I suoi ignobili panni di montanaro erano laceri e lordi di fango.

--Egli è fuori di casa da stamattina e non osa più rientrarvi.

--Colui l'ha ancora maltrattato? domandai al giovinetto.

--Sempre, continuamente, rispose raccapricciando, e guai s'io gli

capitassi adesso fra le mani.

--Vuol lasciare il paese, riprese la donna singhiozzando; ma dove

andrai, cosa vuol fare tutto solo, pel mondo, come tua madre, che ha

tanto sofferto?

--Non so, balbettò Aminta, venivo da lui perchè mi aiutasse, mi

raccomandasse a qualche amico.

Ed indicò me guardandomi con ansietà.

Io non sapevo che rispondere. Preso lì su due piedi mi sentivo

impacciato a indicare i mezzi di una risoluzione che avevo consigliata

io stesso.

Mansueta disse:

--Figliolo, rifletti finchè sei in tempo. Forse tu fai il caso

peggiore di quel che sia: se trovassi una scusa..... e tornassi?

--No, no, interruppe spaurito il nipote, con tutta la risoluzione

della sua timidezza;--no, no io non tornerò più.... non tornerò

più....

--Se ti facessi accompagnare dallo speziale, egli forse saprebbe

ragionare il sor sindaco.

--No, no, ripetè Aminta.

La sua ripugnanza era davvero irremovibile.

--Pensaci bene, ragazzo,--fra poco tu rientrerai in seminario; qualche

settimana è presto passata. Vuoi buttare con tanta facilità la

certezza di un patrimonio come quello del sindaco? Egli non ha

figliuoli, non ha parenti, tutta la sua roba ti apparterrà un dì o

l'altro. Ciò val bene un po' di pazienza. Tu sarai ricco.... ma se

te ne vai a questo modo perderai ogni cosa.

--Non importa, oramai mi vergogno di accettare l'elemosina di quel

manigoldo; in fin dei conti perchè vivo alle sue spese? che sono io

per colui? ditemelo, zia, sono in età da saperlo, mi pare.

--Egli è la persona a cui tua madre ti ha raccomandato..... rispose

Mansueta confusa.

Ed io che le stavo vicino l'intesi sospirare: Oh Rosilde! Rosilde!

--La sua roba non la desidero, io non voglio più nulla da

lui..... foss'egli mio padre non voglio più vederlo; egli m'inspira

odio,--ed io non vorrei che dimenticarlo. Egli mi detesta, mi tiene

per forza, perchè, dice, gli sono stato imposto.... ma perchè,

domando io, impormegli? M'avessero buttato in mezzo alla strada era

meglio... era meglio che fossi morto...

In questo punto una dolorosa esclamazione ci fe' voltar tutti e tre.

Don Luigi era lì dietro a noi appoggiato allo stipite dell'uscio.

Aminta s'interruppe a mezzo del suo sfogo e chinò il viso rosso dalla

vergogna.

Il curato si fe' innanzi, gli pose una mano sulla spalla.

--È vero, ho fatto male, compatiscimi.

Egli era pallidissimo: la sua voce tremante rivelava l'interna

battaglia degli affetti.

Il giovane al colmo della confusione voleva buttarsegli ai piedi.

Egli lo trattenne, lo strinse fra le braccia.

--Ho fatto male, ripetè con maggior forza, molto male, ma, se Dio

vuole, vi metterò riparo.

Poi piegando la sua testa fino ad appoggiar la guancia sui capelli di

Aminta, soggiunse intenerito:

--Tu non tornerai più dal De Boni. È la Provvidenza che mi ti manda;

ch'ella sia benedetta, poichè si è degnata di soccorrere la mia

debolezza. Il mio cuore ti desiderava, ti cercava, tu sei venuto;

ebbene tanto meglio! tanto meglio!.... Oramai il tuo avvenire mi

appartiene; per fortuna nessun vincolo giuridico ti lega alla

persona che finora s'è incaricata di te. Farò il possibile per

risarcirti di quel che hai sofferto, voglio che tu sia contento,

figliolo mio; penserò io alla tua sorte.... intanto per ora starai

con me,--questa casa è, come nei giorni della tua fanciullezza, la

tua;.... tornerai ad abitare la cameretta d'una volta.... poi

vedremo cosa s'ha da fare.

Don Luigi, così dicendo guardava me e la Mansueta come volesse

prenderci a testimoni del solenne impegno che si assumeva.

Noi eravamo sopraffatti dalla commozione, dalla meraviglia, dalla

riverenza.

Quanto ad Aminta egli non poteva parlare: ricambiò il suo benefattore

con uno sguardo di riconoscenza, di gioia ineffabile.

Io mi chiedevo quali crudeli esigenze avevano potuto separare in

questo mondo così arido di sentimenti generosi, quelle due nobili

creature, così degne l'una dell'altra, fatte per comprendersi e per

corrispondersi. È strano, anzi è triste, molto triste: se vi sono due

cuori che si vogliano bene davvero tutto cospira contro di essi per

disgiungerli, per strapparli l'uno dall'altro, ed essi passano il

maggior tempo della vita lontani a desiderarsi; per cui quel loro

tesoro d'affetti invece che di conforto riesce loro una squisita

tortura.

Don Luigi avvertì poi il singolare vestito di Aminta:

--Poveretto, come sei ridotto! sclamò a mani giunte.

Queste parole scossero Mansueta dal suo stupore: in lei la

sollecitudine della donna tornò a prevalere.

Ella descrisse gli strapazzi patiti dal nipote e assicurò che egli

doveva esser digiuno dalla mattina in poi.

--Orsù, disse il curato, affrettate la cena e mettete a tavola un

coperto per lui. E portategli subito qualcosa.

Poi presolo per mano lo trasse amorevolmente con sè, facendomi cenno

di seguirli.

Nel tinello c'era don Sebastiano. Seduto davanti la tavola già

apparecchiata, al suo solito posto, leggeva il breviario aperto nel

piatto, come si legge il giornale per ingannare il tempo e

l'appetito:--sbrigava il Signore apprestandosi a soddisfare le più

gradevoli esigenze del ventre.

Quando il curato entrò con Aminta, levò gli occhietti grigi sopra agli

occhiali e scattò loro uno di quei suoi sguardi freddi, penetranti da

inquisitore.

Bisognava rispondere.

È curioso come don Luigi, spirito superiore, subiva l'ascendente di

quell'uomo volgare.

S'affrettò a informarlo dell'accaduto, e a partecipargli le sue

risoluzioni per il giovine chierico.

--Spero, conchiuse, che non si disapproverà la mia condotta.

Don Sebastiano ascoltò con la massima indifferenza il racconto; e si

guardò bene dal manifestare il proprio avviso: solo notò, così

indirettamente, che il giovinetto, destinandosi alla carriera

ecclesiastica, doveva dar prova prima di tutto della sua docilità

verso _coloro che si prendevano cura di lui_.

Poi ripiegò il muso sul suo breviario e ve lo tenne immobile finchè

Mansueta recò la terrina della minestra. Allora lo chiuse subito

sostituendo il riso alla preghiera con una calma ammirabile.

L'avrei stritolato. La sua imperturbabilità mise freno alla nostra

commozione.

Secondo il solito egli uscì subito dopo cena: e ci sollevò della sua

presenza. Allora don Luigi prese la mano di Aminta, e mentre io

raccontavo, per la prima volta, il colloquio che avevo avuto parecchie

settimane prima coll'abatino, egli lo guardava affettuosamente senza

parlare. Mansueta, ritta in piedi, completava intenerita il quadro

commovente.

Ma le peripezie di quella giornata non erano finite.

Un «si può?» stridulo si fe' sentire.

E subito dopo la ciera aguzza dello speziale Bazzetta comparve nel

vano dell'uscio.

L'indiscreto ciarlone, senza aspettar risposta, sì fe' innanzi con

quelle sue maniere dolcereccie e sornione; diè un'occhiata curiosa ad

Aminta, un'altra a don Luigi e allargò le ampie narici come per

annusare ciò che accadeva nella casa.

Passandomi davanti mi porse la sua manuzza viscida e fredda e mi disse

ammiccando furbescamente:

--Beato chi vi può vedere voi!

E senza aspettare invito, si pose a sedere al posto lasciato vuoto da

don Sebastiano.

Don Luigi colla usata bonarietà gli chiese:

--Che buon vento vi porta?

--Eh! buono non tanto.... sapete che....

E lasciò a mezzo la frase come per assaporare l'effetto della

reticenza.

--Sapete che i consiglieri Gervasio, Lovati e Leonardo del Gasco hanno

fatto opposizione presso all'Intendenza contro la rivendicazione

della Carbonaia.... Ebbene l'intendente ha rinviato il reclamo alla

Giunta con incarico di sottoporlo alla deliberazione del

Consiglio.--L'avevo detto io, non mi hanno voluto dar retta; che

costrutto ci hanno cavato? nulla....

E s'interruppe di nuovo:

--Dunque? disse don Luigi senz'ombra d'impazienza.

--Dunque? quando si dice la Giunta, si intende il Sindaco: egli ci ha

riuniti oggi, e naturalmente si è deliberato di presentare il

reclamo nella seduta di domenica. I due oppositori saranno soli a

sostenerlo,--per cui, se non avete altra speranza, potete rinunziare

fin d'ora alla Carbonaia.

--Ebbene, caro Bazzetta, bisognerà aver pazienza.... io vi ho

rinunziato. Quel terreno, come tutti gli altri che posseggo, sono doni

del comune. Se ora lo rivuole, e la legge non lo vieta... qualunque

opposizione da parte mia sarebbe non meno sconveniente che

illegittima.

Non si poteva dubitare della sincerità delle sue parole.

Il signor Bazzetta rimase piuttosto sorpreso che ammirato di tanta

arrendevolezza.

Si sarebbe detto anzi che ne fosse scontento.

Si strinse nelle spalle coll'aria di chi si vede frodato da una

legittima soddisfazione e disse:

--Bene, bene, ciò riguarda voi solo,--voi farete il piacer vostro: ho

voluto avvertirvi....

--Ed io vi ringrazio di cuore, interruppe premuroso don Luigi.

--Credevo foste vivamente affezionato a quelle poche spanne di

terra....

--Diffatti mi rincrescerà molto il perderle,--rispose un po' commosso

il curato,--ma non si tratta del mio rincrescimento. Che volete, non

capisco un prete che piatisce; ciò è tanto contrario al nostro

carattere... Non vi pare?

--Già, già, prevedevo che m'avreste risposto a quel modo, e mi sono

detto:--perchè tanti misteri quando si possono fare le cose

d'accordo, in buona armonia? E per questo motivo mi sono indotto a

parlarvene. Voi conoscete i miei sentimenti conciliativi. Oh se

tutti fossero come voi e me, che vita carina si farebbe! eh che

paradisetto, che piccolo elisuccio la nostra Sulzena eh! che ne

dite?

Il curato evitò di rispondere.

--Bevete, caro Bazzetta? domandò.

--No, grazie,--ben, due ditini, due soli ditini.... troppo incomodo.

E rivolto a me:

--Io e il signor curato, non s'è mai avuto in venti anni una parola da

dire, vero don Luigi? È un uomo raro (no basta... troppo.... grazie...

alla sua salute).

Bevette il secondo bicchiere, strizzò l'occhio luccicante, e ripetè

schioccando colle labbra:

--Un uomo raro.

Non ostante questo subito entusiasmo si vedeva ch'era contrariato.

Non fu buono di riappiccare il discorso e nessuno di noi si diè la

briga di aiutarlo.

Però dopo un quarto d'ora prese la magnanima risoluzione di

andarsene. Ma non senza prima gittare ancora la rete per pescare

qualche notizia.

Nell'uscire chiese ad Aminta se veniva con lui, che si sarebbero

accompagnati sino in piazza.

--Aminta resta con noi, rispose don Luigi e soggiunse:--anzi fatemi il

piacere voi di avvertire il signor De Boni.

Lo speziale non potè trattenere un atto di meraviglia: la sua ciera

volpina si aguzzò alla più viva curiosità.

--Le solite... intemperanze? sclamò tentennando il capo, benedetto

uomo quel De Boni!...

Ma le desiderate confidenze non venivano.

--Debbo metter io una buona parola? domandò.

--Grazie, per ora è inutile, disse il curato, il signor De Boni non

disapproverà che Aminta resti colla zia. In caso verrò io a chiedere

i vostri buoni uffici.

--Sta bene.

Lo speziale non era proprio fortunato quella sera: non ne indovinava

una. Indugiò un minuto sulla soglia; finalmente, con visibile

malavoglia, uscì.

Mansueta, chiusa ch'ebbe la porta, tornando a ritirare i bicchieri,

osservò:

--Egli è venuto per comprare,--e se ne va dal sindaco a rivendere.

Il giorno dopo fu segnalato da due grandi avvenimenti.

La mattina per tempo venne un messo del sindaco a recare le vesti di

chierico ad Aminta e a chiedere a Mansueta certe carte ch'ella

_sapeva_,--e ch'ella ricusò assolutamente di consegnare.

Poi, verso mezzodì, capitò di nuovo lo speziale a parlar con don

Luigi.

Il colloquio durò a lungo.

Io ero nella mia stanza e la voce stridula del signor Bazzetta

giungeva di quando in quando distinta fino al mio orecchio.

Senza quasi volerlo intesi ch'egli diceva:

--Il De Boni, in sostanza, se voi gli restituite quei documenti vi

lascia la Carbonaia e promette di non darvi altra molestia nè ora nè

mai.... ma vuole ad ogni costo le carte.

Il curato rispondeva:

--Quanto alla Carbonaia, ve lo ripeto, ho già rinunziato. Ditegli del

resto che, nè per avidità di quel possesso, nè per timore delle sue

misteriose minaccie, acconsentirei a tradire interessi non

miei. Spero che voi troverete ragionevole la mia condotta. Non si

tratta di me, ma del ragazzo: le carte sono sue.

Queste proposte e queste risposte si ripeterono, con diverse parole da

una parte e dall'altra, molte volte.

E mi parve che la missione del signor Bazzetta restasse senza frutto.

Venni confermato quello stesso giorno nella mia opinione.

Dopo il desinare, quando don Sebastiano si fu ritirato, il curato

disse ad Aminta che aveva a intrattenerlo di cose molto importanti.

Volevo uscire per discrezione, ma egli mi pregò di rimanere, dicendo:

--No, voi siete oramai di casa, siete amico di Aminta, avete molta più

esperienza di lui, e sarà bene che egli abbia in questa circostanza

qualcuno in cui liberamente confidarsi.

E volgendosi all'abatino che aveva ripreso la sua veste talare,

--Figliuolo mio, a scarico di coscienza, debbo avvertirti che

abbandonando la casa del sindaco tu rinunzi a una fondata speranza

di fortuna,

Aminta rispose vivacemente:

--Oh don Luigi, per me non ci può esser fortuna maggiore della sua

benevolenza.

--Questa non ti può mancare mai,--ma puoi perdere delle sostanze....

--Non importa, non importa, purchè io non abbia a tornar più in quella

casa, rinunziereì ad un regno....

--Sta bene, figliolo; fa il voler tuo.--Però ascolta, Mansueta è

depositaria di documenti che comprovano i tuoi diritti verso il

signor De Boni. Tua zia ed io abbiamo creduto conveniente, per

motivi di delicatezza e nel tuo stesso interesse, di non farli

valere che indirettamente. Adesso egli li ridomanda.

--Oh glieli dia, che quell'uomo feroce cessi una volta di

perseguitarmi.

--No, li conserveremo fino a che tu abbia raggiunta la età

maggiore. Allora tu sarai in grado di giudicare la nostra condotta e

potrai o continuarla o ripararla.

--So bene fin d'ora che lei ha agito sempre per il mio bene. Io non

posso che ringraziarla lei e anche la zia... ma da quell'uomo non

voglio più accettar nulla, è tempo che io mi guadagni il mio

pane. Mi vergogno di aver mangiato quello del signor Angelo....

--Oh quanto a lui, saltò su a dire la Mansueta ch'era presente, quanto

a lui, ha fatto il peccato è giusto che faccia la penitenza.

--Mansueta, l'interruppe don Luigi in tono di dolce rimprovero.

--Aminta, soggiunse poi, i tuoi sentimenti sono onesti, e se, quando

tu sarai padrone dei tuoi atti, la penserai ancora a quel modo, non

sarò io a disapprovarti.

Mentre eravamo in questi discorsi tornò il signor Bazzetta ad

annunziare con gravità piena di mistero che il Sindaco era su tutte le

furie, che pretendeva la restituzione di quei documenti e faceva, per

il caso di rifiuto, i più grandi spergiuri di vendetta.

Il curato, quella mite creatura, tutta indulgenza e dolcezza, fu

irremovibile.

--Voi sapete di che cosa è capace quell'uomo. osservò lo speziale.

Don Luigi disse soltanto:

--Fategli sapere che non lo temiamo. Egli non può farci altro male che

quello che il Signore permetterà.

E il signor Bazzetta dovette rassegnarsi ad uscire senza aver cavato

della sua seconda ambasciata, maggior frutto che della prima.

Memorie del Presbiterio: Scene di Provincia · 第 36 / 46 题