Le vendette del Sindaco non si fecero aspettare a lungo.
La domenica dopo ci fu riunione del Consiglio.
La seduta era stata annunziata con straordinaria solennità, come un
cataclisma. Tutto il villaggio era preso dalla più viva ansietà. La
mattina, in chiesa, era facile notare nell'uditorio una preoccupazione
profonda.
Quando il curato si presentò all'altare tutti gli occhi si appuntarono
sul suo viso come per esplorare i suoi segreti pensieri. Poi, durante
la messa ed il sermone, continuarono degli strani bisbigli.
Anche don Luigi pareva meno calmo dell'altre volte: la sua voce era
ineguale, il suo argomentare incerto.
Dalla tribuna dell'organo il Sindaco gli saettava delle occhiate
d'odio inesprimibile. Il buon prete non guardava mai da quella parte,
ma lo sentiva e se ne turbava sovente.
Fra quei due uomini si combatteva un formidabile duello: e pur troppo
il Sindaco aveva il sopravvento.
Il dire che la bontà soggioga l'animo malvagio mi è sempre parso un
luogo comune inventato dall'ottimismo. Nella realtà prevale il
malvagio; l'uomo che non ha scrupoli è, alla pari, infinitamente più
forte dell'uomo dabbene.
Finita la spiegazione del vangelo, il curato scese dal pulpito e
attraversò la chiesa per rientrare in sacrestia.
La folla si divise riverente innanzi a lui e sorpresi in tutti quei
volti un'espressione di timida, di dolorosa premura, un rammarico
sincero di non poterlo proteggere contro le prepotenze di cui era
minacciato.
Il Consiglio doveva, secondo l'uso, raccogliersi subito dopo il
servizio religioso.
Fui spinto dalla curiosità a seguire la folla che scendeva per la via
maestra.
Sulla piazzetta vidi parecchi crocchi di montanari che discorrevano a
bassa voce.
In fondo, un edifizio a un solo piano, come gli altri, ma più vasto,
costrutto di pietre irregolari: in mezzo alla facciata, un pezzo,
largo un braccio quadrato, intonacato di calce su cui una filza di
lettere nere di forme bislacche, ineguali, riottose al forzato
allineamento diceva: _Casa Comunale_. Sovr'esse un quadretto di legno,
appeso per un solo angolo, penzolava obliquamente: l'insegna dello
Stato, l'onesta croce di Savoia, la quale, quasi vergognosa di
coonestare le sciocchezze e le bricconate che da tanti anni si
consumavano là dentro, pareva volesse lasciarsi andar giù dallo
sconforto.
Fermo sul limitare della porta coll'aria corrucciata di un pedagogo o
di un aguzzino aspettava il Sindaco i suoi Consiglieri.
Di quando in quando qualche vecchietto dai calzoni corti allacciati al
ginocchio sovra le calze turchine, si staccava dai gruppi,
attraversava lentamente la piazza, ed entrava con una visibile
ripugnanza nella casa comunale tirando una grande scappellata alla
prima autorità del paese, che non degnava rispondere. Ne contai una
diecina.
Seguì un certo intervallo.
L'inserviente, come fido scudiere, pendeva dai cenni del suo padrone.
Il signor De Boni battendo il piede con impazienza, gli disse
imperioso:
--Orsù va a sollecitare que' poltroni.
E il cursore a galoppare in cerca dei ritardatori.
Il sindaco aspettava sempre.
Contemplavo da più d'un quarto d'ora quello spettacolo, novo per me,
di rustico assolutismo e ne traevo delle considerazioni poco benigne
per l'indipendenza e la dignità della razza umana. quando una mano
sottile s'insinuò sotto il mio braccio.
Era lo speziale che mi sussurrò nell'orecchio:
--Venite con me vi apposterò in un luogo donde potrete intendere la
discussione.
Mentre mi disponevo a seguirlo, lo scalpitio acuto di una cavalcatura
si fe' sentire sui ciottoli della strada.
Comparve un coso allampanato, le cui gambe lunghissime penzolavano ai
fianchi del magro ronzino quasi fino a terra.
Era vestito con una certa pretesa cittadina mediocremente
giustificata, ed aveva le tasche infarcite di cartaccie.
--È il segretario, mi disse il Bazzetta, un notaio di Zugliano; egli
serve simultaneamente cinque comuni: un morto di fame che ci mangia
duecento lire all'anno per metterci sossopra gli archivi
municipali. Venite.
Mi trasse per un sudicio chiassolo in un sito dietro la casa del
comune e quivi mi lasciò.
Erano poche tese di terra sul ciglio dell'altura. La valle si
sprofondava quasi a perpendicolo sotto i miei piedi.
Sedetti sull'erba fitta e bassa.
Il sole schietto rivestiva le montagne nevose in fondo, riempiva
l'orizzonte di sbarbaglio e di luccicori. Il torrente, striscia di
argento fuso, solcava la valle.
Il cielo profondo, limpido, aveva le trasparenze del vuoto sterminato.
Incombeva sul paesaggio l'alta pace, il silenzio meridiano.
Quante grandezze innanzi a me! quanta miseria dietro le mie spalle in
quella piccola topaia umana!...
Io non conosco spettacolo più imponente di un mare tranquillo, di un
paesaggio sereno; la tempesta, l'uragano sono, se si vuole, più
vivaci, come il dramma, ma la calma è l'inno d'un euritmia eterna.
In esse comprendo la venerazione delle antiche fedi per la natura: vi
è nella natura mesta, immobile qualcosa di più augusto, di più solenne
che non nel multiforme, convulsivo agitarsi delle plebi umane; in
questo tutto è contingente, relativo; la loro potenza è un attimo, la
bellezza una larva, il genio una scintilla;--l'attimo passa, la larva
scompare, la scintilla si spegne,--rimane l'immutabile. L'imperituro,
l'eterno, rimane il cielo, rimane il monte. Quando le religioni
cadono, il panteismo le raccoglie nel suo seno.
Povero ed onesto campanile di Sulzena, col tuo gracile pinacolo roso
dal tempo e dalle parietarie, coi tuoi nidi di colombi, coi tuoi
squilli modesti non mi parevi in quel momento che un punto
d'interrogazione lanciato nell'infinito, una domanda rivolta
all'ignoto che non risponde.
La seduta era incominciata: un affannoso borbottio da formole legali
veniva dalle finestre aperte della sala comunale a interrompere le mie
riflessioni.
Quanto sperpero di preamboli, quanto apparato di autorità, di _visti_,
di _attesochè_, di _considerando_, di _ritenuti_, per uccidere la
piccola gioia d'un uomo, per giustificare una piccola prepotenza e
carpire il dominio di due palmi di terra infeconda!
Il segretario era asmatico, e, son sicuro, anche sdentato. La sua voce
usciva a sibili ineguali e si raggomitolava in brontolii gutturali.
E dicono che la voce dell'uomo è il linguaggio dell'universo!
Sarà,--in ogni caso non quella del segretario comunale di Sulzena.
Mentre si leggevano i documenti venuti dall'Intendenza, l'impazienza
del Sindaco si tradiva con certi mugghi sinistri: si capiva che il
messere si annoiava e avrebbe voluto andare per le vie più spedite.
Scommetto che egli imprecava in cuor suo alla Costituzione, la quale
aveva l'impertinenza di imporre tanto formulario al suo volere.
Tutt'ad un tratto egli interruppe il segretario.
--Basta, basta, sappiamo tutti di che si tratta: io vi ho detto
chiaramente che quel terreno appartiene al Comune, a noi: che i
nostri vecchi hanno avuto la dabbenaggine di lasciarsene spossessare
dal prete: quella gente là pensava colla suola delle scarpe: trovava
naturalissimo che la chierica facesse il suo prò del bene di tutti,
non sapeva respirare se l'aria non era benedetta. L'uomo inutile, il
solo che non lavora e non guadagna, era allora il solo necessario:
egli aveva i terreni migliori, gli armenti più pingui, le donne più
belle....
Povero Don Luigi,--egli un uomo inutile!--egli la vera, l'unica
previdenza di quel piccolo mondo, il solo consolatore, il solo
conforto di quelle ignorate sofferenze!
Il sindaco proseguì:
--Tutto è cambiato adesso; noi abbiamo aperto gli occhi e sappiamo far
di conto; i _paternoster_ e i _deprofundis_ non bisogna pagarli più
di quel che valgono. Io rappresento il Re, io vi amministro e voi
non mi date stipendio. Il prete rappresenta Dio che ha detto: il mio
regno non è di questo mondo: con qual diritto il prete usurpa i
terreni che non coltiva? Verrà tempo che gli daremo cento lire
all'anno come all'inserviente.....
--E i poveri? domandò una voce fioca e tremula.
--I poveri, ribattè il sindaco stizzoso, i poveri... lavorino; vi dico
che cento lire basteranno e saranno d'avanzo per farci battezzare e
sotterrare. Intanto, sinchè non si fa la legge buona, cominciamo a
levare gli abusi. Questo che abbiamo per le mani è uno. Noi abbiamo
deciso di fare la strada al Fontanile per la Carbonaia: avete inteso
che l'Intendente ha approvato il _deliberato_. So bene che c'è stato
qualche semplicione a cui la volpe nera ha saputo inspirare degli
scrupoli. Essi hanno protestato. Perchè hanno protestato? Ma! Hanno
saputo addurre una sola ragione? Ah che! fandonie, scrupoli di mia
nonna; c'è voluto un bel coraggio per mandare quegli spropositi a
Zugliano. un bel coraggio! E cosa ci hanno ricavato? un bel fiasco
fesso. Chissà cosa credevano di fare scrivendo all'Intendente.
L'Intendente non ha nemmeno voluto occuparsene. Avete visto, ha
mandato il ricorso a noi, perchè noi lo mettiamo nella carta straccia.
Gli è ciò che faremo subito. Segretario, scrivete che il Consiglio «in
odio ai reclamanti delibera» che?
L'ultimo monosillabo del signor De Boni era motivato da una
osservazione del segretario. Intesi la sua voce, divenuta dolcereccia
e untuosa a dire:
--Che il sor sindaco mi compatisca; ma la espressione non s'usa.....
--E cosa si ha da mettere?
--Si scrive «reiette tutte le opposizioni, eccezioni, e deduzioni in
contrario delibera ecc... ecc... »
E s'affrettò a soggiungere:
--È poi in sostanza la stessa cosa.
--Uff! sclamò il sindaco, mettete un po' quel che diavolo volete;
l'uno o l'altro sgorbio per me è lo stesso,--fate il vostro
mestiere. Noi dicevamo: delibera di mantenere in tutto e per tutto
il suo primo deliberato e abilita la Giunta di andare al possesso
del terreno detto la Carbonaia e di ridurlo allo scopo... allo
scopo... in conclusione allo scopo che abbiamo detto...
--Sopra descritto, suggerì il segretario.
--Bene, avete finito? date qui che firmo subito.
A questo punto vi fu una nuova interruzione. Intesi un mormorio
confuso, poi, dopo una pausa, il sindaco a domandare aspramente:
--Che c'è di nuovo? Qualcuno ci trova a ridire?
La voce che aveva parlato per la prima ancora più tremula e più fioca
rispose:
--Ma, con buona licenza del sor sindaco, se mi si desse retta a me...
--Fuori, fuori queste ragioni, avete delle altre opposizioni da
mettere insieme alle prime? Parlate chiaro.
--Mi perdoni il sor sindaco, ce n'ho... almeno mi pare che siccome la
stagione è avanzata e per la strada del Fontanile adesso non ci sono
fondi in bilancio, si potrebbe anche aspettare a dare un disgusto al
sor curato...
--È lui che vi manda?
--Io dico il mio parere.
--Già già... ma lo sappiamo; vi conosciamo da un pezzo,--e credete che
c'importi molto il vostro parere?
Il segretario entrò in mezzo con una proposta insidiosa.
--Se Leonardo ha delle opposizioni da fare le formuli, io le scrivo...
--Sicuro le formuli, senza indugio, che noi non siamo qui per suo
comodo, le formuli,--ripetè in tuono sardonico il Sindaco.
--Io non me n'intendo...
--Eppure bisogna intendersene, aggiunse il segretario.
--Andiamo andiamo, date qua, che firmi, replicò il Sindaco... egli non
ha che delle minchionerie...
--È una prepotenza, sclamò Leonardo.
--Come? badiamo ve' alle parole, gridò il sindaco.
--Oh la verità innanzi a tutto, disse più forte il coraggioso
consigliere; sono vecchio e non ho più paura di nulla,--e vi dico
che sono prepotenze. Io so che il paese ha molte obbligazioni a Don
Luigi che ci ha sempre fatto del bene a tutti...
Mentre il sindaco parlava io avevo a stento frenato la voglia di
dargli sulla voce. La protesta di Leonardo aveva suscitato tutte le
mie simpatie,--Io avevo seguito le sue parole con tutto il cuore. A
questo punto non potei contenermi e gridai forte:
--Bravo, così va detto.
Figuratevi l'effetto di questa audacia inaudita.
Seguì un cupo brontolio. Poi il sindaco si affacciò alla finestra. Era
livido di collera.
--Che intende dire lei? mi domandò.
--Che Leonardo ha ragione, risposi ridendo.
Il sindaco mi diè un'occhiata furiosa. Ma tacque. Il che dimostra che
nonostante la sua riputazione di brutalità egli sapeva all'uopo anche
essere prudente.
Si ritirò e l'adunanza si sciolse.
Il signor Bazzetta venne a riprendermi e mi chiese celiando per qual
ghiribizzo avevo voluto contraddire il sindaco. Egli non sembrava
malcontento della scenetta e mostrò un ingenuo rammarico che non
avesse avuto altro seguito. Però si compiacque di avvertirmi con quel
suo favorito fare misterioso di guardarmi dalla collera del signor De
Boni.
Visto che non riusciva per tal guisa al desiderato intento di
impaurirmi mutò discorso e soggiunse:
--Vedete che Don Luigi fa male ad incaponirsi a quel modo: abbia torto
o ragione, la maggioranza non è per lui. Avete inteso, benedetto uomo,
una perla d'uomo, lo ammetto; sono il primo a riconoscerlo,--ma
caparbio, caparbio,--e per un uomo di chiesa non è conveniente.
Non mi sentivo in vena di discutere e non volevo d'altra parte sentir
maldicenze sul conto del mio ospite. Perciò mi sbrigai del molesto
compagno senza troppe cerimonie e me ne tornai al Presbiterio dove,
per colpa della mia distrazione, il riso s'era fatto _lungo_.
Dacchè egli entrò in casa del curato, Aminta ed io divenimmo compagni
inseparabili. I nostri due caratteri erano l'antitesi l'uno
dell'altro: per questo andammo subito d'accordo. Egli trovava in me
quello slancio e quell'arditezza che è l'inarrivabile ideale di tutte
le indoli eccessivamente timide. Io mi acconciavo perfettamente del
suo naturale buono, malleabile, della sua mente docile a tutte le mie
fantasie. In tutte le amicizie vere e durature c'è sempre una volontà
da una parte e una condiscendenza dall'altra. Non fo per dire, anzi lo
ricordo ad onore dell'affetto di Aminta, la volontà che prevaleva era
la mia.
Don Luigi s'era accorto dell'influenza che io esercitava sopra il
giovanotto. e, fin dai primi giorni, dandomi mezzo per celia, e mezzo
sul serio, il vanto di un conquistatore di simpatie, aggiunse:
--Voi potete renderci un grande servizio. Aminta è in età da dover
scegliere definitivamente il suo sentiero per tutta la vita. Ora io
temo la sua eccessiva arrendevolezza. Non vorrei che la riverenza o
l'affezione che quel buon ragazzo mi porta, reprimesse, in cosa di
tanta importanza, le vere inclinazioni del suo spirito, che egli mi
facesse l'inutile e deplorevole sagrificio di tutta la sua
esistenza. Credete voi che Aminta abbracci volentieri la carriera
ecclesiastica?
Risposi schietto:
--Non credo.
Don Luigi non solo non mostrò rammarico; ma parve invece rasserenarsi.
--Ma, poverino, nessuno qui vuol fargli violenza, sclamò con una
adorabile tenerezza.
--Scandagliatelo voi per bene, disse poi, senza ch'egli s'avveda e
sospetti che voi lo facciate per mio suggerimento. So che siete buon
osservatore. E se scoprite la menoma ripugnanza a proseguire nella
carriera, intrapresa per volontà altrui, rassicuratelo pure,
rincuoratelo a manifestarmi i suoi desiderii,--e se ci sarà
possibile, farò di tutto per contentarli.--Non vi faccia stupore il
sentirmi così poco zelante nel procacciare proseliti alla chiesa
militante. Nelle circostanze presenti io credo ch'essa abbia d'uopo
piuttosto di soldati volonterosi che di un esercito sterminato. I
tiepidi sono nella battaglia inciampo agli altri.
Accettai l'incarico e mi posi senz'altro all'opera.
Dal suo canto Aminta mi facilitò il compito con la sua piena
confidenza, e col suo candore ammirabile.
Egli mordette meravigliosamente a tutte le seduzioni che io, Satana
tentatore, dal Tabor della mia fantasia, seppi fargli balenare innanzi
alla mente abbagliata.
Egli trovò che tutte le gioie della vita erano una ad una preferibili
all'alto onore di divenire ministro di Dio.
E non era solo vaghezza giovanile la sua, fascino improvviso e
momentaneo. No; c'era in fondo in fondo al suo carattere qualcosa di
irregolare, di esuberante che si può talvolta frenare, non mai
sopprimere.
Sorpresi sotto l'epidermide della sua timidezza quel germe fatale di
malinconia da cui sbocciano le passioni violente.
E non già ch'egli fosse corrotto: tutt'altro; non oso dire ch'egli
fosse innocente se innocente è sinonimo d'ignoranza;--ma era
certamente virtuoso. In altri termini egli lasciava il freno sul collo
alla immaginazione, ma stringeva con un morso di ferro le proprie
azioni. Era poi estremamente scrupoloso... A dieciotto anni egli
serbava fede alla corta morale insegnatagli da Mansueta, povera
sempliciona, indole tranquilla che era passata dall'infanzia alla
vecchiaia senza fermarsi un istante nella giovinezza.
Io lo condussi mano mano a raccontarmi tutte le sue battaglie, tutte
le discipline con cui da parecchi anni puntellava la sua continenza.
Destinato all'altare, egli sentiva l'obbligo d'esserne degno a
qualunque costo.--Non capiva che ci potesse essere dei sacerdoti
dissoluti. E non aveva mai pensato nello scabroso adempimento dei suoi
doveri a una cosa molto più facile,--quella di emanciparsene.
Fui io a fargli intravedere questa possibilità.
La sua gioventù vi si abbrancò subito tenacemente.
Mi ricordo di quando affrontai con lui il dilicato argomento
dell'amore. Tremava dalla commozione.
Per Aminta non esistevano donne,--ma bensì la donna, un essere
collettivo, universale come il sole.
Un sensualismo elevato a misticismo, per cui, negli anni della nostra
adolescenza, tutti siamo passati e da cui la conoscenza della vita
reale ci è venuto a levare.
Ma Aminta non s'era mai trovato vicino a donne.
Io lo avevo sorpreso colle confessioni di Rousseau, il più pericoloso
ed il più corrotto dei moralisti: ma era allora tutt'altro che sicuro
di ciò che leggeva in quel libro.
Non poteva persuadersi che non fosse favola. E anche in questo sono
stato io il primo ad illuminarlo.
In breve dovetti accorgermi che invece di scandagliarlo l'avevo, come
direbbe una bacchettona, pervertito.
Un giorno feci la prova di dirgli;
--Quando si torna in seminario?
Aveste visto il suo sgomento! Come diventò smorto! Si strinse al mio
braccio e mormorò:
--O Emilio, che cosa terribile rientrare in quel carcere!
Stetti qualche minuto ad osservarlo, poi gli dissi:
--Non vuoi andarci più? vuoi che io ne parli a don Luigi?
Mi saltò al collo e mi baciò con tanta effusione di riconoscenza che
mi commosse fino in fondo alle viscere.
--Credi che consentirà? mi domandò rannuvolandosi di nuovo.
--Lo spero, risposi, per lasciare al buon curato intero il merito di
dargli la grande novella.
--Quando ne parlerai?
--Oggi stesso....
--No, oggi no: domani, ma che non ci sia io.
Promisi di contentarlo.
Ma quella stessa sera riferii al curato il tenore di quel nostro
colloquio.
Il buon prete mi strinse con effusione la mano e mi ringraziò così
vivamente del servizio resogli che a dir il vero ne arrossivo un
poco. Mi pareva disdicevole che il Signore ringraziasse Mefistofele
d'avergli sedotto il suo Fausto.
Ma come, ripensandoci poi, dovetti ammirare la profonda rettitudine,
l'alta carità di quell'animo superiore!
Era una mente troppo vasta per capire nello strettoio del fanatismo;
egli vedeva le cose dall'alto e da lontano. Per lui la fede e
l'abnegazione non era passiva obbedienza,--ma elezione volontaria: e
tale la voleva negli altri.
Aveva una frase sua per condannare le professioni forzate.
Diceva:--l'olio di mallo va tutto in fumo.
Egli aggiunse quella sera queste confidenti parole:
--Io ho scelto volentieri questo mio stato: era il solo che si
confacesse al mio carattere; l'ho abbracciato con trasporto come una
tavola di salvezza per il mio spirito saturo del mondo.... Eppure....
quanti errori non ho commessi!...
Era la seconda volta che mi parlava di sè e sempre per accusarsi!
--Noi abbiamo forse evitato molte disgrazie, mi disse poi.
Noi si faceva questi discorsi passeggiando sotto il pergolato in
attesa della cena.
In uno dei tanti giri che facemmo, svoltando rapidamente levai a caso
lo sguardo ad un finestrello mezzo nascosto nel fogliame di un melo
tirato a spalliera: e mi parve di scorgervi una figura che si
ritraesse frettolosa nell'ombra.
Quel finestrello illuminava un corridoio che dalla sacrestia metteva
all'appartamento di don Sebastiano.
Mi venne il sospetto che il cupo vicecurato ci stesse ascoltando.
E lo dissi a don Luigi.
Si rabbuiò un momento; poi, data una crollatina di spalle:
--Non monta, sclamò; in fin dei conti non facciamo nulla di male.
Ciò era vero; ma i suoi sentimenti elevati, purissimi potevano
essergli imputati a colpa da animi piccini.
E, in ogni caso, egli si fidava troppo. Ci era là chi poteva dargli di
grandi molestie, come si vedrà in seguito.
Don Luigi era tanto contento quella sera, che non si diè pensiero di
questo piccolo incidente e continuò il discorso.
Mi scordai di riferirgli la promessa data ad Aminta.
Però egli mi tradì subito involontariamente. Non sì tosto, rientrando
in casa, ci imbattemmo nel giovinetto, gli corse incontro, lo prese
sottobraccio e avviandosi verso lo studio, gli spiattellò senz'altro
quanto sapeva sul conto suo, e si affrettò a rassicurarlo dichiarando
che, essendosi incaricato del suo avvenire, non solo non intendeva
fargli violenza, ma sentiva l'obbligo di aiutarlo a cercare una
carriera che fosse interamente di suo genio.
Infine Aminta mi fu riconoscente di avere precipitata questa
spiegazione tanto temuta e così insperatamente gradevole.
Dapprincipio il poveretto non osava quasi credere alle proprie
orecchie: poi rimaneva interdetto: provava una terribile soggezione
del suo successo.
Passammo una gioconda, una deliziosa serata. Si fecero i più lieti
pronostici e i più vari disegni per l'avvenire di Aminta.
Anche Mansueta fu chiamata a intervenire nella conversazione. Ella, a
dir il vero, ci teneva moltissimo alla ordinazione del nipote. La
povera vecchierella non conosceva nel mondo nulla di più augusto che
il rocchetto sacerdotale. Per lei i gradi ecclesiastici erano le
anella di una catena che legava il mondo al paradiso e doveva finire
in mano a Dio addirittura, Ma l'autorevole parere di don Luigi bastava
a dissipare tutti i suoi scrupoli.
Alla fine si risolvette che non si risolverebbe nulla prima di sentire
anche il dottor De Emma,
Chiarite così le cose, la vita al Presbiterio si fece più intima e
confidente. Io, come intermediario, partecipavo alla gioia comune.
V'era però una nube in tanta serenità, una nube minacciosa di arcane
tempeste: il contegno di don Sebastiano.
Era divenuto più molesto che mai nella nostra piccola comunione
d'anime. Diveniva ogni dì più arcigno ed asciutto. Io che solo avevo
il diritto di infischiarmene, gli avevo posto nome don Incubo,--ma
m'inquietavo pei miei amici.
Il vicecurato con don Luigi e con me non parlava mai neppure
indirettamente di Aminta.
Però era certo ch'egli era informato di ciò che succedeva,
Mansueta ci aveva riferite alcune buie parole dette da colui riguardo
al nipote, dalle quali si arguiva ch'egli disapprovava vivamente il
progettato mutamento.
Ma non badavamo troppo a lui.
Uno di quei giorni venne il dottor De Emma, espressamente invitato da
don Luigi, e si tenne al Presbiterio una specie di consiglio di
famiglia al quale presi parte con voto consultivo.
Il dottore si mostrò più impensierito che non avrei supposto della
guerra dichiarata al sindaco per causa di Aminta. Fui non poco
sorpreso allora delle sue visibili apprensioni, la cui causa rimaneva
per me un mistero.
Non potevo persuadermi che un uomo di posizione e di carattere tanto
superiore e tanto indipendente si desse fastidio della malignità di un
sindaco montanaro.
Nè questa fu la sola stranezza che venne in quel colloquio ad eccitare
la mia curiosità.
Il signor De Emma non biasimò tuttavia l'appoggio dato ad Aminta e
anzi riconobbe la necessità imprescindibile oramai di provvedere alla
sua sorte e diede tutta la sua approvazione al progetto di fargli
mutar professione.
Per questo la sua scienza materialista si trovò mirabilmente d'accordo
con la carità evangelica del buon prete.
Ma quando si venne ad avvisare i nuovi disegni di educazione, le sue
perplessità rinacquero.
Don Luigi accennò ai pericoli a cui il giovinetto sarebbesi trovato
esposto nella nuova sua condizione e si mostrò desioso di mettere la
propria responsabilità al coperto di qualsiasi probabile insuccesso.
--Se col desiderio di giovargli non riuscissimo che a fargli il male,
disse, sarebbe imperdonabile. Se potessi seguirlo, proteggerlo, io
son certo che il mio affetto supplirebbe alla esperienza che mi
manca, ma cosa posso fare io di qua!....
E si interruppe coll'esitanza di chi vuol essere capito a mezze
parole.
Il signor di Emma tentennò più volte il capo poi, dopo una pausa
discretamente lunga:
--Mio caro, vi parlerò francamente. Vi assicuro che sarei felicissimo
di far io da guida ad Aminta nei suoi primi passi nel mondo; ma non
posso direttamente interessarmi per lui senza mettere di nuovo a
repentaglio la pace della mia casa. Quella donna benedetta si
torturerebbe con chissà quali supposizioni....
--Avete ragione, mormorò il curato chinando la testa.
Non si toccò più il tasto delicato. Non riuscii a decifrare il senso
di quelle parole; solo mi parve d'intendere che «quella donna
benedetta» fosse la signora De Emma.
Ma qual era la causa delle sue diffidenze rispetto ad Aminta?
Qui stava il nodo della quistione.
Alcuni giorni dopo credetti, per una fortuita circostanza, di essere
sulla via di risolverla.
La bella stagione è breve a Sulzena: sono poco più di tre mesi, dal
primo fieno, in giugno, alla bacchiatura delle noci in settembre.
Questo è l'ultimo raccolto e precede solo di poco il ritorno delle
mandre dall'alpe.
Alcuni giorni dopo scende da tutti i sentieri della montagna un
malinconico concerto di squilli: si direbbe che si suoni a stormo
contro il gran nemico, l'inverno.
Poi succede un vasto silenzio; il gorgoglìo del torrente si fa più
cupo, più roco: le vette vicine si mettono il cappuccio grigio:--e
vien giù un'acqueruggiola diacciata che spicca dagli alberi l'ultime
foglie, gli ultimi boccioli dischiusi alla fallace lusinga di un
estremo sorriso di sole estivo.
Qualche turchiniccia falda di fumo che si solleva quetamente è il solo
segnale di vita che resti in quel morto paesaggio.
Il mio ospite non aveva voluto consentire ch'io partissi e, veramente,
era riuscito a trattenermi senza troppa fatica. Desideravo tanto di
conoscere la vita montagnola nell'inverno: non potevo augurarmi
occasione migliore di soddisfare il mio capriccio.
Poi ci avevo preso gusto a tutto quello strano viluppo di casi in cui
mi ero imbattuto. Mi pareva di partecipare a uno di quei fantastici
romanzi tedeschi sul fare del _Wilhelm Meister_, dove i più gravi
avvenimenti si succedono e si accumulano sotto le apparenze di una
quiete profonda. E lasciavo che giorno per giorno si accumulassero
nella mia mente queste memorie con una delizia che dispero di
trasfondere nell'animo dell'amico lettore (seppure ho dei lettori
). Ohimè i sentimenti che allora provavo così intensi, stesi sulla
carta si mutano in vecchio e gelido convenzionalismo! Gli è che in
molte cose si sente tutti ad un modo.
Il cattivo tempo mi aveva costretto ad interrompere i miei studi dal
vero.
Passavo le ore a discorrere con quei di casa oppure nella mia stanza,
davanti alla finestra a guardare giù distrattamente in fondo alla
valle dove, talvolta squarciandosi la densa cortina di vapori che
chiudeva l'orizzonte, vedevo le campagne lontane dipinte a mille
colori dal raggio del sole autunnale.
Finalmente s'era deciso che Aminta sarebbe entrato al liceo e don
Luigi aveva pensato di collocarlo presso un professore di Novara suo
conoscente, perchè lo preparasse all'esame di ammessione. Il tempo
stringeva; e dovetti, con vivo rammarico, separarmi dal mio novello
amico.
Il curato lo condusse egli stesso al suo posto. Partirono una mattina
verso la metà di settembre.
Io, schivo di prolungare la tortura delle separazioni, preferii
salutarlo e rimanere a Sulzena.
Piovve tutto quel giorno.
Per ingannare il tempo mi diedi a frugare nello studio e sfogliare gli
antichi registri della parrocchia.
Le generazioni di Sulzena sfilarono davanti a me:--poche stirpi che si
riproducono e moltiplicano attraverso i secoli sullo stesso ceppo come
gli abeti delle loro montagne. Sempre gli stessi cognomi coi nomi di
battesimo che si ripetono alternati da nonno a nipote, per cui si
direbbe che lo stesso uomo riapparisca a intervalli.
Alcuno scompare per sempre, non si sa se spento o emigrato,--tal altro
riappare dopo un lungo tratto--come lo Strona.
Che misterioso fascino ho provato a ripassare quelle genealogie
d'ignoti!
Passai molte ore in questa singolare rivista.
Un accidente venne a distrarmene.
Levando uno dei volumi, ne avevo smosso una fila nella scanzia, che,
ad un tratto rovinò a terra.
Nel chinarmi a raccoglierli, vidi che era caduta coi libri anche una
scatola di latta e giaceva a terra scoperchiata e capovolta.
Conteneva dei ricordi: una fettuccia tricolore, una palla di fucile,
un mazzolino di fiori appassiti, un piccolo volumetto di Tacito,
stampato a Parigi nel 1665, logoro e spiegazzato agli angoli,--e
finalmente un piccolo astuccio di velluto turchino sbiadito.
La coscienza mi avvertì che stavo per commettere un abuso di
confidenza e il mio primo pensiero fu di raccogliere quelle reliquie e
di rinchiuderle senza guardarle. Ma fidatevi degli artisti: essi sono
avvezzi a coonestare, col pretesto di studiare il mondo, le più
indiscrete curiosità. Non potei resistere alla tentazione.
Apersi l'astuccio, e, immaginatevi la mia sorpresa, ci trovai il
ritratto in miniatura di una ballerina nel suo costume di teatro.
Era una figura di singolare bellezza; un visino diciottenne, delicato,
pallido, assottigliato dal dolore o dalle infermità, un'aria di bontà
capricciosa, una soave fierezza di fanciulla viziata.
Una corona di rose bianche le cingeva il capo da cui scendevano lunghi
riccioloni di capelli biondi: altre rose le inghirlandavano la vita
sottile e ornavano il gonnellino azzurro.
Ella rassomigliava a qualcuno che io conosceva: ma non sapevo a chi.
Ero tanto assorto cogli occhi sul ritratto, a frugare nella mia
memoria per evocare al confronto tutte le fisonomie femminili che
avevo prima vedute,--che non mi accorsi della presenza di Mansueta, se
non quando la sentii esclamare:
--Oh il ritratto di Rosilde che credevo avere perduto! Dove l'aveva
cacciato?
Rosilde, la madre di Aminta! Diffatti ella aveva i suoi lineamenti.
--Vostra sorella era ballerina! domandai.
--N'è vero che disgrazia? sclamò la buona donna tentennando
dolorosamente la testa,
E soggiunse:
--La poveretta non ce n'ebbe colpa: ma ha pur fatto una dura
penitenza.
Si capiva dall'intonazione delle sue parole che ella voleva un gran
bene alla sorella e che sentiva il bisogno di scagionarla di una cosa
che a lei montanara e devota doveva parere una enormità: essere
ballerina!
Ho notato che l'avversione per la gente da palcoscenico è maggiore
nelle classi inferiori che non sia nelle superiori.
Un artista di teatro può lusingarsi di essere ricevuto a Corte, non
sarà mai rispettato nella casupola di un campagnolo.
--Non credo, continuò Mansueta, che Rosilde fosse contenta di quel suo
stato; l'aveva scelto a fine di bene... ma pur troppo, farina del
diavolo va tutta in crusca.
--Com'è andata? domandai.
La donna era per lo meno tanto desiderosa di farmi le sue confidenze
quanto io di ascoltarle.