XIV.

Le vendette del Sindaco non si fecero aspettare a lungo.

La domenica dopo ci fu riunione del Consiglio.

La seduta era stata annunziata con straordinaria solennità, come un

cataclisma. Tutto il villaggio era preso dalla più viva ansietà. La

mattina, in chiesa, era facile notare nell'uditorio una preoccupazione

profonda.

Quando il curato si presentò all'altare tutti gli occhi si appuntarono

sul suo viso come per esplorare i suoi segreti pensieri. Poi, durante

la messa ed il sermone, continuarono degli strani bisbigli.

Anche don Luigi pareva meno calmo dell'altre volte: la sua voce era

ineguale, il suo argomentare incerto.

Dalla tribuna dell'organo il Sindaco gli saettava delle occhiate

d'odio inesprimibile. Il buon prete non guardava mai da quella parte,

ma lo sentiva e se ne turbava sovente.

Fra quei due uomini si combatteva un formidabile duello: e pur troppo

il Sindaco aveva il sopravvento.

Il dire che la bontà soggioga l'animo malvagio mi è sempre parso un

luogo comune inventato dall'ottimismo. Nella realtà prevale il

malvagio; l'uomo che non ha scrupoli è, alla pari, infinitamente più

forte dell'uomo dabbene.

Finita la spiegazione del vangelo, il curato scese dal pulpito e

attraversò la chiesa per rientrare in sacrestia.

La folla si divise riverente innanzi a lui e sorpresi in tutti quei

volti un'espressione di timida, di dolorosa premura, un rammarico

sincero di non poterlo proteggere contro le prepotenze di cui era

minacciato.

Il Consiglio doveva, secondo l'uso, raccogliersi subito dopo il

servizio religioso.

Fui spinto dalla curiosità a seguire la folla che scendeva per la via

maestra.

Sulla piazzetta vidi parecchi crocchi di montanari che discorrevano a

bassa voce.

In fondo, un edifizio a un solo piano, come gli altri, ma più vasto,

costrutto di pietre irregolari: in mezzo alla facciata, un pezzo,

largo un braccio quadrato, intonacato di calce su cui una filza di

lettere nere di forme bislacche, ineguali, riottose al forzato

allineamento diceva: _Casa Comunale_. Sovr'esse un quadretto di legno,

appeso per un solo angolo, penzolava obliquamente: l'insegna dello

Stato, l'onesta croce di Savoia, la quale, quasi vergognosa di

coonestare le sciocchezze e le bricconate che da tanti anni si

consumavano là dentro, pareva volesse lasciarsi andar giù dallo

sconforto.

Fermo sul limitare della porta coll'aria corrucciata di un pedagogo o

di un aguzzino aspettava il Sindaco i suoi Consiglieri.

Di quando in quando qualche vecchietto dai calzoni corti allacciati al

ginocchio sovra le calze turchine, si staccava dai gruppi,

attraversava lentamente la piazza, ed entrava con una visibile

ripugnanza nella casa comunale tirando una grande scappellata alla

prima autorità del paese, che non degnava rispondere. Ne contai una

diecina.

Seguì un certo intervallo.

L'inserviente, come fido scudiere, pendeva dai cenni del suo padrone.

Il signor De Boni battendo il piede con impazienza, gli disse

imperioso:

--Orsù va a sollecitare que' poltroni.

E il cursore a galoppare in cerca dei ritardatori.

Il sindaco aspettava sempre.

Contemplavo da più d'un quarto d'ora quello spettacolo, novo per me,

di rustico assolutismo e ne traevo delle considerazioni poco benigne

per l'indipendenza e la dignità della razza umana. quando una mano

sottile s'insinuò sotto il mio braccio.

Era lo speziale che mi sussurrò nell'orecchio:

--Venite con me vi apposterò in un luogo donde potrete intendere la

discussione.

Mentre mi disponevo a seguirlo, lo scalpitio acuto di una cavalcatura

si fe' sentire sui ciottoli della strada.

Comparve un coso allampanato, le cui gambe lunghissime penzolavano ai

fianchi del magro ronzino quasi fino a terra.

Era vestito con una certa pretesa cittadina mediocremente

giustificata, ed aveva le tasche infarcite di cartaccie.

--È il segretario, mi disse il Bazzetta, un notaio di Zugliano; egli

serve simultaneamente cinque comuni: un morto di fame che ci mangia

duecento lire all'anno per metterci sossopra gli archivi

municipali. Venite.

Mi trasse per un sudicio chiassolo in un sito dietro la casa del

comune e quivi mi lasciò.

Erano poche tese di terra sul ciglio dell'altura. La valle si

sprofondava quasi a perpendicolo sotto i miei piedi.

Sedetti sull'erba fitta e bassa.

Il sole schietto rivestiva le montagne nevose in fondo, riempiva

l'orizzonte di sbarbaglio e di luccicori. Il torrente, striscia di

argento fuso, solcava la valle.

Il cielo profondo, limpido, aveva le trasparenze del vuoto sterminato.

Incombeva sul paesaggio l'alta pace, il silenzio meridiano.

Quante grandezze innanzi a me! quanta miseria dietro le mie spalle in

quella piccola topaia umana!...

Io non conosco spettacolo più imponente di un mare tranquillo, di un

paesaggio sereno; la tempesta, l'uragano sono, se si vuole, più

vivaci, come il dramma, ma la calma è l'inno d'un euritmia eterna.

In esse comprendo la venerazione delle antiche fedi per la natura: vi

è nella natura mesta, immobile qualcosa di più augusto, di più solenne

che non nel multiforme, convulsivo agitarsi delle plebi umane; in

questo tutto è contingente, relativo; la loro potenza è un attimo, la

bellezza una larva, il genio una scintilla;--l'attimo passa, la larva

scompare, la scintilla si spegne,--rimane l'immutabile. L'imperituro,

l'eterno, rimane il cielo, rimane il monte. Quando le religioni

cadono, il panteismo le raccoglie nel suo seno.

Povero ed onesto campanile di Sulzena, col tuo gracile pinacolo roso

dal tempo e dalle parietarie, coi tuoi nidi di colombi, coi tuoi

squilli modesti non mi parevi in quel momento che un punto

d'interrogazione lanciato nell'infinito, una domanda rivolta

all'ignoto che non risponde.

La seduta era incominciata: un affannoso borbottio da formole legali

veniva dalle finestre aperte della sala comunale a interrompere le mie

riflessioni.

Quanto sperpero di preamboli, quanto apparato di autorità, di _visti_,

di _attesochè_, di _considerando_, di _ritenuti_, per uccidere la

piccola gioia d'un uomo, per giustificare una piccola prepotenza e

carpire il dominio di due palmi di terra infeconda!

Il segretario era asmatico, e, son sicuro, anche sdentato. La sua voce

usciva a sibili ineguali e si raggomitolava in brontolii gutturali.

E dicono che la voce dell'uomo è il linguaggio dell'universo!

Sarà,--in ogni caso non quella del segretario comunale di Sulzena.

Mentre si leggevano i documenti venuti dall'Intendenza, l'impazienza

del Sindaco si tradiva con certi mugghi sinistri: si capiva che il

messere si annoiava e avrebbe voluto andare per le vie più spedite.

Scommetto che egli imprecava in cuor suo alla Costituzione, la quale

aveva l'impertinenza di imporre tanto formulario al suo volere.

Tutt'ad un tratto egli interruppe il segretario.

--Basta, basta, sappiamo tutti di che si tratta: io vi ho detto

chiaramente che quel terreno appartiene al Comune, a noi: che i

nostri vecchi hanno avuto la dabbenaggine di lasciarsene spossessare

dal prete: quella gente là pensava colla suola delle scarpe: trovava

naturalissimo che la chierica facesse il suo prò del bene di tutti,

non sapeva respirare se l'aria non era benedetta. L'uomo inutile, il

solo che non lavora e non guadagna, era allora il solo necessario:

egli aveva i terreni migliori, gli armenti più pingui, le donne più

belle....

Povero Don Luigi,--egli un uomo inutile!--egli la vera, l'unica

previdenza di quel piccolo mondo, il solo consolatore, il solo

conforto di quelle ignorate sofferenze!

Il sindaco proseguì:

--Tutto è cambiato adesso; noi abbiamo aperto gli occhi e sappiamo far

di conto; i _paternoster_ e i _deprofundis_ non bisogna pagarli più

di quel che valgono. Io rappresento il Re, io vi amministro e voi

non mi date stipendio. Il prete rappresenta Dio che ha detto: il mio

regno non è di questo mondo: con qual diritto il prete usurpa i

terreni che non coltiva? Verrà tempo che gli daremo cento lire

all'anno come all'inserviente.....

--E i poveri? domandò una voce fioca e tremula.

--I poveri, ribattè il sindaco stizzoso, i poveri... lavorino; vi dico

che cento lire basteranno e saranno d'avanzo per farci battezzare e

sotterrare. Intanto, sinchè non si fa la legge buona, cominciamo a

levare gli abusi. Questo che abbiamo per le mani è uno. Noi abbiamo

deciso di fare la strada al Fontanile per la Carbonaia: avete inteso

che l'Intendente ha approvato il _deliberato_. So bene che c'è stato

qualche semplicione a cui la volpe nera ha saputo inspirare degli

scrupoli. Essi hanno protestato. Perchè hanno protestato? Ma! Hanno

saputo addurre una sola ragione? Ah che! fandonie, scrupoli di mia

nonna; c'è voluto un bel coraggio per mandare quegli spropositi a

Zugliano. un bel coraggio! E cosa ci hanno ricavato? un bel fiasco

fesso. Chissà cosa credevano di fare scrivendo all'Intendente.

L'Intendente non ha nemmeno voluto occuparsene. Avete visto, ha

mandato il ricorso a noi, perchè noi lo mettiamo nella carta straccia.

Gli è ciò che faremo subito. Segretario, scrivete che il Consiglio «in

odio ai reclamanti delibera» che?

L'ultimo monosillabo del signor De Boni era motivato da una

osservazione del segretario. Intesi la sua voce, divenuta dolcereccia

e untuosa a dire:

--Che il sor sindaco mi compatisca; ma la espressione non s'usa.....

--E cosa si ha da mettere?

--Si scrive «reiette tutte le opposizioni, eccezioni, e deduzioni in

contrario delibera ecc... ecc... »

E s'affrettò a soggiungere:

--È poi in sostanza la stessa cosa.

--Uff! sclamò il sindaco, mettete un po' quel che diavolo volete;

l'uno o l'altro sgorbio per me è lo stesso,--fate il vostro

mestiere. Noi dicevamo: delibera di mantenere in tutto e per tutto

il suo primo deliberato e abilita la Giunta di andare al possesso

del terreno detto la Carbonaia e di ridurlo allo scopo... allo

scopo... in conclusione allo scopo che abbiamo detto...

--Sopra descritto, suggerì il segretario.

--Bene, avete finito? date qui che firmo subito.

A questo punto vi fu una nuova interruzione. Intesi un mormorio

confuso, poi, dopo una pausa, il sindaco a domandare aspramente:

--Che c'è di nuovo? Qualcuno ci trova a ridire?

La voce che aveva parlato per la prima ancora più tremula e più fioca

rispose:

--Ma, con buona licenza del sor sindaco, se mi si desse retta a me...

--Fuori, fuori queste ragioni, avete delle altre opposizioni da

mettere insieme alle prime? Parlate chiaro.

--Mi perdoni il sor sindaco, ce n'ho... almeno mi pare che siccome la

stagione è avanzata e per la strada del Fontanile adesso non ci sono

fondi in bilancio, si potrebbe anche aspettare a dare un disgusto al

sor curato...

--È lui che vi manda?

--Io dico il mio parere.

--Già già... ma lo sappiamo; vi conosciamo da un pezzo,--e credete che

c'importi molto il vostro parere?

Il segretario entrò in mezzo con una proposta insidiosa.

--Se Leonardo ha delle opposizioni da fare le formuli, io le scrivo...

--Sicuro le formuli, senza indugio, che noi non siamo qui per suo

comodo, le formuli,--ripetè in tuono sardonico il Sindaco.

--Io non me n'intendo...

--Eppure bisogna intendersene, aggiunse il segretario.

--Andiamo andiamo, date qua, che firmi, replicò il Sindaco... egli non

ha che delle minchionerie...

--È una prepotenza, sclamò Leonardo.

--Come? badiamo ve' alle parole, gridò il sindaco.

--Oh la verità innanzi a tutto, disse più forte il coraggioso

consigliere; sono vecchio e non ho più paura di nulla,--e vi dico

che sono prepotenze. Io so che il paese ha molte obbligazioni a Don

Luigi che ci ha sempre fatto del bene a tutti...

Mentre il sindaco parlava io avevo a stento frenato la voglia di

dargli sulla voce. La protesta di Leonardo aveva suscitato tutte le

mie simpatie,--Io avevo seguito le sue parole con tutto il cuore. A

questo punto non potei contenermi e gridai forte:

--Bravo, così va detto.

Figuratevi l'effetto di questa audacia inaudita.

Seguì un cupo brontolio. Poi il sindaco si affacciò alla finestra. Era

livido di collera.

--Che intende dire lei? mi domandò.

--Che Leonardo ha ragione, risposi ridendo.

Il sindaco mi diè un'occhiata furiosa. Ma tacque. Il che dimostra che

nonostante la sua riputazione di brutalità egli sapeva all'uopo anche

essere prudente.

Si ritirò e l'adunanza si sciolse.

Il signor Bazzetta venne a riprendermi e mi chiese celiando per qual

ghiribizzo avevo voluto contraddire il sindaco. Egli non sembrava

malcontento della scenetta e mostrò un ingenuo rammarico che non

avesse avuto altro seguito. Però si compiacque di avvertirmi con quel

suo favorito fare misterioso di guardarmi dalla collera del signor De

Boni.

Visto che non riusciva per tal guisa al desiderato intento di

impaurirmi mutò discorso e soggiunse:

--Vedete che Don Luigi fa male ad incaponirsi a quel modo: abbia torto

o ragione, la maggioranza non è per lui. Avete inteso, benedetto uomo,

una perla d'uomo, lo ammetto; sono il primo a riconoscerlo,--ma

caparbio, caparbio,--e per un uomo di chiesa non è conveniente.

Non mi sentivo in vena di discutere e non volevo d'altra parte sentir

maldicenze sul conto del mio ospite. Perciò mi sbrigai del molesto

compagno senza troppe cerimonie e me ne tornai al Presbiterio dove,

per colpa della mia distrazione, il riso s'era fatto _lungo_.

Dacchè egli entrò in casa del curato, Aminta ed io divenimmo compagni

inseparabili. I nostri due caratteri erano l'antitesi l'uno

dell'altro: per questo andammo subito d'accordo. Egli trovava in me

quello slancio e quell'arditezza che è l'inarrivabile ideale di tutte

le indoli eccessivamente timide. Io mi acconciavo perfettamente del

suo naturale buono, malleabile, della sua mente docile a tutte le mie

fantasie. In tutte le amicizie vere e durature c'è sempre una volontà

da una parte e una condiscendenza dall'altra. Non fo per dire, anzi lo

ricordo ad onore dell'affetto di Aminta, la volontà che prevaleva era

la mia.

Don Luigi s'era accorto dell'influenza che io esercitava sopra il

giovanotto. e, fin dai primi giorni, dandomi mezzo per celia, e mezzo

sul serio, il vanto di un conquistatore di simpatie, aggiunse:

--Voi potete renderci un grande servizio. Aminta è in età da dover

scegliere definitivamente il suo sentiero per tutta la vita. Ora io

temo la sua eccessiva arrendevolezza. Non vorrei che la riverenza o

l'affezione che quel buon ragazzo mi porta, reprimesse, in cosa di

tanta importanza, le vere inclinazioni del suo spirito, che egli mi

facesse l'inutile e deplorevole sagrificio di tutta la sua

esistenza. Credete voi che Aminta abbracci volentieri la carriera

ecclesiastica?

Risposi schietto:

--Non credo.

Don Luigi non solo non mostrò rammarico; ma parve invece rasserenarsi.

--Ma, poverino, nessuno qui vuol fargli violenza, sclamò con una

adorabile tenerezza.

--Scandagliatelo voi per bene, disse poi, senza ch'egli s'avveda e

sospetti che voi lo facciate per mio suggerimento. So che siete buon

osservatore. E se scoprite la menoma ripugnanza a proseguire nella

carriera, intrapresa per volontà altrui, rassicuratelo pure,

rincuoratelo a manifestarmi i suoi desiderii,--e se ci sarà

possibile, farò di tutto per contentarli.--Non vi faccia stupore il

sentirmi così poco zelante nel procacciare proseliti alla chiesa

militante. Nelle circostanze presenti io credo ch'essa abbia d'uopo

piuttosto di soldati volonterosi che di un esercito sterminato. I

tiepidi sono nella battaglia inciampo agli altri.

Accettai l'incarico e mi posi senz'altro all'opera.

Dal suo canto Aminta mi facilitò il compito con la sua piena

confidenza, e col suo candore ammirabile.

Egli mordette meravigliosamente a tutte le seduzioni che io, Satana

tentatore, dal Tabor della mia fantasia, seppi fargli balenare innanzi

alla mente abbagliata.

Egli trovò che tutte le gioie della vita erano una ad una preferibili

all'alto onore di divenire ministro di Dio.

E non era solo vaghezza giovanile la sua, fascino improvviso e

momentaneo. No; c'era in fondo in fondo al suo carattere qualcosa di

irregolare, di esuberante che si può talvolta frenare, non mai

sopprimere.

Sorpresi sotto l'epidermide della sua timidezza quel germe fatale di

malinconia da cui sbocciano le passioni violente.

E non già ch'egli fosse corrotto: tutt'altro; non oso dire ch'egli

fosse innocente se innocente è sinonimo d'ignoranza;--ma era

certamente virtuoso. In altri termini egli lasciava il freno sul collo

alla immaginazione, ma stringeva con un morso di ferro le proprie

azioni. Era poi estremamente scrupoloso... A dieciotto anni egli

serbava fede alla corta morale insegnatagli da Mansueta, povera

sempliciona, indole tranquilla che era passata dall'infanzia alla

vecchiaia senza fermarsi un istante nella giovinezza.

Io lo condussi mano mano a raccontarmi tutte le sue battaglie, tutte

le discipline con cui da parecchi anni puntellava la sua continenza.

Destinato all'altare, egli sentiva l'obbligo d'esserne degno a

qualunque costo.--Non capiva che ci potesse essere dei sacerdoti

dissoluti. E non aveva mai pensato nello scabroso adempimento dei suoi

doveri a una cosa molto più facile,--quella di emanciparsene.

Fui io a fargli intravedere questa possibilità.

La sua gioventù vi si abbrancò subito tenacemente.

Mi ricordo di quando affrontai con lui il dilicato argomento

dell'amore. Tremava dalla commozione.

Per Aminta non esistevano donne,--ma bensì la donna, un essere

collettivo, universale come il sole.

Un sensualismo elevato a misticismo, per cui, negli anni della nostra

adolescenza, tutti siamo passati e da cui la conoscenza della vita

reale ci è venuto a levare.

Ma Aminta non s'era mai trovato vicino a donne.

Io lo avevo sorpreso colle confessioni di Rousseau, il più pericoloso

ed il più corrotto dei moralisti: ma era allora tutt'altro che sicuro

di ciò che leggeva in quel libro.

Non poteva persuadersi che non fosse favola. E anche in questo sono

stato io il primo ad illuminarlo.

In breve dovetti accorgermi che invece di scandagliarlo l'avevo, come

direbbe una bacchettona, pervertito.

Un giorno feci la prova di dirgli;

--Quando si torna in seminario?

Aveste visto il suo sgomento! Come diventò smorto! Si strinse al mio

braccio e mormorò:

--O Emilio, che cosa terribile rientrare in quel carcere!

Stetti qualche minuto ad osservarlo, poi gli dissi:

--Non vuoi andarci più? vuoi che io ne parli a don Luigi?

Mi saltò al collo e mi baciò con tanta effusione di riconoscenza che

mi commosse fino in fondo alle viscere.

--Credi che consentirà? mi domandò rannuvolandosi di nuovo.

--Lo spero, risposi, per lasciare al buon curato intero il merito di

dargli la grande novella.

--Quando ne parlerai?

--Oggi stesso....

--No, oggi no: domani, ma che non ci sia io.

Promisi di contentarlo.

Ma quella stessa sera riferii al curato il tenore di quel nostro

colloquio.

Il buon prete mi strinse con effusione la mano e mi ringraziò così

vivamente del servizio resogli che a dir il vero ne arrossivo un

poco. Mi pareva disdicevole che il Signore ringraziasse Mefistofele

d'avergli sedotto il suo Fausto.

Ma come, ripensandoci poi, dovetti ammirare la profonda rettitudine,

l'alta carità di quell'animo superiore!

Era una mente troppo vasta per capire nello strettoio del fanatismo;

egli vedeva le cose dall'alto e da lontano. Per lui la fede e

l'abnegazione non era passiva obbedienza,--ma elezione volontaria: e

tale la voleva negli altri.

Aveva una frase sua per condannare le professioni forzate.

Diceva:--l'olio di mallo va tutto in fumo.

Egli aggiunse quella sera queste confidenti parole:

--Io ho scelto volentieri questo mio stato: era il solo che si

confacesse al mio carattere; l'ho abbracciato con trasporto come una

tavola di salvezza per il mio spirito saturo del mondo.... Eppure....

quanti errori non ho commessi!...

Era la seconda volta che mi parlava di sè e sempre per accusarsi!

--Noi abbiamo forse evitato molte disgrazie, mi disse poi.

Noi si faceva questi discorsi passeggiando sotto il pergolato in

attesa della cena.

In uno dei tanti giri che facemmo, svoltando rapidamente levai a caso

lo sguardo ad un finestrello mezzo nascosto nel fogliame di un melo

tirato a spalliera: e mi parve di scorgervi una figura che si

ritraesse frettolosa nell'ombra.

Quel finestrello illuminava un corridoio che dalla sacrestia metteva

all'appartamento di don Sebastiano.

Mi venne il sospetto che il cupo vicecurato ci stesse ascoltando.

E lo dissi a don Luigi.

Si rabbuiò un momento; poi, data una crollatina di spalle:

--Non monta, sclamò; in fin dei conti non facciamo nulla di male.

Ciò era vero; ma i suoi sentimenti elevati, purissimi potevano

essergli imputati a colpa da animi piccini.

E, in ogni caso, egli si fidava troppo. Ci era là chi poteva dargli di

grandi molestie, come si vedrà in seguito.

Don Luigi era tanto contento quella sera, che non si diè pensiero di

questo piccolo incidente e continuò il discorso.

Mi scordai di riferirgli la promessa data ad Aminta.

Però egli mi tradì subito involontariamente. Non sì tosto, rientrando

in casa, ci imbattemmo nel giovinetto, gli corse incontro, lo prese

sottobraccio e avviandosi verso lo studio, gli spiattellò senz'altro

quanto sapeva sul conto suo, e si affrettò a rassicurarlo dichiarando

che, essendosi incaricato del suo avvenire, non solo non intendeva

fargli violenza, ma sentiva l'obbligo di aiutarlo a cercare una

carriera che fosse interamente di suo genio.

Infine Aminta mi fu riconoscente di avere precipitata questa

spiegazione tanto temuta e così insperatamente gradevole.

Dapprincipio il poveretto non osava quasi credere alle proprie

orecchie: poi rimaneva interdetto: provava una terribile soggezione

del suo successo.

Passammo una gioconda, una deliziosa serata. Si fecero i più lieti

pronostici e i più vari disegni per l'avvenire di Aminta.

Anche Mansueta fu chiamata a intervenire nella conversazione. Ella, a

dir il vero, ci teneva moltissimo alla ordinazione del nipote. La

povera vecchierella non conosceva nel mondo nulla di più augusto che

il rocchetto sacerdotale. Per lei i gradi ecclesiastici erano le

anella di una catena che legava il mondo al paradiso e doveva finire

in mano a Dio addirittura, Ma l'autorevole parere di don Luigi bastava

a dissipare tutti i suoi scrupoli.

Alla fine si risolvette che non si risolverebbe nulla prima di sentire

anche il dottor De Emma,

Chiarite così le cose, la vita al Presbiterio si fece più intima e

confidente. Io, come intermediario, partecipavo alla gioia comune.

V'era però una nube in tanta serenità, una nube minacciosa di arcane

tempeste: il contegno di don Sebastiano.

Era divenuto più molesto che mai nella nostra piccola comunione

d'anime. Diveniva ogni dì più arcigno ed asciutto. Io che solo avevo

il diritto di infischiarmene, gli avevo posto nome don Incubo,--ma

m'inquietavo pei miei amici.

Il vicecurato con don Luigi e con me non parlava mai neppure

indirettamente di Aminta.

Però era certo ch'egli era informato di ciò che succedeva,

Mansueta ci aveva riferite alcune buie parole dette da colui riguardo

al nipote, dalle quali si arguiva ch'egli disapprovava vivamente il

progettato mutamento.

Ma non badavamo troppo a lui.

Uno di quei giorni venne il dottor De Emma, espressamente invitato da

don Luigi, e si tenne al Presbiterio una specie di consiglio di

famiglia al quale presi parte con voto consultivo.

Il dottore si mostrò più impensierito che non avrei supposto della

guerra dichiarata al sindaco per causa di Aminta. Fui non poco

sorpreso allora delle sue visibili apprensioni, la cui causa rimaneva

per me un mistero.

Non potevo persuadermi che un uomo di posizione e di carattere tanto

superiore e tanto indipendente si desse fastidio della malignità di un

sindaco montanaro.

Nè questa fu la sola stranezza che venne in quel colloquio ad eccitare

la mia curiosità.

Il signor De Emma non biasimò tuttavia l'appoggio dato ad Aminta e

anzi riconobbe la necessità imprescindibile oramai di provvedere alla

sua sorte e diede tutta la sua approvazione al progetto di fargli

mutar professione.

Per questo la sua scienza materialista si trovò mirabilmente d'accordo

con la carità evangelica del buon prete.

Ma quando si venne ad avvisare i nuovi disegni di educazione, le sue

perplessità rinacquero.

Don Luigi accennò ai pericoli a cui il giovinetto sarebbesi trovato

esposto nella nuova sua condizione e si mostrò desioso di mettere la

propria responsabilità al coperto di qualsiasi probabile insuccesso.

--Se col desiderio di giovargli non riuscissimo che a fargli il male,

disse, sarebbe imperdonabile. Se potessi seguirlo, proteggerlo, io

son certo che il mio affetto supplirebbe alla esperienza che mi

manca, ma cosa posso fare io di qua!....

E si interruppe coll'esitanza di chi vuol essere capito a mezze

parole.

Il signor di Emma tentennò più volte il capo poi, dopo una pausa

discretamente lunga:

--Mio caro, vi parlerò francamente. Vi assicuro che sarei felicissimo

di far io da guida ad Aminta nei suoi primi passi nel mondo; ma non

posso direttamente interessarmi per lui senza mettere di nuovo a

repentaglio la pace della mia casa. Quella donna benedetta si

torturerebbe con chissà quali supposizioni....

--Avete ragione, mormorò il curato chinando la testa.

Non si toccò più il tasto delicato. Non riuscii a decifrare il senso

di quelle parole; solo mi parve d'intendere che «quella donna

benedetta» fosse la signora De Emma.

Ma qual era la causa delle sue diffidenze rispetto ad Aminta?

Qui stava il nodo della quistione.

Alcuni giorni dopo credetti, per una fortuita circostanza, di essere

sulla via di risolverla.

La bella stagione è breve a Sulzena: sono poco più di tre mesi, dal

primo fieno, in giugno, alla bacchiatura delle noci in settembre.

Questo è l'ultimo raccolto e precede solo di poco il ritorno delle

mandre dall'alpe.

Alcuni giorni dopo scende da tutti i sentieri della montagna un

malinconico concerto di squilli: si direbbe che si suoni a stormo

contro il gran nemico, l'inverno.

Poi succede un vasto silenzio; il gorgoglìo del torrente si fa più

cupo, più roco: le vette vicine si mettono il cappuccio grigio:--e

vien giù un'acqueruggiola diacciata che spicca dagli alberi l'ultime

foglie, gli ultimi boccioli dischiusi alla fallace lusinga di un

estremo sorriso di sole estivo.

Qualche turchiniccia falda di fumo che si solleva quetamente è il solo

segnale di vita che resti in quel morto paesaggio.

Il mio ospite non aveva voluto consentire ch'io partissi e, veramente,

era riuscito a trattenermi senza troppa fatica. Desideravo tanto di

conoscere la vita montagnola nell'inverno: non potevo augurarmi

occasione migliore di soddisfare il mio capriccio.

Poi ci avevo preso gusto a tutto quello strano viluppo di casi in cui

mi ero imbattuto. Mi pareva di partecipare a uno di quei fantastici

romanzi tedeschi sul fare del _Wilhelm Meister_, dove i più gravi

avvenimenti si succedono e si accumulano sotto le apparenze di una

quiete profonda. E lasciavo che giorno per giorno si accumulassero

nella mia mente queste memorie con una delizia che dispero di

trasfondere nell'animo dell'amico lettore (seppure ho dei lettori

). Ohimè i sentimenti che allora provavo così intensi, stesi sulla

carta si mutano in vecchio e gelido convenzionalismo! Gli è che in

molte cose si sente tutti ad un modo.

Il cattivo tempo mi aveva costretto ad interrompere i miei studi dal

vero.

Passavo le ore a discorrere con quei di casa oppure nella mia stanza,

davanti alla finestra a guardare giù distrattamente in fondo alla

valle dove, talvolta squarciandosi la densa cortina di vapori che

chiudeva l'orizzonte, vedevo le campagne lontane dipinte a mille

colori dal raggio del sole autunnale.

Finalmente s'era deciso che Aminta sarebbe entrato al liceo e don

Luigi aveva pensato di collocarlo presso un professore di Novara suo

conoscente, perchè lo preparasse all'esame di ammessione. Il tempo

stringeva; e dovetti, con vivo rammarico, separarmi dal mio novello

amico.

Il curato lo condusse egli stesso al suo posto. Partirono una mattina

verso la metà di settembre.

Io, schivo di prolungare la tortura delle separazioni, preferii

salutarlo e rimanere a Sulzena.

Piovve tutto quel giorno.

Per ingannare il tempo mi diedi a frugare nello studio e sfogliare gli

antichi registri della parrocchia.

Le generazioni di Sulzena sfilarono davanti a me:--poche stirpi che si

riproducono e moltiplicano attraverso i secoli sullo stesso ceppo come

gli abeti delle loro montagne. Sempre gli stessi cognomi coi nomi di

battesimo che si ripetono alternati da nonno a nipote, per cui si

direbbe che lo stesso uomo riapparisca a intervalli.

Alcuno scompare per sempre, non si sa se spento o emigrato,--tal altro

riappare dopo un lungo tratto--come lo Strona.

Che misterioso fascino ho provato a ripassare quelle genealogie

d'ignoti!

Passai molte ore in questa singolare rivista.

Un accidente venne a distrarmene.

Levando uno dei volumi, ne avevo smosso una fila nella scanzia, che,

ad un tratto rovinò a terra.

Nel chinarmi a raccoglierli, vidi che era caduta coi libri anche una

scatola di latta e giaceva a terra scoperchiata e capovolta.

Conteneva dei ricordi: una fettuccia tricolore, una palla di fucile,

un mazzolino di fiori appassiti, un piccolo volumetto di Tacito,

stampato a Parigi nel 1665, logoro e spiegazzato agli angoli,--e

finalmente un piccolo astuccio di velluto turchino sbiadito.

La coscienza mi avvertì che stavo per commettere un abuso di

confidenza e il mio primo pensiero fu di raccogliere quelle reliquie e

di rinchiuderle senza guardarle. Ma fidatevi degli artisti: essi sono

avvezzi a coonestare, col pretesto di studiare il mondo, le più

indiscrete curiosità. Non potei resistere alla tentazione.

Apersi l'astuccio, e, immaginatevi la mia sorpresa, ci trovai il

ritratto in miniatura di una ballerina nel suo costume di teatro.

Era una figura di singolare bellezza; un visino diciottenne, delicato,

pallido, assottigliato dal dolore o dalle infermità, un'aria di bontà

capricciosa, una soave fierezza di fanciulla viziata.

Una corona di rose bianche le cingeva il capo da cui scendevano lunghi

riccioloni di capelli biondi: altre rose le inghirlandavano la vita

sottile e ornavano il gonnellino azzurro.

Ella rassomigliava a qualcuno che io conosceva: ma non sapevo a chi.

Ero tanto assorto cogli occhi sul ritratto, a frugare nella mia

memoria per evocare al confronto tutte le fisonomie femminili che

avevo prima vedute,--che non mi accorsi della presenza di Mansueta, se

non quando la sentii esclamare:

--Oh il ritratto di Rosilde che credevo avere perduto! Dove l'aveva

cacciato?

Rosilde, la madre di Aminta! Diffatti ella aveva i suoi lineamenti.

--Vostra sorella era ballerina! domandai.

--N'è vero che disgrazia? sclamò la buona donna tentennando

dolorosamente la testa,

E soggiunse:

--La poveretta non ce n'ebbe colpa: ma ha pur fatto una dura

penitenza.

Si capiva dall'intonazione delle sue parole che ella voleva un gran

bene alla sorella e che sentiva il bisogno di scagionarla di una cosa

che a lei montanara e devota doveva parere una enormità: essere

ballerina!

Ho notato che l'avversione per la gente da palcoscenico è maggiore

nelle classi inferiori che non sia nelle superiori.

Un artista di teatro può lusingarsi di essere ricevuto a Corte, non

sarà mai rispettato nella casupola di un campagnolo.

--Non credo, continuò Mansueta, che Rosilde fosse contenta di quel suo

stato; l'aveva scelto a fine di bene... ma pur troppo, farina del

diavolo va tutta in crusca.

--Com'è andata? domandai.

La donna era per lo meno tanto desiderosa di farmi le sue confidenze

quanto io di ascoltarle.

Memorie del Presbiterio: Scene di Provincia · 第 37 / 46 题