II.

Ma Buscemo, il traditore, aveva di lontano scorto Fuoco, e in cuor suo

meditato di perderlo. Epperò appena Pardo fu rientrato nel villaggio,

si calò con prestezza dalla rupe, sulla quale era celato, e correndo a

tutta lena attraverso sentieruzzi e bistorti viottoli passò innanzi al

messaggiero e raggiunse Mussomeli che appena spuntava l'alba. Ansante

e trafelato superò la costa che sta tra il torrente e il paese, e

quivi rifatto il respiro chiese del capo delle guardie del Re e mosse

alla volta del suo alloggio.

Buscemo era uomo tra il vecchio e la mezza età, di persona ritta e

tarchiata, calvo e senza barba, cogli occhi infossati e splendenti di

luce sinistra, di portamento plebeo e maligno. Astuto e di malanimo,

aveva venduti i segreti della congiura per pochi ducati e per bassi

odii nutriti da istinti bassissimi, e fatto audace dal delitto avrebbe

accusato il padre per lusinga di premi ed onori. Vile e perverso,

credeva solo nell'oro, e cieco d'avarizia e lussuria, fidava

nell'onnipotenza della servitù per la quale sacrificava onore e

patria.

Tosto il chiamato apparve. Altero nel portamento, dignitoso nei moti,

acuto nel discorso, il capitano mostrava animo ben maggiore

all'ufficio commessogli; e di un sol sguardo misurato Buscemo capì che

aveva a fare con un farabutto.

--Capitano... leal servo del Re, mi tengo in dovere d'avvisarvi che

uno dei noti rivoluzionari di Sutera sta in cammino a questa volta...

--Ha oltrepassata Acquaviva?

--Non so. Pur lo credo! Pigliatelo, capitano, temo sia latore di serie

carte...

--Appartenete alla Sorveglianza di colaggiù?

--No... cioè... capitano, da fedel suddito... amico dell'ordine... la

tranquillità...

--Ho capito, ho capito... quali promesse...?!

--No, no, mio capitano... l'ossequio mio per l'autorità...

--Il vostro nome?...

--Buscemo Stampace.

Il soldato scosse il campanello, e un gendarme entrò.

--Tenete custodito costui sino al mio ritorno... alle guardie date

l'allarme...--e, salutato gravemente Stampace, uscì.

Bino stava chiuso segnando lettere per la provincia, allorchè poco

dopo questo dialogo si battè alla di lui porta. Appena si vide

interrotto nascose un gran fascio di esse entro un vano coperto da

stuoia, e levatosi aprì. Introdotto il visitatore, Bino serrò a

chiavistello, e precedendo lo invitò a sedere in una dulie due

seggiole che fiancheggiavano lo scrittoio.

--Perchè sì presto?

--Oh Bino... grave pericolo vi minaccia... la congiura è scoperta... e

lo spione si chiama Buscemo Stampace.

--Buscemo?!... impossibile, Orlando!...

--Così è... il traditore è guardato da' miei gendarmi... fra un'ora, o

Bino, dovrei eseguire i comandi del Re... lasciate la valle... e

raggiungete, se sta in vostro potere, maestro Pardo...

--Dunque, Pardo?!...

--Avvisato sin da ieri, sta mettendosi in salvo...

--Oh quanto vi dobbiamo, Orlando!... forse un dì...

--Presto... sì, Bino... presto assai!

--Lascerò dunque il mio paese?

--O la fuga... o il carcere!

--Addio, capitano!

--Coraggio, Bino!

Si strinsero con affettuosa tenerezza la mano e si separarono.

Il cospiratore uscì dal salotto e salì le scale, il capitano si calò

il berretto sugli occhi e ritornò al quartiere.

Buscemo gli mosse incontro pauroso e insieme confidente, e siccome gli

occhi d'Orlando lampeggiavano per gioia mal sopita, soffregossi

tripudiando le mani e gridò:

--...Preso?

--Sì, Stampace. Prima di sera partirà sotto buona scorta per Corleone.

--...E là?...

--Il comandante lo condannerà... o che temete, amico mio? la giustizia

scoprirà il resto. A voi intanto penserò io stesso.

--Capitano... accettate i miei servigi...

--Ora e sempre... n'è vero Buscemo?

L'iniquo rabbrividì, ed alzò gli sguardi in viso al gendarme. Ma

questo, immobile, tenne fissi i suoi negli occhi di lui, nel mentre un

sorriso gelato e sprezzante gli errò sulle labbra ghiacciando il

sangue in cuore al delatore.

Stampace, avvilito e tremante, volse le spalle all'uffiziale e

s'allontanò.

Fuoco frattanto, spesseggiando i passi e sempre pensando al fatale

destino, arrivò. Giunto innanzi all'umile dimora di Bino, pose piede

nel piccolo atrio, e stava per proceder oltre allorchè lo stesso

ospite apparve. Si riconobbero tosto, e gettatisi l'un nelle braccia

dell'altro, quasichè si fossero già confidati paure e segreti,

sclamarono insieme:--Povero Fuoco!--Povero Bino!

Fuoco trasse dal giustacuore lo scritto di Pardo e lo presentò

all'amico, ma Bino senza nemmen leggerlo strinse con fratellevole

violenza la mano del giovane e disse:

--Lo so Fuoco. Tutto è scoperto, e or appunto mi porrò in salvo.

--Sapete tutto?...

--Tutto, tutto. Seguimi; piglieremo i sentieri di monte Ficazzo, e

prima di notte caleremo per la china di Vallelunga.

--E come passare inosservati nel borgo?

--Non temere, Fuoco mio. Abbiamo un amico anco fra i gendarmi. Ci

vedesse, alzerebbe gli occhi e piglierebbe altra via.

--Allora, o Bino, partiamo.

--Eccomi!

Ridiscesero la gran via, e giunti sul piazzale del convento viddero

che già era aperto il mercato e molte guardie tenevano l'ordine.

Sorpresi e dubitosi si nascosero fra l'ombre delle ultime arcate del

portico e di là gettarono uno sguardo lungo ed ardente sulla bella

scena che lor davanti si spiegava. Era un va e vieni bizzarro e

multiforme; bovari, mulattieri, pecorai, cantastorie, montanine,

merciaiuoli, girandoli, uomini e donne d'ogni aspetto e d'ogni colore,

si mescevano, si confondevano, si salutavano, partivano, arrivavano;

era un susurrìo vago e indistinto, un bisbiglio or alto or fioco, ma

continuo; attraente spettacolo, che avrebbe messo il riso sulle labbra

e a Nino e a Fuoco, se contrari affetti non tempestavan nel cuore. Pur

con indicibile commozione mirarono quel largo lor noto, quella stretta

per la quale sovente eran passati, quella gradinata bianca e maestosa,

quel portico sotto cui spesso all'imperversar della pioggia

riparavano, quell'ampiezza di cielo che s'apriva nell'alto, quelle

brune montagne che chiudevano tutt'intorno l'orizzonte!

--Su, su, Fuoco. Usciamo dal portico e pigliamo il viale... questi

sollazzi non son più per noi... a che dunque invidiarli?

--Dite bene, Bino. Più a lungo restiam qui maggior doglia ne avremo.

--Seguimi!

E i due fuggitivi a passi concitati partirono.

Se non che un lontano e vago rumore, il quale accresceva e

s'avvicinava soffermolli. A guisa della bufera, che sbucando dai

monti, segnala il suo arrivo col cupo rimbombo dei tuoni ripetuti e

ripercossi dagli echi prolungati e rischiara le tenebre addensate col

guizzo replicato dei lampi, quel rumore andava vieppiù aumentando,

s'allargava, si faceva distinto e vivo, e qui e là interrotto da spari

improvvisi ricordava le sommosse di popolo inferocito ed assetato di

sangue. Un urlo di trionfo d'un tratto scoppiò, e poco dopo il cozzo

incomposto dell'armi colpì chiaro e sonoro le orecchie di Fuoco e

Bino. E nell'istante medesimo Cletto di Villalba sbucava dal viale al

grido di: Viva la patria!

Le tre valli della Sicilia · 第 10 / 39 题