Dalle vette eccelse di monte Puccio sorgeva il sole colla sua corona
di fuoco a diffondere la luce dorata de' raggi sui boschi e sui
vigneti. Irradiati da quel sublime splendore i ruscelli brillavano
serpeggianti fra i prati verde-biancastri smaltati dall'armonico velo
dei fiorellini azzurri e gialli, e gli uccelletti svegliati dal
leggier fruscio delle foglie agitate dalla brezza del mattino volavano
liberi e garruli nell'aria tepida per poi posarsi festanti sulle cime
degli alberi più alti. Era la natura che, riposata nella pace della
notte, si risvegliava e ritornava per l'influsso arcano del disco
fondatore alla vita del dì; erano i figliuoli della terra che col
cessar delle tenebre cessavano dal sonno, e uniti in poetica concordia
innalzavano il saluto degli effluvi e dei canti. Era proprio la
primavera, col rigoglio della gioventù, colla bellezza del cielo e del
creato, col balsamo degli zefiri delle montagne; e là fra i reconditi
Apennini della ferace Sicilia il mattino d'aprile rinnova davvero i
colori alle piante, il miele alle acque, le forze all'uomo!
Sulla piazza di Cammarata bivaccava un battaglione di soldati che
Salzano avea spedito per tener tranquilla la provincia. Levate le
tende di buon'ora, la truppa girandolava intorno ai fasci delle armi,
e gli uffiziali ciarlavano raccolti in crocchio nell'atrio del palazzo
del Comune.
D'architettura severa e massiccia, vasto, annerito dall'età e dalle
pioggie, quel palazzo metteva in animo un tal quale ribrezzo che
incuteva e spauriva; avanzo grandioso dei tempi feudali ricordava le
gesta splendide insieme ed inique dei duchi e dei re angioini ed
aragonesi; triste monumento di anni troppo celebrati, illustri per
sciagure ed infamie. Quel palazzo rammentava l'esosa boria dei forti e
i vigliacchi fremiti degli oppressi; quelle arcate maestose e cupe,
quelle volte polverose, quelle lunghe pareti sulle quali erano dipinti
i fasti dei signori, ritornavano al pensiero la servitù della plebe
avvilita, l'audacia dei protetti, la millanteria dei bravazzi,
l'ignoranza superba dei fortunati, la dispotica inviolabilità dei
frati e dei conventi, la partigiana indipendenza del clero.
In una sala a pian terreno, che dava sul giardino, passeggiava a
lunghi passi il maggiore, e ritta presso la porta del cortile stava la
guardia. Era il maggiore un tal Frazitto di Marsala, uno dei pochi
isolani che tenessero alti posti nell'esercito del re di Napoli. Più
birro che soldato, il Frazitto ubbidiva ciecamente ai comandi dei
capi, e servo dei gigli aveva rinnegata la bandiera nazionale non per
odio ma per viltà; liberticida senza saperlo, egli seguiva con
scrupolosa devozione la sorte di chi lo pagava. Il sovrano non aveva
più devoto suddito di quello, e con croci e danaro ricompensava le
sevizie al paese nativo. Frazitto era amato dagli uomini della reggia,
e specialmente raccomandato a Salzano godeva distinzioni e privilegi.
Il visire di Palermo, certo della fedeltà del _cagnotto_, lo aveva
quindi designato a custode dell'ordine in val di Platani ed investito
della massima autorità, imponendo ad ognuno che lui riconoscessero per
capo ed obbedissero. Teneva spiegata fra mani una carta, ma non
leggeva: l'avviso dello scoppio della rivoluzione gli aveva cacciato
il demonio nelle vene e nella fantasia pigliavan forma e corpo le più
strane idee di sangue e vendetta. Meditava, fremeva, e assai tempo
sarebbe rimasto in preda a quella febbre di rabbia e impotenza se un
gridìo improvviso non l'avesse scosso ed un uffiziale non si fosse
allora appunto precipitato nella sala. Si rivolse brusco brusco, e
ficcando negli occhi dell'apparso due sguardi smarriti, balbettò:
--Altre novità?!
--Pur troppo, maggiore; Vallelunga, Villalba, i pecorai di monte
Ficazzo... sono insorti stanotte.
--Insorti?... e le armi?... e i capi?...
--Le armi eran giunte di nascosto da Girgenti... loro capo è Cletto
Navarro.
--Cletto?...
--Sì, maggiore.
--Maledizione! tutto a rovescio! oh foss'io il monarca!
--Maggiore...
--Che volete, tenente?
--Attendo gli ordini.
--Comandate la raccolta... fra mezz'ora... a Villalba.
Frazitto, allorchè l'uffiziale fu lontano, gettò la carta in atto di
dispetto, e tolta rabbiosamente dalla tavola la spada se la cinse
percuotendola sull'ammattonato. Trasse poi dalle borse le pistole, le
sgrillettò, caricolle e riposele. Indi rivolto alla guardia, ordinò
che gli sellasse il cavallo, ed uscì.
Al suo comparire i tamburri rullarono, squillarono le trombe. I
soldati al segno circondarono i fasci, e riprese le armi, si disposero
in fila. I capitani li ordinarono in colonna e sguainate le sciabole
salutarono la bandiera.
Poco dopo il maggiore salì a cavallo, e postosi alla testa della
truppa, lasciò la piazza e calò alla volta del fiume. Ma Frazitto non
aveva ancora percorsa l'ultima via di Cammarata, che un uomo tutto
polveroso e sudato gli gridò fermandolo collo smaniar dei cenni:
--Maggiore, Cletto Navarro è a Mussomeli... la mischia vi è
impegnata... correte all'aiuto...
Quell'uomo era Buscemo Stampace.
Uscito dal quartiere del capitano Orlando, tutto pauroso d'incontrar
qualche cittadino che gli scorgesse incisa in fronte la grave nota
dell'infamia, aveva attraversato per viottoli e viuzze il sobborgo ed
era sbucato sulla piazza dei portici, appunto nel medesimo istante in
cui vi ponevan piede Fuoco e Bino. Benchè messo in sospetto dalla
presenza di tanta moltitudine, Buscemo ebbe presto ravvisati i due
patrioti; epperò sguizzando curvo e tremante tra persona e persona
sgattaiolò e raggiunse assai prima di essi il viale, fermo nella
speranza d'intanarsi a Villalba. Le grida di guerra delle genti di
Cletto gli tolsero ogni fiducia di scampo, quindi scavalcata la siepe
s'appiattò nell'oscurità dei campi e lasciò che gl'insorti, correndo e
vociando, entrassero in paese e s'allontanassero. Passato il pericolo,
si rizzò, prese a tutta corsa la via del monte e senza mai darsi
riposo, ombroso e trepido sempre, ravvisò ben presto i tetti di
Cammarata. Rifatto il respiro, già entrava nel villaggio, allorchè
s'incontrò, come viddimo, nel Frazitto, cui infatto s'indirizzava.
--A Mussomeli dunque!--gridò il maggiore; ed indicato a Stampace un
cavallo a lui vicino perchè lo montasse, e così seguisse con qualche
agio la colonna, riordinò la partenza e a passi celeri camminò verso
il borgo ribelle.
Appena costoro ebbero perduto di vista Cammarata, sul balcone del
palazzo stesso nel quale Frazitto era soggiornato fu inalberato lo
stendardo tricolore, ed Enzo apparendo nel vano delle imposte
spalancate salutò la folla col sacro grido:
--Viva la libertà!
--Evviva Enzo!--rispose il popolo, e accalcatosi nella corte fe' suo
capo l'ardito cospiratore. Il quale, solitario e prudente, aveva
osservato e calcolato, scritto a Pardo, tenute salde le fila della
congiura tra Palermo e Sutera, mantenuto vivo il fuoco della
rivoluzione, provvedute armi, raccolto polvere e ducati. Degno seguace
dello sposo di Iza, fedele ed attento esecutore de' costui ordini,
aveva atteso con ansia e gioia il 5 aprile; l'allontanarsi di Frazitto
fu per lui il segnale d'insorgere, e insorse.