«Noi siamo di Castelletto sulla riva destra del Ticino.
«Nostro padre faceva il pescatore, il barcaiuolo tra Sesto Calende e
il nostro paese e un po', come tutti dalle nostre parti, il
contrabbando di tabacco.
»Coi suoi guadagni stentava a mantenerci; la famiglia non era grande;
ma non c'erano altri uomini; la mamma era da parecchi anni sempre
ammalata, io avevo il mio da fare per assisterla e sbrigare le
faccende di casa: mia sorella era una bambina,
»Noi eravamo molto poveri e molto disgraziati; certe volte d'inverno
restavamo delle giornate intiere senza pane e senza fuoco.
»Con tutto ciò il povero papà era un uomo di buon umore: pigliava in
santa pace le miserie che Dio gli mandava e portava la sua croce senza
tirar mai un lamento.
»Quando non faceva freddo, e c'era un po' di polenta in casa, e il
male dava un po' di tregua alla mamma, egli diventava subito allegro e
ci faceva ridere colle sue storielle e le sue barzellette.
»Egli andava matto per il suono e per il ballo. Era stato soldato di
Napoleone e musicante di reggimento; egli sonava il clarinetto in
guisa da far stordire. Lo venivano a cercare da molte miglia lontano
per tutte le sagre dei dintorni e non si faceva festa senza di lui;
era conosciuto per questo da tutte le due parti del Ticino collo
stranome di _suonatore_.
»In casa, tutte le ore che gli restavano, le dedicava alle sue
arie. Nei molti paesi dov'era stato, in Francia, in Spagna nei paesi
tedeschi, avea imparato molte maniere di balli, e la domenica, dopo
vespero, ce ne insegnava qualcuno.
»Con me era fatica buttata; non ho mai saputo ballar bene una
monferrina; poi non mi piaceva. Ma la Rosilde somigliava a lui in
tutto ed anche nella sua passione: imparava a meraviglia tutte le
riverenze, e gli scambietti e le giravolte e il papà si sfaceva dalla
contentezza a vederla. Poverino, se avesse potuto prevedere
l'avvenire! Già il curato lo diceva che quel gran ballare doveva
portarle disgrazia. Ed ha indovinato veh!
»Tutti ne facevano le meraviglie e correvano a guardarla quando
saltellava davanti all'uscio di casa.
»Una volta passò di là un gran signore, il marchese di Morzate,--stava
a Milano e aveva qualche possesso vicino a Castelletto.
»Si fermò cogli altri e al fine della sonata si fece innanzi e regalò
a mia sorella un pugno di monete d'argento.
»Da quel giorno in poi il marchese tutte le volte che capitava in
paese non mancava mai di venirci a trovare, faceva ballare la Rosilde,
la guardava a bocca aperta e le dava sempre qualche cosa.
»Era un brav'uomo, ma avrebbe potuto farci carità migliore.
»Malgrado la sua età avanzata era anche lui, come il babbo, caldo per
la danza e anzi dirigeva e sopraintendeva la scuola di ballo di
Milano.
»Cominciò col proporre a papà di collocarvi la Rosilde; poi insisteva
sempre su questo progetto e diceva che ella avrebbe fatto fortuna e ci
avrebbe potuti aiutare tutti.
»Ma il papà tenne duro e non volle mai acconsentire. Egli era
lusingato dall'offerta, ma l'idea di separarsi dalla Rosilde, che era
tutto il suo solazzo, gli ripugnava. Conosceva abbastanza il mondo per
temere i pericoli. Rispondeva:--non bisogna mutare un piacere in
professione.
»Dio lo benedica per le sue buone intenzioni e magari ce lo avesse
lasciato più a lungo!
»Ma dovevano capitare tutte a noi.
»Ogni anno crescevano le nostre avversità.
»Le malattie della mamma si facevano sempre più gravi, e finalmente la
resero paralitica di tutte e due le gambe.
»Ella era in questo stato da parecchi anni, quando il Signore volle
inviarci la prova più terribile.
»Una notte di inverno,--una notte che pareva la fine del mondo,--il
vento faceva traballare la nostra casuccia dalle fondamenta. Il papà,
come spesso accadeva, era fuori; io non potevo dormire, ero inquieta
più delle altre volte. Tutto ad un tratto in un momento che il vento
era queto intendemmo due schioppettate dall'altra riva del
fiume. Diedi un balzo sul letto; Rosilde che dormiva con me mi si
avviticchiò alla vita: tutte due avevamo un gran batticuore. Anche la
mamma si svegliò e disse: _Libera nos Domine_. Pareva ce l'avessero
detto, che quei colpi erano diretti contro di noi!
»La mattina dopo, il fiume correva grosso e torbido e noi due ritte
sulla via tenendoci per mano piangevamo dirottamente senza chiederci
il perchè. Il babbo non era tornato.
»Verso mezzodì due pescatori ci ricondussero la nostra
barca. L'avevano trovata fitta capovolta in un banco di sabbia.
»La disgrazia oramai era certa.
»Diffatti seppimo quella stessa sera che avevamo perduto il nostro
povero padre. Sorpreso dai doganieri austriaci mentre stava scaricando
del tabacco, aveva tentato di fuggire ed era riuscito a prendere il
largo. Ma essi gli avevano fatto fuoco addosso e pur troppo le due
fucilate da noi intese non avevano fallito il segno...
»Mio caro signore, pensi un po' alla miseria in cui ci
trovammo. Oramai erano più i giorni di fame che quegli altri. Io
facevo qualcosa, quel poco che potevo; aggiustavo reti, lavoravo in
campagna, filavo, tutto ciò che mi si offriva,--ma ci voleva altro! La
povera mamma gemeva dì e notte che era uno strazio a sentirla,--e non
poterla soccorrere!...
»Come abbiamo potuto tirare innanzi non lo so: se non siamo morti
tutti e tre quell'anno gli è che non era la nostra ora.
»L'estate seguente venne il marchese a Castelletto, chiese di noi e
passò a trovarci.
»Egli parlò di nuovo della scuola di ballo per la Rosilde: disse che
non bisognava farle perdere uno splendido avvenire; che ella poteva
diventare la nostra Provvidenza, che intanto egli avrebbe pensato a
lei ed anche alla mamma. Insomma tanto fece, tanto promise che noi non
si sapeva cosa rispondere.
»Tuttavia la mamma esitava a dir di sì.
»Rosilde allora saltò su a dire che voleva andare, e ci fe' stupire
colla fermezza della sua risoluzione. Aveva poco più di dieci anni.
»--Brava, esclamò il marchese tu hai più senno di tutti. Se tua mamma
si ostina a dir di no, peggio per lei.
»Egli ci fece poi ripetere le sue offerte e le sue esortazioni dal
sindaco e da altri signori del luogo tantochè la mamma si decise alla
fine un po' per le ragioni che coloro le dicevano, e un po' per quelle
che la miseria le suggeriva, di arrendersi.
»Rosilde andò quello stesso anno a Milano. Il buon marchese fu di
parola, si adoperò per lei e cominciò a mandare una piccola pensione
mensile.
»Passarono così cinque anni.
»Rosilde veniva l'estate a passare con noi qualche settimana.
»Ella si faceva grande e bella,--ma scommetterei che non era
contenta. Appena arrivava a casa, smetteva i suoi abiti signorili per
vestire più dimessamente alla nostra foggia: parlava poco e sempre
malvolentieri della sua vita di Milano e si sarebbe detto che volesse
dimenticarla e farla dimenticare. Poi ci pativa tanto a lasciarci. Non
si lagnava, simulava indifferenza,--ma di notte piangeva e io trovavo
l'indomani il guanciale bagnato dalle sue lagrime.
»Ella non era nata per quel mestiere.
»Un'altra, che fosse stata di quella razza, al suo posto si sarebbe
leccate le dieci dita.
»Il marchese le voleva bene come ad una figliuola; la faceva tenere
come in uno scatolino. dentro alla bambagia: avesse desiderato delle
cose, egli non le raccomandava che di chiederle. Preveniva tutti i
suoi capricci, anche quelli che non aveva.
»Ma dopo cinque anni mancò improvvisamente. Dopo la sua morte mia
sorella venne a casa e ci si disse che aveva risolto di cominciare la
sua carriera libera, e che aveva già trovato una scrittura per un
teatro di Venezia.
»Quella volta ci lasciò con minor rincrescimento, e baciando la mamma
le disse: allegra, che d'ora innanzi non vivrai più di elemosina, ma
di quello che guadagnerò io.
»Ma la mamma, dopo tanti anni di agonia miracolosa, chiuse gli occhi
poco dopo, e Rosilde non ebbe la consolazione di poterla soccorrere in
nulla.
»La povera fanciulla se ne accorò talmente che cadde malata e, come
seppi poi, corse pericolo di morte.
»Io, rimasta sola, entrai al servizio d'una famiglia in Arona.
»Rosilde appena lo seppe venne a cercarmi e volle a tutti i patti che
andassi a stare con lei.
»Quest'atto di amorevolezza mi fu caro in quei tristi momenti.
»Avevo quindici anni più di lei ed ero tutta contenta di farle da
madre.
»Mi menò a Venezia, e, dopo qualche settimana a Trieste, dove le
avevano fatta una scrittura molto grossa.
»Dapprincipio tutto andava come un arcolaio. Si viveva insieme, si
stava bene, ci si consolava a vicenda, e si parlava de' nostri poveri
morti.
»Ma pur troppo la nostra quiete non durò a lungo.
»La professione di Rosilde non è fatta per star tranquilla.
»Appena ella fu conosciuta, diventò di tutto il mondo meno che mia.
»Dapprincipio l'accompagnavo al teatro, l'aiutavo a vestirsi.
»Ma cominciò una processione di signori che venivano a farle
complimenti e parlavano Dio sa come,--in presenza mia, non mi
guardavano neanco come una serva, peggio come un cagnolino.
»La buona Rosilde ci pativa più di me e si dava una gran pena di
avvertirli e di dire a tutti: questa è mia sorella e di farmi
rispettare. Ma ogni volta s'era da capo. Io mi sentivo sempre più
spostata in mezzo a quella confusione di insolenti, di facchini, di
screanzati, di corde, di tele, di stracci, di lumi, di urli, di
diavolerie d'ogni specie.
»Sicchè fu Rosilde stessa a consigliarmi di rimanere in casa. Ed io
acconsentii di buon grado.
»Ma anche là cominciavano a venire seccatori a tutte le ore della
notte e del giorno.
»Non potei trattenermi dal fare qualche osservazione a mia sorella; ed
ella mi rispose con rincrescimento che non poteva metterli alla porta,
e che s'usava così e che era una necessità del suo mestiere.
»--Ebbene, mi arrischiai a dire, pianta lì il mestiere e vieni via.
»--Eppoi? mi rispose; oramai non potrei adattarmi a fare delle
privazioni e non so far altro che ballare. Questa è la mia vita,
benchè non sia molto bella.
»Quanto a bella non l'era davvero; far della notte il giorno, mangiar
quando gli altri dormono, andar a letto quando gli altri s'alzano: e
sempre la casa piena di gente, un andirivieni continuo,--oh che
vitaccia, che vitaccia!
»Dopo due mesi già non ne poteva più. Ero afflitta, irritata; mi
arrabbiavo, piangevo sempre. Mi pareva di essere in un ospedale
di matti, e qualche volta peggio, all'inferno addirittura.
Quell'abbondanza mi era uggiosa, ero disgustata di tutto, desideravo
con tutto il cuore la povertà, le nostre afflizioni, la nostra casetta
in cui almeno si poteva gemere in pace, pregar Dio, mentre là.....
»Ero sempre imbronciata con tutti e anche con la povera Rosilde, che,
ne sono sicuro, si sarebbe fatta in pezzi per contentarmi. Ed io ero
spesso cattiva con lei, la strapazzavo.
»Finalmente presi l'unica risoluzione che mi fosse concessa: tornare
al mio paese.
»Mia sorella non oppose la menoma resistenza, non tentò neppure un
minuto di distogliermi.
»Non già che non le rincrescesse, ma s'era accorta di quel che pativo
e, come sempre, ella non pensò a sè stessa.
»Mi disse soltanto: va bene, fa come vuoi,--ma con una voce che mi
straziò il cuore. Povera ragazza!.....
»Gli ultimi tre giorni che rimasi con lei non volle sentir parlare di
teatro, si diede per indisposta, si chiuse in casa con me, mi colmò di
tenerezze, di premure; ricordò colle lagrime agli occhi, col più vivo
rammarico la nostra vita d'una volta a Castelletto. E non disse mai
una parola per trattenermi. Anzi l'ultimo dì sopraffatta dalla
commozione e dal dispiacere di lasciarla, essendomi mostrata disposta
a smettere il mio progetto mi buttò le braccia al collo, posò la
faccia sulla mia spalla e mi disse singhiozzando:
»--No, va, va, mia buona Mansueta.
»L'indomani mattina prima della mia partenza mi voleva dar tutto il
denaro che teneva, parecchie centinaia di lire.
»Ma io non presi che quanto mi occorreva per il viaggio.
»Non insistè: però mi accorsi che questo mio rifiuto le faceva pena
più di tutto il resto.
»--Tu non vuoi accettar nulla da me, sclamò.
»E mi diè un'occhiata che mi penetrò fin nell'anima.
»Avesse ella indovinato il mio pensiero? Lo devo dire, quel suo denaro
mi pareva guadagnato a scapito della salute eterna.
»Mi accompagnò sino al battello. Oh come volentieri l'avrei menata via
con me!
»E dopo come mi sono pentita di averla abbandonata così!
»Quando fui al paese, che avevo tanto desiderato, tutto mi parve
triste, insoffribile non pensavo che a lei, non potevo consolarmi
della sua lontananza. Mi chiedevo ad ogni momento: cosa fa adesso?--e
mi pareva che avrei dovuto essere al suo fianco per proteggerla, per
assisterla.....
»La donna che mi aveva ospitato biasimava continuamente quel che avevo
fatto. Ed io cominciava sul serio a desiderare di ritornare un dì o
l'altro con Rosilde.
»Ma in quel turno ella mi annunziò che partiva per Londra.
»Alcuni giorni dopo una vecchia signora di Arona mi collocò presso Don
Luigi, suo nipote, il quale da poco erasi qui fissato.
»Fu una vera fortuna per me: non potevo augurarmi un posto
migliore. In confronto di quanto avevo provato mi pareva un paradiso.
»Solo mi angustiava il pensiero di Rosilde.
»Da principio ella mi scriveva spesso delle lunghe lettere, in cui
parlava di me e del nostro paese.
»Di sè, della sua condizione,--mai una parola.
»Seppi da uno di Zugliano che tornava dall'Inghilterra che ella aveva
là incontrato, che tutti parlavano bene di lei.....
»Ma le sue lettere erano piene di malinconie.
»Poi tutto ad un tratto cessarono.
»Per molti mesi non ebbi più notizie di lei. Le feci scrivere da Don
Luigi parecchie volte, non ebbi risposta.
»Una sera, erano quasi tre anni che ci eravamo lasciate a Trieste,
l'inserviente comunale mi venne a dire che mi recassi appena avessi
potuto a Zugliano in casa di certo dottor de Emma, giunto colà in quei
giorni, dove c'era una signora la quale desiderava parlarmi.
»Ci andai l'indomani stesso: trovai presto la casa del signor de Emma
di cui tutti facevano un gran parlare. E quale non fu la mia sorpresa
appena entrato di trovarmi fra le braccia della mia Rosilde che
piangeva, rideva e mi baciava tutt'insieme.
»Ma, Vergine benedetta, com'era ridotta! Scarna, patita! bianca come
una statua.
»Mi disse che aveva fatto una gran malattia, che ora stava meglio e
che i signori De Emma avevano voluto condurla con loro perchè potesse
ristabilirsi.
»Il dottor De Emma, lei lo conosce, aveva sposato un'inglese pochi
mesi prima, Li conobbi tutte due, furono cortesi con me e m'invitarono
a recarmi spesso da loro a trovar la sorella.
»Ci andava tutte le settimane il giorno del mercato.
»Rosilde era sempre infermiccia, anzi in capo a qualche mese mi parve
che peggiorasse. Avrei giurato che avesse dei dispiaceri. Notai che la
signora De Emma aveva cambiato con lei; era garbata, ma fredda e come
diffidente. Anche il dottore era molto più riservato di prima.
»Da Rosilde non si poteva cavar nulla, Soltanto si mostrava più
impaziente di guarire, e di riacquistare le forze. Le quali pur troppo
non venivano.
»Mi diceva:
»--Bisogna che mi aggiusti.
»Ma non spiegava le sue intenzioni, quel che volesse fare, forse non
lo sapeva nemmanco lei. Non parlava mai del suo mestiere.
»Passò così l'inverno.
»Una sera tardi, del mese d'aprile, io stavo poco bene ed ero già in
letto: Don Luigi era fuori. Sento bussare alla porta di strada. Mi
vesto, corro ad aprire. E trovo Rosilde in uno stato da far pietà che
appena poteva reggersi in piedi. Aveva trovato uno del paese e s'era
fatta accompagnar da lui.
»Mi dice:
»--Ti conterò poi; intanto dammi, se puoi, ricovero per questa notte.
»--Ma che t'è accaduto? domando.
»--Nulla!
»--Che t'han fatto?
»--Nulla, sono stanca.
»La misi in letto: e ci rimase una settimana con una febbre
spaventevole.
»Dopo migliorò, e potè alzarsi. Era anche abbastanza serena di mente.
»Ma non volle mai dire il perchè avesse lasciato così precipitosamente
la casa De Emma. Tuttociò ch'io seppi da lei fu ch'ella non voleva
essere di peso a quei signori, di cui però parlava di rado ma sempre
con grande rispetto.
»Una cosa mi fe' meraviglia.
I signori De Emma non mandavano mai a chiedere di lei. Seppi però che
il dottore s'informava indirettamente da gente del paese della sua
salute.
»Io però avevo subito capito che la causa di tutto era la signora e
che il dottore era costretto a usar dei riguardi per non farle
dispiacere.
»Col progredire della buona stagione mia sorella si riebbe
perfettamente.
»Scomparvero affatto anche quelle infermità che aveva portato
dall'Inghilterra. Ridiventò forte, bella come da molti anni non
l'aveva più veduta.
»Fiorivano le rose nell'orto e rifiorivano anche le sue guancie.
»Povera ragazza, non aveva ancora vent'anni: era ben giusto che
paresse giovane!
»Nei momenti di buon umore era tutto il babbo; allegra, vispa, una
vera faina.
»Scorrazzava come lei ora per la montagna.
»Soltanto qualche volta mi diceva:
»--Oh se potessi restar sempre qui con te.
»Io non sapevo risponderle, perchè malgrado le buone intenzioni del
padrone, capivo che Rosilde non poteva dimorare a lungo in questa
casa.
»Il pensiero di dovermi separare nuovamente da lei mi accorava: si
viveva così bene insieme: non potevo rassegnarmi a vederla riprender
quel suo diabolico mestiere.
»Ella non ne parlava mai: pure cosa avrebbe dovuto fare? la serva come
me, essa allevata in tanta delicatezza?
»Mulinavo dì e notte per aggiustarla in qualche modo. Ma, fra me e me,
a lei non dicevo mai nulla.
»E per circa tre mesi ella non pareva accorgersi dei miei fastidi, e
non si dava punto pensiero dell'avvenire, proprio come nostro padre
buon'anima.
»Cantava tutto il dì come un passero, era una consolazione a sentirla,
tanto che delle volte mi attaccava il suo buon umore e vergognandomi
de' miei dubbi, dicevo fra me:
»--La Provvidenza penserà lei alla povera Rosilde.
»Non so perchè cambiò tutto ad un tratto.
»Una mattina entro nella sua stanza e la trovo seduta sulla sponda del
letto, col viso tutto sconvolto, pallida come un cadavere che piangeva
dirottamente.
»Gli feci mille domande, non mi disse altro se non che non si sentiva
bene.
»Poi, dopo il primo momento, si ricompose e fe' di tutto per dissipare
le mie inquietudini. Mi assicurò che l'era passato, che stava bene, ma
vedevo che non era vero. Per quanto si sforzasse, non riusciva a
celarmi una grande tristezza che la opprimeva.
»Per quattro giorni io la vidi abbuiarsi sempre più,--e al quinto
scomparve senza dir nulla.
»Eravamo alla metà d'agosto, al dì dell'Assunta.
»Non venne al vespro in chiesa dove aveva promesso di raggiungermi.
»Entrando in casa non la trovai più e m'accorsi ch'ella aveva portato
con sè alcune delle sue vesti.
»Ne chiesi ai vicini se nessuno l'aveva veduta: ma dopo molte ricerche
notai che la porticina dell'orto era aperta: Rosilde era senza dubbio
discesa nella valle per di là.
»La cercammo dappertutto: andai io fino a Castelletto. Non potei venir
in chiaro di nulla,
»Don Luigi ne fu afflitto quanto me.
»Non potemmo saper nulla più fino al marzo successivo, una domenica
che capitò qui il signor De Emma a pregarmi di seguirlo fino ad un
cascinale presso Zugliano. dove Rosilde era a letto malata gravemente.
»Il dottor era un antico amico di Don Luigi e, dopo la partenza di
Rosilde, veniva sovente a trovarlo.
»Le avevo parlato tante volte di mia sorella, ma egli non mi aveva mai
detto di sapere dove fosse.
»Eppure io sono convinta che conosceva da parecchio tempo la sua
dimora. E dev'essere stato lei a pregarlo di avvertirci.
»La poveretta si vergognava di una disgrazia che l'era accaduta.
»Andai col dottore e giunsi con lui a una catapecchia miserabile in
mezzo alla campagna dove trovai la mia sventurata sorella disfatta in
modo da far compassione alle pietre.
»Aveva avuto un figlio il giorno prima,--ed era così mal ridotta dalla
sua antica infermità al cuore, che l'era tornata con maggior forza, e
dagli strapazzi d'ogni maniera sofferti che, come mi avvertì una
vecchia che l'assisteva, correva serio pericolo.
»Quando la povera cristiana mi vide vicino al suo letto mi buttò le
braccia al collo e pianse per quasi un'ora di seguito.
»Appena potè parlare, mi contò la sua triste storia,
»Seppi allora che tutto il male veniva dal signor De Boni.
»Questo poco di buono l'aveva incontrata a Zugliano, dove allora egli
andava spesso a trovare suo padre. L'aveva inutilmente perseguitata in
tutti i modi.
»Le sue molestie avevano continuato anche quando ella era venuta a
star qui con me; ed ella era per un pezzo riuscita a tenerlo al
dovere.
»Ma alla fine quel demonio era venuto a capo dei suoi infernali
disegni e da sette mesi la torturava. Non so per quale malefizio colui
aveva potuto imporsi alla volontà di mia sorella.
»Mi narrò queste cose singhiozzando per il dolore e per la vergogna, e
finì col supplicarmi di compatirla.
»Si figuri un po': non potei far altro che piangere con lei.
»Mi sedetti al suo capezzale, e per tre giorni e tre notti non staccai
gli occhi da quel suo volto distrutto, pregando il Signore di non
togliermela così presto.
»Egli non ha voluto esaudirmi.
»Io la vidi consumarsi come una candela.
»La terza notte si riscosse da un grave letargo in cui era caduta, mi
prese la mano con forza, mi chiese di Don Luigi e mi manifestò il
desiderio di vederlo.
»Il mio padrone era stato diverse volte a chieder notizie: ma il
dottore non aveva mai permesso che egli entrasse nella camera di
Rosilde.
»Ella mi pregò allora con tanta insistenza che non ardii ricusarle
questo suo forse ultimo desiderio e appena giorno salii di corsa fin
quassù e indussi il curato a venire con me dalla morente.
»Appressandosi alla cascina dove giaceva Rosilde intendemmo il suono
di voci concitate.
»Nella camera di Rosilde c'era il signor De Boni, ed entrando lo udii
che diceva:
»--Tu non vuoi darmele, ebbene le prenderò da me.
»E aggiungeva due o tre bestemmie spaventevoli.
»Pareva un furioso scappato dall'ospedale: metteva tutto sossopra,
rovistando entro i mobili come per cercarvi qualcosa che molto gli
premesse di avere.
»E Rosilde invano cercava di distoglierlo dal suo violento proposito,
e gridava e lo scongiurava.....
»La Provvidenza ci aveva mandati in buon punto.
»Al nostro arrivo Rosilde sorrise di gioia e arrovesciò il capo stanco
sul guanciale ch'io credevo spirasse.
»Ma ella ritornò in sè; e stese la mano a Don Luigi mormorando:
grazie! siete venuto, siete buono!
»Poi dopo qualche momento si volse a me e indicandomi il signor Angelo
che si rodeva in un cantuccio d'essere stato sorpreso in così bestiale
furore, mi disse con un filo di voce interrotto dal rantolo:
»--Costui voleva togliermi delle carte che mi preme di mettere al
sicuro. Prendi, sorella, eccoti la chiave di un cassetto che troverai
in fondo all'armadio; aprilo e levane un involto che esso contiene.
»Obbedii.
»Rosilde soggiunse:
»--Conservale con cura, esse sono la fortuna della mia creaturina. Suo
padre, là il signor Angelo, sarebbe capace di rinnegarlo ed è bene che
tu possa provargli all'occasione i suoi doveri. Bada Mansueta di non
lasciartele uscire di mano.
»Il signor De Boni mi guardava in guisa che pareva volesse mettere in
pezzi me e le earte che tenevo in mano.
»Se non ci fosse stato presente Don Luigi credo non l'avrei passata
troppo liscia.
»Ma colui è uomo che pensa sempre troppo bene ai casi suoi e sa sempre
frenare il suo furore quando questo può essergli dannoso.
»Vedendo che non c'era da farla franca, diè una crollata di spalle ed
uscì sagramentando da far traballare la casa.
»Con questa bella grazia egli piantò là quella povera martire che
moriva per causa sua.
»Essa non lo trattenne.
»Quando fu uscito si rasserenò; trasse un lungo sospiro. E sorrise di
nuovo.
»Ci fe' segno di sedere vicino al letto: ci prese le mani e ci
guardava con grande tenerezza. Non poteva parlare. Era alla fine de'
suoi patimenti.
»Di lì a poco sopraggiunse il dottore che fu spiacevolmente sorpreso
di trovare colà don Luigi:
»Ma Rosilde chinò leggermente la testa e sussurrò a fior di
labbra:--son io.....
»Poi nessuno parlò più.
»L'agonia era cominciata.....»
Mentre Mansueta raccontava io aveva tenuto macchinalmente gli occhi
fissi sul ritratto di Rosilde; e, man mano che la triste storia
progrediva, quel volto bianco pareva animarsi sotto il mio sguardo: il
sangue rifluiva nelle venuzze azzurre della fronte, le tempia
pulsavano sotto l'impeto della passione, le pupille inquiete gittavano
un'occhiata paurosa dietro le spalle, la vita esile affievolita
abbrividiva; le labbra lasciavano fuggire un grido, un sospiro...
Egli è che non v'ha nulla di più vero, di più logico che il dolore, e
non v'ha cemento d'anime più possente ed efficace di quello. Perciò
l'arte chiede ad esso così soventi le sue ispirazioni, perciò gli deve
le sue più forti creazioni.
Se mi avessero narrata una vita venturosa, di gioie, di successi,
quella creatura sarebbe rimasta un'estranea, una bella ignota. Invece
mi si era detto: ella ha patito, ha pianto,--ebbene eravamo conoscenze
vecchie.
Un uomo felice diventa decrepito centenario; è dimenticato prima che
morto.
Un altro disgraziato muore giovane: il suo ricordo sopravvive spesso
dei secoli.
Chi pensa a Matusalem, chi non ha pianto Abele?
Dicevano i Greci:--chi muore giovane è caro agli Dei.
Certo egli è carissimo agli uomini.
Quella giovane donna era scomparsa da vent'anni. Ebbene la sua figura
spiccava ancora vivissima sullo sfondo del piccolo mondo ch'ella aveva
attraversato: tutte le figure del dramma misterioso che andavo
svolgendo da due mesi erano rischiarate dallo strascico luminoso di
quegli occhi malinconici.
Senza volerlo, fin dal primo giorno della mia dimora al Presbiterio,
fin da quel primo colloquio con Aminta nel giardino, io cercavo lei
attraverso i meandri delle vicende confidatemi. Finalmente la sua
immagine m'era apparsa e mi s'imprimeva nella mente e mi riempiva
l'animo di una lugubre, di una penosa amarezza.
Quel giorno cercai tutti i modi di distrarmi: e non potevano a tal
uopo giovarmi i discorsi di Mansueta.
Scrissi prima di sera un mucchio considerevole di lettere; scrissi a
della gente che sicuramente non ha mai potuto indovinare il vero
motivo di quel mio insolito zelo epistolare.
Poi dopo cena fui felice d'aver qualcosa da ingannare la solitudine.
Uscii per ispedire la mia corrispondenza.
Aveva smesso di piovere, ma saliva dalla valle un alito denso, tepido
di umidità. Una rossiccia aureola cingeva la punta accesa del mio
sigaro.
Il procaccio della posta era già a letto, e per quanto picchiassi non
venni a capo di svegliarlo.
Stavo per tornare indietro quando la voce del signor Bazzetta si fe'
sentire dall'uscio socchiuso della vicina farmacia.
--Se avete lettere datele a me; le mie donne le consegneranno a Menico
domattina prima che egli parta per Zugliano.
Accettai ringraziando e cercai le lettere per consegnarle. Ma lo
speziale sclamò:
--Per bacco favorisca dentro, al caldo, oh diamine!
E uscito fuori, mi prese il braccio e mi tirò nella bottega, anzi nel
piccolo camerino dov'ero stato la prima volta. Mi fe' sedere e volle
assolutamente che io assaggiassi ancora di quel tal suo vinettino.
Uscì e tornò colle bottiglie e si diede a giocar di cavaturaccioli,
prima che io avessi avuto tempo di aprir bocca sempre ripetendo
ufficiosamente fra i denti:
--Cospetto, cospetto, due ditini, due ditini.
Versò, poi disse:
--Già voi non sapete cosa fare del mio vino e delle mie storie.
Non risposi, egli continuò:
--Eppure avrei creduto, doveste essere curioso di conoscere la storia
di certi nostri amici. Suppongo ch'essi non v'avranno detto
nulla. La storia dell'abatino è interessante.....
--So, so... interruppi infastidito.
--Che sapete? mi chiese con un sorriso d'incredulità,
--Eh! sclamai, che grande secreto!
--Dite quel che sapete; ho paura che occorrano delle rettifiche.
--Diamine chi non sa che il signor De Boni è...
--È che cosa?
--Il padre...
--.....putativo, aggiunse subito lo speziale col tono più dolce della
sua vocina insinuante.
Fè una smorfia, ammiccò cogli occhi e ripetè sempre più piano;
--Putativo... pu... ta... ti... vo. Eh!!
L'ultima esclamazione voleva dire:--vedete che questo speziale può
ancora insegnarvi qualcosa, signor presuntuoso?
--Come?
--Per sapere il come bisogna riprendere quella tal storiellina proprio
al punto dove l'abbiamo interrotta due mesi sono. È lunghettina. Vi
avviso, volete sentirla? per me eccomi qua,--un bicchierino,--fumate
vi prego, volete un fiammifero? ecco.
»Dicevamo che il signor De Emma aveva con sè due giovani donne:--una,
sua moglie,--l'altra, italiana, vezzosissima, i cui rapporti colla
famiglia rimanevano ignoti... allora... poi trapelò... Il timore di
sentirmi ripetere ciò che avevo inteso di Mansueta mi spinse a
tentennare il capo con impazienza,
--Sapete che era una ballerina, ricondotta in Italia dal dottore per
guarirla dicono di una piccola malattia... sì... che rimase in sua
casa alcuni mesi per... anche questo?... ma i motivi per cui ella
lasciò i suoi ospiti li conoscete, no? Fu per la gelosia invincibile
della signora... la quale non aveva poi tutti i torti d'inquietarsi.
»Ma diciamo le cose per ordine. Il signor Angelo conobbe dunque la
signorina per le cure che questa prestava a suo padre, se ne invaghì,
ma per allora le sue maniere buone non incontrarono grazie agli occhi
della Tersicore... i quali pur erano assorti altrove.....
»Alcuni mesi dopo, in seguito a una burrasca violenta, la signorina
Rosilde abbandonò la casa De Emma e si rifugiò qui presso sua sorella
Mansueta.
»Anche qui il signor Angelo l'incontrò qualche volta per istrada, e,
naturalmente ostinato come è, egli insistè per ottenere il favore
della silfide... che però era già staggito. Il povero De Boni arrivava
sempre fuori tempo; ed anche allora dovette forbirsene i baffi».
M'ero studiato di mostrarmi indifferente al racconto e di ascoltarlo
con quell'aria di profonda indifferenza che non accetta e non rifiuta.
Ma egli era riuscito a cattivarsi la mia attenzione. E a questo punto
non potei trattenermi dal chiedere:
--E il preferito chi era?
--Chi era? rispose con un ghigno malizioso guardando al soffitto
coll'apatia simulata di una pretesa superiorità:--chi era? qui sta
il punto.
Dichiaro che nel signor Bazzetta c'era la stoffa di romanziere.
Conosceva e praticava per istinto tutti gli artifizi della narrazione.
Egli proseguì:
--Una sera ero di guardia nella farmacia a Zugliano e discorrevo col
dottor De Emma; capita una vecchierella a spedire una ricetta
rilasciata da una empirica, notissima in quei dintorni, per le sue
cure d'ogni specie. La cosa era tutt'altro che regolare, ma allora
non si andava tanto per il sottile e la _medichessa_ aveva clientela
troppo numerosa per poterle impunemente mancare di riguardo. Per
espressa volontà del nostro principale noi si spedivano con qualche
cautela le sue ordinazioni.
»Questa volta però mi parve che le dosi fossero eccessive e guardando
meglio lo sgorbio della maliarda mi accorsi che le cifre erano state
alterate.
»Sospettai tosto di un qualche disegno delittuoso. Quei medicinali
potevano servire a certo effetto, che il codice penale, tenero del
biblico _moltiplicamini_ più che della galanteria, ha avuto la
crudeltà di proibire.
»Entrai nel salotto e mostrai senza dir nulla la cartolina al dottor
De Emma: egli trasalì e mi avvidi che divideva il mio parere.
Dissi:
»--La mando a spasso.....
»E mi avviai per eseguire il proposito.
»Il dottore mi trattenne.
»--Datele un qualcosa d'innocuo: bisogna andar a fondo di questa
faccenda; forse arriveremo in tempo di evitar una grossa disgrazia.
»Obbedii, e quando tornai nel salotto non ci trovai più il
dottore. Era uscito per la porticina del cortile.
»Pensai ch'egli avesse tenuto dietro alla vecchierella, e mi domandai
se anch'io non farei bene di imitarlo.
»Capirete, nella nostra professione, un po' di polizia non nuoce.
»Lasciai la serva del principale a guardar la farmacia e via di corsa.
»Non durai fatica a raggiungerli.
»C'era una luna splendida; la donniciuola trotterellava a stento
contro il muro rischiarato: il dottore la seguiva nell'ombra
dall'altra parte della strada.
»Io dietro a loro, a una quindicina di passi.
»Attraversammo la città quant'è larga: la vecchia infilò il ponte
della Gora, entrò nel sobborgo, svoltò in una viottola, a destra, che
sbuca nei prati del castello, poi rasentò la lunga fila di catapecchie
dove abitano lavandaie e finalmente si arrestò davanti a una piccola e
lurida casupola a un solo piano.
»La facciata volta a settentrione rimaneva nell'ombra meno un piccolo
finestrello all'altezza di un uomo, dai vetri quasi tutti fessi e
rattoppati di carta bianca ma illuminata internamente.
»La vecchierella bussò leggermente all'uscio che fu subito aperto e si
rinchiuse dietro a lei.
»Il dottore s'era fermato ed anch'io.
»Egli esitò qualche minuto poi lo vidi attraversare la strada ed
accostarsi alla casa, si pose sotto la finestra e stette in ascolto.
»Dopo un quarto d'ora si riscosse come avesse preso una ardita
risoluzione, si appressò alla porta, e picchiò colle nocche delle
dita.
»Questa volta indugiarono nell'aprire.
»Finalmente il finestrello si rabbuiò e quasi subito nel vano
dell'uscio socchiuso apparve la vecchierella da noi seguita che teneva
un lume in mano.
»Il dottore scambiò con lei alcune parole che non intesi.
»La donna parve perplessa, lo guardava intimidita.
»Ma, dopo qualche minuto, si tirò in disparte e lasciò passare il
dottore.
»La porta fu di nuovo chiusa a giro di chiave.
»Allora venne la mia volta di appressarmi al finestrello: già ero
venuto per qualche cosa......--
Il signor Bazzetta mi guardò come per assicurarsi che io non avevo
obbiezioni da fare contro l'assoluta convenienza del suo contegno,
pronto, se mai, a confutarlo con un'intera batteria di argomenti.
Io non battei palpebra.
Egli proseguì:
»--Mi trovavo dalla stessa parte della casa nell'ombra. Avanzai piano
pianino rasente il muro e venni ad appostarmi.
»La posizione era sicurissima. Impossibile addirittura l'essere
sorpreso. Rimpetto, il muro liscio ed alto della canonica di
S. Eustachio. Dalla parte dond'eravamo venuti la strada correva
diritta per un lunghissimo tratto senza risvolte e senza traverse: per
dippiù era selciato a pietre tanto grosse ed ineguali che si sarebbe
inteso un passo lontano un mezzo miglio. In fondo c'erano degli orti a
quell'ora deserti. Non potevo essere veduto che dalla casa che stavo
osservando. Ma pienamente tranquillo per tutto il rimanente io ero
libero di concentrare sovr'essa tutta la mia attenzione. Al minimo
segno era presto fatto: due passi più in là svoltavo la cantonata e mi
perdevo fra la siepi di sambuco dell'ortaglie.
»Il lume era ritornato nella camera, ne vedevo il suo rossiccio
riflesso nella strada. Tesi l'orecchio. Il dottore era entrato in
quella camera che doveva essere la cucina del povero appartamento. La
finestra stava socchiusa per la grande caldura. S'era in agosto poco
dopo la metà: una frasca del ferragosto erigeva ancora il suo ispido
pennacchio di pino sopra una costruzione poco lontano.
»Distinguevo la voce del dottore, sebbene capissi poco quel che
diceva. Parlava in tuono di garbato rimprovero, interrompendosi
frequentemente. Nell'intervallo udivo un singhiozzo sommesso, poi una
sottile, una delicata vocina da donna. Era certo l'incognita dei miei
sospetti.
» Ebbi... come si fa a non avere la tentazione di guardar dentro? una
di quelle tentazioni a cui non si resiste. Una sola occhiata
basterebbe. Mi appiatto contro il muro, mi rizzo sulla punta degli
stivaletti, mi aggrappo al davanzale di pietra e caccio la mia fronte
fra due vasi, uno di basilico, e l'altro di reseda, profumi di tutta
quella miserabile strada.
»E guardo e vedo la signorina Rosilde che aveva visto spesso quando
abitava dai De Emma.....
»Un baleno e compresi tutta la premura del dottore, il suo sgomento.
»Cercavo il bandolo di un segreto, ne scoprivo due, anzi tre... almeno
mi parve.
Il dottore teneva una mano di lei nelle proprie: ella accasciata, col
viso basso, chino sulla spalla sinistra, tutto inzuppato di
lagrime,--una addolorata.... vergine prima del... dopo del... ecc.,
come dice il catechismo. Non pensava a ritirar le sue mani.
»Il signor De Emma non la sgridava più; sembrava commosso, dovette
farle coraggio.
»Eh? che ne dite?»
Io non avevo nulla da dire.
»--E ritenete queste tre circostanze, riprese lo speziale; ritenete
che allora il signor De Boni dimorava ancora a Zugliano col padre, e
che la signorina era stata quattro mesi qui, e, come seppi dopo, non
era ritornata in città che da un paio di giorni, e finalmente che la
loro relazione cominciò dopo quella sera. E pensare che poi gli han
dato il bastone bello e fiorito. Bel san Giuseppe davvero! senza
neanche la formalità dello Spirito Santo, ah! ah!»
Come rideva lo speziale; come si mostrava maligno!
--Però ho poi mangiato quella tal foglia! ma tardi, tardi assai.... Ma
vi annoio?» Accennai di no nel modo meno aperto che io potessi.
--Ma sentite, ora viene il meglio della storiella. Il signor De
Boni.... to' eccolo».
L'uscio della farmacia sbattè con rumore. Il sindaco entrò nel
salottino e, nel vedermi, non potè dissimulare il suo malcontento.
Ma io non tardai a levargli la soggezione.
Mi alzai e presi congedo dal Bazzetta.