo!... posso aver rivali? nessun

padre, nessun fratello... oh via, allora eran pazzie di giovinezza! e

quei malcreati credevan veri i miei baci!... era un passatempo

d'autunno!... sciocchi!...

--E ci ameremo tanto tanto!

--Ci adoreremo, Emma.

--Non ti pare, Arrigo mio, che il sorriso di questo bello stretto

aggiunga gioia alla nostra contentezza?

--Sempre poetica la mia Emma! oh la fortunata coppia che sarà la

nostra!... giovani, ricchi... possiamo desiderarla migliore?

--Arrigo!

--Emma!

Così parlavano il seduttor di Zelmira e l'unica figliuola del barone

di Santa Marina. Teneramente abbracciati, questi giovani sposi si

scambiavano sorrisi e promesse, e da quell'umile angolo della nave

pregustavano le delizie e le feste del palazzo che li attendeva in

Messina. La madre ritta a pochi passi da loro li contemplava in

consolato silenzio, e benediceva dal cuore la fortuna toccata ad Emma

sua; la quale di volta in volta piegava mollemente la leggiadra

testolina verso la mamma e rispondeva con un sorriso tutto vergineo e

pudico ai baci che questa le inviava ed ai saluti della mano. Era

davvero una bella scena, ed Arrigo ne tripudiava: l'amore di Emma,

l'affezione della baronessa madre, lo rapivano e gli erano augurio

auspicato di felice avvenire! Oh chi sa leggere nel gran libro degli

arcani? chi sa divinare il futuro? Arrigo ed Emma, beati d'amore, non

sognavano che amore!

Il piroscafo oltrepassato il torrione del Faro, costeggiava la riva

destra, e già stava per passar innanzi alle casupole peschereccie che

si aggruppano numerose intorno alla Lanterna. Qualche tartana

approdava allora appunto, e parecchi montanini fissavano dalle ripe

con occhio curioso il postale del mattino. I passeggieri s'erano

anch'essi raggruppati sul cassero e gettavano allegre occhiate sulla

riva poco lontana; Arrigo anzi scorto fra le lunghe siepi di fichi il

povero Curcoraggio l'additava coll'indice teso all'Emma ed un sorriso

gelato gli sfiorava le labbra descrivendolo alla madre... lo

sciagurato narrava con ischerno il corteggiamento di Zelmira, la

passione ispiratale, le promesse fatte e tradite, l'improvviso

abbandono, la sdegnosa accoglienza usata alle preghiere ed ai pianti!

--Era un passatempo d'autunno!... sciocchi!

Il capitano stesso affrettava le ultime manovre ed il piloto curvo

sulla guida fissava l'apparsa città, allorchè dalle caldaie si gridò

con voce alta e sonante, con impeto disperato: Fuoco! fuoco! E nel

medesimo tempo uno scoppio terribile ghiacciava il sangue nelle vene

agli astanti.

Le tre valli della Sicilia · 第 22 / 39 题