desolazioni negli anni successivi. I Veneziani che in tanti disastri non
potevano tener fermo dovunque e talvolta smarrivano l'animo, non seppero
opporre valida resistenza dove più ne era il bisogno. Nel 1511 tutta la
Patria cadde in mano del nemico: il 18 Settembre S. Daniele, il 20
Udine, nei giorni successivi anche Cividale e Gemona dovettero aprir le
porte all'esercito austriaco, e, ciò che fu più dannoso, il 19 Settembre
il presidio veneto di Gradisca cedette vilmente al nemico; Venezia e con
lei l'Italia avevano perduto per secoli quel territorio così prezioso
alla difesa dei confini orientali! Fra il 1511 e il 1514 le sorti furono
alterne: alcune città, come Cividale nel 1513 rialzarono la bandiera di
S. Marco; terre rigogliose subirono invece, come Buia in questo stesso
anno, i danni del nemico; la lotta definitiva doveva però combattersi
nella primavera del 1514 sotto le rupi di Osoppo. Il campo imperiale che
aveva Gemona come base d'operazione strinse per quaranta giorni con
diuturni bombardamenti ed assalti la fortezza di cui Gerolamo Savorgnan
ed il connestabile Teodoro dal Borgo dirigevano con animo gagliardo le
difese. Soccorsi di vettovaglie mandati animosamente da S. Daniele, e
forse da altri luoghi vicini, dacchè come si disse l'animo delle
popolazioni era profondamente ostile agli Austriaci, permisero ai
difensori di tener fermo finchè gl'Imperiali, saputo che il generale
d'Alviano era entrato in Friuli con buon nerbo di truppe veneziane e
ripreso e messo a sacco Pordenone, si volgeva verso Udine, sciolsero il
campo e per il canale del Ferro impresero la ritirata, che il Savorgnan
e le sue truppe molestarono a più riprese[315].
Le città friulane, che ancora obbedivano all'impero, riaprirono, tutte,
le porte all'esercito veneto e s'aprì così per la maggior parte del
Friuli una lunga era di pace che doveva finire soltanto colla caduta
della repubblica veneta. Soltanto alcuni luoghi del territorio da noi
considerato furono turbati un secolo più tardi dalla nuova guerra fra la
Repubblica e la Casa d'Austria, poichè tale guerra che fu detta di
Gradisca (perchè l'obbiettivo principale dei Veneti era il riacquisto di
questa fortezza che non si riuscì a strappare al nemico) si svolse nel
basso Friuli intorno all'Isonzo. Non mancarono però anche qui episodî
onorevoli per i Friulani, come la cacciata degli austriaci che avevano
occupato Pontebba per opera di truppe friulane comandate dal prode
cividalese Marc'Antonio di Manzano e di ausiliarî Venzonesi e Gemonesi
capitanati da un Bidernuccio di Venzone (13 Agosto 1616). Lo stesso
Manzano discese nel gennaio 1617 da Castel del Monte presso Cividale
nella valle dell'Isonzo per tentar di riprendere Caporetto e le chiuse
di Plezzo, ma non fu efficacemente aiutato dal generale veneto Giovanni
de' Medici. Il valoroso cavaliere friulano doveva poi trovar la morte in
un fatto d'armi presso l'Isonzo il 12 Luglio 1617. La guerra di Gradisca
finì senza risultati. La repubblica che avrebbe voluto unificare i suoi
possedimenti ed estendere il suo territorio dal Timavo alla Livenza,
dovette rassegnarsi a rispettare i feudi austro-goriziani che ne
interrompevano la continuità. Alla perdita del baluardo orientale,
Gradisca, si doveva aggiungere quindi la conservazione in mano
dell'Austria del territorio di Aquileia, di Castel Porpeto, di Gorizia,
S. Maria e varii altri paesi nel centro del Friuli, di Albana sulla riva
destra dell'Judri. Nondimeno la unificazione del Friuli si poteva dire
molto più avanzata di quanto non fosse nell'età patriarcale per
l'acquisto stabile di Pordenone e di Latisana e per la conservazione di
Monfalcone, e la difesa assicurata con l'erezione della fortezza di
Palma (1593) che chiuse per due secoli la fatale breccia orientale dei
confini italiani.
=Le benemerenze del governo di Venezia. La rappresentanza dei contadini.
Il fiorire delle arti e delle scienze.= A queste benemerenze il governo
veneto doveva poi aggiungerne altre per l'opera compiuta a vantaggio
della pacificazione delle classi sociali. Il periodo 1500-1514 già così
disastroso al Friuli per la guerra austro-veneta era stato pure
funestato da un terribile movimento sociale. Abbiamo visto quali sorde
ostilità covassero fra rustici e signori feudali, e fra il popolo minuto
e la nobiltà cittadina. Antonio Savorgnan che negli ultimi decenni del
XV secolo e nel primo del XVI, si può considerare per le grandissime
ricchezze, la vastità delle clientele e per il predominio, esercitato
con fredda audacia ed inumana crudeltà, quasi come un re non coronato
del Friuli, trasse partito da queste inimicizie per muovere il popolo di
Udine ed una torma di contadini delle _cernide_, da lui riunita nella
capitale friulana col pretesto di minacce austriache, a trucidare i suoi
avversarî della potente consorteria dei Turriani ed a saccheggiarne le
case. Fu il celebre sacco del giovedì grasso 1511. Ma l'incendio non si
arrestò qui: le plebi di campagna udite le novelle di Udine si
affrettarono ad assaltare i castelli, a dar sacco alle abitazioni
patrizie, ad incendiare ogni cosa[316].
Il sabato furono abbruciati e saccheggiati i castelli di Villalta,
Brazzacco, Arcano, la domenica mattina si sentivano, dice un
contemporaneo, in ogni parte tumulti e si vedevano accesi i fuochi che
abbruciavano i Castelli di Susans, Colloredo, Caporiacco, Tarcento,
Fagagna, S. Daniele, Spilimbergo, eran posti a ruba Morazzo, Zoppola,
Cusano, Varmo ed altri, i castellani messi in fuga colle loro famiglie e
costretti a rifugiarsi taluni in boschi od in spelonche, i più fortunati
in qualche castello rimasto intatto come Pers, oppure a Venezia o nei
luoghi forti d'oltre Tagliamento. Dopo il primo sbigottimento i
castellani si rannodarono, la repubblica veneta mandò truppe, e degli
atroci fatti fu tratta terribile vendetta specialmente quando Antonio
Savorgnan, insospettitosi dei procedimenti del governo Veneto e delle
proposte fatte contro di lui nel Consiglio dei X e più, forse,
intimorito dalla debolezza dei presidî veneziani in Friuli, abbandonò
improvvisamente l'antica fede e si diede alla nemica secolare della sua
casa, l'Austria. Tradimento memorabile che, quanto alla famiglia
Savorgnan fu lavato dal gagliardo Girolamo, il difensore d'Osoppo, ma
che non valse ad Antonio l'impunità, dacchè egli fu ucciso poco dopo da
gentiluomini friulani, parenti delle sue vittime ed il suo cadavere fu
divorato dai porci per le vie di Villacco.
La repubblica si preoccupò nondimeno, del grave disagio che aveva
prodotto gli eccessi, e durante tutto il secolo XVI e XVII malgrado
l'opposizione del parlamento friulano, la Signoria emanò una serie di
leggi a favore dei rustici, per impedire ai signori di togliere alle
comunità rurali i compascui di cui godevano, per fissare le mercuriali
delle derrate dei canoni livellarî, per rendere gli attrezzi, le
masserizie e gli animali da lavoro dei coloni insequestrabili, e
sopratutto per costituire, con larghezza di vedute unica in Italia, ai
contadini una rappresentanza separata che ne difendesse le ragioni, ne
esigesse le imposte e custodisse le armi delle _cernide_, togliendo
tutto ciò ai signori feudali. Questa rappresentanza detta dei _sindaci
generali della contadinanza_, era eletta dai sindaci dei varî villaggi
del Friuli diviso in otto quartieri, quattro di qua e quattro di là del
Tagiiamento. Con essa si può dire che ai tre membri del Parlamento:
clero, castellani e borghesi se ne aggiunga un quarto: quello dei
contadini. Anche il territorio di Cividale separatosi, come s'è detto
nel 1553, ha il suo corpo della contadinanza coll'arrengo cui
partecipano anche i villaggi delle valli Slave ordinati in un consorzio
a capo del quale sta in luogo di un sindaco generale, una magistratura
detta la _banca_ di Antro e di Merso. Queste provvide disposizioni
fecero cessare in buona parte il malcontento dei rustici, mentre a poco
a poco la pace risanava le gravissime piaghe che le guerre, i saccheggi,
la peste, le carestie avevano recato alla desolata provincia[317].
D'un certo benessere son prova le arti che fioriscono con notevoli
monumenti. Dal '500 al '600 il Friuli dà una bella serie di artisti
specialmente alla pittura. Pellegrino da S. Daniele, Giovanni da Udine,
il Pordenone, l'Amalteo abbelliscono coi loro pennelli famosi non solo
chiese delle cittadette friulane, ma anche romite cappellette di
campagna, che si fregiano di bei trittici di legno scolpiti da scultori
pure locali, mentre anche le case private si adornano di mobili
intagliati con fine gusto e sovente mostrano facciate frescate da abile
mano. Il movimento letterario si accentua anch'esso: nella prima metà
del '500 la poesia friulana può finalmente noverare un nome egregio:
Erasmo di Valvasone mentre altri letterati come Scipione di Manzano,
Ermanno Claricini, e una pleiade di antiquarî e scrittori di cose patrie
come il Nicoletti di Cividale, il Pittiano di S. Daniele ed altri meno
noti fecero riscontro nelle nostre piccole città, al bel movimento di
Udine. Ed anche più tardi quando il marasmo del '700 colpisce le nostre
non meno che le altre città venete le lettere continuano a dare qualche
bel nome come l'arcivescovo Giusto Fontanini bibliofilo e antiquario di
S. Daniele, il diligente raccoglitore di patrie memorie Giuseppe Bini di
Gemona, e la pleiade di nobili scrittori che vanta la scuola dei
Somaschi apertasi nel 1705 a Cividale fra cui Iacopo Stellini, il gran
filosofo, e il matematico G. B. Pisenti. Cividale dava pure in quel
tempo al Friuli il suo maggiore storico Bernardo Maria de Rubeis, cui
seguiva di poco nello stesso arringo l'acuto G. G. Liruti signore di
Villafredda presso Tarcento[318].
=La decadenza del secolo XVIII. La venuta dei Francesi.= Per contro
tutte le istituzioni pubbliche nostre volgono a piena decadenza via via
che ci avviciniamo alla fine del '700: il parlamento si riduce un'ombra
di sè ed è continuamente sorvegliato nella sua attività dai magistrati
veneti; i Luogotenenti erano sovente invisi alle popolazioni, le
giurisdizioni feudali non davano alcuna garanzia di giustizia ed erano
quasi sempre strumento d'oppressione. Le comunità non avevano còlta
l'occasione di rinnovarsi col ristabilire le antiche assemblee a larga
base, ma al contrario o avevano serrato l'arrengo riducendolo a poche
famiglie, come a Gemona, ovvero l'aveano soppresso addirittura
accogliendo poche famiglie plebee fra i nobili di consiglio, come
accadde a Cividale. Anche la benefica rappresentanza dei contadini
istituita, come vedemmo, dalla repubblica veneta, ha poco effetto per i
brogli e le corruzioni e la trivialità dei sindaci. Non che il Friuli
fosse in condizioni peggiori delle rimanenti provincie venete e di molte
altre italiane, anzi sotto qualche aspetto aveva progredito. L'industria
della seta p. es. dava circa un milione di libbre di bozzoli di cui
buona parte era esportata in Germania, e circa 120.000 libbre di sete
lavorate; filature e tessiture, specie verso la fine del '700, sorgevano
qua e là nella provincia[319]; l'agricoltura migliorava per le sapienti
cure di teorici e pratici come lo Zanon, l'Asquini, il Canciani ed
altri, ma il marasmo dovuto alla neghittosità dei ricchi, all'ignoranza
generale e più alla natura stessa delle istituzioni era così grande che
contro di esso si spezzavano vanamente in buona parte questi sforzi
generosi e ciò non poteva a meno di generare malcontento in special modo
contro i privilegî dei nobili e contro l'inerzia dei poteri costituiti.
Non mancava poi il lievito delle dottrine democratiche, venute dal di
fuori delle quali si faceva banditore persino qualche veneto magistrato.
Non era dunque interamente impreparato l'ambiente in cui le armi
rivoluzionarie di Francia portarono ad un tratto vita nuova.
Nel Marzo 1797 il Friuli fu conteso fra l'arciduca Carlo comandante le
truppe austriache, e Napoleone Bonaparte capo dell'esercito francese:
Venezia assisteva impotente alla lotta che doveva decidere le sue sorti.
Il 17 i due eserciti si scontrarono sul Tagliamento e gli austriaci
ebbero la peggio; il 20 tutto il Friuli fino all'Isonzo era in potere
dei Francesi che dal Pulfero e da Pontebba movevano ad inseguire gli
avversarî. La provincia e particolarmente il cividalese patì gravissimi
danni dai belligeranti: requisizioni senza pietà, incendi, saccheggi,
donne violate e contadini costretti a seguire coi carri ed i buoi
l'armata francese fin nell'interno dell'Austria, tutto ciò doveva
riuscir molto duro a popolazioni che la lunga pace aveva ormai rese
ignare degli orrori della guerra; ma ben maggior danno preparava poi la
politica egoistica della repubblica francese che tolse al Friuli
l'indipendenza nazionale e lo cedette all'Austria colla pace, detta di
Campoformio, il 17 Ottobre 1797 insieme alle altre terre venete fino
all'Adige, in compenso della parte dei Paesi Bassi che l'Austria a sua
volta cedeva alla Francia. Questa proclamava per se stessa i diritti
dell'uomo, ma mercanteggiava gli altri popoli come torme di schiavi.
Il Friuli rimane così soltanto, per pochi mesi, sotto la signoria
francese: nel maggio partirono i magistrati veneti, e il generale
Bernadotte costituì a Udine il 26 giugno un _Governo centrale_ di 23
membri in parte udinesi, in parte della provincia. Dopo Campoformio
costoro dovettero cedere il campo ai governatori austriaci che per
brevissimo tempo restituirono gli antichi ordinamenti ma poi li mutarono
a somiglianza di quelli che reggevano gli stati ereditarî. Il parlamento
friulano si riunì per l'ultima volta nel febbraio 1798, poi la provincia
fu sottoposta ad un consiglio di Governo sedente a Venezia ed a un
capitano provinciale; naturalmente cadevano le divisioni precedenti
della provincia che assicuravano l'autonomia a Palma ed a Cividale.
L'Austria tenne allora il Friuli per sette anni; perseguitò i liberali,
ed accarezzò i nobili e gli ecclesiastici, ma la provincia stette
tranquilla sotto la pesante burocrazia Absburghese; il brevissimo
periodo di libertà del 1797 era stato macchiato da troppi errori perchè
il ricordo potesse destare qualche fremito di ribellione. Nel 1805
questo torpore fu scosso dai generali di Napoleone; il 16 novembre
Massena era a Udine, il 17 a Palmanova e gli Austriaci si dileguavano
nuovamente. La pace di Presburgo (25 dicembre 1805) diede al Regno
italico la destra riva dell'Isonzo; la convenzione di Fontainbleau del
1807 doveva però restituire all'Austria parte del territorio fra
l'Isonzo e lo Judri che diviene nuovamente, come al tempo veneto,
confine fra i due stati. Le sorti della provincia dovevano esser
disputate di nuovo fra Napoleone e l'Austria nel 1809. L'Arciduca
Giovanni comandante l'esercito austriaco moveva fra il 10 e l'11 aprile
di quell'anno da Cividale verso il Tagliamento: il vicerè d'Italia
Eugenio l'attendeva alla Livenza e dopo il combattimento sfavorevole di
Fontanafredda doveva ritirarsi sul Piave. Intanto però le vittorie che
la grande armata napoleonica otteneva in Germania mutavano le sorti
della guerra: l'Arciduca iniziò nel maggio la ritirata e dopo un
combattimento avvenuto a S. Daniele, le sue truppe erano costrette ad
abbandonare il Friuli per il canale del Ferro. L'armata d'Italia lo
inseguiva e doveva poi colla splendida vittoria di Raab rivendicare il
suo onore. La pace di Vienna assicurò a Napoleone per quattro anni non
solo il Friuli veneto, ma Gorizia, Gradisca e Trieste. Il Friuli alla
sinistra del Tagliamento costituì il dipartimento di Passeriano, il
Goriziano appartenne invece alla così detta provincia illirica: tutte
soggette però al Vicerè d'Italia.
Il periodo 1805-1813 ha importanza decisiva per la storia Friulana,
perchè rinnovò, si può dire, in gran parte lo spirito della provincia.
L'abolizione dei privilegi nobiliari, l'applicazione del codice civile,
la soppressione delle corporazioni religiose, l'aver abituato nuovamente
tanti giovani alla milizia accendendo nell'animo il sentimento della
gloria e facendoli uscire dal ristretto e mortifero ambiente locale, la
costruzione di grandi strade che rendevano rapide e sicure le
comunicazioni, l'aver fatto risorgere fortemente l'idea dello Stato
soffocando la prepotenza di tanti tirannelli locali sotto l'impero di
un'amministrazione ferma ed inesorabile, ed infine il gran nome (ed era
poco più) del Regno d'Italia, tutto ciò suscitò anche tra noi pensieri,
speranze, entusiasmi gagliardi che la caduta del gran Corso doveva far
tacere repressi, ma non spegnere interamente.
Nell'agosto 1813 scoppiate le ostilità fra Napoleone e gli alleati,
l'armata d'Italia attraversò il Friuli per attaccare gli Austriaci che
furon respinti dapprima sulla Sava e sulla Drava. Più tardi, alla fine
di settembre, in seguito alla defezione della Baviera che minacciava le
retrovie del Vicerè, questi decise di ritirarsi sull'Adige. Fra il 17 e
il 24 settembre le divisioni dell'armata italiana attraversavano per
l'ultima volta il Friuli; alla fine del mese tutta la provincia era in
mano degli austriaci ed il tricolore sventolava soltanto ad Osoppo ed a
Palmanova. Vi doveva esser abbassato anche là nell'aprile dell'anno
successivo per l'armistizio di Schiavino-Rizzino: il 12 giugno 1814 le
provincie lombarde e venete furono costituite in Regno a vantaggio della
dinastia lorenese.
=Il dominio austriaco. Il 1848.= S'aprì allora per il Friuli un lungo
periodo di tranquillità che la ferrea vigilanza austriaca cercava di
render sempre più profonda. Il governo compiè qualche buon lavoro
stradale, pose un collegio militare a Cividale e, senza dubbio, la pace
diede modo alla provincia di riparare ai danni delle guerre precedenti
che avevano decimata la popolazione e ruinata l'agricoltura. Però
l'oppressione poliziesca, la rapacità fiscale, l'oscurantismo eretto a
sistema di governo erano ben più dannosi di questi vantaggi economici; i
soldati napoleonici insofferenti del giogo straniero, i giovani fidenti
nell'avvenire mordevano il freno in silenzio e preparavano in segreto la
riscossa. Dal '40 in poi i segni di malcontento divennero sempre più
manifesti finchè nel 1848 al primo sentore della rivoluzione scoppiata a
Venezia anche il Friuli si sollevò. E già, nel primo inizio dei moti nel
Veneto, troviamo i friulani Rocco Sanfermo e Michele Leicht, fra i capi
degli studenti insorti a Padova l'8 febbraio 1848[320], e quest'ultimo
pure fra i primissimi che entrarono arditamente nell'Arsenale di
Venezia, il 22 marzo 1848, per strapparlo agli stranieri. Alle notizie
venute da Venezia, i liberali udinesi con rapida mossa costrinsero le
autorità austriache a segnare la capitolazione di tutta la provincia, e
per essa anche Osoppo e Palmanova apriron le porte agli insorti il 24
marzo; a Cividale gli stessi allievi del collegio militare atterrarono
le aquile austriache: la provincia era così tutta libera dallo
straniero[321].
Fu gioia troppo breve! Già al principio d'aprile Nugent rannodava le
truppe austriache a Gorizia e preparava la sua congiunzione con Radetzky
chiuso nel quadrilatero. Il governo provvisorio affidò ad un comitato di
soldati napoleonici: Cavedalis, Conti, Duodo l'incarico di preparare la
difesa. Nelle cittadelle e nelle borgate della nostra regione
pedemontana si costituirono bande per cooperare con Udine nella
disperata impresa: a Buia sotto gli ordini di Domenico Barnaba, a
Cividale, a Colloredo al comando del co. Filippo di Colloredo. Ad Osoppo
fu posto un piccolo presidio sotto il comando del modenese Licurgo
Zannini e del friulano Leonardo Andervolti, a Palma il vecchio generale
napoleonico Zucchi cercò di rannodare la difesa. Tutti i centri anche
minori della provincia dettero bei nomi a quelle fortunose giornate: S.
Daniele il poeta Teobaldo Ciconi, Tarcento il gagliardo Lanfranco
Morgante. Purtroppo però le forze erano impari agli animi; mancavano
armi, munizioni e il tempo per la preparazione. Le bande furono
sconfitte il 16 aprile a Visco dalle truppe austriache che avanzavano
dal basso Friuli; Palma fu bloccata e Udine investita il 20 aprile e
bombardata nei giorni successivi. Il 23 aprile Udine che aveva resistito
più di quanto si potesse attendere da città difesa soltanto da antiche
mura del '500, dovette arrendersi: l'11 giugno successivo caddero, colla
battaglia del monte Berico le ultime speranze di soccorso dall'esercito
italiano. Palmanova cedette, dopo notevole resistenza, il 24 giugno;
Osoppo invece, difesa da un pugno d'eroi, resistè ancor quattro mesi fra
sofferenze e patimenti inauditi; gli austriaci bruciarono e
saccheggiarono il villaggio sottostante per impedire che giungessero
soccorsi agli assediati esercitando inumana crudeltà contro gli
abitanti. Finalmente il 12 ottobre la guarnigione, a stremo di forze,
capitolò uscendo dal forte cogli onori militari, a miccie accese e
bandiere spiegate. I superstiti si recarono a Venezia a continuare la
lotta disperata per l'onore d'Italia e colà trovarono altri nobilissimi
friulani: Cavedalis ministro della guerra, Valassi e Somma segretarî
dell'assemblea e tutti i valorosi componenti la gagliarda legione
friulana che, insieme a tanti altri animosi di ogni parte d'Italia,
cementavano col sangue l'unità della patria.
=Il Friuli riunito all'Italia.= La sollevazione del 1848 lasciò gli
animi inquieti ed anelanti alla riscossa nel gran sogno d'una Italia
indipendente dallo straniero. L'atroce delusione del '59 rese
quest'attesa anche più fremente; alcuni animosi delle nostre terre
presero parte nel 1860 alla spedizione dei mille, altri si arruolarono
nell'esercito regolare o combatterono nei successivi moti garibaldini,
altri infine lavorarono intensamente in patria per la causa nazionale,
sia che obbedissero alle direttive della Società Nazionale, sia che
fossero spinti dal partito d'azione che segretamente organizzò nel '64
un moto insurrezionale. Questo fallì nel suo piano generale, tuttavia
nell'ottobre due piccole schiere si riunirono; una di esse, di cui era
l'anima il generoso dottor Andreuzzi di S. Daniele, dopo una breve e
gloriosa resistenza contro gli austriaci che l'accerchiavano si sciolse
sul Dodismala presso Spilimbergo, l'altra comandata da G. B. Cella partì
da Venzone e giunta ad Illeggio in Carnia dovette sciogliersi anch'essa.
L'Austria infierì con persecuzioni e condanne, ma il moto aveva mostrato
all'opinione pubblica, più che qualsiasi disquisizione, come il giogo
austriaco fosse insopportabile al Friuli[322].
[Illustrazione: Fig. 27ª. — La rupe di Osoppo, vista dalle ghiaie del
Tagliamento. (Fot. G. Dainelli).]
Anche nei due anni successivi i friulani non posarono; depositi d'armi
furon tenuti con grave pericolo a S. Daniele, al Pulfero, a Cividale e
altrove; nel luglio del '66 si tentò pure di costituire una piccola
banda sul monte Juanes colla cooperazione di taluni patrioti di
Cividale, di Codroipo, del Pulfero, di Canebola, ma l'ora della
liberazione finalmente si avvicinava. Il 25 luglio i primi reggimenti
italiani entravano a Udine e di lì avanzavano verso Cividale, Palmanova
e Artegna; dopo pochi giorni però l'esercito nazionale ripiegava sul
Tagliamento e Cividale, Gemona, Venzone erano occupate di nuovo dagli
austriaci che tenevano sempre Osoppo e Palma. Furon giorni di terribile
ansietà per chiunque nutrisse amor di patria. Finalmente il 2 ottobre fu
firmata la pace; ultimo frutto di errori e di sventure secolari essa
dava all'Italia le frontiere amministrative del Regno Lombardo Veneto,
frontiere assurde così dal lato politico-militare come da quello
geografico e storico, che corrono a caso dal monte al piano separando
territorî geograficamente indivisibili e spartendo case e campi per il
mezzo.
Fra il 12 e il 16 ottobre gli austriaci abbandonarono successivamente
Palma, Osoppo, Gemona e Cividale; nel 21-22 ottobre con 144,988 voti
favorevoli contro 36 soli contrarî il Friuli affermava solennemente il
suo fermo volere di unirsi al Regno d'Italia sotto lo scettro
costituzionale di Vittorio Emanuele.
XIII.
UOMINI RAGGUARDEVOLI
Appunti di GIUSEPPE COSTANTINI.
La parte del Friuli illustrata in questa Guida, è stata più feconda
delle altre d'uomini ragguardevoli: principali gli storici, i giuristi,
i teologi, i filosofi, i militari, i naturalisti. Per ragioni varie
conviene però che qui se ne dia poco più che un elenco[323].