V.

Dalle vette eccelse di monte Puccio sorgeva il sole colla sua corona

di fuoco a diffondere la luce dorata de' raggi sui boschi e sui

vigneti. Irradiati da quel sublime splendore i ruscelli brillavano

serpeggianti fra i prati verde-biancastri smaltati dall'armonico velo

dei fiorellini azzurri e gialli, e gli uccelletti svegliati dal

leggier fruscio delle foglie agitate dalla brezza del mattino volavano

liberi e garruli nell'aria tepida per poi posarsi festanti sulle cime

degli alberi più alti. Era la natura che, riposata nella pace della

notte, si risvegliava e ritornava per l'influsso arcano del disco

fondatore alla vita del dì; erano i figliuoli della terra che col

cessar delle tenebre cessavano dal sonno, e uniti in poetica concordia

innalzavano il saluto degli effluvi e dei canti. Era proprio la

primavera, col rigoglio della gioventù, colla bellezza del cielo e del

creato, col balsamo degli zefiri delle montagne; e là fra i reconditi

Apennini della ferace Sicilia il mattino d'aprile rinnova davvero i

colori alle piante, il miele alle acque, le forze all'uomo!

Sulla piazza di Cammarata bivaccava un battaglione di soldati che

Salzano avea spedito per tener tranquilla la provincia. Levate le

tende di buon'ora, la truppa girandolava intorno ai fasci delle armi,

e gli uffiziali ciarlavano raccolti in crocchio nell'atrio del palazzo

del Comune.

D'architettura severa e massiccia, vasto, annerito dall'età e dalle

pioggie, quel palazzo metteva in animo un tal quale ribrezzo che

incuteva e spauriva; avanzo grandioso dei tempi feudali ricordava le

gesta splendide insieme ed inique dei duchi e dei re angioini ed

aragonesi; triste monumento di anni troppo celebrati, illustri per

sciagure ed infamie. Quel palazzo rammentava l'esosa boria dei forti e

i vigliacchi fremiti degli oppressi; quelle arcate maestose e cupe,

quelle volte polverose, quelle lunghe pareti sulle quali erano dipinti

i fasti dei signori, ritornavano al pensiero la servitù della plebe

avvilita, l'audacia dei protetti, la millanteria dei bravazzi,

l'ignoranza superba dei fortunati, la dispotica inviolabilità dei

frati e dei conventi, la partigiana indipendenza del clero.

In una sala a pian terreno, che dava sul giardino, passeggiava a

lunghi passi il maggiore, e ritta presso la porta del cortile stava la

guardia. Era il maggiore un tal Frazitto di Marsala, uno dei pochi

isolani che tenessero alti posti nell'esercito del re di Napoli. Più

birro che soldato, il Frazitto ubbidiva ciecamente ai comandi dei

capi, e servo dei gigli aveva rinnegata la bandiera nazionale non per

odio ma per viltà; liberticida senza saperlo, egli seguiva con

scrupolosa devozione la sorte di chi lo pagava. Il sovrano non aveva

più devoto suddito di quello, e con croci e danaro ricompensava le

sevizie al paese nativo. Frazitto era amato dagli uomini della reggia,

e specialmente raccomandato a Salzano godeva distinzioni e privilegi.

Il visire di Palermo, certo della fedeltà del _cagnotto_, lo aveva

quindi designato a custode dell'ordine in val di Platani ed investito

della massima autorità, imponendo ad ognuno che lui riconoscessero per

capo ed obbedissero. Teneva spiegata fra mani una carta, ma non

leggeva: l'avviso dello scoppio della rivoluzione gli aveva cacciato

il demonio nelle vene e nella fantasia pigliavan forma e corpo le più

strane idee di sangue e vendetta. Meditava, fremeva, e assai tempo

sarebbe rimasto in preda a quella febbre di rabbia e impotenza se un

gridìo improvviso non l'avesse scosso ed un uffiziale non si fosse

allora appunto precipitato nella sala. Si rivolse brusco brusco, e

ficcando negli occhi dell'apparso due sguardi smarriti, balbettò:

--Altre novità?!

--Pur troppo, maggiore; Vallelunga, Villalba, i pecorai di monte

Ficazzo... sono insorti stanotte.

--Insorti?... e le armi?... e i capi?...

--Le armi eran giunte di nascosto da Girgenti... loro capo è Cletto

Navarro.

--Cletto?...

--Sì, maggiore.

--Maledizione! tutto a rovescio! oh foss'io il monarca!

--Maggiore...

--Che volete, tenente?

--Attendo gli ordini.

--Comandate la raccolta... fra mezz'ora... a Villalba.

Frazitto, allorchè l'uffiziale fu lontano, gettò la carta in atto di

dispetto, e tolta rabbiosamente dalla tavola la spada se la cinse

percuotendola sull'ammattonato. Trasse poi dalle borse le pistole, le

sgrillettò, caricolle e riposele. Indi rivolto alla guardia, ordinò

che gli sellasse il cavallo, ed uscì.

Al suo comparire i tamburri rullarono, squillarono le trombe. I

soldati al segno circondarono i fasci, e riprese le armi, si disposero

in fila. I capitani li ordinarono in colonna e sguainate le sciabole

salutarono la bandiera.

Poco dopo il maggiore salì a cavallo, e postosi alla testa della

truppa, lasciò la piazza e calò alla volta del fiume. Ma Frazitto non

aveva ancora percorsa l'ultima via di Cammarata, che un uomo tutto

polveroso e sudato gli gridò fermandolo collo smaniar dei cenni:

--Maggiore, Cletto Navarro è a Mussomeli... la mischia vi è

impegnata... correte all'aiuto...

Quell'uomo era Buscemo Stampace.

Uscito dal quartiere del capitano Orlando, tutto pauroso d'incontrar

qualche cittadino che gli scorgesse incisa in fronte la grave nota

dell'infamia, aveva attraversato per viottoli e viuzze il sobborgo ed

era sbucato sulla piazza dei portici, appunto nel medesimo istante in

cui vi ponevan piede Fuoco e Bino. Benchè messo in sospetto dalla

presenza di tanta moltitudine, Buscemo ebbe presto ravvisati i due

patrioti; epperò sguizzando curvo e tremante tra persona e persona

sgattaiolò e raggiunse assai prima di essi il viale, fermo nella

speranza d'intanarsi a Villalba. Le grida di guerra delle genti di

Cletto gli tolsero ogni fiducia di scampo, quindi scavalcata la siepe

s'appiattò nell'oscurità dei campi e lasciò che gl'insorti, correndo e

vociando, entrassero in paese e s'allontanassero. Passato il pericolo,

si rizzò, prese a tutta corsa la via del monte e senza mai darsi

riposo, ombroso e trepido sempre, ravvisò ben presto i tetti di

Cammarata. Rifatto il respiro, già entrava nel villaggio, allorchè

s'incontrò, come viddimo, nel Frazitto, cui infatto s'indirizzava.

--A Mussomeli dunque!--gridò il maggiore; ed indicato a Stampace un

cavallo a lui vicino perchè lo montasse, e così seguisse con qualche

agio la colonna, riordinò la partenza e a passi celeri camminò verso

il borgo ribelle.

Appena costoro ebbero perduto di vista Cammarata, sul balcone del

palazzo stesso nel quale Frazitto era soggiornato fu inalberato lo

stendardo tricolore, ed Enzo apparendo nel vano delle imposte

spalancate salutò la folla col sacro grido:

--Viva la libertà!

--Evviva Enzo!--rispose il popolo, e accalcatosi nella corte fe' suo

capo l'ardito cospiratore. Il quale, solitario e prudente, aveva

osservato e calcolato, scritto a Pardo, tenute salde le fila della

congiura tra Palermo e Sutera, mantenuto vivo il fuoco della

rivoluzione, provvedute armi, raccolto polvere e ducati. Degno seguace

dello sposo di Iza, fedele ed attento esecutore de' costui ordini,

aveva atteso con ansia e gioia il 5 aprile; l'allontanarsi di Frazitto

fu per lui il segnale d'insorgere, e insorse.

Le tre valli della Sicilia · 第 13 / 39 题