VII.

Vedesti mai un tramonto d'aprile?

Il sole, dopo avere in tutta la sua pompa attraversata la valle,

scendeva lento lento dietro le punte del Monte Cammarata, irraggiando

quasi d'isforzo i boschi e i pendii. La parte più profonda della

vallata era già immersa nelle tenebre, e il rumorio delle acque

nascoste rompevano solo il silenzio. Ombre melanconiche ed uniformi

velavano i dossi e le calate, e il morir quieto ma solenne del giorno

le aumentava, mettendo nel villico

Una tristezza che non è dolore.

Le montagne all'ingiro, più umili del gran fratello, cerchiavano con

muta eguaglianza la vasta scena, e dietro ad esse spiccava il ceruleo

del cielo ingemmato dalle prime stelle. Qualche torre rompeva qua e là

il monotono orizzonte, qualche squilla dava il saluto della sera, e il

lontano canto del pastore addolciva la tetra calma della natura. A

poco a poco però anco l'orbita infuocata del sole sparve, e con lui

ogni luce animatrice. L'azzurro celeste brillò più vivo e tagliato, la

luna concesse i suoi primi sorrisi, e quei raggi di argento spezzavano

la tenebria e infondevano la vita pacata e solitaria della notte alle

falde deserte. Le alture d'Acquaviva erano anch'esse inondate da

quella luce, e perchè franate da ogni banda e segate dalla sommità ai

declivii da torrentelli e gore, il contrasto dei dirupi colle spianate

riusciva armonico e pittoresco. Vedute da lontano si sarebbero

assomigliate a piccoli vulcani spenti, i rivoli delle cui lave

impietrati brillassero al cospetto della luna, e di cui i crateri si

fossero per potenza misteriosa riempiuti sotto uno smalto uniforme

insieme e vago di lucidi massi e zolle fiorite. Nuotante in un oceano

indefinito di splendore argenteo, il povero paesuolo s'ergeva sparso

in rustici casali su quelle cime; contemplato da settentrione sembrava

si librasse lassù quasi in atto di fuga, veduto da Sutera pareva

rituffato da palmo invisibile nei gorghi della valle; nuova sirena,

Acquaviva ingannava lo straniero; appariva bella e graziosa, era in

realtà misera e poca. Abituro di mandriani e caprai, teneva aspetto di

luogo delizioso, era all'incontro umile comune, eretto là in alto, fra

le viscere della valle e le vette più giganti, siccome rifugio dalle

bufere e dai turbini.

Questa scena alpestre, questa pace tutta montana, questa quiete

riposata e tranquilla, venivano però spezzate e rotte da alte grida

che partivano da Acquaviva e dalle alture vicine. Erano voci di

guerra, erano urla di vittoria e rabbia, spari, rimbombi, suono d'armi

percosse, lunghi sospiri soffocati, brevi bestemmie. Due schiere

italiane, là, su quelle cime pure italiane, si straziavano, si

uccidevano, vincevano, fuggivano, con ferri italiani, in nome

d'Italia. Gli echi ripetevano quelle grida e quegli urli, e nel buio

della notte avresti detto che uscissero dal seno stesso della terra,

se qualche fuggitivo scorazzante alla cieca, se qualche ferito

sanguinolento e sbaldanzito non fossero ad ogni poco apparsi a dar

conferma alla dura realtà: nati tutti sotto lo stesso cielo, tutti

parlanti l'istessa favella, tutti figliuoli della medesima patria,

combattevano da ore parecchio al grido smisurato di Viva il re gli

uni, Viva la libertà gli altri. Pur

«D'una terra son tutti: un linguaggio

Parlan tutti: fratelli li dice

Lo straniero: il comune lignaggio

A ognuno d'essi dal volto traspar.

Questa terra fu a tutti nutrice,

Questa terra, di sangue ora intrisa,

Che natura dall'altre ha divisa,

E ricinta coll'Alpe e col mar.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Ahi sventura! sventura! sventura!

I fratelli hanno ucciso i fratelli:

Questa orrenda novella vi do!.

Un giovane col petto squarciato, col viso sanguinoso, coi panni

bruciati dal fuoco e dalla polvere, scendeva in mezzo a quel disperato

turbinio dal paese lungo il corso di un piccolo torrente. Ad ogni

passo inciampava, piegava le ginocchia, e se forse per solo istinto

non poggiava la persona sulle mani stese al suolo cadeva e cadendo

precipitava dall'alta ripa. Gli occhi smarriti, la pallida fronte, il

respiro angosciato, il tremito delle membra, il sudore gelato che gli

gocciava, ben dicevano che a quel misero ferito era presso la morte.

Pur volle contemplare ancora un istante il triste spettacolo, e

comprimendo colla destra l'affanno del cuore, si rizzò e stese la

libera mano in atto di supremo saluto al paesuolo. A quello sforzo

però svenne, e caduto boccheggiante sull'erba arrossata

mormorò;--Italia, ricevi l'addio ultimo d'Arnoldo--e spirò. Nato e

cresciuto in Acquaviva, moriva cittadino-soldato col nome di patria

sulle labbra!

Guidati da Pardo, gl'insorti ributtavano con ostinato valore gli

uomini di Frazitto; il quale, irato di cedere innanzi a un pugno di

montanari, incuorava colle parole e coll'esempio i soldati a tener

salda la bandiera del Monarca e far onore all'assisa che vestivano. E

per verità combattevano da prodi, ben mostravano d'esser nipoti di

quegli eroi che Murat aveva lanciati fra i ghiacci della Russia a

sostegno dell'aquila francese; ma Pardo, coraggioso ed audace, ardito

nelle avvisaglie e prudente ai ripari, collo sguardo rianimatore,

colla parola infocata, colla mano di ferro, a tutto era pronto, tutto

faceva, ordinava tutto; portato da focoso destriero, correva tutti i

lati del campo, si gettava nel più folto della mischia, qui riparava i

colpi diretti a un fante, là quelli minacciosi all'amico, sereno in

viso siccome uomo che tenga in pugno la vittoria, orgoglioso di

onorare il nome italiano. Il cavallo, quasi esso pure dividesse la

gioia e l'ardenza del padrone, s'imbaldiva, impennava, correva,

volava; e là dove più stretta era la tenzone, dove il fumo era più

denso, dove gli spari rivaleggiavan col tuono, piombava a precipizio,

questo atterrando, quello pestando.

Già da tre ore si battagliava; perocchè appena Frazitto ebbe veduto

Mussomeli spoglio e deserto, aveva inseguito Cletto e raggiuntolo

sulle alture. Ma la fatica non avevagli concesso di assaltar subito le

barricate degl'insorti, e solo a sera potette dar il segno

dell'attacco. Pardo intanto aveva raggiunta Acquaviva, raccolte le

diverse brigate, distribuite armi e munizioni, dati capi e comandi,

eccitati gli spiriti, studiato il terreno; e Frazitto al primo urto

s'era accorto di lottare con prodi, di aver sfidato l'ingegno del più

prode di Val Mazzara. Posti l'uno a fronte dell'altro, il rinnegato di

Marsala e il cospiratore di Sutera, soldati di due opposte bandiere,

devoti a principii ostili, fedeli a giuri avversi, non potevano nè

piegare nè cedere; dal cozzo delle loro spade dovevano scaturire o la

libertà delle Madonie o il servaggio della valle. Frazitto e Pardo lo

sapevano; e perciò aspra e dura era la guerra; avrebber lottato sino

all'infinito piuttosto che dirsi vinti e gettare le armi.

Mancava solo un'ora a mezzanotte, e Pardo voleva vincere. Serrò dunque

le fila de' suoi, comandò a Cletto che ad ogni costo spezzasse la

doppia schiera dei regii, ed a Diego affidò un'eletta squadra di bravi

perchè cogliesse all'imprevista nelle sue ali il nemico e sfondandolo

si cacciasse nel centro. Egli poi, seguito da Fuoco e Bino, e da pochi

arditi, alzò il grido d'allarme e a gran furore piombò addosso al

Frazitto. Fu un urto spaventevole; molti come falciati dalla morte

caddero per non più risorgere. Pardo compiè prodigi; colla spada nella

destra, nella sinistra la pistola, faceva largo innanzi a sè e urlando

ad ogni tratto:--Muojano i nemici!--gettava di sella i cavalieri e

stramazzava i pedoni. Eccitati dal calor della pugna e dal valore di

Pardo, anche Bino e Fuoco rivaleggiarono coi più prodi; quei tre tanto

menaron colpi e spossarono che ben presto i regi perdetter terreno e

spauriti piegarono. Fu un delirio di rabbia, un violento ricambiar di

fendenti e imprecazioni; nessuno rimase illeso, e il campo fu veduto

seminato di agonizzanti e cadaveri, tutti feriti nel petto, caduti

tutti coll'onor del valore;

Cletto e Diego, degni esecutori di Pardo, tempestarono il nemico nei

lati e di fronte.

Pieni di coraggio ed entusiasti, esposero sempre sè stessi per salvar

la vita dei compagni, li eccitarono ad atti di valore incredibili,

apriron loro la via. E tutti, gridando Viva Italia, Viva Pardo,

insegnarono ai soldati che l'amor della patria infonde in animi

generosi coraggio e virtù; uccisero i feritori, feriti uccidevano.

Giovani imbelli su quelle alture divennero veterani, i loro bracci

parevano di ferro, i loro petti invulnerabili. Allorchè uno cadeva

l'altro serrava la fila, e sempre cacciandosi innanzi portavano la

strage nelle nemiche; assottigliati, raddoppiavano il valore e ben

aveva diritto Pardo di gridare dal folto della carnificina:--Su, su,

bravi, fatevi onore, ancora pochi colpi e nostra sarà la vittoria.--

E Orlando?

Il buon Orlando, condotti sulle alture Cletto e gli amici, era disceso

in paese, e salvato dalle ire soldatesche per la divisa di capitano,

aveva raccolti altri giovani e stavali alla lesta, ed il meglio

possibile, ordinando, allorquando Enzo cogl'insorti di Cammarata

comparve. La presenza dei fratelli dell'alto monte, di un uomo sì

ardito, sì ostinato qual era Enzo, ravvivò il desiderio di menar le

mani e in Orlando e nei patrioti rimasti in Mussomeli. Epperò, dato

bando a qualunque assetto, tutti uniti volser le spalle al sobborgo e

salirono alla volta d'Acquaviva. Ivi giunsero nell'ora in cui più

dubbia ed accanita ferveva la battaglia, ed il loro arrivo (non eran

molti, ma freschi e prodi) assicurò a Pardo il trionfo. Orlando ed

Enzo, scorto Pardo, lo seguirono in mezzo ad un turbine di spari e

polvere, e sguainate le sciabole e spianate le carabine caricarono il

nemico coll'audacia dei magnanimi, onorarono sè stessi, s'accrebbero

lustro. E la mischia terminava, e le grida di vittoria echeggiavano

dovunque, allorchè Orlando come percosso da un pugno barcollò e cadde

rovescioni: Buscemo Stampace vedutolo l'aveva preso di mira e gettato

morto da sella!

Caduto Orlando, Buscemo, cacciato dal demone dell'odio, fatto

coraggioso dalla paura, spronò il cavallo contro Fuoco ed

avventandosegli addosso, disse con voce irata e rabbiosa:

--Fuoco, Fuoco, e la lettera l'hai recata?

--Voi Stampace?

--Rendi l'arme, gaglioffo.

--Ah, furfante!--e Fuoco, colto all'improvvisto da un colpo

scaricatogli alle spalle, gettò la spada e dato furiosamente di piglio

al fucile, immerse la baionetta nel ventre al traditore, e sì d'impeto

che il sangue sprizzato dalla larga ferita gl'insudiciò mani e viso.

Frazitto, che poco lungi duellava con Pardo, si scagliò livido di

rabbia sul giovinetto, e, rizzatosi sull'animale, calò un fendente

tanto assestato sul cranio di lui che il filo della spada tagliato il

cerebro ripercosse sulle mascelle, Fuoco, orribilmente mutilato,

stramazzò al suolo; ed intanto Buscemo veniva sollevato dai soldati e

recato in salvamento. Pardo vide, intravvide, avvampò d'ira,

impallidì, ed urlando vendetta piombò sul maggiore.

Diego e Cletto accorsi essi pure allo strazio del povero Fuoco,

perdettero il lume della ragione, e mugghiando terribilmente si

precipitarono in mezzo ai nemici. I cavalli, crivellati da palle e

punture, caddero bocconi, ed i due temerari, impigliati nelle staffe,

furono per loro gran malanno subito circondati. Percossi coi calci

delle carabine e sforacchiati da una pioggia di colpi, Cletto e Diego

penarono lunga pezza a trarsi di sotto ai morti corridori, ma appena

ebbero libera la persona saltarono in piedi e alla gragnuola risposero

con una fitta di botte che mai si vide la più disperata. Benchè due

contro dieci, pur si difesero da eroi, e vivo sangue lor spicciava da

ogni dove. Mani, coscie, reni, collo, faccia, tutto il corpo fu loro

ferito, e così grondanti e sfatti incutevano spavento agli stessi

assalitori. Infiacchiti e stremati, percossi senza tregua, sentirono

però vacillar le ginocchia, s'accosciarono, e già moribondi tenevano

in rispetto quella mano di codardi. E codardi eran davvero, perocchè

ammazzavano due morti..... Non hai ancor letti i nomi di Diego e

Cletto scritti a caratteri d'oro nel sacro libro dei nostri martiri?

La battaglia ora terminata, i regii in fuga, gl'insorti padroni delle

alture avevano inalberato lo stendardo tricolore sul campanile.

Nondimeno Pardo e Frazitto combattevano ancora, e il loro era duello a

morte; serrati l'un contro l'altro, avevano le armi e le vesti

spezzate, e col solo troncone della spada si squarciavano le membra

chiazzandosele di sangue in omaggio d'eguaglianza selvaggia. Gli occhi

volevano schizzare dalle orbite, i denti battevano, il palpito de' due

cuori era febbrile e violento, un tremito di convulso livore correva

loro attraverso la persona: il delirio della tenzone riusciva al suo

colmo, e però fu giocoforza finissero. Raccolte tutte le sue forze

Pardo abbracciò stretto l'avversario, l'atterrò, e cadendogli sopra

gli tuffò e rituffò con gioia suprema l'avanzo del ferro nel petto.

Frazitto non diè un grido, non mosse palpebra, e morì brandendo

tuttavia stretta in pugno la sciabola gocciante. Pardo a lenti passi

s'allontanò e appiè della torre poco discosta cadde svenuto.

Le tre valli della Sicilia · 第 15 / 39 题